venerdì 18 agosto 2017

Ada Luz Marquez. Disse la vecchia guaritrice dell'anima: Non fa male la schiena, fa male il carico. Non fanno male gli occhi, fa male l'ingiustizia. Non fa male la testa, fanno male i pensieri. Non fa male la gola, fa male quello che non si esprime o si esprime con rabbia. Non fa male lo stomaco, fa male quello che l'anima non digerisce. Non fa male il fegato, fa male la rabbia. Non fa male il cuore, fa male l'amore. Ed è proprio lui, L' amore stesso, Che contiene la piu ' potente medicina.

Disse la vecchia guaritrice dell'anima:
Non fa male la schiena, fa male il carico.
Non fanno male gli occhi, fa male l'ingiustizia.
Non fa male la testa, fanno male i pensieri.
Non fa male la gola, fa male quello che non si esprime o si esprime con rabbia.
Non fa male lo stomaco, fa male quello che l'anima non digerisce.
Non fa male il fegato, fa male la rabbia.
Non fa male il cuore, fa male l'amore.
Ed è proprio lui,
L' amore stesso,
Che contiene la piu ' potente medicina.
Ada Luz Marquez

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martedì 15 agosto 2017

‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. Le strade erano vuote, i cortili e i giardini sembravano morti. Nelle case turche dominavano l'abbattimento e la perplessità, in quelle cristiane la circospezione e la diffidenza. Ma ovunque e da tutti c'era il timore. Gli austriaci che entravano temevano le imboscate. I turchi avevano paura degli austriaci, i serbi degli austiraci e dei turchi. Gli ebrei avevano paura di tutto e di tutti, poiché, specialmente in tempo di guerra, chiunque è più forte di loro.

‎“L’esistenza nella cittadina si faceva sempre più vivace, sembrava sempre più ricca e ordinata e assumeva un passo uniforme e un equilibrio fino ad allora sconosciuto, quell’equilibrio cui ovunque e da sempre tende ogni cosa ma che viene raggiunto solo raramente, parzialmente e per poco tempo”.
Ivo Andric, Il ponte sulla Drina





"Le strade erano vuote, i cortili e i giardini sembravano morti. Nelle case turche dominavano l'abbattimento e la perplessità, in quelle cristiane la circospezione e la diffidenza. Ma ovunque e da tutti c'era il timore. Gli austriaci che entravano temevano le imboscate. I turchi avevano paura degli austriaci, i serbi degli austriaci e dei turchi. Gli ebrei avevano paura di tutto e di tutti, poiché, specialmente in tempo di guerra, chiunque è più forte di loro."
‎Ivo Andric, Il ponte sulla Drina.







Ho letto qualche mese fa questo splendido romanzo di Andric che ha come unico e immutabile protagonista il Ponte in pietra sulla Drina situato nella città di Visegrad, che osserva fiero e solido le vicende umane e sopporta stoicamente le violente piene del fiume.
Davvero superba la prima parte dell'opera che narra le vicende legate alla costruzione del ponte, sia quelle vere e storicamente documentate sia quella trasfigurate dalle leggende popolari e dai miti dell'epopea nazionalistica.
Notevoli le figure dell'imam Ali-Hodza e dell'albergatrice ebrea Lotika, figure emblematiche della società multietnica della Bosnia ottomana prima e asburgica poi, società che però covava in seno il seme di quella tragedia spaventosa che fu la guerra nell'ex-Jugoslavia. Probabilmente questo romanzo ci aiuta comprendere, forse meglio di molti ponderosi saggi storici, le origini della guerra e dei massacri che a cavallo degli anni 80 e 90 del XXmo secolo hanno funestato quella parte della vecchia Europa.

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Commenti

Libro bellissimo, che acquistai su consiglio di un'amica. Anche io leggendolo ho capito meglio le ragioni che hanno portato al conflitto che ha insanguinato quei luoghi.




Invito a leggere anche i racconti di Ivo Andric e I tempi di Anika,dove l'autore ha mostrato tutto la sua potenza nel narrare.




l'episodio dell'impalatura mi ha fatto venire la sudarella fredda


‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. 
Incipit. 

Per la maggior parte del suo corso la Drina s'apre la strada attraverso anguste gole tra scoscese montagne o attraverso profondi cañon dai fianchi a picco. Soltanto in alcuni tratti le sponde si allargano in aperte pianure per formare, su una o su entrambe le rive, distese solatie, in parte piane, in parte ondulate, atte a essere lavorate e abitate. Un ampliamento di questo genere si trova anche qui, presso Višegrad, nel punto in cui la Drina scaturisce con un'improvvisa svolta dalla profonda e stretta gola formata dai Massi di Butko e dai monti di Uzavnica. La curva della Drina è oltremodo angusta e le montagne ai due lati sono talmente ripide e avvicinate che sembrano un massiccio compatto, dal quale il fiume scaturisce come da una cupa muraglia. Ma qui le montagne si allargano improvvisamente in un anfiteatro irregolare, il cui diametro, nel punto più ampio, non supera la quindicina di chilometri in linea d'aria. In questo luogo in cui la Drina sembra sgorgare con tutto il peso della sua massa d'acqua, verde e schiumosa, da una catena ininterrotta di nere e ripide alture, si scorge un grande ponte di pietra, d'armonica fattura, con undici arcate ad ampio raggio. Questo ponte somiglia a una base dalla quale si apre a ventaglio tutta una pianura ondulata, con la cittadina di Višegrad, i cui dintorni, e le borgate distese sulla fascia delle colline, una pianura coperta di campi, di pascolo, di piantagioni di prugni, intersecata da siepi e quasi spruzzata di boschi cedui e di rade macchie d'abeti. In tal modo, guardando dal fondo del panorama, sembra che dalle ampie arcate del candido ponte scorra e si spanda non soltanto la verde Drina, ma anche tutta questa estensione, solatia e coltivata, con tutto quello che vi si trova e il cielo meridionale sopra.
‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. 



E così, tra il cielo il fiume e le montagne, una generazione dopo l'altra imparava a non compiangere troppo ciò che la torbida acqua si portava via; ché la vita è un miracolo impenetrabile perché si fa e disfà incessantemente, eppure dura e sta salda, come il Ponte sulla Drina. 
‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. 
cap VI

Il mio defunto padre sentì una volta da šeh-Dedija e raccontò poi a me quand'ero bambino, da che cosa deriva il ponte e come venne eretto il primo ponte del mondo. Quando Allah il potente ebbe creato questo mondo, la terra era piana e liscia come una bellissima padella di smalto. Ciò dispiaceva al demonio, che invidiava all'uomo quel dono di Dio. E mentre essa era ancora quale era uscita dalle mani divine, umida e molle come una scodella non cotta, egli si avvicinò di soppiatto e con le unghie graffiò il volto della terra di Dio quanto più profondamente poté. Così, come narra la storia, nacquero profondi fiumi e abissi che separano una regione dall'altra. [...] Si dispiacque Allah quando vide che cosa aveva fatto quel maledetto; ma poiché non poteva tornare all'opera che il demonio con le sue mani aveva contaminato, inviò i suoi angeli affinché aiutassero e confortassero gli uomini. Quando gli angeli si accorsero che [...] al di sopra di quei punti spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse. Per questo, dopo la fontana, la più grande buona azione è costruire un ponte. 
‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. 
cap. XVI


Coloro che detengono il potere, infatti, dovendo opprimere per governare, sono condannati ad agire sensatamente; e se, trascinati dalla passione o costretti dagli avversari, oltrepassano i limiti della ragionevolezza, scendono su una strada lubrica, e con ciò stesso, da soli segnano l'inizio della loro rovina. Coloro che sono oppressi e sfruttati, invece, si servono facilmente sia del senno che della stoltezza, poiché questi sono soltanto due diversi tipi della loro arma nella perenne lotta contro l'oppressore, che a volte è subdola, a volte aperta. 
‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. 
cap. V




‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. 
Capitolo 10. 
 L'ingresso solenne e ufficiale delle truppe austriache ebbe luogo appena il giorno dopo. Nessuno ricordava di aver mai sentito un tale silenzio sulla città. I negozi non furono neppure aperti. Le case avevano finestre e porte chiuse, sebbene fosse una giornata di fine agosto, assolata e calda. Le strade erano vuote, i cortili e i giardini sembravano morti. Nelle case turche dominavano l'abbattimento e la perplessità, in quelle cristiane la circospezione e la diffidenza. Ma ovunque e da tutti c'era il timore. Gli austriaci che entravano temevano le imboscate. I turchi avevano paura degli austriaci, i serbi degli austriaci e dei turchi. Gli ebrei avevano paura di tutto e di tutti, poiché‚ specialmente in tempo di guerra, chiunque è più forte di loro. Tutti avevano nelle orecchie l'eco del cannoneggiamento del giorno precedente. E se la gente avesse ascoltato soltanto la voce del proprio spavento, nessun'anima viva avrebbe in quel giorno sporto la testa fuori dalla propria casa. Ma l'uomo ha anche altri signori. Il reparto austriaco entrato nella cittadina il giorno prima aveva trovato il "mulazim" e i gendarmi. L'ufficiale che comandava il reparto aveva lasciato al "mulazim" la sua spada ordinandogli di rimanere in servizio e di continuare a salvaguardare l'ordine in città. Gli era stato detto che, all'indomani, un'ora prima di mezzogiorno, sarebbe arrivato il comandante, un colonnello, e che all'ingresso in città avrebbero dovuto aspettarlo le persone più ragguardevoli, rappresentanti tutte e tre le fedi. Il canuto e rassegnato "mulazim" aveva subito mandato a chiamare Mula Ibrahim, Huseinaga, il "muderis", "pop" Nikola, e il rabbino David Levi, per comunicare loro che, "in quanto uomini di legge e maggiorenti", l'indomani, a mezzogiorno, avrebbero dovuto aspettare sulla "porta" l'arrivo del comandante austriaco, salutarlo a nome della popolazione ed accompagnarlo fino al mercato. Molto prima del tempo stabilito i quattro "uomini di legge" si trovarono nella piazza deserta, e, a passi lenti, s'incamminarono verso la "porta". Qui Salko Hedo, aiutante del "mulazim", insieme con un gendarme, aveva già disteso un lungo tappeto turco dai colori vivaci e aveva con esso ricoperto i gradini ed il centro del sedile di pietra sul quale si sarebbe assiso il comandante austriaco. Se ne stettero lì per un po' di tempo, austeri e taciturni, e poi, vedendo che lungo la bianca strada da Okolishte non c'era neppure la traccia del comandante, si dettero un'occhiata e, come per un accordo, si misero a sedere sulla parte scoperta del sedile di pietra. "Pop" Nikola tirò fuori una grande tabacchiera di pelle e offrì tabacco anche agli altri. Così sedettero sul sofà, come una volta, quando erano stati giovani e spensierati e, al pari degli altri giovani, avevano ingannato il tempo sulla "porta". Ma adesso erano tutti già in là con gli anni. "Pop" Nikola e Mula Ibrahim erano uomini anziani, e il "muderis" e il rabbino maturi, vestiti a festa e preoccupati per se stessi, e ciascuno per i suoi. Si guardavano sotto il cocente sole estivo, a lungo e da vicino, e si trovavano l'un l'altro invecchiati per i loro anni, e troppo smunti. E ciascuno ricordava degli altri l'aspetto che avevano posseduto nella giovinezza o nell'infanzia, quando erano cresciuti vicino a quel ponte, ognuno con la sua generazione, l'albero verde di cui non si sa ancora cosa potrà divenire. Fumavano, parlavano di una cosa e, col pensiero, ne rimuginavano un'altra, lanciando ogni istante occhiate verso Okolishte, donde doveva apparire il comandante dal quale adesso dipendeva ogni cosa e dal quale poteva venire anche per loro, per i loro fedeli e l'intera cittadina sia il bene che il male, sia la calma che nuovi pericoli. "Pop" Nikola, tra tutti e quattro, era indubbiamente il più calmo e il più quieto, o almeno così sembrava. Aveva oltrepassato la settantina, ma era ancora fresco e forte. Figlio del famoso "pop" Mihail, che i turchi avevano decapitato in quello stesso posto, "pop" Nikola aveva avuto una giovinezza agitata. Era fuggito più volte in Serbia, mettendosi al sicuro dall'odio e dalla vendetta di alcuni turchi. Con la sua natura sfrenata e col suo comportamento, aveva, in realtà, fornito anche i motivi per odi e vendette. Ma trascorsi gli anni tempestosi, il figlio di "pop" Mihail s'era insediato nella parrocchia del padre, s'era sposato ed era divenuto calmo. Quei tempi erano ormai lontani ed erano stati dimenticati. (“Da tempo ho acquistato un altro senno e i nostri turchi hanno abbassato la cresta”, diceva "pop" Nikola scherzando.) Erano già cinquant'anni che "pop" Nikola amministrava la sua estesa, dispersa e difficile parrocchia di confine, con calma e saggezza, senza grosse scosse e senza angustie, eccetto quelle che porta la vita di per se stessa, con la dedizione del servitore e la dignità del sacerdote, sempre dritto e imparziale, coi turchi, col popolo e con le autorità. Né prima né dopo di lui ci fu mai in alcun ceto né in alcuna fede un uomo che godesse di una considerazione così generale ed avesse un simile prestigio presso tutti gli abitanti della cittadina senza distinzione di confessione religiosa, di sesso e di età, come questo "pop" che tutti, da sempre, chiamavano "nonno". Per l'intera città e per l'intero distretto egli era la personificazione della Chiesa serba e di tutto ciò che il popolo chiama e considera cristianesimo. Per di più, la gente ravvisava in lui il prototipo del religioso e dell'autorità in generale, quale la città se lo immaginava in una circostanza come questa. Era un uomo di alta statura e di inconsueta forza fisica, non molto istruito, ma dotato di un grande cuore, dal senno retto e dallo spirito gioviale libero. Il suo sorriso disarmava, tranquillizzava ed incoraggiava; era l'indescrivibile ed inestimabile sorriso di un uomo forte, nobile, che viveva in pace con se stesso e con tutto quel che aveva intorno; i suoi grossi occhi verdi si restringevano, in quelle circostanze, in una stretta riga scura dalla quale promanavano auree scintille. E tale egli era rimasto fino alla vecchiaia. Indossando una lunga pelliccia di volpe, con la grande barba rossiccia che, col trascorrere degli anni, aveva cominciato a farsi brizzolata e gli copriva tutto il petto, con l'enorme calbacco sui rigogliosi capelli, che sul didietro gli si avviluppavano in una compatta treccia e si rivoltavano sotto il copricapo, egli passava per il mercato, come se fosse il sacerdote della cittadina vicino al ponte e di tutta quanta quella regione montana, e non soltanto da cinquant'anni in qua‚ solo per la sua chiesa, ma dall'inizio, dagli antichi tempi in cui il mondo non esisteva ancora e non era ancora diviso nelle fedi e nelle chiese attuali. Dai negozi, su entrambi i lati della strada, lo salutavano i negozianti, a qualunque religione appartenessero. Le donne si scostavano e, con la testa bassa, aspettavano che il "nonno" passasse. I ragazzi (perfino quelli ebrei) smettevano di giocare e di gridare, ed i più grandicelli si avvicinavano con aria seria e timorosa alla enorme e pesante mano del "nonno", per sentir riversarsi al di sopra delle loro teste rapate e dei loro volti arrossati dal giuoco la sua voce possente ed allegra, al pari di una buona e gradevole rugiada: “Evviva! Evviva! Evviva, figlio mio!” Questo atto di riguardo verso il "nonno" faceva parte dell'antico cerimoniale, universalmente accettato, col quale si erano succedute le generazioni nella cittadina. Anche nella vita di "pop" Nikola c'era un'ombra. Il suo matrimonio non era stato allietato da figli. Era stata una cosa indubbiamente grave, ma nessuno ricordava di aver sentito da lui o da sua moglie una parola di compianto o soltanto di aver sorpreso uno sguardo addolorato. In casa avevano sempre tenuto almeno un paio di bambini adottati presso i parenti di lui o di lei in campagna. Allevavano questi ragazzi fino a che si sposavano, e poi ne prendevano altri. Presso "pop" Nikola stava seduto Mula Ibrahim. Alto, magro e compassato, dalla barba rada e dai baffi pendenti, Mula Ibrahim non era molto più giovane di "pop" Nikola, aveva una grossa famiglia e una bella proprietà ereditata dal padre, ma era così sciatto, meschino e pavido, con occhi azzurri e svegli come quelli di un bambino, che rassomigliava ad un eremita e ad un viandante il quale vive d'elemosina piuttosto che all'imano di Vishegrad e a uno che potesse vantare un antico casato. Mula Ibrahim aveva un difetto: tartagliava, in modo grave e a lungo (“Bisogna non aver niente da fare per conversare con Mula Ibrahim”, dicevano scherzando gli abitanti della cittadina). Ma Mula Ibrahim era conosciuto per una vasta zona a causa della sua bontà e della sua coscienziosità. Da quell'uomo sprizzava dolcezza e serenità, e fin dalla prima volta che si avevano contatti con lui si dimenticavano il suo aspetto esteriore e la sua balbuzie. Egli attraeva verso di sè‚ tutti coloro che soffrivano di un dolore, della miseria o di qualsiasi altra pena. Fin dai villaggi più remoti la gente veniva a chiedere consiglio a Mula Ibrahim. Davanti alla sua casa c'era sempre qualche persona ad aspettarlo. Uomini o donne incerca di consiglio o di aiuto lo fermavano spesso per la strada. Egli non respingeva mai nessuno, né distribuiva costosi talismani o amuleti, come facevano gli altri imani. S'incamminava subito verso laprima zona ombreggiata o la prima pietra, un po' in disparte; l'uomo che lo aveva avvicinato gli esponeva a bassa voce la sua pena, MulaIbrahim lo ascoltava attentamente e commiserandolo, poi gli diceva qualche buona parola, trovando sempre le migliori soluzioni possibili, oppure affondava la scarna mano nella profonda tasca del suo giubbotto, e, badando che nessuno lo vedesse, gli metteva in mano qualche soldo. Per lui niente era difficile o ripugnante o impossibile, quando si trattava di aiutare qualche musulmano. Per questo aveva sempre tempo e trovava denaro. In casi di questo genere non gli dava fastidio neppure la balbuzie, poiché‚ quando parlava sottovoce col suo credente afflitto da una pena, egli stesso dimenticava che balbettava. Ognuno si allontanava da lui, se non completamente consolato, almeno momentaneamente tranquillizzato, avendo visto che qualcuno aveva sentito la sua pena come una pena propria. Circondato costantemente da ogni genere di preoccupazioni e di necessità, non pensando mai a se stesso, egli trascorse, o almeno così gli parve, tutta la vita sano, felice e facoltoso. Il "muderis" di Vishegrad, Husein "efendija", era piuttosto basso e pienotto, ancora giovane, ben vestito e ben curato. Aveva una barbetta nera, spuntata con ogni cura, che incorniciava l'ovale regolare del bianco e roseo viso dai tondi occhi neri. Era letterato, sapeva molte cose, ed egli stesso pensava di sapere ancora di più. Gli piaceva parlare e farsi ascoltare. Era convinto di parlar bene e ciò lo induceva a parlare molto. Si esprimeva con ricercatezza, impiegando parole velate, con movimenti misurati, tenendo un po' sollevate, tutte e due alla stessa altezza, le mani bianche, delicate, dalle unghie rosee, ombreggiate da fitti peluzzi neri. Parlando, si comportava come dinanzi a uno specchio. Possedeva la più grande biblioteca della città, una cassa di libri ferrata e ben chiusa, lasciatagli in eredità, in punto di morte, dal suo maestro, l'illustre Arapùhodgia; questi libri non solo li difendeva con ogni cura dalla polvere e dalle tarme, ma li leggeva anche, di rado e parcamente. E il fatto stesso di possedere un tale numero di volumi così preziosi gli conferiva prestigio presso gli uomini che non sapevano che cosa fosse un libro e accresceva il suo valore anche dinanzi ai propri occhi. Si sapeva che egli scriveva una cronaca sugli avvenimenti più importanti della città. Anche ciò aveva contribuito a creargli tra i concittadini la fama di uomo istruito ed eccezionale, poichè‚ si riteneva che, proprio per questo, in un certo qual modo egli avesse nelle sue mani il buon nome della cittadina e dei singoli individui. In realtà quella cronaca non era né vasta né pericolosa. Da cinque o sei anni, da quando il "muderis" l'aveva cominciata, aveva riempito in tutto quattro pagine di unfascicoletto. La maggior parte degli avvenimenti della città, infatti, non era ritenuta dal "muderis" abbastanza importante e degna di entrare nella sua cronaca, la quale era pertanto rimasta sterile, secca e scarna come una orgogliosa zitella. Il quarto degli "uomini di legge" era David Levi, rabbino di Visegrad, nipote del noto antico rabbino Hadgi Liatcho, che gli aveva lasciato in eredità il proprio nome, la dignità e gli averi, ma niente del suo spirito e della sua serenità. Era ancor giovane, piccolo e pallido, con gli occhi scuri vellutati e lo sguardo triste. Era indicibilmente pauroso e taciturno. Divenuto rabbino da poco, s'era sposato non molto tempo prima. Per apparire più importante e più grosso, portava un ampio e ricco vestito di panno pesante e aveva il volto coperto di barba e baffi, ma sotto quel vestito si intuiva un corpo debole, freddoloso, e attraverso la rada barba nera si scorgeva il cagionevole e infantile ovale del volto. Penava terribilmente ogni volta che era costretto ad andare in mezzo alla gente e partecipare a colloqui e a decisioni, poiché‚ sempre sisentiva piccolo, debole e impari ai compiti che doveva affrontare. Ora sedevano al sole e sudavano tutti e quattro, con indosso gli abiti da festa, emozionati e preoccupati più di quanto non desiderassero far vedere. Avanti, fumiamo ancora una volta; abbiamo tempo, accidenti a lui, non è certo un uccello che possa volare sul ponte disse "pop" Nikola, che ormai da anni aveva appreso a nascondere sotto gli scherzi la preoccupazione e il vero pensiero, proprio ed altrui. Tutti guardarono verso Okolishte, poi si rimisero fumare. La conversazione si svolgeva lenta e cauta e verteva sempre intorno al problema dell'attesa del comandante. Tutti erano d'opinione che "pop" Nikola avrebbe dovuto porgere il saluto e il benvenuto al colonnello. Con le palpebre socchiuse e le sopracciglia unite, sì che gli occhi gli formavano quella scura linea dalla quale promanavano auree scintille simili ad un sorriso, "pop" Nikola li guardò tutti e tre a lungo, in silenzio e attentamente. Il giovane rabbino moriva di paura. Non aveva forza per soffiare lontano da sè‚ il fumo che gli fluttuava a lungo tra i baffi e labarba. Il "muderis" non era meno spaventato. Tutta la sua loquacità e la sua dignità di uomo istruito, quel mattino, lo avevano abbandonato all'improvviso. Egli non si rendeva conto neppure approssimativamente di quanto sembrasse stravolto e di quanto fosse atterrito, perché‚ l'alta considerazione che aveva di se stesso, non gli consentiva di credere qualcosa del genere. Aveva tentato di tenere uno dei suoi forbiti discorsi, con gesti acconci per spiegare ogni cosa, ma le sue belle mani gli erano cadute da sole in grembo e la parola gli si era imbrogliata e spezzata. Si meravigliava, non riuscendo a capire dove fosse andata a finire la sua consueta dignità, e invano si tormentava per ritrovarla, cercandola come cosa cui da molto tempo era abituato e che ora, quando ne aveva più che mai bisogno, s'era sperduta chi sa dove. Mula Ibrahim era un po' più pallido del solito, ma per il resto tranquillo e sicuro di sè. Lui e "pop" Nikola si guardavano di tanto in tanto, come se si intendessero con gli occhi. Fin dalla giovinezza erano buoni conoscenti e amici, per quanto, in quei tempi, si potesse parlare di amicizia tra turchi e serbi. Quando, in gioventù, "pop" Nikola aveva avuto quei suoi "contrasti" con i turchi di Vishegrad ed aveva dovuto nascondersi e scappare, lo aveva aiutato Mula Ibrahim, il cui padre era molto potente nella cittadina. Più tardi, quando erano sopraggiunti tempi più calmi, i rapporti tra le due fedi erano divenuti più tollerabili e loro due erano entrati nella maturità; allora erano divenuti amici e si chiamavano scherzosamente l'un l'altro "vicino", dato che le loro case erano ai due estremi opposti della città. Durante le siccità, le inondazioni, le epidemie e le altre sventure di volta in volta sopraggiunte, s'erano trovati a svolgere il medesimo lavoro, ciascuno in mezzo al proprio popolo. E, in generale, ogni volta che si incontravano a Mejdan o ad Okolishte, si salutavano e chiedevano l'uno dell'altro notizie come in nessun posto fanno un "pop" ed un imano. In quelle occasioni "pop" Nikola indicava spesso con la pipetta la città giù accanto al fiume e diceva quasi scherzando: “Tutto quello che respira e striscia e parla con voce umana laggiù ce l'abbiamo sull'anima io e te”. “È così, perdinci, "vicino" rispondeva Mula Ibrahim tartagliando “davvero ce lo abbiamo.” (E gli abitanti della cittadina, che sapevano trovare frasi per ridere di tutto e di tutti, dicevano, a proposito di persone legate da amicizia: “Si amano come il "pop" e l'imano”. E questo, ormai, era diventato per loro un modo di dire). Ora, dunque, quei due si comprendevano bene, pur non dicendo neppure una parola. "Pop" Nikola sapeva che il momento era grave per Mula Ibrahim, e questi sapeva che neppure il "pop" era privo di preoccupazioni. E si guardavano come avevano fatto tante volte nella vita e in tante circostanze diverse: come due uomini che avevano sulla coscienza tutti coloro che camminavano su due zampe nella cittadina, il primo quelli che si segnavano, il secondo quelli che si inchinavano. A un tratto si sentì un rumore di trotto. Venne a gran carriera un gendarme su un piccolo ronzino. Ansante e impaurito, gridò già da lontano come un banditore: ”Ecco il signore, eccolo su un bianco cavallo!” Poi apparve anche il "mulazim", sempre tranquillo, sempre egualmente gentile e silenzioso. Dalla parte di Okolishte si alzava una nuvola di polvere. Quegli uomini, nati e cresciuti in quella remota regione della Turchia, e per di più della decrepita Turchia del diciannovesimo secolo, naturalmente non avevano mai avuto occasione di conoscere un vero esercito, forte e ben organizzato, di una grande potenza. Tutto ciò che, fino a quel momento, avevano potuto vedere, erano state le difettose unità dell'esercito del sultano, mal nutrite, miseramente vestite e non pagate regolarmente, o, ancora peggio, gli irregolari bosniaci, reclutati per forza, privi di disciplina e di entusiasmo. Avevano ora dinanzi, per la prima volta, la rivelazione della vera forza di un impero, un reparto vittorioso, abbagliante e sicuro di sè. Truppe siffatte dovevano abbacinare loro gli occhi e fermare le parole nella gola. Fin dal primo sguardo, dai finimenti dei cavalli e da ogni bottone delle divise dei soldati, si poterono intuire, dietro a quegli ussari e a quei cacciatori disposti in parata, vaste e solide retrovie, la forza, l'ordine e il benessere di un altro mondo. La sorpresa fu grande e l'impressione profonda. Avanti a tutti cavalcavano due trombettieri su due muscolosi cavalli pomellati, seguiva un reparto di ussari montati su morelli. I cavallierano strigliati e avanzavano come fanciulle, a passetti contegnosi. Gli ussari, coi loro berretti piatti senza visiera e i cordoni gialli sul petto, tutti giovani rosei e abbronzati dai baffetti ritorti, sembravano freschi e riposati come venissero allora dalla caserma. Dietro di loro cavalcava un gruppo di sei ufficiali, con in testa il colonnello. Su di lui si appuntarono tutti gli sguardi. Il suo cavallo era più alto degli altri, un balzano dal collo straordinariamente lungo ed eretto. Ad una certa distanza dagli ufficiali c'era una compagnia di fanti, cacciatori, con le uniformi verdi, le penne sui berretti di pelle e le cinghie bianche sul petto; chiudevano la scena e sembravano una foresta in movimento. I trombettieri e gli ussari cavalcarono davanti agli ecclesiastici e al "mulazim", si fermarono sulla piazza e si disposero ai lati. Le persone che erano alla "porta", pallide ed emozionate, si misero in mezzo al ponte, volgendo il viso agli ufficiali che sopraggiungevano. Uno degli ufficiali più giovani avvicinò il proprio cavallo al colonnello e gli disse qualcosa. Tutti rallentarono l'andatura. A qualche passo di distanza dagli "uomini di legge", il colonnello si fermò all'improvviso e scese, imitato dagli ufficiali che lo seguivano, come a un segnale convenuto. Accorsero i soldati che presero i cavalli e li portarono qualche passo indietro. Non appena ebbe toccato terra coi piedi, il colonnello apparve trasformato. Era piccolo, insignificante, stanchissimo, sgradevole e minaccioso. Come se, solo fra tutti e al posto di tutti, egli avesse fatto la guerra. Soltanto adesso si vide che, a differenza dei suoi ufficiali, dal volto chiaro e dai vestiti attillati, egli era dimesso nell'abito trasandato e trascurato. Aveva l'espressione dell'uomo che si prodiga senza riguardi, che si strugge da sè. Aveva il volto abbronzato, ispido, occhi torbidi ed irrequieti, e l'alto berretto un po' di sbieco. L'uniforme era sgualcita e troppo ampia per il suo magro corpo. Alle gambe calzava stivali dai gambali bassi e flosci, non lucidati. Avanzando a passi ineguali con il frustino in pugno, s'avvicinò. Uno degli ufficiali gli si mise di fronte, presentando gli uomini schierati dinanzi a lui. Il colonnello lanciò loro una breve e dura occhiata, con lo sguardo adirato, fosco, di chi si trovi sempre a dover affrontare penose faccende e gravi pericoli. E subito si potè osservare che egli non sapeva guardare altrimenti. Fu allora che prese la parola "pop" Nikola, con la sua voce tranquilla e profonda. Il colonnello sollevò la testa e fissò lo sguardo sul visodi quell'uomo robusto coperto dalla tonaca nera. L'ampia, placida maschera da patriarca biblico trattenne per un momento la sua attenzione. Si poteva non capire o fraintendere ciò che diceva il vecchio, ma la sua faccia non poteva non colpire. E "pop" Nikola parlava fluidamente e con naturalezza, rivolgendosi piuttosto al giovane ufficiale incaricato di tradurre le sue parole che non alcolonnello stesso. A nome degli ecclesiastici presenti, rappresentanti di tutte le confessioni, egli assicurava il colonnello che essi, insieme con la popolazione, erano disposti a sottomettersi alle nuove autorità e che avrebbero fatto tutto il possibile al fine di tutelare la pace e l'ordine che il nuovo governo chiedeva. Dal canto loro, pregavano che le truppe difendessero loro stessi e le loro famiglie e che rendessero loro possibile una vita tranquilla e un onesto lavoro. "Pop" Nikola parlò brevemente e concluse all'improvviso. Lo sbrigativo colonnello non riuscì a perdere la pazienza. Tuttavia non aspettò la traduzione del giovane ufficiale fino alla fine. Brandendo il frustino, lo interruppe con voce tagliente e diseguale: ”Bene, bene! Avranno protezione tutti coloro che si comporteranno bene. E debbono mantenere la pace e l'ordine dovunque. Altrimenti non possono pretendere niente.” E fatto un cenno con la testa, proseguì in avanti, senza salutare esenza guardare nessuno. Gli ecclesiastici si tirarono da parte. In mezzo a loro passò il colonnello, seguito dagli ufficiali e dai palafrenieri coi cavalli. Nessuno dette un'occhiata agli "uomini di legge", che rimasero soli alla "porta". Tutti erano delusi. Durante la mattinata e nel corso della notte precedente, nella quale nessuno di loro aveva dormito molto, essi si erano infatti chiesti centinaia di volte come sarebbe stato il momento in cui avrebbero ricevuto alla "porta" il comandante delle truppe imperiali. Se l'erano immaginato in tutti i modi possibili, ciascuno secondo il proprio senno e la propria natura, ed erano preparati al peggio. Qualcuno di loro s'era già visto condotto in esilio, nella lontana Germania, destinato a non vedere mai più la sua casa e la sua città. Qualcuno aveva rammentato le storie di Hajrudin, che, un tempo, aveva tagliato teste proprio su quella "porta". In tutti i possibili modi s'erano immaginati la cosa, tranne che nella maniera in cui s'era effettivamente svolta, con quel piccolo, ma acido e cattivo ufficiale, per il quale la guerra era divenuta la vera vita, e che, non pensando a se stesso e non tenendo conto degli altri, vedeva tutti gli uomini e tutte le terre intorno a sè‚ alla stregua di oggetti o mezzi di guerra e di lotta, e si comportava come se guerreggiasse per conto proprio e a titolo personale. Così rimasero fermi, guardandosi dubbiosi. Gli sguardi di ciascuno di loro, indifferentemente, chiedevano muti: "Siamo rimasti vivi e il peggio è veramente passato?... Cosa ci attende ancora, e che fare?". Il "mulazim" e "pop" Nikola si riebbero per primi. Pervennero alla conclusione che gli "uomini di legge" avevano compiuto il loro dovere e che ora non restava altro che andarsene a casa e raccomandare alla popolazione di non spaventarsi e di non fuggire, ma di stare bene attenta a quello che faceva. Gli altri, con le facce esangui e le teste vuote, accettarono questa conclusione come ne avrebbero accettato una qualsiasi altra, poiché‚ personalmente non erano in grado di concludere nulla.

Visegrad Bosnia Ponte Sulla Drina Ivo Andric


 

lunedì 14 agosto 2017

Sándor Marái, Il gabbiano. «Il dolore è passato. La vita lo ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi. Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere. Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria. Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. È così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo – la luce delle stelle o gli odori estranei – e cominciano ad avere paura e ululare. Il lutto è già un dare senso, una ragione e una pratica. Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. È quel che accade ad ogni idea e passione umane».

Incipit.
“Riavvitò con estrema cura il cappuccio di ebanite della stilografica – un gesto lento e cauto da chirurgo che impugna il suo affilato strumento o da chimico che soppesa un'ampolla in cui sono racchiuse vita e morte: medicamento o veleno capace di sterminare interi villaggi. Da qualche tempo ogni sua azione era palesemente guardinga.”
Sándor Marái, “Il gabbiano”



«Il dolore è passato. La vita lo ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi. Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere. 
Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria. Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. È così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo – la luce delle stelle o gli odori estranei – e cominciano ad avere paura e ululare. Il lutto è già un dare senso, una ragione e una pratica. Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. È quel che accade ad ogni idea e passione umane».
Sándor Marái, “Il gabbiano”, Adelphi, Milano (traduzione di Laura Sgarioto)



Una persona può annientarne un'altra rifiutandosi di lasciarla andare, ma senza concederle nulla; legandola a sè, ma al contempo impedendole di avvicinarsi troppo, evitando di stringere con lei un vero legame. Chi viene separato e isolato in tal modo finisce per soccombere. Perchè resta solo, ma non è neanche del tutto solo, vive una specie di vincolo, ma chi lo tiene prigioniero non se ne prende cura...capisce?
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 51


La realtà mostra il suo nuovo volto..e questo volto è di un'inquietante familiarità. Bè, rassegnati, pensa, e come una preda in una vertigine, si abbandona all'estasi oscura di questo desiderio e di questi minuti. Adesso sta vivendo davvero, con più foga, in maniera più profonda e avventurosa di quanto gli sia mai capitato in vita sua - con più autenticità e coinvolgimento che durante i suoi viaggi, tanto nella foresta scozzese quanto tra le braccia delle donne, o tra le scenografie fiabesche e le sfumature dai bagliori celesti e rosate dell'infanzia. Adesso si che sta vivendo, a quarantacinque anni, mentre la vita gli mostra il suo ghigno grottesco, il mescolarsi dei volti dei morti e dei vivi, la spettrale maschera prodotta nel laboratorio chimico dell'esistenza e della morte, il volto amato che ha fatto misteriosamente ritorno, nella sua realtà biologica e nella sua soprannaturale inverosimiglianza, all'ombra dell'oscuro batter d'ali della morte, nell'abbraccio tetro e possente della guerra.."In qualche angolo del mondo" o all'inferno ha cominciato a balenare un volto, il cui senso e messaggio equivalgono per lui all'amore. Ma io non sono più giovane, pensa con serietà, come se rispondesse a qualcuno. Non sono ancora vecchio, ma non sono più giovane, e di nuovo mi tocca rispondere ad una domanda simile. Sono davvero io a volere questo incontro?
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 62



No, creatura , ormai non riesci più a farmi soffrire…. Il dolore è passato. La vita l’ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo, imbalsamato come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi.
Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere.
Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria.
Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. E’ così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo- la luce delle stelle o gli odori estranei- e cominciano ad avere paura e a ululare.
Il lutto è già dare un senso, una ragione e una pratica.
Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte.
E’ quel che accade a ogni idea e passioni umane".
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 74



“Vengono da così lontano. Attraversano paesi e mari ghiacciati.
E si riposano qui sul Danubio. Hanno bisogno di grassi.
E quanto è priva di scopo la loro vita! Non è così?...”
La donna alza gli occhi freddi e grigi, li fissa in quelli dell’uomo.
Con voce rauca dice: “Priva di scopo?...” e si stringe nelle spalle.
“Vivono. Vivono con grande energia…[...]

Sì, è evidente che i gabbiani vivono con grande energia, e non sono in molti a chiedersi se la vita di un gabbiano abbia uno scopo. [...] Per decenni ho percorso questo ponte due volte al giorno, e vedo ora per la prima volta i gabbiani, pensa. Li vedo con gli occhi di questa donna. Anche lei ha gli occhi grigioverdi come l'altra... come quelli di un uccello o di un animale. [...]

Chiude la finestra. Rimane in piedi, disorientato, nella stanza buia; non si è mai sentito solo come in quel momento. Ma al tempo stesso sente che una mano, quella che dirige il volo dei gabbiani e i passi degli uomini, gli si è posata sulla spalla. Attraversa come un cieco la stanza buia - eppure gli sembra che qualcuno lo stia guidando. [...]
Sándor Marái, “Il gabbiano”



"Non ricorda di essere già stata in questa stanza?"
"io?" dice la donna. E per un attimo chiude gli occhi, e con un lieve cenno di protesta si porta le mani al cuore."No" dice poi, con voce rauca, da molto lontano, prima di chiudere un'altra volta gli occhi.
E di nuovo sprofondano nel silenzio.
E' come se per un attimo la stanza sparisse attorno a loro. Come se stessero in silenzio nel folto di una foresta o negli abissi marini. In una penombra dai riflessi verdi che rivela un'antica e familiare dimensione della vita, acqua o memoria... mentre ricordi ancestrali nuotano silenti con pesanti pinne nella semioscurità. Non sono forse già stati insieme, loro due, in quella spaventosa e indifferente combinazione che è la vita, un incontrarsi di eventi e possibilità? Adesso la stanza è grande come il passato.
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 90



Con un movimento leggero e naturale si china verso la donna, e la bacia. Quando l'attimo finisce, si guardano negli occhi. Poi l'uomo si riappoggia alla libreria, incrocia le braccia, fissa serio dinanzi a sè. La donna ha abbandonato la testa o la testa all'indietro sulla poltrona, le mani giacciono inerti sui braccioli, bianche, con le palme rivolte verso l'alto, quasi chiedessero oppure offrissero qualcosa in sacrificio. Tacciono, e il silenzio incide ancora più a fondo il ricordo di questo bacio. Il bacio è stato, e potrebbe essere uno dei baci che la magia dell'attimo uomini e donne si sono scambiati già miliardi e miliardi di volte: un bacio, perchè in fondo alla vita c'è il bacio; un bacio, perchè solo cosi i corpi riescono ad esprimere quel che cercano per tutta l'esistenza, un bacio, perchè tra uomo e donna ogni parola è superflua. Il bacio c'è stato perchè era giunto il momento, l'improrogabile momento del bacio, nel quale perde ogni senso tutto ciò che è accaduto e può accadere senza bacio - un gesto indifeso e assetato, l'incontro di due epidermidi riarse, al di sopra delle abitudini, delle inclinazioni e dei riti, un morso ammansito, un comportamento da predatore ormai addomesticato che l'uomo custodisce nei nervi e nelle labbra, come il ricordo di qualcosa che all'inizio dei tempi e della vita umana era spaventoso, cruento e mortale...Si sono baciati perchè non potevano fare altro. E ora tacciono.
Tacciono senza pathos, temono che persino il loro silenzio possa snaturare quel bacio: conferendogli in senso distorto o menzognero rispetto a ciò che ora sentono, perchè la corrente del bacio comincia ad irradiarsi nel loro corpo e nei loro nervi. Che bacio era?, pensa l'uomo. Ci sono baci che legano, pensa, e baci che subito chiariscono, spiegano, separano. Nel momento che segue il primo bacio, coloro che hanno compiuto quell'atto - compiuto?.. un vero bacio semmai, accade - , sanno già che quel contatto ha creato un legame, oppure ha stabilito una divisione? E i baci facili che aleggiano nel ripostiglio della memoria, come festoni colorati di un ballo...forse anche questo era uno di quei baci facili che, talvolta l'attimo sparge su di noi come una mano divina all'alba sparge coriandoli sulle coppie che ballano il valzer. Non sa rispondere, quindi tace.
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag.  92


Il bacio c’è stato, perché era giunto il momento, l’improrogabile momento del bacio nel quale perde ogni senso tutto ciò che è accaduto e può accadere senza il bacio - un gesto indifeso e assetato, l’incontro di due epidermidi riarse, al di sopra delle abitudini, delle inclinazioni e dei riti, un morso ammansito, un comportamento da predatore ormai addomesticato che l’uomo custodisce nei nervi e nelle labbra, come il ricordo di qualcosa che all’inizio dei tempi e della vita era spaventoso, cruento e mortale … Si sono baciati perché non potevano fare altro. E ora tacciono ..
Sándor Marái, “Il gabbiano”



Il suo nome è Aino che, tradotto vuol dire Unica: Unica Onda. Aino Laine, le dice il Consigliere, “racchiude in sé due concetti commoventi e preziosi... l’unico, che è pathos e ossessione… e l’onda... che offre e toglie eternamente i e i suoi doni, fa incontrare il caso e la possibilità, crea un legame fra ciò che è unico e ciò che è casuale. Hai un nome bellissimo, Aino Laine. Non a caso è il tuo nome
Pag. 99


Sai, quando non si ha una casa, all'improvviso il mondo diventa cosi piccolo...Puoi metterti in viaggio come gli uccelli. come...si, li abbiamo visti oggi, come gabbiani. Soltanto che noi umani non possiamo viaggiare con un bagaglio cosi leggero", aggiunge seria. "Ci vuole uno spazzolino da denti, un abito da sera, e ci portiamo dietro anche i ricordi. Già, volare non ci riesce cosi facile. I ricordi ci tirano giù. Peccato."
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 101


Tutta questa realtà che ritorna, che non voglio lasciar andar via un'altra volta. Stai tranquilla, quali che siano le tue intenzioni nel mondo, riguardo a me o a te stessa, stai tranquilla, non è colpa tua, e per quanto siano segrete e tortuose le strade che ti hanno condotta sino a me, dall'estero o dall'inferno, non sei venuta ma ti hanno mandata. Non aver paura di te stessa e delle tue intenzioni, Unica Onda...vedi, neanch'io ho più paura di me stesso e delle mie intenzioni. Non voglio che te ne vada di nuovo...e questo non è facile da dire, se penso che la legge della ripetizione è un comando altrettanto inflessibile e immutabile, a quanto sembra, della legge del mutamento, e chi accetta il mutamento deve prepararsi alla ripetizione, dunque a tutto ciò che una volta è già stato dolore e umiliazione, e che certo si ripeterà di nuovo. Si ripeta pure.
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 120


“Quando la giovinezza se ne va la vita di colpo si arricchisce, si riempie di Dio, della morte e dell’amore. Prima era dominata dall’inquietudine e dal mutamento… E’ in un momento simile che tu sei venuta da me, e per questo ti ho accolta.” 
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 133



E ora? Non hai paura, non ti vergogni ad accogliere nuovamente nella tua vita questa torbida e umiliante inquietudine? Le hai parlato di Platone perchè era arrivato il momento di parlare, e perche anche lo straordinario e il fenomenale si possono comprendere davvero soltanto attraverso le parole formulate e racchiuse in un sistema...Ma Platone dice anche altro dell'amore. Dove? Quando?...Si quando Cefalo discorrendo con il loquace Socrate gli cita Sofocle: "Sono proprio contento di essermi liberato dell'amore, come se mi fossi sottratto ad un tiranno folle e crudele." Questa cosa folle e crudele è tornata di nuovo nella mia vita. E' giunta dalla morte superando tutti gli ostacoli della vita, rinnovata e banale, un numero da illusionista di cui non oso scoprire dove stà il trucco... Nascondi
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 141



E’ questa l’altra guerra che si cela dietro quella visibile: la guerra delle coppie.
Ma nessuno storiografo ne ha mai scritto. Peccato... Però si tratta di una guerra, Aino Laine, e miete non poche vittime.
Sándor Marái, “Il gabbiano”


“Queste persone sono sempre massa, anche quando sono da sole. La loro anima è semplicemente un atomo dell'anima della massa: una brulicante impersonalità, che ha un'"opinione" su ogni cosa, e non ha una reale conoscenza pressoché di niente, ma spaurita, piroettando, scintillando, disorientata e senza uno scopo cerca una direzione in cui sciamare... Perché ti stupisci? Questa massa è il cascame di una civiltà; queste donne dal volto imbellettato come mummie egizie, questi uomini dallo sguardo fisso e crudele, che indossano i loro abiti borghesi alla moda dal taglio impeccabile neanche fossero la divisa di una società segreta. Ovunque gelida complicità.”
Sándor Marái, “Il gabbiano”


“Ormai lo so. Nelle ultime ore ho capito che gli uomini temono un unico momento: quello in cui la vita toglie loro la maschera, e sono costretti ad ammettere che quanto custodivano così spasmodicamente e gelosamente sotto la maschera, l’«io», non è così assolutamente individuale come essi, nella loro supponenza, avevano creduto. L’«io» è qualcosa che si ripete, si duplica, si mescola e si rinnova in eterno, e non è assolutamente personale. Poco fa ti ho baciata. Bene, sappi che non ho baciato soltanto te, una donna che è tornata a me attraverso le intricate vie del mondo, ma anche un’altra donna di cui tu sei stata parte, e che, pur morta e sepolta, è solo un frammento del fenomeno che tu chiami «io».”
Sándor Marái, “Il gabbiano”



Fermi in mezzo al ponte sul Danubio che separa le città di Buda e Pest, un uomo e una donna osservano i gabbiani. 
Gli uccelli sostano qualche istante sulle onde ghiacciate del fiume cercando di bere l’acqua delle piccole pozzanghere che non si sono solidificate. 
Poi tutti insieme prendono il volo verso est. 
Sono bestie voraci, hanno lo sguardo obliquo e vengono dal nord. 
Proprio come lei, Aino Laine, la giovane finlandese che passeggia in compagnia del consigliere del Ministro degli Interni. 
I due si soffermano sul paesaggio e poi proseguono, per salutarsi infine all’angolo della strada. Si rivedranno tra poche ore per una serata di gala all’Opera. 
È un incontro molto strano quello tra il consigliere e la donna. 
Lei si è presentata alla porta del suo ufficio in tarda mattinata e arrivando ha portato con sé una sferzata di freschezza e un mistero: il suo volto è identico a quello di un’altra donna, Ilona, che morendo ha lasciato un vuoto incolmabile nella vita del consigliere. 
La reazione dell’uomo al cospetto di quel volto è stata una strana e beffarda ilarità, come se la vita gli stesse tirando un brutto scherzo e lui non volesse darle la soddisfazione di prenderla troppo sul serio. 
Ha esitato qualche istante prima di farla entrare e poi ha deciso di abbandonare ogni convenevole per riuscire a scoprire tutto di quella donna. È in questo modo che il consigliere inizia a indagare sulla vita della giovane finlandese domandandole ogni particolare senza preoccuparsi né del giusto riserbo né delle buone maniere. 
Neanche il pensiero della guerra riesce ad arginare il flusso dei suoi pensieri. 
L’ultimo atto che aveva controfirmato quel giorno, sanciva infatti l’ingresso in guerra del suo paese. Era un atto definitivamente tragico che lo aveva profondamente scosso, ma l’arrivo di Aino Laine aveva avuto su di lui un impatto ancora più forte. Non aveva creduto neanche per un momento alla sua storia, quella della studentessa in cerca del permesso di soggiorno e di una borsa di studio, anzi aveva subito pensato a qualche strano complotto, a un imbroglio, forse legato agli affari di Stato, forse alla misteriosa morte della sua giovane sosia, Ilona. 
Così, prima di rivedere la donna nel foyer dell’Opera, aveva ripercorso ogni momento della sua storia con Ilona e della sua triste fine. 
Aveva ripensato a suo padre, un pingue farmacista, alla sua tremenda rivelazione e ai suoi sospetti. 
Alla lezione di chimica a cui aveva assistito per conoscere da vicino l’uomo di cui Ilona era innamorata e che forse l’aveva portata al suicidio. 
Aveva rivissuto l’amore, la morte, la guerra e quel senso tremendo di vuoto che gli riempiva la vita. 
Solo alla fine di una lunga notte di confidenze, sospetti ma anche di tenerezza insieme ad Aino, era arrivato alla conclusione che quella donna fosse la personificazione della guerra, “perché la guerra si cela dietro molti travestimenti, e a volte si presenta con un abito di seta come questo.” 
Sándor Marái, “Il gabbiano”



Simurgh
Ha scritto il 19/06/14.
Ci siamo incontrati e ci siamo detti addio.
Una giovane e bellissima donna che si incipria il naso salendo le scale di un palazzo per essere ricevuta da un'alto funzionario del ministero e, quando entra, questo consigliere resta di stucco: è uguale come un clone alla donna che ha amato e che poi si è uccisa per un altro. L'uomo ha appena scritto il comunicato ufficiale dell'entrata in guerra della Bulgaria. Siamo nel '43. Lui ha 45 anni e comincia a sentirsi vecchio. Lei viene dalla Finlandia e ha 26 anni, mi pare. Il suo nome è Aino che, tradotto vuol dire Unica: Unica Onda. Aino Laine, le dice il Consigliere, “racchiude in sé due concetti commoventi e preziosi... l’unico, che è pathos e ossessione… e l’onda... che offre e toglie eternamente i suoi doni, fa incontrare il caso e la possibilità, crea un legame fra ciò che è unico e ciò che è casuale. Hai un nome bellissimo, Aino Laine. Non a caso è il tuo nome”.

La donna intende chiedere un permesso di soggiorno per vivere in quel paese, a Budapest.
Quel che accade, l'uomo lo definisce un prodigio.
Da subito quindi si ha questa percezione di trascendimento dell'ordine naturale delle cose, un'annunciazione delle divinità riferite al meraviglioso, all'incredibile, al miracoloso che stà per accadere. E insiste molto Marai, affinchè tu possa entrare in questa dimensione percettiva e cognitiva.
Sgomento, ambiguità, sospetto, sorpresa, turbamento e incredulità invece, è ciò che la donna avverte davanti alle congetture di quest'uomo. Un uomo che sviluppa un teorema per spiegarsi quel che, secondo lui, quella donna rappresenta, e cioè che lei non è solo lei ma anche quella donna che è morta suicida per amore di un altro uomo. Una sorta di clonazione, insomma. Un gioco ambiguo di maschere e specchi che mi ha dato la sensazione di un duello, tutto intellettuale, teso a smascherare ciò che l'altro nasconde.
(Il segreto è un altra parola chiave.)

"Che cosa si immaginava presentandosi a lui dalla strada, tornando indietro dal tempo e da una dimensione che è ancora più spaventosa di quella temporale e che si trova da qualche parte, al di là delle quattro dimensioni. laddove ormai non esistono corpi, figure e concetti normali, bensì regna un caos informe, nel quale si mescolano corpi, figure, fenomeni e impressioni sensoriali cristallizzate in ricordi?
La fanciulla-gabbiano, è un'esule e, più avanti nel racconto dirà:“quando non si ha più una casa, all’improvviso il mondo diventa molto piccolo… ci si può mettere in viaggio come i gabbiani. Ma volare come loro non è facile, perchè gli esseri umani si portano dietro anche i ricordi. E i ricordi ci tirano giù

Tutta la vicenda si svolge nell'arco di un giorno e una notte, mentre la guerra imperversa in Europa. Nel contempo un'altra guerra si annuncia dentro di lui, interiore, riferita al cuore, visto che della donna gabbiano si innamora. Lui che, con i sentimenti aveva chiuso, dopo il suicidio del suo amore.

"Questa cosa folle e crudele è tornata di nuovo nella mia vita. E' giunta dalla morte superando tutti gli ostacoli della vita, rinnovata e banale, un numero da illusionista di cui non oso scoprire dove sta il trucco...
Solo verso la fine però le maschere cadranno, anche se gli specchi confondono ancora, nebulosi e distorti. Non se ne esce da questo racconto con nessuna certezza, come in un thriller non svelato, l'assassino non è catturato, all'interno di “un circuito elettrico che collega tre persone e una defunta in una trama comune”. Più che il consueto triangolo, sarà un quadrilatero. 
E’ questa l’altra guerra che si cela dietro quella visibile: la guerra delle coppie. Ma nessuno storiografo ne ha mai scritto. Peccato... Però si tratta di una guerra, Aino Laine, e miete non poche vittime. E chi ne è consapevole, a una certa età e dopo aver accumulato una certa esperienza, soppesa l’eventualità della vita e della morte quando si china verso il volto di un altro essere umano per baciarlo, un essere umano che è sì una replica, ma - purtroppo, o grazie a Dio - è anche diverso. Ma poi lo bacia ugualmente, vedi... l’esperienza non gli è servita a nulla. E dice: “Tu”, e dice: “Resta qui”.

Si ha la sensazione che quell'uomo, il protagonista possa impazzire, che confonda quanto stà accadendo, la realtà con i sogni e il ricordo.
La nota della pagina 62 da un'idea di quanto il protagonista stava vivendo. Molto bella anche quella del bacio a pag. 92.
Il racconto è molto appesantito da elucubrazioni dell'autore, o dal protagonista a cui dà voce, tanto da sembrare, per certi versi quasi un saggio. Non perchè non siano interessanti e originali, ma perchè rallentano di molto il ritmo della storia.
Mi è piaciuto meno di altri suoi ma mi è piaciuto.
http://www.anobii.com/books/Il_gabbiano/9788845925955/01e8bea02925652da8


Mario Inisi Ha scritto il 08/08/13
Identità nascosta
La trama di questo libro è molto interessante. Una ragazza, identica alla donna amata dal protagonista, morta suicida anni prima, si presenta alla porta del suo ufficio per ottenere un permesso di soggiorno proprio alla vigilia della guerra. La somiglianza non tocca solo l'aspetto fisico. Certi tic, certi modi di fare, certi pensieri indicano con chiarezza una somiglianza anche nell'anima delle due donne.Ora, data la premessa, il lettore si aspetterebbe che questa somiglianza venga in qualche modo chiarita nel corso della storia. Escluse parentele biologiche, escluso che la ragazza non sia davvero morta, rimangono in piedi due ipotesi: o la ragazza è una spia e cerca di ottenere il permesso di soggiorno in modo subdolo e con calcolo sfruttando la sorprendente somiglianza cui aggiunge magari un'abile recita o è Dio stesso o la ragazza morta o il Destino che per qualche ragione giocano questo scherzo al protagonista, scherzo ancora più crudele considerato il nome della ragazza: Unica Onda. Il nome reca in sé la contraddizione stessa dell'esistenza della ragazza.
Alcuni episodi farebbero propendere per una soluzione, altri per l'altra. Certo è che l'incertezza sui sentimenti e sugli stati d'animo è una cosa, ma quella sull'identità biologica di una persona è ben altra cosa. Anche il lettore più sognatore si aspetterebbe una soluzione al problema non troppo filosofica. Mi chiedo se il fatto che la ragazza arrivi alla vigilia di una guerra non apra a una diversa lettura del testo in cui lei sia in qualche modo una figura simbolica di qualcosa che viene e va (la guerra, la pace, la vita umana?) come un'onda sempre uguale nella storia.

lunedì 7 agosto 2017

Lansdale - La sottile linea scura. Sta' a sentire.La vita non è giusta,e non è che tutto quanto deve tornare a posto come i pezzi di un puzzle. Certe cose sono così e basta,e non c'è niente da spiegare.Puoi venirtene fuori con un sacco di se e di ma,e qualche volta puoi anche scoprire la verità.Ma molte delle cose che succedono non hanno proprio senso,e non combaciano mai.Capito?


La letteratura non deve risolvere i problemi, semmai [deve] segnalarli... 
Consciamente o no, uno scrittore coglie i segni e intuisce i tempi che verranno 
Joe R. Lansdale, in una intervista al magazine XL, ottobre 2005


"Sta' a sentire.La vita non è giusta,e non è che tutto quanto deve tornare a posto come i pezzi di un puzzle. Certe cose sono così e basta,e non c'è niente da spiegare.Puoi venirtene fuori con un sacco di se e di ma,e qualche volta puoi anche scoprire la verità.Ma molte delle cose che succedono non hanno proprio senso,e non combaciano mai.Capito?"
Joe R. Lansdale - La sottile linea scura



Brett aveva anche una figlia, di nome Tillie, detta Till, che viveva a Denver. L'ultima lettera che aveva ricevuto da lei le era sembrata incoraggiante. Till diceva che il suo pappone non la picchiava più tanto, e che quasi tutte le vecchie ferite erano sparite, anche se le era rimasta una piccola cicatrice bianca sopra l'occhio destro, e nei giorni freddi zoppicava un po'. Si era comprata un cagnolino di nome Milo, ma al suo pappa non era piaciuto, e gli aveva sparato. In realtà questo non era poi dispiaciuto troppo a Till, perché si era resa conto che non aveva nessun bisogno di un cane, nel piccolo appartamento dove abitava e intratteneva i clienti
da Bad Chili, p. 95


Il Texas è uno stato mentale. 
(dall'introduzione a Garth Ennis e Stive Dillon, Preacher – Texas o morte)
Citazione in origine di John Steinbeck.



mercoledì 2 agosto 2017

von Neumann. John von Neumann aveva una memoria eidetica con precisione assoluta. Parlava con facilità varie lingue: ad esempio l’ungherese (lingua madre), l’inglese, il francese, il tedesco, lo yiddisch, il latino e il greco (queste anche quando aveva sei anni). Sapeva citare a memoria cose lette una volta sola, anche a distanza di anni. “Una volta – raccontò il matematico Herbert Goldstine – gli chiesi di ripetermi a memoria l’inizio di Storia di due città, di Dickens. Lui ha cominciato subito, senza esitazione. E abbiamo dovuto fermarlo dopo 15 minuti, altrimenti continuava”.

Se vi credete intelligenti fate un confronto con von Neumann.
Al suo cospetto, Einstein era un rimbambito. 
von Neumann ha fatto importanti scoperte più o meno in quasi tutti i campi, eccellendo comunque in tutti gli altri. In più, era simpatico e vestiva benissimo. Anche se guidava male.

L’intelligenza è, come quasi tutte le cose, un fatto relativo. 
Chi crede di essere intelligente forse è favorito dal fatto che, intorno a sé, ci sono molte persone poco sveglie. Per essere sicuro delle sue capacità intellettuali dovrebbe, allora, cercare confronti con persone più in alto di lui. Come Albert Einstein? Non scherziamo: Einstein era un mezzo sciocco. 

Qui si parla di veri geni. Si parla di John Von Neumann (che, tra le altre cose, era anche amico di Einstein, stava nello studio accanto al suo e amava infastidirlo tenendo la musica ad alto volume).

John Von Neumann, scienziato, matematico, fisico, statistico, economista, poliglotta, e altro ancora, tutto ai massimi livelli. Aveva abilità cognitive molto al di fuori della norma. Alcune quasi da fenomeno da baraccone: poteva fare calcoli complicatissimi a mente, tanto da stupire gli altri matematici. Lo disse anche il collega Edward Teller: “Ha superato tutti. Nessuno può stare al suo livello”. E Hans Bethe, che non era un cretino bensì un premio Nobel, scrisse:“Mi sono chiesto, ogni tanto, se il cervello di von Neumann non appartenesse a una specie superiore a quella dell’uomo”. Così, per dire.

John von Neumann aveva una memoria eidetica (per chi non sapesse cosa vuol dire eidetica, c’è Google. Ma cosideri di essere già fuori dalla gara), con precisione assoluta. Parlava con facilità varie lingue: ad esempio l’ungherese (lingua madre), l’inglese, il francese, il tedesco, lo yiddisch, il latino e il greco (queste anche quando aveva sei anni). Sapeva citare a memoria cose lette una volta sola, anche a distanza di anni. “Una volta – raccontò il matematico Herbert Goldstine – gli chiesi di ripetermi a memoria l’inizio di Storia di due città, di Dickens. Lui ha cominciato subito, senza esitazione. E abbiamo dovuto fermarlo dopo 15 minuti, altrimenti continuava”.

Senza entrare nel dettaglio, è riuscito a fare importanti scoperte nel campo della matematica, della fisica quantistica, della teoria dei giochi, della dinamica dei fluidi, del calcolo comuterizzato (tanto per capirsi, l’architettura alla base dei computer l’ha decisa lui), della statistica, delle previsioni meteorologiche, dell’economia. Però guidava piuttosto male.

Nelle altre materie, quelle in cui eccelleva meno, aveva comunque buoni risultati. Ad esempio, era un appassionato di storia antica. Tanto che superava gli esperti. Lo ammise, un giorno, un anonimo professore universitario di storia bizantina: “von Neumann conosce la storia bizantina meglio di me”.

Era una persona piacevolissima. 
Organizzava feste e cene, invitava amici e faceva battute divertenti. Era simpatico, insomma. 
Sapeva stare a suo agio anche con persone meno intelligenti di lui (ed erano tante), e con i “colleghi” amava fare un sacco di scherzi (appunto, si divertiva a tormentare Einstein con la musica). E poi aveva un’autentica passione per i vestiti: era elegantissimo. Tanto che al giorno della discussione della sua tesi di dottorato, l’unica domanda fu: “chi è il sarto del candidato?

http://www.linkiesta.it/it/article/2015/10/26/se-vi-credete-intelligenti-allora-fate-un-confronto-con-von-neumann/27938/



Louis Althusser. Per quanto ne sappia, nel corso del XIX secolo nacquero due o tre bambini che nessuno aspettava: Marx, Nietzsche, Freud. Figli «naturali» nel senso in cui la natura offendo i costumi, i principi, la morale e la buona educazione; natura è la regola infranta, la ragazza madre, quindi l’assenza di un padre legalmente riconosciuto. La ragione occidentale la fa pagar cara a un figlio senza padre. Marx, Nietzsche, Freud dovettero saldare il conto, spesso atroce, della sopravvivenza: prezzo costituito da esclusioni, condanne, ingiurie, miserie, fame e morte, o follia. Parlo solo di loro (si potrebbe parlare di altri maledetti, che vissero la loro pena di morte nel colore, nel suono o nella poesia). Parlo solo di loro perché furono la nascita di scienza, o di critica

«Per quanto ne sappia, nel corso del XIX secolo nacquero due o tre bambini che nessuno aspettava: Marx, Nietzsche, Freud. Figli «naturali» nel senso in cui la natura offendo i costumi, i principi, la morale e la buona educazione; natura è la regola infranta, la ragazza madre, quindi l’assenza di un padre legalmente riconosciuto. La ragione occidentale la fa pagar cara a un figlio senza padre. 
Marx, Nietzsche, Freud dovettero saldare il conto, spesso atroce, della sopravvivenza: 
prezzo costituito da esclusioni, condanne, ingiurie, miserie, fame e morte, o follia. 
Parlo solo di loro (si potrebbe parlare di altri maledetti, che vissero la loro pena di morte nel colore, nel suono o nella poesia). Parlo solo di loro perché furono la nascita di scienza, o di critica». 
Freud e Lacan, Louis Althusser

Isole Fiji. Il tempo del diavolo. il grave errore di Thomas Baker fu tentare di togliere un pettine dalla chioma di un capotribù. Nel 1867, per aver infranto l'etichetta, il missionario metodista fu l'ultimo uomo ucciso, bollito e mangiato dagli abitanti di Nabutautau. Dopo l'episodio, le Fiji abbandonarono il cannibalismo. La suola della scarpa bollita di Baker, insieme alle apposite "forchette cannibali" usate per mangiarlo, sono in mostra al Fiji Museum.

Isole Fiji. Il tempo del diavolo.


Una dei servi del re pochi mesi fa è scappata. È stata presto, però, riportata a casa del re. 
Lì, su richiesta della regina, il suo braccio è stato tagliato sotto il gomito e cotto per il re che lo mangiò in presenza della ragazza, e poi ordinò che il suo corpo fosse bruciato in diverse parti. 
La ragazza, ora una donna, è ancora in vita
Jaggar, Missionario Metodista, Fiji, 1844


Due uomini, che sono stati catturati vivi durante la guerra in Viwa, sono stati portati a Kamba per essere uccisi. Il Capo del villaggio parlò a suo fratello - che era stato convertito alla nostra missione - sul modo in cui li aveva destinati ad essere uccisi. Suo fratello gli disse: 'Questo è molto crudele. Se si permetterà agli uomini di vivere, io ti darò una canoa.' Il Capo rispose: 'Tieniti la tua canoa. Voglio mangiare quegli uomini!' Suo fratello ha poi lasciato il villaggio perchè non avrebbe potuto testimoniare a quella vista orribile.

L'atto crudele è stato poi perpetrato. 
Agli uomini condannati a morte è stata fatta scavare una buca in terra per fare un forno nativo (lovo), gli è stata poi fatta tagliare la legna per arrostire i loro corpi. Sono stati quindi mandati a lavarsi, e poi gli hanno fatto fare una tazza di foglie di banana. Questa, dopo aver aperto una vena in ognuno dei due uomini, è stata presto riempita del loro sangue. Questo sangue è stato poi bevuto, alla presenza dei due uomini, dal popolo Kamba.

Sern, il Capo Villaggio, aveva fatto tagliare loro le braccia e le gambe, le aveva fatte cuocere e poi mangiate. Alcuna della loro carne venne mostrata ai due uomini. Ordinò poi che un amo da pesca fosse messo nella loro lingua, la quale doveva poi essere tirata fuori il più possibile prima di essere tagliata. Questa è stata arrostita e mangiata davanti ai due uomini ancora in vita alle provocazioni di 'Stiamo mangiando la tua lingua!' Mentre la vita delle vittime non si era ancora spenta, venne fatta un'incisione nel fianco di ogni uomo per togliervi le viscere. Questo terminò la loro sofferenza in questo mondo. 
Jaggar, Missionario Metodista, Fiji, 1844


Scena di canniblaismo a Fiji


[...] le pratiche del cannibalismo durante l'era che oggi i Fijiani chiamano "il tempo del diavolo", ovvero prima della diffusione del cristianesimo. Faccio notare che il cannibalismo a Fiji non esiste più da oltre 140 anni ed il corso del tempo ha fatto di questo popolo tra i più amichevoli ed ospitali di tutto il nostro pianeta.

[...] i Fijiani non mangiavano solo persone dalla pelle bianca ma anche altri Fijiani. 
Non era necessario essere un nemico o avere motivi di vendetta o aver fatto uno "sgarro" ad un Capo o ad un Re di un villaggio. I Fijiani, a quei tempi, erano famosi per la loro ferocia e crudeltà in tutto il Sud Pacifico.

Il cannibalismo alle Fiji era una pratica radicata nella cultura
Non si è mai riusciti a capire fino in fondo cosa spinse questo popolo ad essere così voracemente voglioso di carne umana e così meticoloso nel preparare un pasto e prolungare la morte delle loro vittime con estrema ferocia e sadismo.


Forse, come potrete leggere qui sotto, la mancanza di animali di grossa taglia sulle isole ha portato al cannibalismo e questo è poi degenerato in una mania facendo impazzire la gente per la carne di un uomo. La voracità per il gusto di questa carne toccava il limite dell'assurdo e, a volte, non conosceva limiti o non guardava in faccia a nessuno.


I Fijiani amavano la carne umana, e non mangiavano solo un nemico per vendetta. 
Probabilmente l'assenza di grossi animali ha dato origine a questo fenomeno...
L'equipaggio di ogni nave che naufragò su queste rive è stato ucciso e mangiato
Spesso un uomo avrebbe deciso di bastonare qualche uomo o donna che lui considerava sarebbe stata buona per la cottura con la scusa che il suo 'dente nero faceva malè e solo la carne umana avrebbe potuto curare il suo dolore. Tale era il diritto assoluto di un uomo su sua moglie che avrebbe potuto ucciderla e mangiarla se voleva, cosa che non è stata fatta raramente.
Così grande era il loro desiderio di questa strana carne che quando un uomo era stato ucciso in uno dei loro tanti litigi, e i suoi parenti avevano seppellito il suo corpo, altri Fijiani venivano frequentemente posseduti da demoni e, scavando il corpo dalla tomba, lo cucinavano e festeggiavano. È divenuta consuetudine per i parenti di un morto far la guardia alla tomba di un uomo sepolto (che non era morto per cause naturali) finché il corpo non era probabilmente diventato troppo ripugnante anche per l'appetito di un Fijiano
Alfred St Johnston, Viaggiatore, Fiji Islands, 1883


I capi dei villaggi erano temuti da tutti e considerati come discendenti degli dei. 
Un capo villaggio poteva decidere la vita o la morte di ogni componente del villaggio e non. Un capo villaggio doveva dare l'esempio ed incutere timore non solo nelle sue decisioni ma anche nella sua forma fisica.

[...] Un capo a Rakiraki aveva una scatola in cui teneva carne umana. 
Le gambe e le braccia erano salate per essere conservate in questa scatola. Se il capo avesse visto qualcuno, anche dei suoi amici, che era più grasso di lui, lo faceva uccidere sul posto, ne faceva una parte arrosto e il resto lo conservava sotto sale. Il suo popolo ha dichiarato che mangia carne umana ogni giorno. 
Rev. John Watsford, Ono, Fiji, 6 Novembre, 1846


La carne umana non si mangiava solo cotta in lovo ma soddisfava diverse mode. 
Nella preparazione di un pasto non vi era solo disordinata ferocia ma anche cura nel trattare, preparare e cucinare il piatto forte che veniva poi consumato con gelosa ingordigia.

A Bau, la gente conserva la carne umana e la mastica come alcuni masticano il tabacco
La portano con loro, e la usano nello stesso modo come il tabacco. Ho sentito di un caso di crudeltà, l'altro giorno, che supera tutto ciò che ho udito prima. Una canoa naufragò vicino Natawar, e molti degli occupanti riuscirono a nuotare a riva. Sono stati catturati dalla gente Natawar e furono disposti dei forni per arrostirli tutti in una sola volta. I poveri disgraziati furono legati pronti per i forni e i loro nemici stavano aspettando con ansia di divorarli. Non sono stati battuti con i bastoni, perché il loro sangue non doveva essere perso. Alcuni, tuttavia, non potevano aspettare fino a quando i forni erano sufficientemente caldi e strapparono le orecchie dei disgraziati per mangiarle crudeQuando i forni erano pronti, hanno tagliato le loro vittime con molta attenzione, mettendo piatti sotto ogni parte per raccogliere il sangue. Se una goccia cadeva, la leccavano da terra con la più grande golosità
Rev. John Watsford, Ono, Fiji, 6 Novembre, 1846

Il rito di mangiare carne umana era anche considerato di buon auspicio prima dell'inizio di un evento o di un'impresa... O forse ogni scusa era buona.

Nessun avvenimento importante è stato avviato senza l'uccisione di uno o due esseri umani come inaugurazione. C'era una canoa da costruire, quindi un uomo deve essere ucciso per la posa della sua chiglia, se l'uomo per cui la canoa si stava costruendo era un capo molto importante, un uomo fresco deve essere ucciso per ogni legno nuovo che è stato aggiunto. Altri uomini sono stati utilizzati durante il varo come rulli per aiutare il passaggio della canoa verso il mare. Altri ancora sono stati uccisi per lavare la coperta di sangue e per fornire alla festa la carne umana considerata così desiderabile in tali occasioni. 
Alfred St Johnston, Viaggiatore, Fiji Islands, 1883


L'utilizzo di una vittima destinata a diventare cibo poteva anche essere d'intrattenimento per la comunità che seguiva gli spettacoli con grande interesse.

A Bau vi era uno spettacolo di macellazione in una sorta di arena, intorno alla quale sono stati posti dei sedili in pietra per gli spettatori. In questo spazio vi è stata posta un enorme pietra "spacca cervelli", che è stata usata in questo modo: due forti nativi, sequestrata la vittima, ne tengono ciascuna un braccio e una gamba, e, alzando il corpo da terra tenendolo a testa in basso, correvano alla loro massima velocità, facendo sbattere la testa della vittima contro la grande pietra ripetutamente... il che era un gran divertimento per gli spettatori
Alfred St Johnston, Viaggiatore, Fiji Islands, 1883


La carne umana era anche usata come merce di scambio o come dono per ammiccarsi un villaggio più potente. Naturalmente i doni erano ben accettati da tutta la comunità.


31 ottobre 1839, Giovedi. 
Questa mattina abbiamo assistito ad uno spettacolo scioccante. 
Venti (20) cadaveri di uomini, donne e bambini sono stati portati a Rewa come un regalo da Tanoa. Sono stati distribuiti tra la gente per essere cucinati e mangiati. Essi sono stati trascinati in acqua e sulla spiaggia. I bambini si divertivano a mutilare il corpo di una bambina. Una folla di uomini e di donne maltrattatavano il corpo di un uomo dai capelli grigi e una giovane donna. Interiora umane galleggiavano sul fiume di fronte alla sede della missione. Gli arti mutilati, teste e busti dei corpi degli esseri umani galleggiavano, e scene di disgusto e di orrore erano davanti al nostro punto di vista in ogni direzione. Come è vero che i luoghi oscuri della terra sono pieni delle abitazioni di crudeltà.

1 ° novembre Venerdì. 
Questa mattina poco dopo l'inizio del giorno sono rimasto sorpreso nel sentire le voci di più persone che parlavano a voce molto alta vicino alla recinzione di fronte alla sede della missione. Andando ad accertare la causa del rumore, ho trovato una testa umana nel nostro giardino. Era la testa del vecchio, il cui corpo era stato abusato in spiaggia il giorno prima. Il braccio del corpo era stato spezzato da un proiettile che era passato attraverso l'osso vicino alla spalla, e la parte superiore del cranio era stato rotto con un bastone. La testa era stato messa in giardino durante la notte, con l'intento senza dubbio, di infastidire o scioccare i nostri sentimenti. 
Rev. David Cargill, Missionario Metodista, Rewa, Fiji, 1839


Meno male che oggi i Fijiani sono tutt'altre persone e che certe pratiche non esistono più.

Oggi il cannibalismo di quei tempi oscuri è visto con macabro rispetto. 
Visitando il Fiji Museum di Suva o l'Art Village di Pacific Harbour si possono "ammirare" reperti, foto e testimonianze di quello che era il passato delle isole che i naviganti Europei chiamavano "Isole dei Cannibali". 

Nelle zone remote di tutto il paese si possono trovare memorie di quel periodo (come ho avuto modo di testimoniare personalmente sulla bellissima isola di Kaibu nelle Lau trovando una grotta piena di ossa umane). Pensando che solo il grande capo Ratu Udre Udre nella sua vita è riuscito a mangiare più di 800 persone, pensate quante ossa sono distribuite nelle zone remote delle Isole Fiji. 

Le ossa, infatti, venivano utilizzate dai Fijiani del passato per farne utensili da cucina (ciotole, piatti, forchette, coltelli) o per creare strani cuscini sui quali poggiavano la testa per dormire, oppure le "buttavano" in caverne, che ho saputo che i locali oggi chiamano "rubbish cave", ovvero caverne spazzatura.
Mazze fijiane

L'avvento del cristianesimo ha reso i Fijiani quelle fantastiche persone che sono oggi e, anche se in alcuni casi c'è chi, per sdrammatizzare il passato delle Fiji, racconta barzellette (come lo staff delle rappresentazioni culturali dell'Art Village di Pacific Harbour), c'è chi si pente delle storia delle Fiji e degli atti perpetrati a scapito delle persone divenute un "pasto". Questo è il caso della popolazione del villaggio di Nabutautau che nel 2003 ha fatto le sue scuse per aver cannibalizzato il reverendo Thomas Baker e 8 dei Fijiani della sua missione nel 1867. Questo è stato forse il più famoso e sicuramente l'ultimo atto di cannibalismo perpetrato nelle Isole Fiji.

Testimonianze tratte da Here be Cannibals e Fiji Villagers apologize for cannibalism
Foto tratte da Sleeping with cannibals, Manuscript & Pictorial, Cannibalism, Travel Tart, Just Pacific

http://www.italianiafiji.it/public/post/testimonianze-di-cannibalismo-del-tempo-del-diavolo-delle-fiji-436.asp


A quanto pare, il grave errore di Thomas Baker fu tentare di togliere un pettine dalla chioma di un capotribù. Nel 1867, per aver infranto l'etichetta, il missionario metodista fu l'ultimo uomo ucciso, bollito e mangiato dagli abitanti di Nabutautau
Dopo l'episodio, le Fiji abbandonarono il cannibalismo.
La suola della scarpa bollita di Baker, insieme alle apposite "forchette cannibali" usate per mangiarlo, sono in mostra al Fiji Museum. Altri oggetti della collezione, come una canoa da guerra lunga 13 m e una copia dell'atto di cessione del 1874 che accordava la proprietà britannica dell'arcipelago, compongono un ritratto del passato coloniale e indigeno delle Fiji.
A una cerimonia tribale del 2003, gli abitanti di Nabutautau chiesero ufficialmente scusa ai discendenti del reverendo per averlo mangiato, affermando che da quel giorno la sventura si era abbattuta sul villaggio.



https://books.google.it/books?id=2KslDwAAQBAJ&pg=PT686&lpg=PT686&dq=Thomas+Baker+Fiji&source=bl&ots=4ngaPALrRr&sig=szdDnaBYsL0Zm-RKZEfQ8HTtjWQ&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwibzojr2rjVAhWqDsAKHWr4CB0Q6AEISzAJ#v=onepage&q=Thomas%20Baker%20Fiji&f=false


Il pasto dannato.
Centotrentasei anni fa un missionario fu mangiato dai cannibali delle Fiji. 
Oggi i discendenti, preoccupati da una maledizione, chiedono perdono con una cerimonia
I discendenti di un missionario ucciso e mangiato nelle isole Figi, nel Pacifico, più di 130 anni fa sono tornati sulla scena del crimine per aiutare a scongiurare una maledizione che perseguita quel lontano distretto.
Gli 11 discendenti australiani hanno raggiunto oggi il remoto villaggio di Nubutautau, negli altipiani centrali di Viti Levu, dove sono stati accolti da 600 indigeni per la cerimonia tradizionale di riconciliazione, alla presenza del primo ministro Laisenia Qarase e di membri del Gran Consiglio dei Capi.
In una mistura di antichi riti pagani e cerimonie cristiane, ai discendenti del missionario sono state offerte mucche, tappetini specialmente intessuti e 30 rari denti di balena.
Gli 11 australiani hanno legami familiari con il missionario metodista Thomas Baker, ritenuto il solo uomo bianco ucciso e mangiato nella regione conosciuta un tempo come «l'isola dei cannibali».
Secondo la tradizione orale, il reverendo Baker e sette figiani del suo gruppo caddero in un'imboscata e furono uccisi in quel distretto il 21 luglio 1867, dopo che il missionario aveva tolto un pettine dai capelli del capo locale - un grave insulto secondo i costumi locali.
Il corpo del missionario fu poi cucinato, tagliato a pezzi e distribuito ai capi della zona. 
Tutto ciò che rimase furono le suole delle scarpe, ora esposte in un museo nella capitale Suva.

Mesi fa gli abitanti del distretto, che si credono oggetto di una maledizione per le azioni dei loro antenati, hanno chiesto alla chiesa metodista di organizzare la cerimonia.
«Gli abitanti del villaggio si sono resi conto che ciò che è accaduto 136 anni fa, potrebbe essere la radice dei mali di cui soffrono ora», ha detto alla radio australiana ABC il coordinatore della cerimonia, reverendo Isireli Kacimaiwai.

«La povertà, le rivalità fra famiglie e tribù... arrivano anche a piantare marijuana per guadagnarsi da vivere, il che è illegale nelle Figi», ha aggiunto.

Dennis Russell di 46 anni, un minatore di Brisbane pronipote del rev. Baker di cinque generazioni, che non era mai stato fuori d'Australia, si è detto emozionato per l'esperienza.

«Per noi è stata un'avventura. Ci intimoriva un po', perché entravamo in una realtà di cui non sappiamo molto», ma ora siamo felici di averli aiutati, era una cosa che di certo li faceva soffrire», ha dichiarato.

http://www.fantasymagazine.it/470/il-pasto-dannato



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