martedì 23 maggio 2017

Simone de Beauvoir. l’esistenzialismo, negando l’esistenza di un uomo universale ed assoluto e mirando alla molteplicità delle esperienze umane -, è destinata a prendere corpo in una letteratura autentica che «supera la separazione (degli esseri) affermandola». Simone de Beauvoir intenterà una critica mordace al ruolo tradizionalmente assegnato alla donna (Una donna spezzata, 1967; Il secondo sesso, 1949) o alla Terza età (1970), moltiplicando gli esempi concreti, presi in prestito tanto dalla sua vita che dalla letteratura di tutti i tempi, purché atti a dirci qualcosa sull’esperienza propria di ciascuno, in una situazione data.

Simone de Beauvoir
Romanziera e saggista francese (Parigi, 1908 - Parigi, 1986). 

Nata in una famiglia bene cattolica, Simone de Beauvoir intraprende, a diciassette anni, studi superiori di lettere e di matematica. Nel 1926, aderisce al   movimento socialista e, mentre prepara gli studi di ammissione all’università, segue corsi di filosofia alla Sorbona. Ammessa all’Università, compie un tirocinio all’Istituto universitario Janson-de-Sailly. Fa la conoscenza di Jean-Paul Sartre nel 1929 al quale si lega. Sarà l’incontro determinante con l’uomo col quale condividerà, da allora in avanti, tutta la vita  eccetto qualche breve separazione dovuta agli incarichi d’insegnamento in provincia. Ritorna a Parigi come  professore di filosofia al liceo Molière   nel 1936. 

Il suo primo libro,  L’invitata, esce nel 1943, anno in cui lascia l’insegnamento. A partire dal 1947, i viaggi si succedono: gli Stati Uniti, dove soggiorna nel 1950, l’Africa e l’Europa. Riceve il premio Goncourt nel 1954 per I Mandarini. Partecipa alle attività politiche di Sartre, militante per le cause vietnamite ed algerine. Continua a viaggiare, in Cina (1955), a Cuba ed in Brasile (1960), in Unione sovietica (1962), pur proseguendo la redazione delle sue memorie e la sua azione per la liberazione della donna. Nel 1971  assume la direzione di una rivista di estrema sinistra. Una delle prime a avere sostenuto la legalizzazione dell’aborto, ribadisce questa convinzione durante la campagna cominciata nel 1972.

Opera
La sua opera, fondata sulle stesse opzioni esistenzialiste di Jean-Paul Sartre, se ne differenzia nella misura in cui Simone de Beauvoir, preoccupata di dare ad ogni problema che affronta il proprio carattere concreto, utilizza di rado il linguaggio  filosofico, e preferisce piuttosto alla formulazione di una teoria, una riflessione diretta ed immediata sul vissuto. Si direbbe che utilizzi un linguaggio femminile - attento al particolare concreto - se il linguaggio maschile è invece teso all’universale astratto

Nata da un desiderio profondo di comunicare, la sua opera  è anche un’interrogazione sulla funzione ed il senso della comunicazione

Così, i suoi saggi (Pyrrhus e Cinéas, 1944; Per una morale dell’ambiguità, 1947; L’America  giorno per giorno, 1948; L’esistenzialismo e la saggezza delle nazioni, 1948; Privilegi, 1955; La lunga marcia, 1957; Djamila Boupacha, in collaborazione con Gisèle Halimi; A conti fatti, 1972; Bisogna bruciare Sade?, 1972) abbracciano temi diversi. 

Quest’opera - postulata dal fatto che l’esistenzialismo, negando  l’esistenza di un uomo universale ed assoluto  e mirando alla molteplicità delle esperienze umane -, è destinata a prendere corpo in una letteratura autentica che «supera la separazione (degli esseri) affermandola».

Simone de Beauvoir intenterà una critica mordace al ruolo tradizionalmente assegnato alla donna (Una donna spezzata, 1967; Il  secondo sesso, 1949) o alla Terza età (1970), moltiplicando gli esempi concreti, presi in prestito tanto dalla sua vita che dalla letteratura di tutti i tempi,  purché atti a dirci qualcosa  sull’esperienza  propria di ciascuno, in una situazione data

Una stessa volontà di radicare pensiero e progetti nel vissuto anima la sua impresa autobiografica, allo stesso tempo tentativo d’interpretazione di un’esistenza e testimonianza del suo impegno. 

L’azione - incessante compimento del proprio progetto intellettuale -, come anche l’esperienza del fallimento e la presenza della morte (L’ospite; Una morte  dolcissima) accrescono la presa di coscienza della nostra  finitezza dalla quale  sorge il movimento verso l’altro

L’impegno politico – lotta  per la liberazione della donna, sostegno ai popoli colonizzati, attività rivoluzionaria - non risponde, nella sua intimità di pensiero, ad un imperativo ideologico; è piuttosto la misura della libertà come anche l’atto con il quale, proiettandoci nel mondo, ci si situa e si situa gli altri nel mondo.

Simone de Beauvoir si è infine cimentata col teatro (Le bocche inutili, 1944); ma è probabilmente la sua autobiografia (Memorie di una ragazza perbene, 1958; L’età forte, 1960; La forza delle cose, 1963; A conti fatti, 1972) che perverrà ai posteri.

Non sappiamo quanto dell’opera di  un’intellettuale siffatta sia giunto o possa giungere alla giovane generazione del terzo millennio. Certo è che alle ragazze degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso la parola, il gesto, l’esempio di Simone de Beauvoir arrivavano con tutto il clamore e il fascino di un article de Paris, ed ebbero grande influenza sulla successiva elaborazione femminista compiuta dalle donne degli anni settanta. La "presenza"  e il discorso della de Beauvoir  fecero presa non solo  presso le intellettuali-donne che più si interessarono ai suoi libri, ma anche presso la massa delle ignare che, pur non sapendo cogliere le specifiche  articolazioni di quel  discorso, seppero tuttavia  avvantaggiarsi di quell’esempio, traducendolo negli atti concreti della vita di tutti i giorni. 

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dal 1 settembre 2003

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Nel 1949 esce "Il secondo sesso" che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo
Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi. In questo saggio l'autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con 'le ovaie e la matrice'. Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà. L'opera di respiro universale è diventata una tra le fondamentali del Novecento. 

La malattia e la morte della madre
Questo è ciò che registra la scrittrice, in un diario che copre un mese di realtà ospedaliera. 
Con l'avanzare del male, il mondo esterno perde sempre più consistenza, fino a scomparire. Rimane solo la camera d'ospedale in cui tre donne, la madre e le figlie, continuano a combattere una guerra che è impossibile vincere. In questo microcosmo che attende l'imminente catastrofe, Simon de Beauvoir descrive anche altri personaggi: medici, preoccupati di sperimentare sulla paziente la loro scienza; infermiere, impassibili nella sicurezza dei loro gesti professionali e le ombre della vita già trascorsa, delle occasioni perdute, di una borghese vicenda matrimoniale vissuta dalla madre come una grande avventura. 

JOSYANE SAVIGNEAU 
Le 23 Février 1990




[...] Simone de Beauvoir, «la più eminente femminista del ventesimo secolo», questa gran virtuosa dell’esistenzialismo, dall’aspetto marmoreo, il volto e lo sguardo astratto che ha sprazzi di pietra, amante e musa impegnata ad aiutare il filosofo a «preparare l’avvenire». [...]

 «Le femministe l’hanno scelta come vacca sacra - nota acida Antoinette Fouque fondatrice dello storico MLF - ma se “essere donna vuol dire essere un uomo come un altro” come pretendeva lei, allora non siamo femministe! La Beauvoir è il pensiero liberal-libertino, logico che oggi sia di moda».

E significativo che i più succosi sottintesi, le accuse più impegnative arrivino dall’estero, come se la Francia avesse pudore a incrinare il mito del periodo in cui la sublime coppia dominava e fulminava dai tavolini del café Flore e Parigi era, forse per l’ultima volta, capitale del mondo. 

[...] Simone de Beauvoir non si distinse certo nel resistere, non vi patì certo i sudori del Getsemani: anzi, trascorre quegli anni ingrati tra il café de Flore a comporre il suo primo romanzo “L’invitée”, le vacanze sciistiche a Morgine e «fiestas» molto alcoliche. 

[...] 
A spalancare poi il tema della complicata relazione sentimentale con Sartre è il libro Tête-à-tête dell’americana Hazel Rowley. Non da certo scandalo il patto amoroso tra i due, che prevedeva una coproduzione dei piaceri, con «un amore necessario» e culturalmente proficuo, il loro, e «gli amori contingenti» che spesso furono comuni e per lei annoverarono Arthur Koestler e Nelson Algren

Si presta semmai nuova attenzione alla sorte di questi amanti «contingenti» considerati come semplici tasselli della costruzione di un destino letterario e filosofico.
La studiosa americana ne svela il triste ruolo di marionette, manipolate dalla Beauvoir, utilizzate per mantenere desto il rapporto con Sartre, l’unico che contasse davvero. Alcuni, tra i più ferocemente «contingenti», precipitarono in buie depressioni. Lei scrisse, implacabile: «C‘è un problema che noi abbiamo sempre accuratamente evitato: come la terza persona si sarebbe sistemata nei nostri accordi..
Domenico Quirico per “La Stampa”

http://lafrusta.homestead.com/pro_beauvoir.html




Simone de Beauvoir.
Inizia a insegnare nel 1930, prima a Marsiglia, poi a Rouen, infine a Parigi, dove chiuderà la propria carriera di docente nel 1943, licenziata ed interdetta a vita dall'insegnamento per corruzione di minore, per una relazione lesbica con una delle sue studentesse.[5][6] La relazione risaliva al 1939, quando la de Beauvoir aveva circa 30 anni e l'amante, Nathalie Sorokin, 17 anni. I genitori della Sorokin denunciarono la scrittrice, che non subì processi penali in quanto l'età del consenso in Francia era (ed è) di quindici anni, ma in quanto insegnante subì un procedimento disciplinare che si concluse con l'espulsione dalla scuola e l'inibizione dall'attività.[7] Nel 1977 sottoscriverà assieme a Sartre, Michel Foucault, Jacques Derrida e Roland Barthes, una petizione indirizzata al Parlamento, chiedendo l'abrogazione di numerosi articoli di legge e la depenalizzazione di qualsiasi rapporto consenziente tra adulti e minori di quindici anni (la cosiddetta Pétitions françaises contre la majorité sexuelle).


Nel 1947 si reca negli Stati Uniti per una serie di conferenze e incontra lo scrittore Nelson Algren, con cui stabilisce un intenso rapporto d'amore. 

Compie altri viaggi significativi (Brasile, Cuba, Cina, Unione Sovietica) e ritorna molto spesso in Italia con Sartre. 

Dopo Il secondo sesso (1949), ormai famosa in tutto il mondo, Simone de Beauvoir, per le particolari posizioni assunte come scrittrice e come donna, è oggetto di grande ammirazione ma anche di aspre polemiche. Allo scoppio della guerra di liberazione algerina, prende posizione a favore di questa lotta, cosa che renderà il suo isolamento ancora più pesante.

Simone de Beauvoir è considerata la madre del movimento femminista, nato in occasione della contestazione studentesca del maggio 1968, che seguirà con partecipazione e simpatia.

Gli anni settanta la vedono fervidamente in prima linea in varie cause: la dissidenza sovietica, il conflitto arabo-israeliano, l'aborto, il Cile, la donna (è presidentessa dell'associazione Choisir e della Lega dei diritti della donna).

Nell'ultimo periodo della sua vita, Simone de Beauvoir affronta con coraggio un altro problema sociale, quello della vecchiaia, cui dedica un importante saggio, La terza età (1970).

Nel 1981, in seguito alla morte di Sartre, scrisse La cerimonia degli addii (La Cérémonie des adieux), cronaca degli ultimi anni del celebre pensatore.

Lei stessa si descrisse così:
« Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un'eccentrica. [...] Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel '45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale, ecc.
Con i tacchi bassi, i capelli tirati, somiglio ad una patronessa, ad un'istitutrice (nel senso peggiorativo che la destra dà a questa parola), ad un caposquadra dei boy-scout. Passo la mia esistenza fra i libri o a tavolino, tutto cervello. [...] Nulla impedisce di conciliare i due ritratti. [...] L'essenziale è presentarmi come un'anormale. [...]
Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. È una vita che ne vale un'altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente. »
(S. de Beauvoir, La forza delle cose, pag. 614)


Una vita in due [ wikitesto]
Simone de Beauvoir morì il 14 aprile 1986 e venne seppellita nel cimitero di Montparnasse di Parigi accanto al suo compagno di vita Jean-Paul Sartre, morto sei anni prima, il 15 aprile 1980. Radicalmente atea come Sartre, ne La Cérémonie des Adieux aveva scritto a riguardo della morte di colui col quale aveva condiviso gran parte della sua esistenza e delle sue idee: 

«La sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così; è già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo».[8] Molti studiosi si sono interrogati circa il tipo di amore che legasse Jean-Paul a Simone e molte sono state le risposte. Ciò che emerge è soprattutto una grande e reciproca stima intellettuale. Durante il loro lungo sodalizio entrambi hanno comunque avuto costanti rapporti "extraconiugali" in base a un comune accordo, talvolta anche condividendo la stessa amante.[6]

L'invitata (1943) è il primo romanzo pubblicato da Simone de Beauvoir, quello che la rivelò come scrittrice. Vi è affrontato con coraggio un tema difficile: l'inserimento nell'ambito di una coppia di un terzo personaggio, che ne muta l'intero equilibrio, costringendo ognuno a svelarsi sotto lo sguardo dell'Altro

La tematica della responsabilità ritorna nel suo secondo romanzo, Il sangue degli altri (1945): durante la seconda guerra mondiale, nella Francia occupata, coloro che si erano accostati alla Resistenza si erano trovati di fronte a una duplice assunzione di responsabilità: quella di lottare contro l'oppressione nazista e quella di spingere gli altri (spesso le persone più care) a rischiare la vita. Di fronte allo strazio di queste morti, Simone de Beauvoir riafferma che non c'era altra via possibile, e che ognuno è sempre responsabile in prima persona delle proprie scelte, della propria libertà.

Dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, pubblica Il secondo sesso (1949), un saggio fondamentale che da un lato fa il punto sulle conoscenze biologiche, psicoanalitiche, storiche, antropologiche esistenti sulla donna, e dall'altro apre la strada a quella discussione radicale sulla condizione femminile che avrebbe caratterizzato i decenni successivi. [...]

Il pensiero di Simone de Beauvoir si forma in comunione con quello di Sartre e con il suo esistenzialismo: i due scrittori sono soliti discutere le loro idee così come i loro scritti, e tengono in massima considerazione la reciproca critica. 

Le opere della scrittrice sono densamente intessute di considerazioni filosofiche ed esistenzialiste comunque personali, rivolte in modo particolare ad approfondire il tema del ruolo e della condizione della donna nella società moderna.

https://it.wikipedia.org/wiki/Simone_de_Beauvoir


L'invitata (L'Invitée).
L'invitata (L'Invitée) è un romanzo di Simone de Beauvoir del 1943. 
Il romanzo è una narrazione fittizia della relazione della scrittrice e del compagno Jean-Paul Sartre con Olga e Wanda Kosakiewicz.
Ambientato a Parigi alla vigilia e durante la seconda guerra mondiale, il romanzo ruota attorno a Françoise, la cui relazione aperta col compagno Pierre diventa tesa quando formano un ménage à trois con l'amica più giovane Xaviere. Il romanzo esplora diversi concetti dell'esistenzialismo come libertà, rabbia e l'altro.


Una donna spezzata.
Una donna spezzata è una raccolta di racconti del 1967 di Simone de Beauvoir.
Dal primo racconto omonimamente intitolato la RAI ha tratto uno sceneggiato, trasmesso nel 1989.

Trama
Il libro è diviso in tre parti, tre racconti aventi ognuno per protagonista una donna: 
una casalinga, una celebre studiosa di letteratura francese, una madre abbandonata
Ognuna arrivata ad un punto di crisi e di svolta della propria vita.

Nel primo racconto, Una donna spezzata, la casalinga Monique scopre che il marito ha un'altra relazione. Nonostante ciò faccia vacillare tutto ciò in cui aveva creduto fino ad alst'infatuazione possa avere un seguito. Tra alti e bassi però il legame del marito con la rivale sembra rafforzarsi e ogni sua azione sembra peggiorare la situazione. Sola, demotivata e invecchiata, arriverà a doversi reinventare un futuro di cui ignora gli sviluppi.

Nel secondo racconto, L'Età della discrezione, una scrittrice di sinistra vive col marito ormai in terza età una tranquilla esistenza, finché si scontra con l'amato figlio che sembra tradire i valori con cui era stato educato. La sua intransigenza, l'insuccesso del suo ultimo libro e l'età ormai avanzata la mettono in crisi, facendo cadere le certezze fino ad allora così radicate.

Il terzo racconto, Monologo, è il monologo di una donna insoddisfatta della propria vita: infastidita dal chiasso durante la notte di Capodanno, inizia a confidare le sue insoddisfazioni e amarezze: si scopre gradualmente che sua figlia si è suicidata, che le è stata tolta la custodia del figlio, che i suoi "ex" si rifiutano di ascoltarla e che il rapporto con la madre è oramai inesistente.




Il secondo sesso
Titolo originale: Le Deuxième Sexe
Le deuxième sexe.jpg
Autore Simone de Beauvoir
1ª ed. originale 1949
Genere saggio
Lingua originale francese
« La donna? è semplicissimo - dice chi ama le formule semplici: è una matrice, un'ovaia; è una femmina: ciò basta a definirla. In bocca all'uomo, la parola "femmina" suona come un insulto; eppure l'uomo non si vergogna della propria animalità, anzi è orgoglioso se si dice di lui: "È un maschio![1] »

Il secondo sesso (Le Deuxième Sexe) è un saggio della scrittrice francese Simone de Beauvoir pubblicato a Parigi nel 1949 (Gallimard editore) e in Italia, dalla casa editrice il Saggiatore, nel 1961. È una delle opere più celebri e più importanti per il movimento femminista e, ai giorni nostri, è spesso citata come riferimento nei discorsi femministi.

Il saggio, che è impostato con il linguaggio e la tecnica della filosofia esistenzialista, suscitò molto interesse in Francia come in Italia per il rigore con il quale l'autrice riuscì a costruire il discorso sul suo stesso sesso.

Per quanto riguarda l'accoglienza della critica verso quest'opera, si può fare riferimento a Il Secondo Sesso di Simone de Beauvoir, testi raccolti e presentati da Ingrid Galster (Presses de l'Université Paris-Sorbonne, 2004), dove sono presentati, fra l'altro, gli articoli contraddittori di Armand Hoog e Francine Bloch apparsi su La Nef.

Contenuti.
Il libro, che si apre con un capitolo di introduzione e uno di conclusione, è diviso in tre parti: Destino, Storia, Miti.

La donna viene vista dall'autrice attraverso i dati della biologia, il punto di vista psicanalitico e quello del materialismo storico.

Dapprima ella è analizzata dall'esterno e in particolare dall'uomo e ne viene messa in rilievo la condizione subordinata che le è stata attribuita e in seguito viene studiata in ogni fase della sua vita, dall'infanzia all'iniziazione sessuale, dalla maturità alla vecchiaia.

Ne vengono descritti i comportamenti e le varie situazioni, come sposa, madre, prostituta, lesbica, narcisista, innamorata, mistica.

Simone de Beauvoir parla di tutte le circostanze che portano a credere all'inferiorità delle donne e degli effetti che questo ha sulla loro scelta di sposarsi e di abbandonare la propria carriera.

Inoltre, spiega che, in un mondo in cui i due sessi fossero uguali, entrambi sarebbero più liberi: infatti se l'uomo desse alla donna la possibilità di avere una carriera significativa, lei si focalizzerebbe meno su di lui e potrebbe essere più indipendente.

L'autrice interroga poi gli studiosi più credibili senza distinzione di sesso, dai medici agli psicologi, dai romanzieri agli scrittori e al tempo stesso invita le donne a raccontare le loro esperienze sia d'amore sia di altro. Beauvoir sostiene che è necessario che la donna venga integrata nella società con gli stessi diritti e doveri dell'uomo e pertanto con tutte le conquiste che ne derivano, dalla uguaglianza del salario, alla possibilità del controllo delle nascite. all'aborto in termini legali e a tutti quei riconoscimenti civili, politici e giuridici che possiedono gli uomini.

https://it.wikipedia.org/wiki/Il_secondo_sesso




mercoledì 3 maggio 2017

Tolleranza è un termine relativo alla capacità di sopportare, senza esserne danneggiati, qualcosa che di per sé potrebbe essere spiacevole o dannosa

« Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo.[1] »

Tolleranza è un termine relativo alla capacità di sopportare, senza esserne danneggiati, qualcosa che di per sé potrebbe essere spiacevole o dannosa[2].

In senso sociologico la tolleranza si manifesta in chi, teoricamente e praticamente, mostra rispetto nei confronti di coloro che pensano e agiscono credendo in diversi principi relativi alla religione, alla politica, all'etica, alla scienza, all'arte e alla letteratura.[3]

La tolleranza non può essere definita in senso positivo come una virtù poiché riguarda una negatività che viene sopportata per una serie di motivi che escludono un'accettazione piena e senza condizioni di ciò che viene tollerato:
« La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.[4] »

Tuttavia la tolleranza esprime una funzione positiva nel senso che fa apparire una diversità di opinioni che dal confronto dialettico possono procurare una più ampia verità.

Voltaire, l'autore del Trattato sulla tolleranza (1763)
Indice  [nascondi] 
1 Origini del principio di tolleranza
2 La storia e la teorizzazione del principio di tolleranza
3 Il paradosso della tolleranza [15]


Origini del principio di tolleranza.
Nelle religioni politeistiche antiche non esisteva il principio di tolleranza poiché la moltitudine degli dei escludeva che vi fossero divinità vere e uniche ed era quindi naturale praticare la libertà religiosa ma, poiché la religione era intesa spesso come fattore di unificazione sociale, veniva condannata l'empietà intesa come attentato all'ordine sociale come accadde per Socrate accusato di non credere agli dei tradizionali della città e quindi condannato per "ateismo".[5] 

La tolleranza venne affermata con forza dallo stoicismo che la fondò sul cosmopolitismo e su un "diritto naturale" appartenente a tutte le genti: Seneca riprese questi principi che, tramite una presunta sua corrispondenza con Paolo di Tarso, passarono al cristianesimo [6]


Nel Medioevo Tommaso d'Aquino sosteneva che si potevano tollerare le differenze di culto fra cristiani, ebrei e musulmani, rifacendosi alla dottrina di Agostino d'Ippona che dichiarava che la fede è opera della Grazia divina e non può quindi essere imposta dagli uomini.[7]. Il Medio Evo, del resto, tendeva a valorizzare le differenze, come si vede anche dalla lettera che Stefano d'Ungheria (santo per la Chiesa cattolica) scrive al figlio, in cui gli dice: "Un regno che abbia una sola lingua e una sola consuetudine di condotta è infermo e fragile"[8].

Nel XIII secolo, in Spagna risalta la figura del re Ferdinando III di Castiglia, detto il Santo, noto come il re delle tre religioni, per la convivenza tra cristiani, ebrei e musulmani, durante il suo regno.
Dante Alighieri si dibatté sul problema della salvezza dei pagani tra l'affermazione che extra Ecclesia nulla salus e l'apologo, ripreso anche da Giovanni Boccaccio, della "fiaba delle tre anella",[9]. che si rifaceva a quel principio di tolleranza che sarà poi teorizzato dall'Illuminismo che prenderà a modello esemplare «...la figura storica e nello sviluppo leggendario di Yussuf ibn Ayyub Salah al-Din (Saladino), il principe curdo divenuto sultano di Siria e d'Egitto nell'ultimo quarto del 12° sec. e nella letteratura occidentale del Duecento passato, dall'iniziale ruolo di crudele «nemico della croce» (è a lui che si deve la cacciata dei crociati da Gerusalemme, nel 1187) a quello di specchio e modello delle virtù cavalleresche...[espresse nella "cortesia" occidentale]». Il Saladino viene mostrato infatti come l'«eroe della tolleranza nel dramma di G.E. Lessing "Nathan der Weise", scritto nel 1779, in cui si riprende appunto la narrazione delle "tre anella".»[10]

Si cominciò a dibattere sulla tolleranza nel XVI secolo in quegli Stati, come Francia, Inghilterra e Boemia, dove si verificarono cambiamenti religiosi dovuti anche all'indebolirsi di quel fattore unificatore che era stato il potere imperiale in difficoltà ora nel reprimere la diffusione di confessioni religiose, come ad esempio la Riforma, diverse dal cattolicesimo.

La tolleranza dunque nasce nell'ambito religioso come la posizione di coloro che sostengono sia meglio astenersi dal perseguitare le nuove idee religiose che, se represse, potrebbero generare problemi maggiori. È meglio scegliere di tollerare, considerato come il minore dei mali come già in passato aveva sostenuto Marsilio da Padova (1275-1343) che negava ogni validità a un'imposizione con la forza della fede religiosa poiché della legge divina unico giudice è Dio e riconosceva nel suo Defensor pacis che anche nelle diverse religioni possano sussistere principi validi moralmente.
Sulle posizioni di Marsilio sembra essere Martin Lutero (1483-1546) che si oppone a che gli eretici siano condannati al rogo poiché la violenza non può essere strumento di fede. Una concezione questa però negata dallo stesso riformatore che in occasione della guerra dei contadini (1525), scatenata dal predicatore Thomas Müntzer, auspica per i rivoltosi la pena di morte per mano del potere politico concepito come espressione della volontà di Dio nella repressione del male:
« Essi hanno provocato ribellione, hanno rapinato e saccheggiato con grande scelleratezza conventi e castelli che non appartenevano loro, meritandosi così senza alcun dubbio la morte del corpo e dell'anima, perché banditi di strada e assassini.[11] »

Miguel Serveto

Calvino (1509-1564) cadrà nella stessa contraddizione quando si scaglierà contro le posizioni intransigenti della Chiesa cattolica ma poi egli stesso nel 1553 condannò e fece bruciare Michele Serveto, medico spagnolo sostenitore dell'antitrinitarismo che si era rifugiato a Ginevra per scampare all'Inquisizione cattolica.

A Calvino che giustificava la sua intransigenza nel suo testo Defensio orthodoxae fidei affermando che non si poteva essere tolleranti nei confronti di chi bestemmiava Dio, il savoiardo Sébastien Castellion (1515-1563) dopo aver difeso la libertà e la tolleranza religiosa nell'opera "De hereticis an sint persequendi" (Se gli eretici debbano essere perseguitati), scriveva nell'opuscolo Contro il libello di Calvino a proposito della condanna al rogo di Serveto:
« Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo. Quando i ginevrini hanno ucciso Serveto non hanno difeso una dottrina, hanno ucciso un uomo. Non spetta al magistrato difendere una dottrina. Che ha in comune la spada con la dottrina? Se Serveto avesse voluto uccidere Calvino, il magistrato avrebbe fatto bene a difendere Calvino. Ma poiché Serveto aveva combattuto con scritti e con ragioni, con ragioni e con scritti bisognava refutarlo. Non si dimostra la propria fede bruciando un uomo, ma facendosi bruciare per essa[12] »

La storia e la teorizzazione del principio di tolleranza.
« Si sbaglierebbe se si cercasse di definire l'idea di tolleranza alla luce esclusiva della ragione: anzi, essa è [...] sostanziata di elementi desunti dall'esperienza, secondo un connotato tipico del pensiero scientifico occidentale moderno che non si appaga di definizioni teoriche ma ne esige la verifica di «laboratorio». E il «laboratorio» nel quale andò maturando [...] fu [quello] dei campi di battaglia e delle stragi, della barbarie, della desolazione del «secolo di ferro» aperto con la Riforma luterana e conclusosi con le paci del 1648-59, alla fine della guerra dei Trent'anni. Fu non tanto dalla comoda e serena prospettiva delle biblioteche in cui lavoravano e discutevano i dotti, ma dalla carne e dal sangue di un'Europa dilaniata ed esausta che scaturì con prepotenza l'ideale della tolleranza[10] »

Le devastazioni delle guerre di religione fecero maturare la mutua inter christianos tolerantia[13] attraverso una serie di tregue che non portarono alla reciproca tolleranza ma che facevano sperare in una definitiva pace religiosa.

La Pace di Augusta (1555) trasferiva dall'imperatore ai principi il diritto di riconoscere la confessione religiosa dei loro sudditi; ai dissidenti rimaneva solo la possibilità di emigrare là dove la loro religione era tollerata.

L'Editto di Nantes del 1598 garantiva ai nobili calvinisti il rispetto delle loro libertà ma l'esigenza dell'unità religiosa farà abbattere da Richelieu ogni presidio militare a garanzia della tolleranza pur mantenendo i diritti religiosi e civili degli ugonotti. L'editto sarà poi definitivamente abrogato da Luigi XIV di Francia (1685) in nome del principio monarchico-assolutistico.

Nel principato di Transilvania la Dieta di Turda (1568) assicurò ampia tolleranza alle diverse confessioni religiose e altrettanto avvenne in Polonia con la dieta di Varsavia (1573).

Sul finire del secolo mentre i gesuiti diventavano protagonisti di una restaurazione religiosa nell'Europa centro-orientale[14] Jean Bodin (1530-1596) avanzava la tesi che sosteneva che era dovere dello Stato rimanere estraneo ai conflitti religiosi e proponeva la tolleranza verso i riformati in cambio dell'obbedienza civile.

Baruch Spinoza nel suo Tractatus teologico-politicus nel 1670 faceva discendere il principio di tolleranza dalla libertà di pensiero e il potere dello Stato, che non poteva reprimere la coscienza interiore degli uomini, andava limitato alle cose e azioni esterne.

Nel 1689 John Locke, nella Epistola sulla tolleranza affermava che le credenze religiose non erano dipendenti dalla volontà degli individui e quindi non potevano essere imposte dalla legge civile che non può intervenire nei confronti di quelle società private che sono le singole Chiese nelle quali liberamente si entra e si esce a seconda della propria volontà. Le Chiese, prive di ogni potere politico divenivano quindi strumento di concordia civile tranne il cattolicesimo, che andava vietato poiché obbediva a un'autorità, quella papale, esterna a quella dello Stato.

Nel '700 illuminista il principio di tolleranza troverà una conclusiva definizione nel Traité sur la tolérance (1763) di Voltaire e la sua pratica attuazione nella Costituzione degli Stati Uniti d'America (1791) a cui seguiranno la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino il 26 agosto (1789), il Protocollo finale del Congresso di Vienna (1815); con il primo riferimento anche alla difesa delle minoranze etniche), il Trattato di Berlino del 1878, i Quattordici punti di Thomas Woodrow Wilson (1918), il Patto della Società delle Nazioni (1920), lo Statuto delle Nazioni Unite (1945), Dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo (1981), Carta di Algeri: Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (1976) ed altre solenni dichiarazioni.

Il paradosso della tolleranza.
Si può ancora sostenere la tolleranza quando degli atti terroristici causano centinaia di morti? Possiamo concedere la libertà a persone che non sono disposte a condividere i nostri valori fondamentali? Tollerare vuol dire anche porre dei limiti.

I numerosi attentati terroristici di matrice islamica che hanno colpito mezza Europa (Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, ecc.) hanno creato un clima di paura, insicurezza, diffidenza in tutta la popolazione. Questo è comprensibile. Gli assassini di domani vivono in mezzo a noi. Gli assassini di oggi prima di passare all’azione hanno vissuto per anni nelle nostre città senza farsi notare. Noi non sappiamo se il prossimo attentato non viene programmato proprio da un nostro vicino, o se il prossimo massacro non coinvolgerà pure noi. Gli attentatori colpiscono la nostra società nel suo punto più debole; la loro violenza è rivolta contro quello che per l’occidente è di centrale importanza: la libertà, la democrazia, l’uguaglianza dei diritti, la tolleranza. Il trionfo dei terroristi sarebbe riuscire a screditare questi valori. La loro vittoria ci sarebbe quando noi, per combattere loro, tradissimo proprio questi valori fondamentali. In effetti noi dobbiamo difendere il nostro ordine sociale ma non dobbiamo rinunciare alle conquiste che hanno portato alla nostra società liberale. Questo dilemma ci porta inevitabilmente al concetto di tolleranza.
La tolleranza attualmente è sotto pressione. Le istanze per una “fine della sopportazione” diventano sempre più insistenti; e non sono del tutto infondate. Ma si può essere tolleranti verso persone che non sono disposte a fare un passo indietro relativamente a questioni che la loro cultura e convinzioni religiose considerano colpevoli? Si può chiedere tolleranza quando delle persone in nome di Allah si dichiarano apertamente nemiche della democrazia e nel contempo rivendicano diritto a libertà che esse stesse poi negano ad altri? Naturalmente non ognuno che abbia un concetto diverso dei valori che regolano la società può essere considerato un nemico. Gli attentati subiti in Europa non potrebbero forse anche essere la conseguenza di un atteggiamento troppo morbido nei confronti di persone che usano in modo indebito le aperture della nostra società? Cosa può tollerare una società che si considera “aperta”?
I problemi si incontrano e si misurano nella vita di tutti i giorni. Dobbiamo vietare il velo integrale? Possiamo permettere la creazione di società religiose parallele? Deve intervenire lo Stato nei confronti di un disegnatore quando questi pubblica caricature anti-islamiche? Come dobbiamo comportarci nei confronti di genitori che vietano alle loro figlie di stringere la mano all’insegnante o di partecipare a corsi di nuoto o di ginnastica? “Non possiamo vietare tutto quello che noi rifiutiamo” ha affermato il ministro degli interni tedesco De Maizière; ed ha perfettamente ragione. Come cittadini di una società aperta dobbiamo accettare che altre persone facciano o dicano cose che ci disturbano. E che qualcosa corrisponda alle nostre convinzioni o alle aspettative della maggioranza della popolazione, questo non può né deve essere determinante perché essa venga tollerata o meno. Dobbiamo anche accettare il fatto che qualche volta i nostri sentimenti vengano feriti, e che lo Stato non intervenga per difenderli (per esempio nella satira di critica religiosa). Questa è la conseguenza di una cultura che garantisce la libertà di opinione e di parola, anche lì dove essa può far male. Ma dove passa la linea di demarcazione? Del tutto netta essa non è, eccetto quando vengono violate delle leggi.
Determinante è che la tolleranza funziona solo lì dove essa è reciproca. Però essa non consiste semplicemente nel lasciar fare. La società difende le libertà di ogni cittadino, ma pretende anche che ciascuno di essi le riconosca in egual modo agli altri. E questo indipendentemente dal fatto se gli vada a genio o meno quello che fa il suo vicino. Io posso tollerare solo quello che rifiuto ma che sono disposto a sopportare. Tolleranza non vuol dire che io abbia un atteggiamento positivo o anche indifferente verso un fenomeno o una persona: io posso anche combattere quello che tollero. Ma nonostante questo posso protestare quando questo venisse vietato.
Tollerare significa sopportare, e precisamente qualcosa che va contro le proprie convinzioni. Questo è possibile solo in una società che ammette il confronto fra diverse posizioni ed opinioni. La tolleranza necessita di un contrasto, di un dibattito fecondo. Chi non è disposto a tollerare che le sue convinzioni vengano messe in discussione non ha diritto a rivendicare alcuna tolleranza. A questo ha fatto riferimento Karl Popper quando, dopo l’esperienza del fascismo, rammentò l’inevitabile paradosso della tolleranza nella società: che non appena vengono tollerate persone intolleranti, o presto o tardi i tolleranti finiscono. Tolleranza senza limiti porta alla scomparsa della tolleranza. Perché l’intolleranza, per sua natura, tende a sopraffare la tolleranza e ad eliminarla.
La tolleranza non è una ricetta sicura per la pace sociale. Essa è altra cosa che il rispetto. Goethe nelle sue “Massime e riflessioni” scrisse che “La tolleranza, in vero, dovrebbe essere soltanto un modo transitorio. Essa deve portare all’accettazione. Sopportare vuol dire offendere”. Non è neppure un guanciale su cui poter riposare, ma richiede continua vigilanza, da entrambe le parti. La vera tolleranza non scaturisce da una società esitante e insicura, né dalla speranza in un mondo sano, ma da una obiettiva valutazione della realtà. Essa può portare al riconoscimento o al divieto di un gruppo politico o religioso. Chi auspica la fine della tolleranza è in errore. Con i tempi che corrono dobbiamo usare maggiormente la tolleranza che la sopportazione. Essa ci richiede che garantiamo e ci impegniamo per le nostre convinzioni e imponiamo le regole della convivenza. Una tolleranza male intesa è quella che crede che dobbiamo accettare tutto semplicemente perché è altro e straniero. Possiamo essere tolleranti solo fin dove siamo disposti a difendere le nostre posizioni. E sopportare vuol dire anche porre dei limiti.

Note
1^ Questa frase, spesso attribuita a Voltaire, in realtà è opera di Evelyn Beatrice Hall autrice britannica, sotto lo pseudonimo di "S. G. Tallentyre", di una biografia del filosofo intitolata The Friends of Voltaire.
2^ Dizionario Treccani alla voce corrispondente
3^ Ove non indicato diversamente, le informazioni contenute nella voce hanno come fonte Nunzio Angiolilli, Dall'intolleranza religiosa alla tolleranza
4^ Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, a cura di Dario Antiseri, traduzione di Renato Pavetto, Armando Editore, Roma, 1974
5^ A. Pincherle, "Intolleranza", Enciclopedia Italiana Treccani (1933)
6^ Franco Cardini, Intolleranza/tolleranza, Dizionario di storia Treccani (2011)
7^ Margherita Zizi, Tolleranza, Enciclopedia Italiana Treccani (2006)
8^ Stefano d'Ungheria, Esortazioni al figlio. Leggi e decreti, Città Nuova, Roma 2001, pag. 61.


https://it.wikipedia.org/wiki/Tolleranza

venerdì 28 aprile 2017

LE ARMI NON CONVENZIONALI: L’UOMO VERSO L’AUTODISTRUZIONE di RENZO PATERNOSTER

LE ARMI NON CONVENZIONALI:
L’UOMO VERSO L’AUTODISTRUZIONE
di RENZO PATERNOSTER

La guerra non si fa con il veleno, dicevano i giuristi romani.
Ma la guerra si fa per vincere e quindi ogni arma diventa “lecita” purché conduca alla vittoria.

Plus est hominem extinguere veneno, quam occidere gladio - è più grave uccidere un uomo con il veleno che con la spada - recita un’antica legge romana promulgata dall’imperatore Antonino Pio. Ancor prima, alcuni millenni prima della nascita di Cristo, due testi politico-religiosi dell’antica India, quali il Mahabarata e il Ramayana, consideravano l’utilizzo di qualsiasi arma “non convenzionale” un’offesa al corpo ed all’anima dell’uomo.
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Nikola Tesla
Ricordiamo che il termine “veleno”, proviene dal latino venenu(m) – termine connesso a Venus, Venere. In origine era ogni materia, specialmente liquida, capace per la sua forza penetrante di mutare la proprietà naturale di una cosa, un filtro quindi. La storia è piena di questi “filtri”: chi non ricorda il curaro dei popoli dell'Amazzonia, la potente cicuta (di cui morìrono Socrate e Annibale), i funghi velenosi (con cui Agrippina si liberò di Claudio), oppure la famigerata "Cantarella" dei Borgia ("Una polvere bianca, pressoché simile allo zucchero", come la descriveva all’epoca Paolo Giovio).
Per non dire dell’“l’Acqua Tofana” della cortigiana palermitana del Seicento Giulia Tofana, “l’Acquetta di Perugia" (ottenuta dalla carcassa di un maiale impregnata di arsenico), o la cosiddetta "Acqua di Napoli" (composta di una soluzione di anidride arseniosa addizionata con un alcoolato di cantaridina), il solfuro di arsenico cosparso sulle pagine di un misterioso manoscritto nel romanzo “Il nome della Rosa”, l’arsenico con cui probabilmente morì papa Clemente XIV, o la leggenda dell'uccisione di Lenin da parte di Stalin con un berretto intriso di veleno, il Polonio 210 con il quale è stato avvelenato l’ex spia del KGB Aleksandr Litvinenko e, perché no, anche la morte di papa Giovanni Paolo I, probabilmente avvelenato con chissà quale potente “filtro”. Il veleno non è solo utilizzato per risolvere “definitivamente” affari privati, esso da sempre è considerato l’arma alternativa ideale per stanare i nemici durante le guerre, perché capace di superare qualsiasi forma di fortificazione militare.

L’uso di alcune armi “non convenzionali”, infatti, si perde nella notte dei tempi. Le armi chimiche e biologiche hanno da sempre appassionato i maestri di guerra e gli assassini fin dagli inizi della nostra storia, quando gli stregoni cercavano di avvelenare il nemico.

Possiamo far partire la nostra ricostruzione storica con un mito dell’antichità: Ercole, l’eroe mitologico impegnato nelle sue “dodici fatiche”. In una di queste, precisamente la seconda prova, Ercole doveva uccidere l’Idra di Lerna, terribile serpente a nove teste, di cui una immortale, ognuna delle quali, se amputata, rinasceva. L'Idra viveva nella palude di Lerna, nei pressi di Argo, dove faceva strage d’uomini e animali appestando l'aria col suo fiato mortale. Per impedire che dal collo mozzo del mostro fosse rigenerata un'altra testa, Ercole bruciò la parte del collo amputata con del fuoco, seppellendo la testa immortale del terribile mostro sotto una roccia. Una volta ucciso il pericoloso mostro, Ercole intinse le punte delle sue frecce nel veleno contenuto nella testa immortale di Idra: in questo modo dal suo arco partivano armi in grado di infliggere ferite inguaribili.

Dalla mitologia passiamo alla storia. Nel IV secolo a.C. i Cinesi utilizzavano dei soffietti per diffondere fumo da fuochi accesi con vegetali tossici, nei tunnel scavati dagli assedianti. Restando sempre nell’antica Cina, alcuni scritti risalenti intorno al 1000 a.C. contengono centinaia di ricette per la produzione di gas velenosi od irritanti da usare in guerra ed in altre occasioni, tra cui la «nebbia cacciatrice di uomini» che conteneva arsenico, oppure fumi di calce finemente triturata da disperdere nell'aria. Anche gli Assiri, nel primo millennio a.C., non si sottraggono a questo tipo di guerra, utilizzando zolfo e petrolio durante le loro campagne di guerra.

Gli antichi Greci nel V secolo, come ci racconta Tucidide nel libro de “La Guerra del Peloponneso”, riferendosi al conflitto tra spartani e ateniesi, utilizzarono i fumi di legna impregnata di bitume e zolfo attraverso tubi di metallo per asfissiare i nemici. Si racconta anche che Solone usò radici di elleboro per avvelenare le acque della città di Cirrha durante un assedio nel 590 a.C.. Plutarco, nel I secolo a.C., parla di zolfo e calce viva fatti disperdere nell’aria da cavalli al galoppo. Tito Livio dà notizia dell’impiego, ancora da parte dei greci, di sostanze tossiche durante l’assedio di Ambracia.

Anche i Romani fecero ricorso a sostanze tossiche nella seconda metà del I secolo a.C. durante la guerra di Spagna, ma ebbero l’accortezza di dotarsi preventivamente di un 
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Aerei che spargono l'Agent Orange in Vietnam
indumento protettivo per il viso e le vie aeree (sistema precursore dell’odierna “maschera antigas”). 

Durante la più antica epoca dell’Impero romano l’untore per eccellenza fu senza ombra di dubbio Mitridate VI Eupatore (132-63 a.C.), re del Ponto, genitore del cosiddetto “Mitridatismo” (l’assuefazione, in pratica, all’azione di un veleno ottenuta con l’assunzione continua e prolungata di piccole dosi del veleno stesso). Grazie a Crateuas, suo – diremmo oggi – “consigliere scientifico”, Mitridate con una misteriosa pozione, la Triaca o Theriaca (Il nome deriva dal vocabolo greco "therion" usato per chiamare la vipera e o gli animali velenosi in genere), riusciva ad avvelenare i pozzi situati lungo i percorsi dei suoi nemici e, successivamente, a risanarli.

Lo stesso Mitridate, a sua volta, si rese immune da ogni tipo di sostanza tossica conosciuta, poiché ogni giorno Crateuas gli faceva ingerire piccole quantità d’ogni veleno per vaccinarsi

Spetta ad Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, il perfezionamento della ricetta del “Mitridato” al quale pensò di aggiungere la carne di vipera, sicuro che l'uso della "fiera velenosa", avrebbe accresciuto l'utilità, il vigore e le virtù sia del veleno sia dell'antidoto. Nasceva così la Teriaca Magna o Teriaca di Andromaco, un rimedio che avrà enorme fortuna e sarà impiegato fino a tutto il secolo XVIII e in qualche caso anche oltre. 

Nel Medioevo anche i Bizantini utilizzarono la loro arma non convenzionale, il famoso “Fuoco Greco”. Chiamato dai Bizantini "Fuoco liquido" o "marittimo", fu inventato dall'architetto siriano Callinico, ed era un miscuglio di stoppa, zolfo, resine, calce viva e nafta (ottenuta sfruttando i giacimenti di idrocarburi posti in territorio khazaro). Tale miscela, dopo essere stata accesa, era espulsa da particolari sifoni a pompa posti sulla prua dei dromoni (navi da guerra del periodo) o sulle mura delle città.

La tecnica non era molto diversa da quella dei moderni lanciafiamme. 
Quest’arma cominciò ad essere usata già a partire dal 672, ed ebbe un ruolo determinante nel neutralizzare i due grandi assedi arabi a Costantinopoli (674-8 e 717). 

Nella Cina medievale i mongoli utilizzarono gas velenosi nella battaglia di Legnica del 1241. 
Sempre nel Medioevo fu introdotta una forma di aggressione batteriologica rudimentale, utilizzando cadaveri in putrefazione o affetti da malattie mortali per avvelenare pozzi, sorgenti d’acqua ed intere fortezze

Un tipico esempio di questo primo elementare caso di “guerra biologica” è quello del 1347: truppe tartare di Janibeg Khan, impegnate nell'assedio del presidio genovese di Caffa sul Mar Nero, catapultarono all'interno della fortezza i cadaveri dei propri soldati contagiati dalle pulci dei ratti asiatici. Dalle navi dei genovesi in fuga il morbo della cosiddetta “peste nera” (o “peste bubbonica”) fu veicolato in tutta Europa, dove, in solo tre anni, morirono di “Morte Nera” circa venti milioni di persone. E’ questo il tipico esempio della pericolosità di queste armi che, sfuggendo a qualsiasi tipo di controllo e previsione, può provocare catastrofi anche dopo la fine del conflitto.

Il Rinascimento, con la nascita della chimica, segnò l'entrata sulla scena di nuovi veleni, in primo luogo l'Antimonio, scoperto da Basilio Valentino e tutta una serie di nitrati scoperti da Teofrasto Paracelo. 

Nel 1593, il napoletano Giambattista Della Porta trascrisse la ricetta di una pozione velenosa di sua invenzione: calce viva, vetro filato, Aconito, Arsenico giallo e mandorle amare con miele

Durante il Rinascimento si continuò a pensare all’utilizzo militare di armi chimiche. 

Leonardo da Vinci, in un suo studio, propose l'utilizzo di una polvere di solfuro d'arsenico e acetato di rame (verderame): «gettare veleno in forma di polvere sulle galee. Gesso, solfuro d'arsenico triturato, e verderame in polvere si possono lanciare sulle navi nemiche per mezzo di piccoli mangani, e tutti coloro che respirando inaleranno la polvere nei polmoni saranno asfissiati». 
Non si sa se questa polvere micidiale sia mai stata adoperata.

Nel XVII secolo, durante gli assedi del tempo, si cercò di provocare incendi attraverso il lancio di proiettili d’artiglieria riempiti di zolfo, sego, colofonia, trementina, salgemma, e/o antimonio. Nel 1672 durante l'assedio alla città di Groningen, il vescovo di Münster, Christoph Bernhard van Galen, ordinò di utilizzare diversi tipi di congegni esplosivi ed incendiari, alcuni dei quali riempiti con belladonna, studiati per emettere fumi tossici. L’utilizzo di queste armi non convenzionali preoccupò molto, tanto che un articolo del “Trattato di Strasburgo”, del 27 agosto 1675, francesi e tedeschi bandirono l'uso delle «perfide» trappole tossiche.

Anche la storia della colonialismo europeo è “infettata” di armi non convenzionali: 
nel 1763 in Nova Scotia, il governatore Sir Jeffrey Ambrest ordinò la distribuzione tra le tribù dei nativi d’America di coperte provenienti dagli ospedali britannici dove venivano ricoverati malati di vaiolo, allo scopo di diffondere tra le popolazioni indigene un’epidemia che, da li a poco, le avrebbe fatte definitivamente capitolare; pressappoco nello stesso periodo gli inglesi mandarono tra le tribù dei Maori, che popolavano allora la Nuova Zelanda, gruppi di prostitute infettate dalla sifilide, sterminando la popolazione che lasciò spazio ai coloni britannici.

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Antenne HAARP
Nel 1854, il chimico britannico Lyon Playfair propose un proiettile d'artiglieria caricato con cianuro da usarsi contro le navi nemiche per risolvere la situazione di stallo creatasi durante l'assedio di Sebastopoli. La proposta fu respinta dall'ammiraglio Thomas Cochrane della Royal Navy, mentre fu presa in considerazione dal Primo ministro, lord Palmerston, ma il British Ordnance Department respinse la proposta come «un modo pessimo di fare la guerra tanto quanto avvelenare i pozzi del nemico». 


Playfair con terrificante lucidità giustificò la sua idea così: 
«Si considera condotta di guerra legittima riempire proiettili con rottami di ferro che schizzano in tutte le direzioni e uccidono nelle maniere più spaventose. Perché un vapore velenoso che dovrebbe uccidere gli uomini senza sofferenze deve essere considerato invece illegittimo rimane incomprensibile. La guerra è distruzione, e quanto più distruttiva la si rende con le minori sofferenze, tanto prima terminerà quale barbaro metodo di proteggere gli interessi nazionali. Non c'è dubbio che col tempo la chimica verrà usata per alleviare le sofferenze dei combattenti, e anche dei criminali condannati a morte».

L’utilizzo di armi non convenzionali fu oggetto di ampio dibattito alla Conferenza de l’Aja del 1899. 
Fu proposto di proibire i proiettili riempiti di gas asfissianti e velenosi. Nonostante il solo voto contrario degli Stati Uniti, la proposta fu approvata e divenne operativa. Il rappresentante statunitense, il capitano di marina Alfred Thayer Mahan, giustificò il proprio voto col fatto che “l'inventiva degli americani non può essere limitata nello sviluppo di nuove armi”.

E’ il Novecento il secolo dello sviluppo e dell’impiego su vasta scala di armi non convenzionali. 
La ricerca è progredita maggiormente portando allo sviluppo di vari tipi di aggressivi chimici, tra cui il Cloro, l’Iprite, il Fosgene. Successivamente sono stati sviluppati nuovi aggressivi chimici come i gas nervini e i gas soffocanti, tra cui i cianuri ed i vescicanti. L’invenzione e l’utilizzo scellerato della “Bomba atomica” ha rappresentato la linea di partenza di una guerra sempre più barbara e criminale, tanto da arrivare, come vedremo, allo sviluppo nuovi micidiali aggressivi biologici come germi, virus, tossine e prioni.

Il Novecento è stato il secolo delle armi non convenzionali, del resto anche nell’apparizione di Fatima era stato predetto: «Satana riuscirà a sedurre gli spiriti dei grandi scienziati che inventano le armi, con le quali sarà possibile distruggere in pochi minuti gran parte dell’umanità. Egli avrà in potere i potenti che governano i popoli e li aizzerà a fabbricare enormi quantità di armi [....]» (dal terzo segreto di Fatima, 13 maggio 1917).

La Prima guerra mondiale s’inaugura con l’utilizzo da parte francese del gas lacrimogeno
Il primo impiego su vasta scala di armi non convenzionali avvenne proprio in occasione della Grande Guerra, nella seconda battaglia di Ypres (22 aprile 1915), quando i tedeschi attaccarono le truppe francesi, canadesi e algerine con il 2-cloroetil-solfuro, un gas dal colore giallo-verdastro altamente vescicante ed in grado di causare la morte nel giro di quattro ore. La strategia adottata dai tedeschi fu ben precisa: inizialmente era utilizzato del gas a base di arsenico, che penetrando nelle maschere antigas dei soldati li costringeva a toglierle per la forte irritazione, a questo punto i militari rimanevano esposti senza difese all’azione del gas a base di cloro. L’attacco chimico di Ypres costò la vita a cinquemila uomini (altri diecimila rimasero intossicati), non solo tra le truppe francesi, infatti, durante l’attacco, la nube gassosa giallastra, lanciata da bombole piazzate a terra fu spostata da un improvviso cambio di vento contro le stesse truppe tedesche che risultarono tra l’altro male attrezzate in termini di protezione antigas. Il nuovo strumento di morte prese da allora il nome di quella località: “Iprite”.

L’utilizzo bellico dell’Iprite, scoperta nel 1860 dal chimico inglese Guthrie, fu messo a punto dal premio nobel Franz Haber (scienziato che salì agli onori della gloria scientifica per la sintesi dell’ammoniaca). 

Sempre su questo fronte dell’Europa, un totale di oltre cinquantamila tonnellate di agenti polmonari, lacrimogeni e vescicanti furono impiegati dalle due parti, tra cui Iprite e Fosgene.
Proprio il Fosgene fu la seconda arma chimica utilizzata nella Grande Guerra. Verdun è rimasta tristemente nota alle cronache per l’utilizzo massiccio di quest’arma. Anche sul fronte italiano di Caporetto, nel 1917, migliaia di soldati italiani morirono colpiti da proiettili caricati con questo gas. La scoperta di questa sostanza tossica risale al 1812, per opera del chimico inglese John Davy. Il Fosgene è un gas altamente tossico, incolore, che presenta un fortissimo grado di tossicità, determinando a chi lo inala forti irritazioni a tutti gli organi dell’apparato respiratorio, sino, a più elevati livelli di concentrazione, al soffocamento per edema polmonare (che può sopraggiungere anche dopo cinque-otto ore dall’esposizione al gas). Nella versione liquida suscita gravi ustioni della pelle e degli occhi.
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Bombardamento al fosforo bianco in Iraq

La “nuova” guerra chimica portò alla necessità di doversi difendere adeguatamente da attacchi di questo tipo. All’inizio furono utilizzate garze legate intorno al volto ed imbevute d’acqua ed acido borico, anche se di fatto tale protezione nei confronti dei gas clorurati era totalmente inefficace. Successivamente furono prodotte le prime vere maschere antigas, costituite da un ingombrante casco di cuoio aderente ed un filtro idoneo a bloccare il gas, intrappolandolo. Ma subito si escogitò un rimedio per raggirare la protezione di queste maschere: nelle testate chimiche a base di Iprite fu aggiunta una certa quantità di Arsina, un gas classificato come “starnutatore”, che non rimaneva intrappolato nei filtri e, penetrando all’interno della maschera, costringeva il soldato a liberarsene sottoponendosi all’azione del gas venefico.

I primi ad affrontare in modo scientifico
 l’idea di produrre armi biologiche furono i giapponesi, attraverso la fondazione della famigerata “Unità 731”, diretta dal professore Shirou Ishii e con il suo centro ad Harbin (in Manciuria). Queste ricerche biologiche in campo militare dei giapponesi erano cominciate dopo un viaggio di due anni in Europa, nel 1928, dello stesso professor Ishii Shirou. Al suo ritorno dichiarò al suo governo che una moderna guerra poteva essere vinta solo con la scienza e la tecnologia e che la produzione di armi biologiche era la più indicata per un Paese povero di risorse come il Giappone. L’“Unità 731” fu particolarmente attiva nel secondo conflitto mondiale nel produrre ordigni chimici e biologici. La decisione di fondare laboratori per lo studio di armi non convenzionali, portò il Giappone a non aderire al Protocollo di Ginevra nel 1925 (questo “Protocollo”, firmato il 17 giugno 1925, vietava la “Guerra chimica” come mezzo d’aggressione, ma non lo sviluppo, la produzione, l'immagazzinamento e l'impiego di armi chimiche quali strumenti di rappresaglia).
Esperimenti per la “Guerra chimica e batteriologica” furono portati a termine anche da inglesi e statunitensi (quest’ultimi non ratificarono il Protocollo di Ginevra del 1925). Se i giapponesi facevano i loro esperimenti su inconsapevoli cavie umane, USA, Canada e Gran Bretagna li fecero sul territorio. 

Famosa è la vicenda dell’isola di Gruinard.
Gruinard, un'isola al largo delle coste della Scozia, fu scelta nel 1942 come il luogo per sperimentare la resistenza delle spore dell'antrace all'esplosione e agli agenti atmosferici e il loro raggio di diffusione quando lanciate da una bomba convenzionale. La sperimentazione fu fatta nell'ambito di un programma di ricerca per lo sviluppo di armi biologiche da parte dei tre governi del Regno Unito, Canada e Stati Uniti d'America. L'Antrace o Carbonchio è una malattia degli erbivori causata dal Bacillus anthracis, che si trasmette anche all'uomo. La malattia assume nell'uomo diverse forme cliniche a seconda delle modalità di trasmissione. Si va dalle forme lievi, quando si trasmette per contatto, a quelle mortali, quando è assunto per via inalatoria. Nel primo caso si manifesta con delle pustole carbonchiose (da cui è originato il nome della malattia), nel secondo caso da luogo al carbonchio polmonare.

Nel 1942 l’isola fu evacuata, versando come indennizzo agli abitanti cinquecento sterline, e bombe contenenti spore di antrace furono fatte esplodere sul territorio. Le spore si dimostrarono in grado di resistere a tutte le esplosioni. Nell’ambito del progetto, si pensava che l'isola di Gruinard fosse abbastanza distante da prevenire qualsiasi contaminazione della terraferma, un'ipotesi del tutto sbagliata. Infatti, nel 1943, dopo un'epidemia di antrace tra il bestiame sulle coste della Scozia davanti a Gruinard, gli inglesi decisero di terminare gli esperimenti. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso furono ancora rinvenute spore vitali sul territorio dell'isola. Per disinfettare ed eliminare del tutto le spore ancore presenti a Gruinard, fu necessario ricorrere ad una drastica operazione di bonifica, ottenuta spargendo una soluzione di formaldeide in acqua di mare su tutta l'isola. Solo nel 1988, dopo ulteriori analisi e controlli, ma soprattutto dopo che un branco di pecore vi aveva pascolato per mesi senza contrarre la malattia, il governo britannico aveva potuto dichiarare l'isola sicura e non più infestata dalle spore dell'antrace. Agli antichi abitanti e proprietari dell'isola fu data quindi la possibilità di tornare sull'isola e riprendere possesso delle proprie terre, dopo aver restituito al governo le cinquecento sterline versate loro al momento dell'evacuazione dell'isola. La storia Gruinard divenne pubblica solamente alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, quando apparve sulla rivista Nature un trafiletto dal titolo “Gruinard handed back”, in cui si raccontava in breve il caso dell'isola.


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Effetti dell'Agent Orange
Durante il secondo conflitto mondiale i soldati non rimangono più ammassati nelle trincee, vengono così a mancare i combattimenti statici che erano stati alla base del successo ottenuto con i gas mortali durante la prima guerra. Questo cambio di strategia militare determinò la nascita di nuove “armi alternative”, capaci di spargere nell’ambiente circostante materiale esplosivo per colpire le truppe in movimento. Inizialmente si utilizza il fosforo bianco o il sodio, materiali che a contatto con l’umidità atmosferica esplodono e s’incendiano molto rapidamente, poi si studiò una bomba al Napalm (divenuta poi tristemente famosa nella guerra del Vietnam). Il Napalm, è una gelatina altamente infiammabile derivante dalla saponificazione con alluminio degli acidi naftoico e palmitico (Il nome Napalm è un acronimo che deriva proprio da NAftenico e PALMitico). Tale gelatina brucia producendo un’enorme quantità d’energia ad una temperatura di combustione capace di fondere le corazzate dei blindati. La temperatura prodotta dalla combustione del Napalm è in grado di vaporizzare qualsiasi forma di vita, per questo motivo spesso non rimane nessuna traccia delle vittime di una tale esplosione. Il Napalm è collocato in un involucro esterno alla carica esplosiva principale. La prima esplosione sparge questa gelatina che va a coprire tutto quello che circonda la zona dell’esplosione. A questo punto il contatto con l’aria la fa incendiare, provocando la distruzione di tutto ciò che si salva dalla prima esplosione. Nel 1945 Tokyo fu bombardata dagli statunitensi con bombe al Napalm. Si contarono quasi centomila vittime.

La Seconda Guerra Mondiale fu così all’insegna degli attacchi chimici, su tutti i fronti, sebbene non si ebbero bombardamenti su larga scala. Furono utilizzati, ad esempio, l’Iprite in Abissinia da parte delle truppe di Mussolini e gli agenti asfissianti Clark I e Clark II (derivati della difenilcianoarsina), utilizzati dai giapponesi nel conflitto cino-nipponico. Gli stessi giapponesi, sempre nella guerra contro la Cina, disseminano in Manciuria, la peste, il colera, la leptospirosi tramite le tonnellate di microrganismi prodotti proprio nei laboratori della "Unita 731".

Accanto alle armi chimiche già utilizzate nella Grande Guerra, compaiono anche i cosiddetti “Agenti G”, o gas nervini, noti anche con i nomi di Tabun (scoperto nel 1937 da Gerhard Schrader), Sarin (scoperto nel 1938 nei laboratori della tedesca IG Farben) e Soman (scoperto in Germania nel 1944). Tali gas sono in pratica degli inibitori dell’acetilcolinoesterasi capaci di agire in pochissimi secondi, impedendo la respirazione per il blocco neuromuscolare del diaframma. Sono questi i capostipiti di tutta una classe di composti, studiati anche a scopo farmaceutico, e dai quali deriva anche il gas nervino di ultimissima generazione il VX, capace di uccidere per semplice contatto con la pelle in quantità paragonabili al milligrammo. 

Ma gli anni della seconda guerra mondiale sono passati alla storia soprattutto per l’utilizzo dei primi ordigni nucleariCon l’ingresso in guerra degli Stati Uniti nel dicembre del 1941, prese avvio il programma nucleare denominato “Manhattan Project”. Il nome “Progetto Manhattan” deriva da quello del centro militare statunitense in cui si svolse la maggior parte delle operazioni di studio, il Manhattan Engineer District (MED) di New York (le sperimentazioni scientifiche, tuttavia, ebbero luogo principalmente nei laboratori di Los Alamos, nel New Mexico). Del progetto né i cittadini, né i membri del Congresso degli Stati Uniti furono informati.

Dal “Manhattan Project” nacquero tre ordigni a fissione: Gadget (bomba al plutonio utilizzata per effettuare il primo test nucleare della storia, nel luglio 1945), Little Boy (bomba all’uranio 235, fatta esplodere sulla città di Hiroshima il 6 agosto 1945) e Fat Man (ordigno anch’esso al plutonio, fatto esplodere a Nagasaki il 9 agosto 1945).
Già contrari all’impiego della bomba su Hiroshima, gli scienziati che misero a punto la fissione nucleare rimasero sconvolti di fronte alla sua replica su Nagasaki avvenuta tre giorni dopo e che provocò altre quarantamila vittime. Ovviamente questo non fermò la ricerca militare in campo nucleare, che proseguì guidata dal fisico inglese Teller.

Tale ricerca portò nel 1963 ai primi esperimenti sulla bomba H. 
L’avvento delle armi nucleari portò a considerare la guerra chimica, almeno inizialmente, come una cosa ormai superata. Ben presto, però, le maggiori potenze iniziarono ad istituire programmi di ricerca per nuove armi chimiche e batteriologiche, cercando di accaparrarsi scienziati votati a questo tipo di guerra

Finita la guerra gli Stati Uniti cercarono subito di accaparrarsi più scienziati possibili, anche se del fronte nemico e anche se criminali, come Shiro Ishii dell’ “Unità 731”, responsabile tra l'altro anche della sperimentazione su prigionieri di guerra di armi batteriologiche. Al professor Ishii fu offerta l’immunità in cambio dei risultati scientifici (solo trenta membri dell'Unità 731 furono portati davanti al Tribunale di Tokyo per i crimini di guerra, era l'11 marzo 1948. Ventitré di loro furono ritenuti colpevoli, cinque furono condannati a morte, ma nessuna sentenza fu eseguita. Entro il 1958, tutti i condannati furono liberi). Scampato così al “Processo di Tokjo”, Ishii fu “invitato” negli Stati Uniti a collaborare al funzionamento di uno dei nove centri di guerra batteriologica statunitense, quello di Fort Detrick. Il professor Ishii morì da libero cittadino negli Stati Uniti nel 1959. Anche in Gran Bretagna si costruisce la cosiddetta "Fabbrica di microbi" di Porton Down (in realtà si chiama “Laboratorio di Scienza e Tecnologia della Difesa”), stessa cosa è fatta in URSS sulle coste del Mar Caspio. Iniziava la “Guerra Fredda”.

Gli anni della Guerra fredda sono passati alla storia, oltre per i “conflitti per delega”, anche per la corsa agli armamenti non convenzionali: tutte le grandi potenze si misero al passo con programmi militari di guerra chimica e batteriologica, scambiandosi poi accuse sull’effettivo utilizzo di tali agenti patogeni.

Le prime ricerche statunitensi sulle armi biologiche risalgono al 1941, quando al colonnello James Simmons fu affidato uno studio sulle armi batteriologiche. Le analisi di Simmons portarono alla decisione di sviluppare e produrre armi batteriologiche non solo per la difesa, ma anche d’offesa. La ricerca difensiva sarebbe stata affidata ai reparti medici dell’esercito, quella offensiva, a scienziati civili. Un comitato per la guerra batteriologica, il Bacteriological Warfare Committee (Comitato della Guerra Batteriologica) fu costituito da nove dei migliori biologici civili statunitensi.
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La Uss Alabama colpita da bombe al fosforo nel 1921










Nel marzo del 1942 fu creata un’agenzia civile, il War Research Service (WRS, Servizio di Ricerca della Guerra), alla cui guida fu nominato George Merck, già a capo dell’importante industria farmaceutica Merck&Company. Egli ebbe l’incarico di coordinare, in assoluta segretezza, il lavoro sulla ricerca relativa alla guerra biologica, sull’uso di microrganismi come arma di guerra e sui mezzi di difesa contro un eventuale attacco biologico portato contro gli Stati Uniti. Per garantire la totale segretezza, la WRS fu accorpata alla Federal Security Agency (Agenzia Federale per la Sicurezza). Nel giugno del 1944, Roosevelt diede il compito al Dipartimento della Guerra, in stretta collaborazione con il Dipartimento della Marina USA, di ampliare il programma di Merck. Con quest’ordine, il presidente spostò di fatto le responsabilità delle ricerche biologiche a scopo offensivo dai civili all’esercito, in particolare al Corpo Medico Militare e al Chemical Warfare Service (Servizio di Guerra Chimica), guidato dal generale William Porter. Il centro delle attività fu la base di Camp Detrick, nel Maryland, fondata nell’aprile del 1943, a cui furono aggiunte altre tre installazioni per gli esperimenti: a Horn Island, attiva dall’estate del 1944, a Granite Peak, nell’Utah, e a Vigo, nell’Indiana.
I primi studi dei circa quattrocento scienziati di Camp Detrick furono compiuti soprattutto su antrace e botulino, poi sulla brucellosi, peste, morva, tularemia, rickettsia, encefalite, colera, tifo e una svariata serie di parassiti e agenti patogeni delle piante e dei raccolti. Contemporaneamente la ricerca difensiva confezionò vaccini contro tularemia, brucellosi, morva e botulino.
Il 14 giugno 1945, convinti che una netta superiorità militare avrebbe avuto in un eventuale scontro con l’Unione Sovietica, Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna firmarono una dichiarazione d’intenti per continuare la collaborazione nello sviluppo della guerra batteriologica.
Nei primi anni della Guerra Fredda, fu affidata al generale maggiore Egbert Bullen la responsabilità dello sviluppo della guerra chimica e biologica.

Il Corpo Chimico si concentrò essenzialmente su tutti quegli agenti che potevano essere disseminati per via aerea, quindi quelli che potevano facilmente essere racchiusi all’interno di bombe, cosparsi su piume od oggetti di comune utilizzo, su roditori infetti o su altri tipi di vettori animali. Dopo numerosi esperimenti, gli scienziati di Camp Detrick 
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Esperimenti nell'Unità 731
conclusero che l’obiettivo delle loro ricerche, per poter meglio disseminare malattie, era l’apparato respiratorio, quindi si focalizzarono su tutte le armi e le munizioni che avrebbero potuto disperdere nubi di aerosol letali. Tuttavia furono subito considerati gli svantaggi di tali armi se diffusi con aerei che, a causa di fattori incontrollabili (clima, eventi atmosferici, fenomeni naturali), avrebbero potuto causare danni rilevanti alle stesse truppe amiche. Per questo si decise di sperimentare nuovi tipi di bombe biologiche per testarne l’efficacia: le bombe a grappolo M33 ed E61, le E133 utilizzate per diffondere spore d’antrace, le M16-A1 al cui interno vi erano scompartimenti in cui inserire piume, erba o insetti infetti di agenti letali. Altri esperimenti, tra cui il progetto n° 465-20-001, intitolato “Meccanismi di Immissione e Azione di Composti Insetticidi e di Repellenti per Insetti”, furono condotti per verificare la possibilità di utilizzare insetti come vettori di malattie.
Nell’estate del 1951, fu creata la USAF BW-CW Division (Divisione della Guerra Biologica e Chimica delle Forze Statunitensi), con a capo i generali H.G. Bunker e T.D. White, con il compito di stabilire le evidenti possibilità della guerra dei germi.
Uno dei più grandi esperimenti statunitensi sulla Guerra chimica e biologica, si ebbe nel settembre 1950, quando la Marina segretamente vaporizzò nella baia di San Francisco una nube di batteri di Serratia marcescens. Più tardi, la Marina dichiarò che i batteri usati nell'attacco simulato erano innocui, ma molti residenti presentarono sintomi tipici della polmonite (i casi erano cinque-dieci maggiori rispetto al solito) e qualcuno trovò anche la morte. Nel 1952 fu brevettato un processo per la preparazione di “ricina tossica". Nel 1955, in Florida, nell'area di Tampa Bay, si verificò un clamoroso aumento di casi di pertosse, incluse dodici morti. Già da allora si parlò di una certa associazione ad un test di guerra biologica. I dettagli del test sono ancora classificati. Anche tra il 1956 e il 1958 furono condotti altri esperimenti, questa volta sulle comunità afro-americane di Savannah (Georgia) e Avon Park (Florida): si liberarono sciami di zanzare, sia a livello del suolo sia da aeroplani ed elicotteri. Molti abitanti si ammalarono, alcuni morirono. E' stato teorizzato che le zanzare fossero infette di febbre gialla. Per studiare la reazione della popolazione, personale dell'esercito, facendosi passare per ufficiali pubblici della Sanità, sottoposero ad indagine medica le vittime delle zanzare.

Anche in questo caso i risultati dei test sono ancora top secret. Fra il 1951 ed il 1969, la base denominata “Dugway Proving Ground”, situata in un'area militare nel deserto dell’Utah, fu il sito ove furono testati molti agenti chimici e biologici, inclusi alcuni agenti a diffusione aerodinamica. Negli anni compresi fra il 1962 e il 1971, altri esperimenti furono portati a termine in Alaska, nelle Hawaii, nel Maryland e in Florida. Furono testati gas nervini, come il Sarin e il VX, e tossine biologiche. Il Pentagono ha anche ammesso che, come prevedibile, accaddero alcune sporadiche fughe nell'ambiente delle sostante usate e possibili contaminazioni della popolazione civile. Durante gli anni Sessanta del Novecento, gli Stati Uniti studiarono l'uso di agenti anticolinergici e induttori del delirio. Uno di questi agenti era conosciuto come arma con il nome “BZ” e fu utilizzato in via sperimentale durante la guerra del Vietnam.
Secondo i risultati delle ricerche condotte da Stephen Endicott e Edward Hagerman, due professori della York University di Toronto (racchiuse nel libro The United States and Biological Warfare. Secrets from the Early Cold War and Korea, uscito nel 1998 in America), nel 1950, quando le truppe cinesi entrano in guerra a fianco della Corea del Nord, gli Stati Uniti, temendo una generalizzazione del conflitto, cominciano un importante programma batteriologico. Ufficialmente il programma statunitense fu improntato al solo a scopo di rappresaglia, ma concretamente servì anche come mezzo d’offesa al pari d’altre armi di distruzione di massa. Ovviamente Washington ha sempre negato che il governo abbia autorizzato l'uso di armi biologiche in Corea, anche in via sperimentale.
Il programma batteriologico statunitense in Oriente iniziò in uno stabilimento della base aerea di Atsugi, in Giappone: il “Laboratorio Medico Generale 406 della Sezione Medica USA dell’Estremo Oriente”. L’Unità 406 fu creata ufficialmente per occuparsi di questioni sanitarie relative alle truppe d’occupazione statunitensi in Giappone ed in Corea del Sud e dei problemi di salute pubblica tra la popolazione civile. Numerosi ex appartenenti all’Unità 731 occuparono posizioni di primo piano nella vita scientifica e pubblica del Laboratorio Medico Generale 406.
L’Unità 406 si specializzò su tutto ciò che riguardava la vita degli insetti-vettori in Corea ed in Giappone (distribuzione geografica, riproduzione, abitudini), concentrandosi essenzialmente sulle mosche nere e sulle morsicature dei moscerini, probabilmente gli insetti più adatti a diffondere malattie tra gli uomini.

Nel 1952 fu creato a Tokyo un altro importante laboratorio, il “Laboratorio di Ricerca 
L’Unità 406
si specializzò
su tutto ciò che
riguardava la vita
degli insetti-vettori
in Corea ed in Giappone
Medica dell’Estremo Oriente 8003”. Tale creazione non fu nient’altro che un laboratorio tale e quale all’Unità 406 e, sebbene non sono mai stati chiariti i motivi di tale raddoppiamento.
Negli anni Sessanta del Novecento gli Stati Uniti tornano ad utilizzare armi non convenzionali. E’ quello che succede durante la guerra del Vietnam dove gli americani spargono grandi quantità di defolianti per privare i guerriglieri Vietcong della copertura naturale delle foreste di mangrovie e limitare le riserve di cibo irrorando i campi di riso. Si calcola che dal 1961 al 1971 siano stati utilizzati settantadue milioni di litri di erbicidi e quattrocentomila bombe al Napalm le cui tossine hanno inquinato per decenni il suolo del Sud del Paese.
Tra le misture di agenti tossici usati in Vietnam il più conosciuto è sicuramente l'Agent orange (nome in codice, derivato dal colore delle strisce presenti sui fusti usati per il suo trasporto), un erbicida alla diossina i cui micidiali effetti (cancro e disfunzioni immunitarie) hanno colpito non solo l'ambiente e la popolazione vietnamita ma anche molti soldati americani. La nascita dei componenti dell'Agent orange risale alla Seconda guerra mondiale, quando lo scienziato Ezra Jacob Kraus compì ricerche sul metabolismo delle piante in un laboratorio di botanica all'università di Chicago. L'Agente Arancio è un liquido incolore con una miscela (pari 1:1) di due erbicidi: il 2,4-acido diclorofenossiacetico e 2,4,5-acido triclorofenossiacetico.
La Monsanto e la Dow Chemical furono due dei più grandi produttori di “Agente Arancio” per conto dell'esercito USA. Per questo, contro di loro ed altre compagnie, il 31 gennaio 2004, un gruppo vietnamita per i diritti delle vittime della guerra, per conto di tre persone colpite, ha promosso una causa presso la Corte Federale di Brooklyn (New York). La parte lesa rivendica i danni per aver causato lesioni personali, sviluppando e producendo le sostanze chimiche. Anche molti soldati statunitensi, alla fine della guerra in Vietnam, hanno lamentato danni irreversibili per essere stati esposti ad agenti chimici. Altri ordigni non convenzionali furono utilizzati in Vietnam, tra questi la bomba FAE (Fuel-Air Esplosive), meglio conosciuta come “bomba tagliamargherite”.

Questa è una bomba all’Uranio impoverito e ad un derivato del Napalm (l’Uranio impoverito costituisce la scocca interna dell’ordigno). Essa si basa sul principio della bomba Molotov: una miscela di combustibile liquido ed aria, innescata in un contenitore adeguato, che sviluppa una potenza esplosiva molte volte superiore a quella del tritolo. Viene lanciata da aerei in volo con un sistema di paracaduti che ne rallenta la caduta, permettendo al bombardiere di allontanarsi, un sistema di radio-innesco permette di farla esplodere a qualche metro da terra. La Bomba 107 è capace di radere al suolo una circonferenza di un chilometro di diametro. Essa fu utilizzata in Vietnam anche per creare piste d’atterraggio per gli elicotteri. Vista la sua potenza distruttiva (riesce a distruggere fino a centinaia di metri in profondità), recentemente è stata impiegata anche nella guerra in Afghanistan, per stanare i Talebani distruggendo le gallerie che si trovano nelle montagne di Tora Bora.
Anche la concorrente Unione Sovietica, pur aderendo alla Convenzione sulle armi biologiche del 1972, si dedicò ad esperimenti per intraprendere una “Guerra chimica e biologica”.
Grazie alle rivelazioni del chimico russo Vil Sultanovic Mirzayanov, collaboratore per ventisei anni presso l'Istituto Statale di Ricerca sulla Chimica Organica e la Tecnologia, si è venuto anche a conoscenza della decisione da parte sovietica di sviluppare nuovi armi non convenzionali. Infatti, tra il 1973 e il 1974, fu creata un’enorme struttura, la “Biopreparat”, diretta dallo scienziato Yuri Kalinin che nell'arco di venticinque anni occupò oltre cinquantamila persone. Ufficialmente la Biopreparat era un’organizzazione che si occupava di ricerche biotecnologiche destinate ai settori medico ed agricolo, quindi per scopi pacifici.
Biopreparat divenne all’avanguardia in ogni dettaglio delle nuove armi non convenzionali. 
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La bomba atomica Little Boy
Attraverso la manipolazione genetica, la Biopreparat produsse vari tipi di “supergermi” più efficaci, potenti e pericolosi di quelli naturali. Si crearono così nuovi ceppi di molti batteri rendendoli resistenti ad antibiotici e a vaccini, oltre che in grado di sopravvivere più a lungo nell’ambiente esterno a tutte le temperature. In batteri e virus contagiosi s’inserirono geni estranei per permettere la produzione del veleno del cobra o di altre mortali tossine nel corpo di una vittima, oppure per produrre sostanze chimiche in grado di attivare in essa risposte auto-immuni letali. Infine, erano stati creati degli organismi “chimerici”, vale a dire dei patogeni ibridi e innaturali, ottenuti combinando tra loro vari tipi di germi: ad esempio, nei virus di alcune febbri emorragiche erano stati trasferiti con successo geni dei virus influenzali, al fine di renderli trasmissibili per via aerea e, dunque, in grado di causare milioni di morti. Tra i suoi risultati più eclatanti, un forma estremamente virulenta di encefalite equina venezuelana e una di peste bubbonica resistente a moltissimi antibiotici.

Altri agenti patogeni furono sviluppati nei suoi laboratori, tra i quali Vaiolo, Peste, Antrace, Tularemia, Brucellosi, Marburg, Ebola, Machupo, Febbre emorragica boliviana. Tra le attività di “Biopreparat” c’era anche l'uso di Pseudomonas mallei (responsabile della Morva, una malattia dei cavalli che può colpire anche l'uomo) durante la guerra condotta dai russi in Afghanistan.
Nell’ambito del progetto "Foliant", si crearono nuovi agenti nervini più sicuri da maneggiare. Si arrivò così alla creazione delle cosiddette "armi binarie": in pratica, ad essere contenuti nelle armi (bombe, serbatoi, ecc.) non sono direttamente i composti tossici, ma i loro precursori chimici, in modo da ricostituire l'agente nervino appena prima dell'uso. Questo perché i precursori molto più sicuri da maneggiare, ciò semplifica ovviamente il trasporto e lo stoccaggio di queste armi. Inoltre i precursori sono molto più stabili degli agenti nervini stessi, così fu possibile allungare di molto la naturale scadenza di queste nuove armi.
Altri centri sovietici per la ricerca di armi chimiche e batteriologiche sono stati quelli della città di Sverdlovsk, 1.360 Km. ad est di Mosca, il complesso di Stepnagorsk, nel Kazakhstan, i laboratori dell’isola di Vozrozhdeniye, nel Mare d’Aral. Quest’ultimo sito, abbandonato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, è divenuto il più grande cimitero di scorie ed armi non convenzionali. Infatti, dopo indagini da parte americana, si è scoperto che sono state dissotterrate in undici pozzi la maggior parte di sostanze letali prodotte dai laboratori sovietici. Vozrozhdeniye, (che in russo vuol dire “isola della Rinascita”) è il più grande cimitero di batteri d’antrace al mondo, provenienti tutti dai laboratori di Sverdlovsk.
Anche l’Unione Sovietica non si sottrasse ad esperimenti su civili. Tra queste sperimentazioni ricordiamo quella del 1979, quando almeno sessantasei abitanti della cittadina di Sverdlovsk morirono per una epidemia di antrace. Per molti anni, la spiegazione ufficiale del governo fu che le vittime avevano mangiato inconsapevolmente carne infetta. Nel 1992 il presidente russo Yeltsin ammise che si era trattato di un incidente.

Verso la metà degli anni Ottanta del Novecento, nonostante la presenza di un trattato, la “Biological Weapons Convention” del 1972, che proibiva lo sviluppo, la produzione e l’accumulo di agenti batterici e tossine, la corsa alle armi non convenzionali riprese con vigore, anche se mascherata con l'esigenza di dotarsi di strumenti di difesa da attacchi batteriologici. Il perché è da ricercarsi nella manipolazione del DNA, e quindi del patrimonio genetico, che ha permesso di creare nuovi microrganismi assolutamente sconosciuti al nemico ma ben studiati dall'attaccante che può, quindi, vaccinare preventivamente le proprie popolazioni o truppe (o accatastare determinati farmaci), prima di sferrare l'attacco.
Ad esempio è stato scoperto un microscopico fungo, il Blastomyces dermatidis, le cui spore possono essere inalate. Insediandosi nei polmoni, il fungo comincia a prolificare e, nel giro di molte ore, cominciano a formarsi lesioni granulomatose. Questa infezione colpisce preferenzialmente soggetti maschi tra i trenta e quarant’anni, che è il "target" dei soldati, La vittima inizia a tossire rabbiosamente provvedendo a disseminare intorno a sé altre spore del fungo. La letalità dell'infezione è del novanta per cento e può essere 
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Il famigerato fungo atomico
arginata soltanto se si conosce esattamente il "ceppo" del fungo utilizzato e, quindi, il tipo di antibiotico da utilizzare: una procedura lunga e difficile che, di certo, è stata preventivamente compiuta dall'attaccante per proteggere le proprie truppe.
Un attacco con nuovi virus è stato denunciato nel 1997 dalle autorità cubane contro le loro coltivazioni. Tale attacco sarebbe stato condotto dagli statunitensi con la disseminazione, tramite aerei, di un insetto manipolato geneticamente: il “Thrips Palmi”.
Con l’arrivo di nuove armi non convenzionali, le obsolete sostanze tossiche furono vendute a Paesi che non avevano ancora sviluppato un’autonoma ricerca in questo campo. Uno di questi fu l’Iraq di Saddam Hussein.
Tra il 1980 e il 1988, gli anni della guerra tra Iran ed Iraq, enormi quantità di armi chimiche e biologiche furono utilizzate in Medio Oriente. Sin dall'inizio del conflitto, l'Iraq utilizzò Iprite, Tabun, Sarin e VX tramite bombe lanciate da aeroplani. Approssimativamente il 5% di tutti i caduti iraniani sono attribuibili all'uso di queste sostanze.

Finita la guerra, Saddam Hussein non esitò ad utilizzare armi chimiche e biologiche contro la minoranza curda del Paese. Dal 1987 al 1988 nel sud del Kurdistan iracheno scompaiono interi piccoli villaggi. Il solo bombardamento “chimico” su Halabja nel marzo del 1988 causò la morte, in un solo giorno, di cinquemila dei cinquantamila residenti. Dopo l'incidente furono trovate tracce di Iprite, TabunSarin e VX.
Sebbene sia chiaro Saddam Hussein sia colpevole di quest’infamante utilizzo di armi non convenzionali, ci sono ancora molte discussioni sulla responsabilità di Paesi stranieri che cedettero le sostanze letali.
In Occidente, nel frattempo, si continua a studiare e a sfornare nuove armi non convenzionali sempre più micidiali, nonostante le varie convenzioni che aboliscono la loro fabbricazione e l’utilizzo.
Nel nuovo secolo si è andati in Iraq per “liberare” il mondo dalle armi chimiche di Saddam. Ma, ora lo sappiamo, quelle non sono mai esistite. Ci hanno pensato gli statunitensi, i nuovi “sceriffi del mondo”, a scagliarle contro la popolazione civile. Oltre a proiettili all’Uranio impoverito, sono state utilizzate nella guerra contro Saddam Hussein anche bombe al Fosforo bianco, una nuova versione del Napalm chiamata con il nome MK77 (nel gergo militare sono dette Willy Pete).
Si è giocato molto sull'equivoco che queste bombe creano, definendo questi ordigni come "incendiari" o di “segnalazione”, ma le bombe al Fosforo bianco sono armi chimiche a tutti gli effetti. Certamente il Fosforo bianco può essere utilizzato come illuminante o come cortina fumogena occultante, ma il fumo in questione è sempre corrosivo. L'azione di questo tipo di bombe, come vedremo, è dunque propriamente quella di un'arma chimica, corrispondendo perfettamente a quanto indicato dalla OPCW (organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa della messa al bando delle armi chimiche): «Qualsiasi sostanza che attraverso la sua azione chimica sui processi vitali causi la morte, incapacità permanente, o danni permanenti ad uomini ed animali».

In pratica la bomba al Fosforo bianco non incendia edifici o mezzi militari, ma brucia l'ossigeno nell'area coinvolta dall'esplosione, in un diametro di circa centocinquanta metri. Il Fosforo bianco a contatto con l'aria produce anidride fosforica generando calore, l'anidride fosforica, a sua volta, reagisce violentemente con composti contenenti acqua e li disidrata producendo acido fosforico. Il calore sviluppato da questa reazione brucia la parte restante del tessuto molle. Il risultato è la distruzione completa del tessuto organico. Quindi, i vapori dispersi dall’esplosione di una bomba al Fosforo possono essere inalati dalle persone che si trovano nel suo raggio d’azione, provocandone o la morte per avvelenamento o per l'effetto "bruciatura". Infatti, l'inalazione dei vapori di Fosforo, oltre a corrodere le mucose e gli organi interni, avvelena la vittima reagendo con l'ossigeno. Per chi pochissimi sopravvissuti all'esposizione sono pressoché certi danni permanenti quali l'anemia e la necrosi ossea. Anche se molto dipende dalla quantità di Fosforo che si usa, l'effetto di questi ordigni è senza dubbio «chimico»: sottrazione d’ossigeno, deidratazione dei tessuti umani, corrosione.
Israele ha ammesso
di aver utilizzato
armi al Fosforo
contro gli obiettivi
Hezbollah durante la “seconda guerra“ del Libano
Anche Israele ha ammesso di aver utilizzato armi al Fosforo contro gli obiettivi Hezbollah durante la “seconda guerra “ del Libano.
Restando sempre in Medio Oriente, nei territori palestinesi, precisamente a Gaza, a metà luglio del 2006 è stato lanciato l’allarme su una strana sindrome che provoca ferite inspiegabili che portano all'amputazione degli arti inferiori in almeno sessanta casi su cento. Le ferite presentano piccoli frammenti, spesso invisibili ai Raggi X, e inspiegabili recisioni provocate dal calore negli arti inferiori.
La possibile causa di questi effetti è stata individuata nelle conseguenze di un’arma nuova appartenente alla classe di “armi a bassa letalità”, che, sganciata da aerei droni - cioè senza pilota - è teleguidata con precisione sull'obbiettivo fissato.
L'arma in questione, secondo la rivista militare "Defence Tech", è chiamata “DIME” che significa Dense Inert Metal Esplosive. Si tratta di un ordigno con un involucro di carbonio che al momento dell'esplosione si frantuma in piccole schegge e, nello stesso momento, fa esplodere una carica che spara una lama di polvere di tungsteno caricata d’energia che brucia e distrugge tutto quello che incontra nell'arco di quattro metri.

La nuova frontiera delle armi non convenzionali sono ora le cosiddette “armi etniche”.
Le conquiste ottenute nelle tecnologie d’ingegneria genetica hanno infatti rinnovato l'interesse militare per le armi biologiche. Le nuove tecnologie basate sul DNA ricombinante possono essere usate per programmare geni in microrganismi infettivi allo scopo di aumentarne la residenza agli antibiotici, la virulenza e la stabilità ambientale. E' possibile così inserire geni letali in microrganismi innocui, ottenendo come risultato degli agenti biologici che non sono riconosciuti come pericolosi dal corpo umano che, di conseguenza, non sviluppa alcuna risposta.
Lo studio sempre più approfondito del DNA umano ha reso possibile elaborare anche delle sostanze capaci di discriminare l’obiettivo in base alla diversità dei geni, i quali, tra l’altro, determinano l’appartenenza ad un’etnia. La nuova frontiera delle armi biologiche è quindi quella rappresentata dalle armi “etniche”, ossia quelle destinate a colpire specifici gruppi umani, evitando quindi gli "effetti collaterali" a danno dell’attaccante tipici delle armi batteriologiche. In pratica sembra possibile marcare i geni dei batteri in modo che attivino la loro azione mortale solo su alcuni soggetti identificabili mediante una determinata codifica genetica, che è in qualche modo variabile a seconda dei gruppi etnici.
L'ingegneria genetica può anche essere usata per distruggere specie o ceppi specifici di piante coltivate o di animali domestici, se lo scopo è quello di paralizzare l'economia di un Paese.
La tecnologia genetica che permette di concepire una simile arma è già sicuramente in parte sviluppata e lo sarà indubbiamente nei prossimi anni, con la definitiva conclusione del progetto Genoma che prevede la mappatura completa del DNA umano. Il “Progetto Genoma Umano” è stato avviato nel 1990 con il coinvolgimento di istituti di ricerca pubblici di vari Paesi coordinati dal National Institutes of Health e dalla US Department of Energy degli Stati Uniti. Esso implica il sequenziamento del DNA, vale a dire l’identificazione dell’esatta sequenza dei tre miliardi di coppie di basi azotate che ne compongono la molecola, e la mappatura del patrimonio genetico umano (genoma), ovvero la descrizione della struttura, della posizione e della funzione dei centomila geni che caratterizzano la specie umana. La comprensione della funzione del gene e di quali malattie possano derivare da sue alterazioni costituisce l’obiettivo finale del progetto.
Come detto le armi genetiche hanno la caratteristica di colpire solo individui identificabili mediante un marcatore genetico, si tratta quindi di un perverso matrimonio tra razzismo e militarismo. Molti Paesi hanno purtroppo avviato da anni progetti di ricerca in questo ambito, ad esempio già il Sud Africa ai tempi dell’apartheid stava probabilmente lavorando su virus in grado di colpire solo la popolazione di colore.

In una ricerca condotta da alcuni studiosi, e trascritta nel libro-denuncia Coucou c’est Tesla – l’energie libre (Editions Félix, 1997) si sostiene l’esistenza di progetti militari occulti, russi ed americani, miranti all’utilizzo di un altro temibile genere di armi non convenzionali: le armi elettromagnetiche. E’ un panorama terrificante quello delineatosi attraverso le pagine di questo studio, perchè il gruppo di scienziati che ha scritto questo libro denuncia la cattiva utilizzazione delle invenzioni di Nikola Tesla e delle loro conseguenze. Ma chi è quest’uomo? Il croato Nikola Tesla (1856-1943), genio dalla 
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Il famoso Fuoco greco in una stampa del Trecento
memoria prodigiosa, scopre l’energia libera, che è presente in tutto l’Universo. I suoi studi ed esperimenti gli permettono di manipolare l’energia libera a suo piacimento. Egli così mette a punto marchingegni per ogni genere di bisogno che funzionano senza energia artificiale e che dunque non necessitano di alcuna potenza prodotta da centrali elettriche che, attraverso tralicci e fili, causano inquinamento elettromagnetico. Alla morte di Tesla, avvenuta il 1° gennaio 1943 a New York, i documenti inerenti alle sue invenzioni non brevettate spariscono. Attraverso le scoperte di Tesla si è giunti all’agghiacciante prospettiva dell’utilizzo delle frequenze elettromagnetiche per sviluppare armi psicologiche mortali, che potrebbero addirittura provocare il controllo del pensiero.
La potenzialità delle armi elettromagnetiche era già stata intuita a metà del XIX secolo, dai tedeschi e dagli americani durante gli studi sulle armi nucleari. Ma all’epoca il campo delle applicazioni era molto limitato, perché i computer non esistevano e la maggior parte dei meccanismi era di tipo elettro-meccanico. L’evoluzione della scienza e gli studi di Tesla hanno portato così a nuove ricerche.
Il sistema nervoso è sottoposto, come il globo terrestre, ad un ambiente naturale elettromagnetico. Succede che la frequenza di risonanza della ionosfera è quasi identica a quello del cervello umano. La ionosfera e dunque un onda portante perfetta dalla quale si può raggiungere il cervello senza cambiare la frequenza d’emissione. È questo legame tra la sfera elettromagnetica della Terra e la frequenza di risonanza del cervello quello che è alla base delle nuove armi. Ognuno conosce il cambiamento di umore e di disposizione mentale che provocano i disordini meteorologici (la cosiddetta meteoropatia). Già nel 1972 si scoprì che era possibile fare apparire dei suoni o delle parole intere anche in un cervello umano, inviando dei segnali emessi da apparecchi elettromagnetici di controllo neurologico. Si possono così provocare a distanza arresti cardiaci, crisi di epilessia, ogni genere di choc emotivo e fisico.
Inoltre è stato scoperto che il nostro cosciente reagisce in modo incosciente a dei segnali e a degli impulsi che possono scatenare reazioni anomali. Alcune ricerche sulla percezione subliminale dimostrarono che determinati stimoli, ad esempio scariche elettriche, brevissime trasmissioni d’immagini o suoni d’entità così lieve da non poter essere avvertiti consapevolmente, possono stimolare reazioni nel sistema nervoso autonomo e nel comportamento di un soggetto, impedendoci di riflettere e di agire razionalmente. E’ stato scoperto, ad esempio, che inserendo durante la proiezione di un film dei messaggi pubblicitari di durata così breve, da non poter essere coscientemente percepiti, la scelta del consumatore viene condizionata.
Già alla fine del conflitto Stati Uniti d’America e Unione Sovietica studiarono e sperimentarono l’utilizzo di queste frequenze elettromagnetiche per sviluppare armi psicologiche mortali. Il primo progetto del Pentagono che implica lo studio, il perfezionamento e la realizzazione di armi elettromagnetiche si chiamava "RIVER STYX". Paradossalmente lo Styx è uno dei fiumi delle tenebre della mitologia greca che conduce all'inferno.

Nel 1962, durante un’ispezione dell’ambasciata statunitense a Mosca rivolta a scovare eventuali microfoni spia all’interno del plesso diplomatico, si scoprì che l’ambasciata era sottoposta ad un bombardamento di onde microelettriche. I servizi segreti statunitensi svilupparono così il progetto segreto “Pandora”, volto allo studio delle ragioni e degli effetti sull’uomo di questi attacchi elettronici da parte dei sovietici. Tenendo a lungo il proprio personale dell’ambasciata completamente all’oscuro di ogni cosa, si scoprì che l’esposizione a questo genere di raggi producevano effetti sorprendenti sulla mente e sull’emotività, generando mal di testa, nausea, iracondia, affaticamento generale, afflizione, depressione ed inibizione delle capacità intellettuali. Nel 1965, l’Institute of Defense Analysis, un’agenzia scientifica finanziata dal Pentagono, ricostruì in laboratorio situato al Walter Reed Army Research Institute quello che è successo a Mosca, per analizzare l’effetto sulle scimmie Thesus. I risultati confermarono che quelle microonde colpiscono profondamente il sistema nervoso, modificando il comportamento delle scimmie. Nel luglio 1967, il presidente statunitense Lyndon Johnson esigette da Alexei Kossygine, Primo ministro sovietico, che si mettesse fine a quello che gli americani chiamavano "il Segnale di Mosca".
I servizi segreti
statunitensi
svilupparono
il progetto segreto
“Pandora”, volto
allo studio di...
Qualche tempo dopo i russi accusarono gli statunitensi di utilizzare degli apparecchi elettromagnetici contro il giocatore di scacchi Boris Spassky che aveva appena perso contro Bobby Fischer, nel campionato del mondo. Queste accuse non furono mai dimostrate.
Nel 1968 il professor Litisitsyne, un responsabile dei programmi sovietici di ricerca nel campo medico, pubblicò uno studio nel quale affermava che l'Unione Sovietica era riuscita a decifrare il codice genetico del cervello umano, arrivando a trapiantare per induzione in esso immagini e sentimenti: "Abbiamo determinato ventitrè lunghezze d'onda nell'elettroencefalogramma, delle quali undici sono indipendenti. Se si manipolano queste ultime undici, si può agire sul funzionamento del cervello come se lo facesse lui stesso". In pratica, combinando i segnali ELF (Extremely Low Frequency, onde a bassa frequenza), ai quali si "agganciano" dei segnali magnetici che hanno la frequenza vicina a quella del cervello, è possibile influenzare direttamente il comportamento di individui esposti a questi segnali.
Il 14 Ottobre 1976 successe un fatto strano: tutte le comunicazioni radio della terra furono misteriosamente interrotte da segnali radio di forte intensità. Le emissioni erano irregolari e alternavano a frequenze molto elevate cicli molto bassi. Esse producevano un suono, da qui il nome attribuito di “Pivert”, simile a quello che fa una penna battendo su di un piano rigido per quattordici volte al secondo. La fonte di queste emissioni fu identificata nelle città sovietiche di Riga e di Gomel. L’URSS presentò le sue scuse ufficiali. I loro esperimenti su dei generatori “Tesla” erano sicuramente all’origine di questi disturbi.
Il 26 marzo 1978 un giornale locale statunitense scrisse di un misterioso e potentissimo segnale registrato nella città di Eugene, nello Stato dell'Oregon. Il "Segnale di Eugene" era un segnale radio con una potenza stimata di cinquecentomila Watts con un impulso di 4,75 Hz a mille e cento periodi al secondo. La "Federal Communications Commission" (l'organismo governativo incaricato delle comunicazioni) ammise che il segnale proveniva da un trasmettitore della Marina americana di stanza a Dixon in California, ma il comando dell’arma declinò ogni responsabilità.
Nel maggio del 1983, durante un simposio tra scienziati tenutosi ad Atlanta, viene proiettato un documentario sugli effetti di alcune armi dette di Tesla, tra cui uno strumento inventato nel 1969 dal fisico israeliano Sidney Hurwitz. Si trattava di un’arma che, grazie alla sola forza gravitazionale, era capace di influire in modo drastico su tutti gli oggetti metallici in un raggio di duecento-trecento metri. In pratica una pistola diviene improvvisamente pesantissima, oppure che la sua canna si dilata o si contrae in modo che non è più possibile utilizzarne le munizioni. Aumentando l'energia l’arma finisce per esplodere.

Da decenni sussiste una drastica manipolazione del clima e delle condizioni atmosferiche. Esiste un documento statunitense top secret dell’agosto 1996 intitolato "Weather As a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025" ("Il tempo come moltiplicatore della forza: controllare il clima entro il 2025"). Sono elencati le “armi” per creare un improvviso cambiamento climatico, comprendente la creazione e la modificazione di tempeste, di nebbia e di nuvole, l'aumento delle precipitazioni, la diminuzione delle piogge e la siccità. Una prima sperimentazione in questo senso fu compiuta in Vietnam ai tempi della guerra, quando fu usato un agente chimico, chiamato "olio d'oliva", durante l'operazione "Popeye" per estendere la stagione dei monsoni nella regione.
Bernard Eastlund è l’inventore del sistema ad antenne chiamato HAARP (High-frequency Active Auroral Research Project, ossia “Progetto attivo aurorale di ricerca ad alta frequenza”), un potente mezzo per la modificazione delle condizioni atmosferiche e del clima. In pratica è un moderno sistema di antenne sincronizzate che, generando frequenze elettromagnetiche di decine di giga-watts, riscaldano la ionosfera. Questo favorisce la creazione di temporali o, al contrario, la siccità. La HAARP potrebbe così danneggiare l’agricoltura, ma anche influire sugli equilibri fisici, psichici ed emozionali delle persone, nell'ambito di progetti di armi non letali. Il progetto HAARP si trova attualmente in Alaska (USA), vicino Gakona e, come spesso succede, ha la facciata di operazione con nobili scopi: lo studio accademico della ionosfera e lo sviluppo di nuove tecniche radar. Nel 1995 Nick Begich e Jeane Manning, nel libro Angels don’t play this HAARP. Advances in Tesla 
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Ercole lotta a mani nude
contro l'Idra di Lerna
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 misero in risalto che HAARP può essere utilizzato come arma militare provocando, anche accidentalmente, devastanti effetti come conseguenza della stimolazione della ionosfera operata tramite una terrificante quantità di energia sparata su piccole regioni dello spazio.
Tutti gli anni della Guerra fredda furono caratterizzati da numerosi esperimenti specifici per ottenere armi che utilizzano la parapsicologia e la psicotronica (la psicotronica è lo studio dei processi informativi ed energetici del pensiero in relazione con il paranormale e si preoccupa soprattutto degli strumenti tecnologici necessari alla sua applicazione ). Gli effetti di queste micidiali armi “pulite” sono fisiologici e possono provocare dei cambiamenti biologici e neurologici; esse assomigliano in pratica alla telepatia amplificata in modo elettronico. Il paragrafo segreto inserito negli accordi SALT II (Strategic Arms Limitation Talks – “Conferenze per la Limitazione delle Armi Strategiche” tra Stati Uniti d’America e Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), nel quale i sovietici proposero di proibire le armi agli infrasuoni e tutte le altre armi elettromagnetiche per la manipolazione biologica, non avrebbero avuto senso se le due potenze non avessero saputo che queste armi già esistevano.

A questo punto del nostro percorso sulla storia delle armi non convenzionali, sorge un legittimo interrogativo legato alle origini di importanti virus e agenti patogeni che provocano malattie che stanno facendo la storia della nostro tempo: l’AIDS, la “Mucca pazza”, la SARS. Da dove realmente provengono queste malattie? Qual'è la loro effettiva origine?
Molte sono le ipotesi legate all’origine di queste malattie: dagli esperimenti scientifici all’utilizzo effettivo di armi segrete. Ad esempio, gli agenti patogeni delle “encefalopatie spongiformi” (i cosiddetto “morbo della Mucca pazza”) sono stati definiti come "Agenti infettivi non convenzionali", in quanto presentano delle proprietà diverse da quelle degli agenti eziologici classici come virus, batteri e protozoi, tra cui la mancanza di tipo di acido nucleico (DNA o RNA). Tali agenti patogeni sono inoltre estremamente resistenti all’inattivazione chimico-fisica e mancano di qualsiasi risposta immunitaria. Le encefalopatie che possono colpire l’uomo erano già note da tempo (la malattia di Creutzfeldt-Jakob, la sindrome di Gerstmann-Strussler-Scheinker, l’insonnia fatale famigliare e così via) ma ciò che è stato notato è che questa variante della encefalopatia spongiforme colpisce maggiormente persone di età media giovanile (fino a 29 anni), discostandosi dal quadro clinico della forma classica.
Stesse considerazioni devono essere fatte anche sulla misteriosa SARS. Il termine sta per “Sindrome Respiratoria Acuta Severa”, ed è una forma di polmonite atipica provocata da un nuovo virus della famiglia dei "Coronavirus". Partendo dal presupposto che molti raffreddori comuni sono provocati dai Coronavirus, sembra che il virus della SARS riesca incredibilmente a "sopravvivere" in condizioni avverse e per lungo tempo.
Ovviamente queste sono ipotesi, non suffragate da prove attendibili, per cui nessuna accusa specifica può essere fatta in merito. Ma il dubbio resta: che cos’è tutto questo? C’è qualcosa di più arcano che sfugge alla nostra comprensione e che deve essere tenuto nascosto? È solo uno sviluppo tragico della natura o c’è qualcosa di volutamente anomalo scaturito dai risultati devastanti ottenuti con la biogenetica e la biologia molecolare? Meditiamoci!
BIBLIOGRAFIA
  • L’ultima epidemia: le armi batteriologiche. Dalla peste all’AIDS, di Santoianni F. - Edizioni Cultura della Pace, Firenze, 1991
  • Le armi biologiche della guerra di Corea, di Endicott S. e Hagerman E. - in "Le Monde diplomatique", luglio 1999
  • Bioterrorismo: antrace, gas nervini e bombe atomiche: quali rischi corriamo e come possiamo difenderci, a cura di Greco P. - Editori Riuniti, Roma, 2001
  • Bioterrorismo, di Bazzi A. - Laterza, Roma-Bari, 2002
  • L’incubo dell’untore. Guerra e terrorismo biologico, di Wendy B. - Fazi Editore, Roma, 2002
  • Armageddon supermarket. Le armi di distruzione di massa nella società della paura, di Coppola P. e Sturloni G. – Sironi Editore, Milano, 2003
  • Killer silenziosi. Virus, batteri e armi proibite, di Baldini G. – Mursia, Milano, 2003
  • Veleni. Intrighi e delitti nei secoli, di Mari F. e Bertol E.- Le Lettere, Firenze, 2003
  • Orrori e misteri dell'Unità 731 la "fabbrica" dei batteri killer, di Lupis M. - La Repubblica, 14 aprile 2003
  • Armi chimiche e biologiche, di Croddy E. - Bollati Boringhieri, Torino, 2004


http://win.storiain.net/arret/num123/artic5.asp



VIETATE DA SEMPRE, USATE DA SEMPRE. STORIA DELLE ARMI CHIMICHE
Da sempre vietate, da sempre utilizzate: le armi chimiche provocano una morte atroce e distruggono per anni l’ambiente. Nell’immaginario collettivo gli armamenti chimici sembrano uno strumento militare tanto diabolico quanto moderno. In realtà, hanno ormai più di cento anni. L’attacco chimico su Idlib di due giorni fa, preceduto da quello sulla Ghouta, vicino Damasco, nell’agosto 2013, è l’ultimo capitolo di una triste storia che ancora si sta scrivendo, e che affonda le sue radici all’inizio del secolo scorso. In principio fu Ypres, una cittadina fiamminga in Belgio. E’ qui che il 22 aprile 1915, fu realizzato dai tedeschi il primo attacco chimico su vasta scala, nei confronti delle truppe francesi.


Il ‘film dell’orrore’ descritto dal Times nel 1915
Fu il giornale britannico Times, per primo, a diffondere la notizia attraverso i suoi inviati al fronte, che descrissero una scena lugubre, da film dell’orrore: una nube acre, di color verdognolo, accompagnava le urla, via via più flebili, dei soldati francesi, che cadevano al suolo come mosche asfissiate. La scoperta e il collaudo dei primi armamenti chimici si deve ad un chimico tedesco dell’epoca: Fritz Haber, che nel 1918 vinse anche il premio Nobel, per aver appunto sviluppato un metodo per sintetizzare direttamente l’ammoniaca dai suoi elementi costituenti, l’idrogeno e l’azoto, ad alta pressione e temperatura. 

Cinque anni dopo l’attacco di Ypres, nel 1920, le tribù arabe e curde si rivoltarono contro l’occupazione britannica dell’attuale Iraq, scaturita dal Trattato di Sevres in seguito al collasso dell’Impero ottomano. Fu Winston Churchill, come Segretario delle Colonie, ad autorizzare a quel punto l’utilizzo di armi chimiche sui ribelli locali. Celebre la sua frase: “Sono a favore dell’uso di gas velenosi contro tribù non civilizzate”.

Qualche anno dopo, tra il 1921 e il 1927, nel Marocco occupato dalla Spagna, le forze franco-spagnole lanciarono bombe all’iprite nel tentativo di spegnere la ribellione guidata dalle tribù berbere. Nel 1921 anche i sovietici utilizzeranno armi chimiche per sedare una rivolta di braccianti a Tambov, nella Russia sud-occidentale.


L’uso del fosgene dell’Italia fascista in Etiopia
Nel 1928 tocca all’Italia fascista, che utilizzò gas asfissianti come il fosgene – o cloruro di carbonile – e bombe di iprite per reprimere i ribelli in Libia. L’iprite fu poi usata anche in Etiopia nel 1935, sul fiume Tacazzè. Sia l’azione franco-spagnola che quella italiana ignorarono la Terza convenzione di Ginevra, un protocollo firmato nel 1925 dalle sedici maggiori nazioni del mondo – gli Stati Uniti lo ratificarono solo nel 1075 – in cui si vietava l’utilizzo di gas tossici. L’ammissione formale italiana sull’impiego di armi chimiche in Etiopia avvenne soltanto nel 1996, durante il governo di Lamberto Dini.

Durante la seconda guerra sino-giapponese (1937-45) e la seconda guerra mondiale le truppe giapponesi agli ordini del generale Shiro Ishii usarono contro i cinesi l’iprite e la lewisite, oltre ad armi batteriologiche che diffusero gravi malattie epidemiche come colera, tifo e dissenteria. Anche il Giappone violò la Convenzione del 1925, di cui era firmataria.

Nell’ambito della ricerca scientifica la guerra chimica deve il proprio “salto di qualità” alla Germania nazista: gli scienziati del Terzo Reich scoprirono infatti agenti chimici devastanti come il soman, il tabun – scoperto da Gerhar Schrader nel 1937 – e il sarin, che sono inodori e incolori, per cui molto difficili da individuare. L’intelligence tedesca, nell’erronea convinzione che i paesi nemici dell’Asse fossero a conoscenza dei loro progressi nella ricerca sulle armi chimiche, non le utilizzarono mai, convinti di andare incontro a dure rappresaglie.


Gli Stati Uniti in Vietnam
Durante gli anni ’60, gli Stati Uniti sperimentarono durante la guerra in Vietnam il BZ (3-chinochidlinile benzilato), un composto inodore e solubile che agisce sul sistema nervoso, compromettendo funzioni come la memoria, il pensiero logico, la comprensione. Secondo alcuni, il BZ fu utilizzato anche dalle Forze armate russe contro i militanti ceceni durante la crisi del Teatro Dubrovka nel 2002.

Dopo che nel 1980 le Nazioni Unite iniziarono a lavorare a un programma di disarmo chimico, nel 1984 il presidente americano Ronald Reagan chiese una moratoria internazionale sulle armi chimiche. A ciò fece seguito, nel 1990, la firma – da parte del presidente statunitense G.W. Bush e di quello sovietico, Mikhail Gorbaciov – di un trattato bilaterale sulla cessazione della produzione di agenti chimici e sulla distruzione graduale di quelle già stoccate. Nel 1993 fu firmata la Convenzione delle Armi chimiche, che ebbe effetto a partire dal 1997.


La guerra Iran-Iraq
Un importante sequenza di episodi di utilizzo di armamenti chimici avvenne durante la guerra Iran-Iraq, durata dal 1980 al 1988. All’inizio del conflitto, l’Iraq utilizzò il tabun e l’iprite attraverso bombe lanciate da aerei, di cui secondo le stime rimasero vittime circa 100.000 soldati iraniani. Il gas nervino utilizzato, secondo report ufficiali, uccise 20000 di essi, mentre degli 80000 sopravvissuti, circa 5000 ricevono ancora oggi regolare assistenza medica.

L’atto finale si verificò però a guerra terminata: nel marzo 1988, infatti, l’Iraq utilizzò sarin, iprite e tabun in dosi massicce sul villaggio curdo di Hallabjah, uccidendo circa 5000 civili residenti. Nonostante la rimozione di Saddam nei primi anni del nuovo millennio, in Iran persiste tuttora un forte risentimento nei confronti dell’Occidente, poichè fu grazie a compagnie occidentali basate in Germania, Francia e Stati Uniti che l’Iraq potè sviluppare e usare armi chimiche.

Un articolo del New York Times uscito nel 2003 si intitolava “Iraq chemical arms condemned, but West once (in occasione dell’attacco di Hallabjah, ndr) looked the other way”. è del 1995, invece, l’uso di agenti chimici da parte di attori non statali, e nella fattispecie di gruppi terroristici: nel marzo di questo anno, infatti, la setta religiosa degli Aum Shinrikyo, rilasciò grandi quantità di sarin nella metropolitana di Tokyo, uccidendo 12 persone e ferendone circa 5000. Per questo atto, il fondatore del movimento, Shoko Asahara, fu condannato a morte tramite impiccagione nel 2004, e gli altri autori condannati a morte o all’ergastolo.


L’uso israeliano del fosforo bianco in Libano
Infine, il fosforo bianco, un agente tossico per inalazione o ingestione, che provoca necrosi ossea e ustioni se entra a contatto con l’aria. Il fosforo bianco è stato usato dalle Forze israeliane durante obiettivi militari in Libano nel 2006 e durante l’Operazione Piombo fuso sulla Striscia di Gaza, a cavallo tra il 2008 e il 2009. Come afferma Amnesty International, così come l’indagine avviata dal CS dell’Onu in seguito al bombardamento di una sede dell’Unrwa a Gaza, Israele ha utilizzato missili a base di fosforo bianco, colpendo anche altri obiettivi civili, come l’ospedale al Quds di Gaza.


Articolo originale Agi Agenzia Italia


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