martedì 21 novembre 2017

Ordine teutonico. A differenza degli altri ordini gerosolimitani, che professavano un ecumenismo cristiano "europeo", i Teutonici rimasero vincolati fin dalle origini ad un'idea nazionale rigidamente circoscritta alla Vaterland germanica. In altre parole, mentre Templari e Ospitalieri costituirono autentiche "multinazionali della fede", i cavalieri teutonici non furono che dei tedeschi associati tra loro per un'impresa straordinaria in terre lontane.

Ordine teutonico.
[...] Si trattava di cavalieri che seguivano una forma di vita monastica, cioè cercavano di realizzare un’unione, a prima vista improbabile, tra la vita laico-attiva del cavaliere e quella religioso-contemplativa del monaco. E ciò in un’epoca in cui era forte la distinzione tra i ceti sociali.
Nel tradizionale concetto della società altomedievale, cioè dei secoli che vanno grosso modo dall’VIII all’XI-XII, esistevano soltanto tre gruppi sociali: gli oratores, la cui attività sociale consisteva nella preghiera, vale a dire il clero; i bellatores, il cui ruolo sociale era l’esercizio delle armi, i cavalieri; e infine il resto della società, i laboratores, che si guadagnarono da vivere appunto lavorando (contadini, artigiani, ecc.). Questo schema era ritenuta di origine divina, e dunque non mutabile dall’uomo. Almeno in teoria… Ma con la fioritura delle città i mercanti, che in teoria facevano parte della terza categoria, cominciarono una ascesa sociale che avrebbe sconvolto lo schema tradizionale della “società tripartita”. [...]

Una incondizionata ammirazione per Ermanno, come del resto anche per Federico, traspare dalle parole di Ernst Kantorowicz. Egli scrisse infatti:

«L’organizzazione dei Cavalieri teutonici (di cui Federico II amava far risalire le prime origini al Barbarossa) fu, com’egli stesso asserì, opera sua personale e del gran maestro Ermanno di Salza. Per più di due decenni questi frequentò la corte di Federico come primo consigliere e uomo di fiducia, non solo in qualità di gran maestro dell’Ordine, ma in grazia dei suoi pregi personali, che in numerose circostanze lo resero indispensabile allo Staufen. Ermanno di Salza era probabilmente originario delle Turingia, come risalta da tutta la sua personalità: mancavano al suo carattere la giovialità e la prontezza, a cui supplivano la ponderata meditazione, la fedeltà a tutta prova e il senso virile di giustizia. Gran fama ebbe la sua fedeltà, quella fedeltà che, da tempi antichissimi quasi unicamente propria dei tedeschi, si risolve in forza positiva stimolante all’azione. Tale fedeltà assunse per lui un carattere tragico, perché egli aveva prestato giuramento a due signori, al papa e all’imperatore, di modo che ogni conflitto fra le due potenze gettava il suo animo in una tensione insoffribile. La necessità di mantenersi fedele ad ambedue ce lo mostra più tardi sempre in giro per l’Europa, dalla curia alla corte, per mantenere o ripristinare la pace negli anni bui degl’incessanti conflitti. “Lavorare per l’onore della chiesa e dell’impero”: questo, com’egli disse, il fine della sua vita; e fu così vero, che, quando la frattura fra le due potenze si fece insanabile, gli parve spenta ogni possibilità di vita; e morì di fatti quello stesso giovedì santo del 1239, in cui il papa fulminò per sempre la scomunica su Federico»[2].

Un’immagine del tutto diversa di Ermanno è stata presentata invece da uno dei più autorevoli storici polacchi, Karol Górski. Per Górski, Ermanno, nato da una famiglia di ministeriales, cioè di cavalieri originariamente non liberi, che avevano conquistato la libertà, sarebbe stato spinto da una irrefrenabile ambizione personale di ottenere per l'Ordine da lui guidato un territorio in cui costituire uno Stato; il che gli avrebbe permesso di diventare principe. Questa ambizione sarebbe all'origine della cosiddetta «bolla d'oro di Rimini», con la quale Federico II nel 1226 donò all'Ordine le terre della Prussia ancora da conquistare e assegnò al Gran Maestro per questo territorio gli stessi diritti dei principi dell'Impero.
Secondo Górski questo documento «aveva due aspetti differenti.
Il primo concerneva la situazione personale di Hermann von Salza; l'altro i suoi progetti di fondazione di uno stato. In primo luogo entrò in causa la situazione personale:

Hermann von Salza, gran maestro dell'Ordine, consigliere influente del papa e favorito dell'imperatore, per i principi dell'Impero era solo un plebeo, che aveva ricevuto la libertà in data assai recente.

Nel corso delle sue azioni diplomatiche per curare gli interessi di Federico II aveva dovuto senza dubbio inghiottire in silenzio molte umiliazioni: non era che un monaco cavaliere, senza antenati né parenti fra i grandi di Germania. Ora diventava pari ai principi e poteva reclamare precedenze, non trascurabili nelle missioni diplomatiche. Diventava insomma un principe ecclesiastico, come tanti abati e vescovi dell'Impero, e la sua autorità personale era rafforzata da un privilegio. Si trattava di qualcosa di molto reale, ed è perfino possibile che l'ambizioso Hermann avesse avuto in vista proprio questo fine, e che la fondazione di uno stato a spese di un principe polacco fosse per lui in secondo piano»[3].

Per lo storico polacco l’opera di Ermanno «fu di uomo politico, e nessuna delle sue azioni più importanti fu propria di un religioso»[4]. «Era senza dubbio un grande uomo colui che moriva a Salerno nel 1239 e veniva sepolto a Barletta nella cappella dell'Ordine. Aveva dato alla Germania una nuova provincia, lanciando il proprio ordine ospitaliero nella scia dell'Impero. Dovendo scegliere fra due nozioni di cristianità, allora in lotta fra loro, l'Impero e il papato, aveva preferito il primo, ossia una concezione decisamente politica, piuttosto che religiosa. La scelta dei mezzi si era mostrata coerente con questa impostazione: aveva raggirato il principe di Masovia, mentre il vescovo di Prussia era stato lasciato in prigionia; non era rifuggito dal ricorrere a falsi documenti. Per un monaco non era poco»[5].

Questi due giudizi così contrastanti su Ermanno di Salza, quello completamente positivo da parte di Kantorowicz, e quello quasi del tutto negativo da parte di Górski, non sono dovuti esclusivamente alle posizioni personali di questi due studiosi, uno tedesco, l’altro polacco. Essi sono piuttosto il risultato di due modi diversi di vedere la storia dei cavalieri teutonici, affermatisi nell’Ottocento e nel Novecento nell’ambito della storiografia tedesca e polacca. Per la maggior parte degli storici tedeschi i cavalieri teutonici avevano contribuito all’espansione del mondo germanico verso Est; per la maggior parte degli storici polacchi, invece, questi cavalieri istituendo sulle sponde del Baltico un proprio Stato avevano soggiogato le popolazioni slave e baltiche [6]. [...]

La visione negativa dei cavalieri teutonici fu poi accentuata dal fatto che il loro simbolo, la croce patente nera, fu usato come modello per una onorificenza militare prussiana, la celebre Croce di ferro. Tale onorificenza inventata all’epoca delle guerre di liberazione contro Napoleone (nel 1813), fu poi usata per i soldati tedeschi nella prima e nella seconda guerra mondiale, (e fu portata con orgoglio da Adolf Hitler).

[...] Quanto questa visione negativa fosse diffusa anche tra gli intellettuali italiani dimostrò la reazione che suscitò la pubblicazione del libro di Górski, di cui abbiamo citato il brano relativo a Ermanno di Salza. Pubblicato nel 1971 dalla casa editrice Einaudi, il libro fu presentato sul «Corriere della Sera» (del 28 ottobre 1971) in un articolo che portò il titolo «I bisnonni di Hitler». I cavalieri teutonici furono considerati gli antenati della «bellicosa nazione tedesca», «irta di alabarde e di elmi chiodati che, sotto la dinastia Hohenzollern, e poi sotto quella degli eredi nazisti, terrorizzò e devastò mezzo mondo».

La visione negativa dei cavalieri teutonici era stata suggerita dal giudizio negativo che Górski aveva dato dello Stato da loro creato in Prussia, paragonato dallo storico polacco a quello fondato dai Gesuiti nel ‘600 in Paraguay. In entrambi i casi si sarebbe verificata la situazione «assurda» in cui uomini, che in quanto religiosi avevano «rinunziato per principio al mondo, si siano rivolti ad esso di nuovo per fondarvi stati, per lo più con la violenza». Secondo lo storico polacco, sia in Prussia che in Paraguay «la corporazione monastica dominante era reclutata fuori del paese e costituiva perciò una sorta di casta chiusa nei confronti degli indigeni».
A parte che questo giudizio così incondizionatamente negativo sugli Stati “monastici” della Prussia e del Paraguay è stato ridimensionato dalla storiografia successiva, va detto che si tratta comunque di un giudizio, per quanto riguarda i cavalieri teutonici, condizionato da una riduzione della loro storia all’attività svolta nel Baltico, mentre viene trascurata quella mediterranea, alla quale invece recenti ricerche hanno rivolto l’attenzione.

L’Ordine dei cavalieri teutonici è nato, infatti, nel Mediterraneo e continuò ad essere qui attivo anche quando, nel corso del Duecento, il centro della sua azione cominciò a spostarsi lentamente verso il Baltico. Al tempo di Federico II e di Ermanno di Salza il fulcro dell’attività dei cavalieri era nel Mediterraneo e la sede del Gran Maestro era in Terra Santa.

Il Gran Maestro aveva probabilmente l’idea di costituire per il suo Ordine una signoria territoriale e faceva dei tentativi in questa direzione in varie regioni: in Ungheria (prima del 1225), in Terrasanta (a nord di Acri, dove i Teutonici acquistarono verso il 1226 un piccolo castello che ingrandirono dandogli il nome di Montfort), e infine in Prussia, dove sarebbero riusciti a costruire un proprio Stato da cui più tardi, nel Cinquecento, sarebbe nato il ducato di Prussia.

Il vero artefice della fortuna dei cavalieri teutonici fu senz’altro Ermanno di Salza, che, grazie ai suoi ottimi rapporti con Federico II da una parte, e con i papi Onorio III e Gregorio IX dall’altra, riuscì ad ottenere numerosi privilegi per il suo Ordine. Essendo a capo di un Ordine sottoposto direttamente al papa, egli doveva per forza mantenere buoni rapporti con la Sede Apostolica, e come capo di un ordine di cavalieri-monaci quasi esclusivamente tedeschi e legato da amicizia a Federico II, non poteva disinteressarsi delle vicende dell’Impero. Ermanno fu perciò un instancabile mediatore tra l’imperatore e i papi e riuscì ad evitare che gli attriti tra le due potenze universali sfociassero in uno scontro radicale, come invece sarebbe successo dopo la sua morte.

Negli anni precedenti Ermanno di Salza aveva lavorato duro per evitare che si arrivasse al peggio. All'inizio di settembre del 1227 il Gran Maestro partì con Federico II da Brindisi, ma l'imperatore, ammalatosi, dovette sbarcare a Otranto e recarsi poi a Pozzuoli per curare la sua malattia.
Ermanno proseguì insieme al patriarca di Gerusalemme, Geroldo, e al duca Enrico di Limburgo, a cui era stato conferito il comando della spedizione costituita da venti galee, raggiungendo via Cipro, intorno alla metà dell'ottobre 1227, Acri. A nord di Acri era, sin dalla prima metà del 1226, in corso la costruzione del castello di Montfort, destinato a diventare la sede centrale dell'Ordine Teutonico.

Il 7 settembre 1228 arrivò finalmente in Terra Santa anche Federico II, il quale, però, nel frattempo era stato scomunicato da Gregorio IX, per aver rimandato nuovamente la crociata. Quando arrivarono poi ad Acri due frati minori inviati dal papa per sollecitare il patriarca di Gerusalemme a trattare l'imperatore come  scomunicato e i tre Ordini militari a negare a Federico II qualsiasi appoggio, Ermanno fu costretto a prendere posizione a favore dell'imperatore e contro il papa, essendo ormai diventata impossibile una posizione mediatrice per la quale egli finora si era sempre impegnato. Federico II, per evitare di perdere l'appoggio dei Templari e degli Ospedalieri, rinunciò al comando sull'armata crociata conferendo quello su tedeschi e lombardi a Ermanno, e quello sui soldati originari dei regni di Gerusalemme e di Cipro al maresciallo Riccardo Filangieri e al comestabile Odo di Montbéliard.

Nel marzo 1229 Ermanno inviò una lettera a Gregorio IX per giustificare il suo comportamento e la crociata di Federico II. Precedentemente il Gran Maestro aveva fatto parte della delegazione inviata presso al-Kamil per ricevere da questi il giuramento del trattato stipulato con l'imperatore, il quale aveva prestato questo giuramento già il 18 febbraio 1229. Il Gran Maestro cercò invano di convincere il patriarca Geroldo di Gerusalemme a dare il suo consenso al trattato che restituiva Gerusalemme ai cristiani. La presa di posizione del Gran Maestro per Federico II e contro Gregorio IX creò per l'Ordine Teutonico una situazione difficile, perché gli Ospedalieri cercarono di approfittarne e chiesero al papa di sottomettere a loro l'Ordine Teutonico in quanto nato da un ospedale gerosolimitano, che nel secolo XII era stato dipendente dagli Ospedalieri.

Quando Federico II, sabato 17 marzo 1229, entrò con il suo esercito a Gerusalemme, Ermanno, al quale, come disse egli stesso, stava a cuore non soltanto l'onore dell'impero ma anche quello della Chiesa («nos vero, sicut ille qui honorem ecclesie et imperii diligit et utriusque exaltationi intendit»)[7], convinse l'imperatore a non assistere, diversamente da quanto qualcuno gli aveva consigliato, alla celebrazione della messa nella chiesa del Santo Sepolcro; una tale azione dello scomunicato svevo, infatti, avrebbe potuto essere interpretata da parte papale come una ulteriore provocazione. Federico II entrò quindi soltanto dopo la fine della messa nella chiesa del Santo Sepolcro, e, senza alcun cerimoniale religioso prese dall'altare la corona, se la mise sulla testa e andò ad occupare il trono. Si trattava, come è stato chiarito in modo definitivo alcuni anni fa, non di una «autoincoronazione», bensì soltanto di un gesto usato spesso dagli imperatori in giorni festivi, cioè quello di portare la corona («Festkrönung»)[8].

Ermanno riferì di questo evento in una lettera inviata nel marzo 1229 a un membro della curia romana, la cui identità non è nota [9]. Egli scrive che «il signor imperatore ha portato lì (cioè nella chiesa del Santo Sepolcro) in onore del re eterno la corona. Molti gli consigliarono di sentire lì anche la messa, dato che egli aveva liberato questa terra dalle mani dei Saraceni, e perciò era stato scomunicato. Noi, però, che apprezziamo l'onore della Chiesa e dell'Impero e ci impegniamo per l'esaltazione di entrambi, resistemmo a questo consiglio, perché non lo ritenemmo buono né per la Chiesa né per l'imperatore. E seguendo in ciò il nostro consiglio, egli (cioè Federico II) non partecipò alla messa, ma prese soltanto la corona senza benedizione dall'altare e la portò fino al trono, come è uso»[10].

Dopo questo atto, l'imperatore si recò probabilmente nella vicina casa degli Ospedalieri, dove ricevette i grandi del regno di Gerusalemme. In quest'occasione, Ermanno proclamò davanti a una grande folla, tra cui c'erano anche personaggi preminenti, come gli arcivescovi di Palermo e di Capua, in latino e in tedesco alcuni «verba conscripta» dell'imperatore, cioè un discorso dettato da Federico II («proposuit coram omnibus manifeste verba subscripta et nobis iniuncxit, ut verba sua ipisi latine et theutonice exponeremus») [11]. In questo discorso l'imperatore giustificò le sue azioni e si dichiarò disposto di fare la pace con la Chiesa e con il papa. Dalla scelta del verbo «exporre» si può dedurre che il Gran Maestro non tradusse soltanto il discorso dell'imperatore, ma lo espose con parole sue.

Grazie all’impegno di Ermanno di Salza, Federico II evitò lo scontro totale con il papato. Il Gran Maestro, nel 1230, sarebbe riuscito a convincere Gregorio IX a togliere all’imperatore la scomunica e a stipulare la pace di San Germano. [...]

Dopo la caduta dell’ultima roccaforte cristiana in Terrasanta, Acri (1291), il Gran Maestro teutonico si trasferì a Venezia, dove rimase fino al 1309. Soltanto in quest’anno la sede centrale fu trasferita a Marienburg nella Prussia occidentale (l’odierna Malbork in Polonia). [...]

 Copyright © Hubert Houben

* Conferenza tenuta, il 24 giugno 2006, su invito della Fondazione Federico II Hohenstaufen (Jesi) nell’Aula del Rettorato dell’Università di Ancona.

http://www.stupormundi.it/it/federico-ii-e-l%E2%80%99ordine-teutonico


Ordine teutonico.
A differenza degli altri ordini gerosolimitani, che professavano un ecumenismo cristiano "europeo", i Teutonici rimasero vincolati fin dalle origini ad un'idea nazionale rigidamente circoscritta alla Vaterland germanica.
In altre parole, mentre Templari e Ospitalieri costituirono autentiche "multinazionali della fede", i cavalieri teutonici non furono che dei tedeschi associati tra loro per un'impresa straordinaria in terre lontane.
[...]

È interessante osservere il ruolo riservato alle donne all'interno dell'ordine, che furono sempre presenti e attive nei suoi ranghi, soprattutto per quanto riguardava l'assistenza ai feriti ed agli ammalati.

Per lo stretto, rapporto d'intesa con l'imperatore Federico II, rappresentato nell'Ordine da maestri di sua fiducia, a cominciare dall'amico e consigliere personale Hermann von Salza, i cavalieri Teutonici acquisirono un esteso potere in Puglia e in Sicilia, dove si trovarono presto a controllare castelli e proprietà d'immenso valore.

I Teutonici si distinsero per una loro quasi morbosa vocazione al sacrificio, un'incontenibile ansia di ricercare la morte in combattimento, ereditata evidentemente da una tradizione pagana che la conversione al cristianesimo non aveva ancora del tutto espurgato dei suoi miti. Tra i quali sopravviveva in specie la propensione a considerare il paradiso stesso come qualcosa di simile al Walhalla di Odino, un asilo di guerrieri e di eroi, al quale la gente comune non poteva avere accesso.

Quel che ne derivava, in definitiva, era, l'inconfessabile convinzione che la beatitudine celeste fosse qualcosa d'incompatibile con lo spirito di pace. Il che finiva per alimentare oltre misura quest'aberrante mistica della morte violenta, inflitta o subita.

http://www.medievale.it/articoli/i-cavalieri-teutonici/


Nel 1211 l'Ordine fu chiamato in aiuto dal re Andrea d'Ungheria contro i Cumani, ed ebbe in cambio il Burgenland da colonizzare. I Cavalieri fortificarono il paese e cominciarono a colonizzarlo: ma quando essi cercarono di rendersi indipendenti dal re facendo infeudare il paese all'Ordine dalla Santa Sede, vennero scacciati (1225).

Ma nel 1226 vennero chiamati in aiuto dal polacco duca Corrado di Masovia e dal primo vescovo di Prussia, Cristiano, contro gli slavi pagani abitatori della Prussia: in cambio ebbero il Culmerland, territorio polacco che era stato ripreso dai pagani, e il possesso di quanto territorio prussiano avessero potuto conquistare.

Prima di passare all'azione, Hermann von Salza fece investire l'Ordine da parte di Federico II del Culmerland e delle terre da conquistare, come feudi dell'impero: così alla dignità di gran maestro dell'Ordine andò d'allora in poi unita quella di principe dell'impero. Seguirono privilegi e garanzie della Santa Sede e della corona polacca, e nel 1230 cominciò l'opera di conquista: al Culmerland seguirono facilmente la riva destra della Vistola e della Nogat, poi la costa, il Pregel, il Samland. Nel 1237 si fuse con l'Ordine Teutonico l'ordine dei Cavalieri Portaspada apportando la Curlandia, la Semigallia e la Livonia.

Da principio l'Ordine si accontentava della conversione e della sottomissione della popolazione; ma dopo la grande ribellione del 1260 - nella quale i Prussiani, con l'aiuto dei confratelli Lituani, e avvantaggiandosi della benevola neutralità dei Polacchi tolsero ai Cavalieri quasi tutto il conquistato - dopo la quindicenne guerra di riconquista che seguì, e infine dopo la conquista delle regioni più orientali della Prussia, abitate da Lituani e da stirpi slave (1283), gli originarî abitatori furono radicalmente sterminati, e nell'antico territorio pagano, che ormai andava dal basso corso della Vistola al medio corso del Memel, vennero chiamati coloni tedeschi, che sotto il severo governo dei Cavalieri, ma con molti privilegi ed esenzioni, si sparsero a coltivare le campagne, e fondarono una quarantina di nuove città (notevole fra esse Königsberg, che più tardi doveva diventare capitale dell'Ordine); i pochi nobili prussiani rimasti fedeli, e i prussiani non nobili in compenso della loro fedeltà vennero completamente assorbiti. La guerra coi Lituani diventò perenne.

Verso la metà del sec. XIII l'ordine aveva possedimenti in Palestina, Puglia, Sicilia, Spagna, nell'Impero greco, in Armenia, in Austria, Germania, Prussia e Livonia, ognuno dei quali era affidato a un Komtur (Commendator), mentre la Palestina era amministrata dal Gran Maestro stesso.

Il primo dei possedimenti non tedeschi che andò perduto fu quello di Acri (1291):
e così per un certo periodo di tempo la casa madre dell'Ordine fu trasferita a Venezia.
Il gran maestro Siegfried von Feuchtwangen trasferì poi la casa madre dell'Ordine a Marienburg, consacrando così (1309) l'abbandono della primitiva missione per la nuova, più strettamente legata al carattere nazionale tedesco dell'Ordine, che nel 1308 aveva acquistato il ducato di Pomerania dai margravî del Brandeburgo, diventando così signore anche di Danzica, e assicurando la continuità territoriale dei propri possedimenti.

Nel periodo seguente (fino al 1382) la storia dell'Ordine s'identifica con quella della Prussia e della Livonia, che erano i suoi due dominî principali. Nel sec. XIV l'Ordine ha quasi funzioni egemoniche nell'Europa settentrionale: fortissimo all'interno per la saggia amministrazione e per la fedeltà dei sudditi, resiste vittoriosamente agli sforzi della Polonia, divenuta decisamente sua avversaria dopo l'acquisto della Pomerania, e a quelli della Santa Sede, con la quale si trova più volte in conflitto a causa della riluttanza dei vescovi delle terre conquistate (in Prussia i 4 vescovati erano affidati a membri dell'Ordine: non così nelle regioni apportate dall'ordine dei Portaspada, ecc.) a sottostare alla severa amministrazione dell'Ordine; d'altra parte ottimi erano i rapporti dell'Ordine con la Hansa, che esso assisté nelle lotte con i sovrani di Svezia e Danimarca, e soprattutto favorì sgombrando il Baltico da pirati, i cosiddetti Vitalienbrüder.

Ma cominciano anche i segni della decadenza. In questo tempo la perenne guerra contro i Lituani, che pure procurò ai Cavalieri una grande gloria nell'opinione pubblica dei contemporanei, cominciò a degenerare in una specie di caccia all'uomo, alla quale s'invitavano ospiti di riguardo come a un divertimento, e che veniva condotta senza risultati positivi di nuove conquiste; e se anche sotto il gran maestro Winrich von Kniprode (1351-1382) la Prussia conobbe il suo massimo splendore cavalleresco, celebrato da Chaucer e dal Boucicaut, così da poter tenere, unico fra i paesi tedeschi, il paragone con l'Occidente, l'Ordine dovette adattarsi ai tempi, e divenire sempre più una potenza mercantile, che si alienò l'animo delle città prussiane facendo loro concorrenza e istituendo monopolî (come quello dell'ambra) in proprio favore.

Se anche nel 1346 l'Ordine acquistava l'Estonia e nel 1404 Visby con il Gotland, l'irrigidirsi progressivo del governo dei Cavalieri, e la difficoltà per un ordine cavalleresco di adattarsi veramente alla nuova arte militare preparavano quella decadenza che si manifestò chiaramente quando il sovrano di Lítuania, il principe Jagellone si convertì al cristianesimo, costringendo il suo popolo a seguirlo (1386), e tolse così all'Ordine il suo compito, la stessa ragione d'essere.

Lo Jagellone s'imparentò con la casa regnante di Polonia, consolidando così l'alleanza dei due stati slavi. Per reagire alle continue manifestazioni di ostilità degli Slavi, e per rialzare il proprio prestigio, l'Ordine deliberò una grande spedizione militare, terminata con la terribile sconfitta di Tannenberg (15 luglio 1410).

La prima pace di Thorn (1411) conclusa dalla Polonia per aver mano libera con l'Ungheria, aveva ridato all'Ordine quasi tutti i suoi dominî: ma il governo di essi fu sempre peggiore, e finalmente città e nobiltà si unirono nel Preussischer Bund e dichiararono la propria indipendenza dall'Ordine, invitando a prendere la sovranità in Prussia il re di Polonia, al quale prestarono omaggio perfino alcuni cavalieri (1454). La guerra dell'Ordine contro la Polonia che ne seguì e che durò per 13 anni, ebbe, volta come era anche contro il Preussischer Bund, carattere di guerra civile, e terminò con la seconda pace di Thorn, la cosiddetta "pace perpetua" (1466), che lasciò all'Ordine solo la Prussia Orientale, e come feudo polacco.

La decadenza politica, militare, anche morale e religiosa dell'Ordine, lo aveva reso maturo per la secolarizzazione, che fu compiuta, su consiglio di Lutero, dall'ultimo Gran Maestro dell'Ordine, il margravio Alberto di Brandeburgo, nipote del re di Polonia, eletto nel 1511 e che nel 1525, col trattato di Cracovia, trasformò la Prussia in un ducato ereditario, vassallo del regno di Polonia; nel 1561 il suo esempio fu seguito dal capo dell'Ordine per la Livonia. Il maestro dell'Ordine per i possedimenti tedeschi, rimasto cattolico, fece mettere il duca Alberto al bando dell'impero (1530), divenendo egli stesso Gran Maestro e feudatario titolare della Prussia. Mentre questa, secolarizzata, si avviava all'indipendenza, l'Ordine Teutonico stabiliva la sua sede a Mergentheim, organizzandosi in 12 baliaggi: Turingia, Austria, Assia, Franconia, Coblenza, Alsazia, Bolzano, Utrecht, Alten-Biesen, Lorena, Sassonia, Vestfalia, ritornando all'attività originaria ospedaliera e rivendicando sempre i suoi diritti in Prussia.

Abolito nel 1809 da Napoleone, si ridusse a Utrecht (dove divenne protestante, ma mantenne il suo carattere aristocratico) e in Austria, dove nel 1840 venne riformato dall'imperatore Ferdinando I, diventando un ordine cavalleresco ecclesiastico nobiliare, che richiedeva per l'ammissione otto gradi di nobiltà, religione cattolica, alto censo: la casa principale era a Bolzano; l'Ordine aveva compiti ospedalieri, e doveva mantenere sempre pronte quarantaquattro colonne di sanità militare, come l'Ordine Mariano col quale venne fuso più tardi. Col 1919 l'Ordine non fu abolito, ma venne sospesa la sua attività e vennero chiuse le nomine e le iscrizioni.


http://www.treccani.it/enciclopedia/ordine-teutonico_%28Enciclopedia-Italiana%29/


Ordine teutonico.
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[...] Fino alla perdita di Acri nel 1291, il principale teatro di operazioni dei Cavalieri teutonici rimase la Terrasanta. Tuttavia già a partire della fine del XII secolo operarono sulla costa baltica, [...] gli abitanti pagani vennero convertiti o sterminati e si organizzò l'immigrazione in massa di contadini tedeschi. [...]
Nel 1525 il trentasettesimo grande maestro dell'Ordine, Alberto di Hohenzollern-Ansbach, si convertì al luteranesimo e secolarizzò i possedimenti prussiani, assumendo il titolo di duca di Prussia. [...]

Il 6 febbraio 1191 all'ordine venne concessa l'approvazione e la protezione del pontefice Clemente III. La regola seguita dagli appartenenti all'ordine era quella dei cavalieri ospitalieri di San Giovanni in Gerusalemme. 
[...] Papa Innocenzo III confermò la trasformazione il 19 febbraio del 1199 e ai religiosi venne assegnato il mantello bianco con croce nera. Nel 1221 papa Onorio III parificò l'Ordine teutonico all'Ordine dei templari e a quello degli ospitalieri. In seguito a cospicue e ripetute donazioni l'ordine si diffuse molto rapidamente: dal Duecento al Trecento il numero delle commende (nome dato alle case dell'ordine) crebbe al ritmo di una ma spesso anche 3 o 4 all'anno; nel 1300 erano circa 300 diffuse in Terra Santa, Cipro, Grecia, Italia, Spagna, nel Sacro Romano Impero, nei Paesi Bassi e nell'area baltica.

[...] Nel 1191 l'Ordine abbandonò l'ultima roccaforte in Terra Santa e si mise alla ricerca di una collocazione in Europa. Nel 1211 Andrea II d'Ungheria offrì, in cambio di appoggio militare contro la popolazione nomade e pagana dei Cumani, il territorio del Burzenland in Transilvania (in tedesco Siebenbürgen). L'ordine istituì uno stato indipendente e iniziò un'intensa attività di colonizzazione ed evangelizzazione ma nel 1225 Andrea II, impaurito dalla nascita di uno stato entro il suo regno, scaccio l'ordine dall'Ungheria. [...]

L'alimentazione dei militi dell'Ordine teutonico era costituita da latte, uova, una minestra di fiocchi d'avena e acqua. Chi aderiva non poteva far mostra del blasone, né cacciare (se non lupi e orsi). [...]
Memore della passata esperienza con il sovrano ungherese, il gran maestro dell'ordine Hermann von Salza si fece confermare i diritti sui territori conquistati tramite la bolla d'oro di Rimini emessa dall'imperatore Federico II e la bolla d'oro di Rieti emessa dal papa Gregorio IX. Entrambe garantivano che dopo la conquista e conversione religiosa dei territori baltici questi sarebbero stati assegnati all'Ordine, garantendo all'Ordine teutonico la sovranità ed al suo gran maestro il rango di principe imperiale.

La campagna di appoggio al duca polacco cominciò nel 1226. Corrado, dopo lunga esitazione, tramite il contratto di Kruschwitz (1230) assegnò all'ordine la città e il territorio di Kulm (Chełmno).
[...] Negli anni trenta del Duecento, subito dopo l'annessione di Kulm, l'Ordine diede un forte impulso alla colonizzazione tedesca della Prussia Orientale (Marienwerder, Elbing ecc.), portando il cattolicesimo sempre più a Oriente [...]. 

Sperando che le invasioni svedesi e mongole avessero minato la potenza degli Stati russi, i Cavalieri teutonici attaccarono la vicina Repubblica di Novgorod [...]. Quando minacciarono la stessa Novgorod, cittadini richiamarono in città il ventenne Principe Alexander Yaroslavich, che avevano confinato a Pereslavl l'anno precedente. Durante la campagna del 1241, Alexander riuscì a riconquistare Pskov e Koporye dai crociati. Avendo udito che gli invasori germanici avevano bruciato sul rogo dei bambini, Alexander rispose tenendo in ostaggio dei cavalieri e impiccando alcuni Voti (popolo locale alleato dei Teutonici) e dei fanti estoni. Nella primavera del 1242, i Cavalieri teutonici annientarono un distaccamento in ricognizione dell'esercito cittadino di Novgorod circa 20 km a sud della fortezza di Dorpat (Tartu). Pensando di ottenere una facile vittoria, condotti dal Vescovo Principe Hermann von Buxhövden del Vescovato di Dorpat, i cavalieri e le loro truppe ausiliarie composte da Estoni Ugauni incontrarono le forze di Alexander presso lo stretto passaggio che collega la parte settentrionale e meridionale (detta Lago di Pskov) del Lago dei Ciudi, il 5 aprile 1242, ma l'attacco verso terminò infelicemente con la disfatta del Lago Peipus, presso Vybiti. Tale sconfitta subita dai cavalieri dell'Ordine segna una battuta di arresto nella loro espansione verso est.
[...] Repressa un'insurrezione dei prussiani nel 1260, i Cavalieri, già famosi per i metodi brutali con cui imponevano la conversione al cristianesimo, procedettero a un largo sterminio dei popoli baltici, per lo più rimpiazzati da coloni tedeschi.
[...] L'apogeo della potenza dell'Ordine fu raggiunto nel corso del XIV secolo, allorché fu completata la conquista della Livonia (città di Narva e Reval) e furono annessi alcuni importanti nuclei urbani lituani, fra cui la città di Kaunas. Nel 1346 l'Ordine acquistò l'Estonia dalla Danimarca.

[...] Il 15 luglio del 1410 l'Ordine subì una memorabile sconfitta a Tannenberg, in Prussia orientale, ad opera di polacchi e lituani: da allora iniziò un rapido processo di decadenza, culminato con il trattato di Toruń (1466). Con tale accordo l'Ordine teutonico riuscì a mantenere sotto il suo controllo i soli territori prussiani dovendo però riconoscere la sovranità nominale del re di Polonia su di essi. Si era definitivamente chiusa un'epoca.

Nel 1525 Alberto di Brandeburgo, gran maestro dal 1511, aderì alla Riforma ed attuò la secolarizzazione dei beni dell'Ordine: col trattato di Cracovia venne riconosciuto duca ereditario di Prussia, la quale passò così alla casa di Hohenzollern mettendo fine allo Stato Teutonico. Dopo tre secoli l'Ordine Teutonico perdeva la sua sovranità: al suo gran maestro restava la dignità di principe imperiale. [...]

https://it.wikipedia.org/wiki/Ordine_teutonico

Il grande condottiero mongolo Subedei, rivolgendosi a Gengis Khan: Ti proteggerò dai nemici come un vestito ti ripara dal vento.

Subedei (1176 circa – 1248)
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

«Ti proteggerò dai nemici come un vestito ti ripara dal vento
(Subedei, rivolgendosi a Gengis Khan)

Fu il principale stratega, generale e braccio destro di Gengis Khan e condusse vittoriosamente in prima persona non meno di 20 campagne militari, conquistando un'estensione maggiore di territori di qualsiasi altro condottiero della storia prima o dopo di lui.

La sua strategia militare gli permetteva di coordinare movimenti di attacco su aree di oltre 500 km di distanza e divenne famoso per aver preparato i piani che condussero alla distruzione contemporanea in due soli giorni degli eserciti di Ungheria e Polonia distanti circa un migliaio di kilometri l'uno dall'altro.

Il grande storico militare inglese Basil H. Liddel Hart lo affianca a Napoleone Bonaparte come più grande "stratega logistico" della storia; intendendo per "stratega logistico" la capacità dei due condottieri di manovrare in modo coordinato grandi masse di truppe ampiamente separate tra loro, in modo da ottenerne il rapido concentramento nel punto e nel momento più opportuno per raggiungere una schiacciante superiorità sul campo di battaglia.

[...] Si unì da ragazzo alle forze di Temujin (come era allora noto Gengis Khan) e prima dei 20 anni aveva già preso il comando di 4 distaccamenti di guerrieri, nel 1212 prese Huan con un blitz e questo fu il suo primo exploit riportato alla storia compiuto autonomamente da condottiero.

Fu il primo che diede un'importanza primaria alle tecniche di assedio ed alle armi da assedio medioevali che aveva appreso dagli ingegneri cinesi. Utilizzava tecniche avanzate come ponti galleggianti, catapulte, ed artiglieria cinese. Ma soprattutto la più grande innovazione stava nel fatto di incorporare nell'esercito mongolo i più valenti guerrieri ed ingegneri nemici sconfitti, in particolar modo tutti coloro che potevano vantare una specializzazione venivano graziati e reclutati.

Faceva largo uso di spionaggio ed infiltrati per conoscere in anticipo le problematiche, i territori e le forze nemiche. Curava in special modo la sua cavalleria leggera che doveva essere sempre molto mobile ed autosufficiente. A differenza di tutti gli eserciti del mondo che valorizzavano in un comandante le doti di coraggio, valore e carisma personale, i Tataro-mongoli preferivano vedere in un generale doti di stratega e tattico che fosse sempre in grado di manovrare, leggere le situazioni belliche ed aggiustare gli schieramenti all'evolvere degli scenari

Subedei nel tempo era divenuto così grasso e pesante da non poter essere trasportato da nessun cavallo; i Khan però non si sarebbero mai privati della sua direzione e per questo venne costruito un vagone al traino adatto a lui

Si racconta che Subedei e Batu spesso si sedevano sulla cima di una collina per discutere l'evolvere della battaglia e dirigere mosse o tattiche con delle bandierine colorate.

https://it.wikipedia.org/wiki/Subedei


Khanato dell'Orda d'Oro.
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.[...]

Il Khanato dell'Orda d'Oro (conosciuto anche come Khanato Kipchak) fu un regno tataro-mongolo fiorito in Russia nei secoli XIII-XVI, fondato da Batu Khan, un nipote di Gengis Khan
L'Orda d'Oro fu uno dei quattro khanati in cui venne diviso l'Impero mongolo dopo la morte di Gengis Khan: gli altri furono l'Ilkhanato di Persia, il Khanato Chagatai nell'Asia Centrale e la Dinastia Yuan 元朝 (1271-1368) in Cina.[...]

La divisione dell'Impero di Genghis Khan.
Alla morte di Gengis Khan l'impero da lui costituito venne diviso tra i quattro figli
Djuci, il maggiore, era già morto ed anche la sua paternità venne messa in dubbio, così che a suo figlio Batu furono assegnate le terre più lontane tra quelle conquistate, il sud della Rutenia. 
Chagatai (secondo in linea di discendenza) era considerato una "testa calda" e ottenne l'Asia centrale ed il nord dell'Iran. Ogodei ottenne la Cina ed il titolo del padre, Gran Khan. 
Tolui, il più giovane, ricevette le terre natie dei Mongoli.

La conquista della Russia.
[...] Batu cominciò ben presto ad espandere i territori da lui controllati e nel 1236 conquistò la Bulgaria del Volga. Dopo questa prima vittoria ebbe inizio, nel 1237, l'invasione della Russia. 
I Tataro-mongoli conquistarono rapidamente il controllo delle steppe, inglobando le locali popolazioni turche nel loro esercito. L'obiettivo principale era la Rus' di Kiev che, anche se ormai in fase di declino, era comunque il maggiore Stato russo. Nel 1240 i Tataro-mongoli conquistarono e saccheggiarono Kiev ponendo fine alla sua prosperità. In breve tutti i principati russi che costituivano lo Stato vennero conquistati, eccetto Novgorod che, governata da Alexander Nevsky, riconobbe la supremazia del khan. A differenza delle steppe dell'Asia centrale, la Rutenia non venne incorporata nell'Orda d'Oro ma lasciata in uno stato di vassallaggio semi-indipendente, dietro pagamento di un tributo. L'Orda continuò a vedere la Rutenia come un'area periferica di minore interesse, a patto che essa continuasse a pagare i tributi.

Invasione di Ungheria e Polonia.
Durante la conquista della Russia, i Tataro-mongoli sconfissero e sottomisero le tribù dei Cumani, una popolazione turca stabilitasi a nord del Mar Nero. Alcuni Cumani però fuggirono e si rifugiarono nel Regno di Ungheria. Quando Béla IV d'Ungheria si rifiutò di consegnare i Cumani, Subedei, il comandante delle truppe tataro-mongole in Europa, preparò un piano per invadere l'Europa

Nel 1241 due armate principali al comando di Batu e Subedei invasero l'Ungheria mentre un'armata più piccola invase la Polonia come diversivo per evitare che giungessero aiuti agli Ungheresi da nord

Dopo aver saccheggiato gran parte del territorio polacco, i Tataro-mongoli si scontrarono il 9 aprile con le forze polacche guidate da Enrico II il Pio, Duca di Slesia, nella Battaglia di Legnica: Enrico fu ucciso e le sue forze si dispersero mentre i Tataro-mongoli si diressero a sud per congiungersi con le altre armate. 

Appena due giorni dopo le armate del sud sconfissero gli Ungheresi nella Battaglia di Mohi, costringendo la famiglia reale a fuggire. Nonostante l'Ungheria non fosse ancora affatto pacificata, i Tataro-mongoli marciarono in direzione di Vienna, probabilmente con l'intenzione di invadere la Germania in inverno, ma proprio allora giunse a Batu la notizia della morte del gran khan Ogedei. A questo punto l'invasione fu interrotta e Batu tornò in Mongolia per l'elezione. In seguito, l'Orda fu impegnata su altri fronti e così nessuno più pensò di tentare nuovamente una grande campagna per conquistare l'Europa occidentale.

La fondazione dell'Orda d'Oro.
[...] Nel 1242 Batu stabilisce la sede dell'Orda a Saraj
Alla sua morte, nel 1255 il khanato viene ereditato dal figlio. 
L'Orda perde molto rapidamente la sua identità mongola: la maggior parte della sua popolazione è di origine turca, uzbeca ed altri popoli altaici. Rapidamente il nomadismo cede il passo alla sedentarizzazione e Saraj diviene una grande e prospera metropoli. L'Orda, sempre a seguito dell'influenza dei popoli assoggettati adotta la religione islamica abbandonando le originali credenze animistiche dei Mongoli.

Politica dei Tataro-mongoli verso i Russi sottomessi [...].
Il centro dell'impero tataro-mongolo si trovava in Mongolia, in particolare a Karakorum, dove il gran khan aveva la sua corte. Il conquistatore della Russia, Batu, non era un sovrano indipendente, ma governava l'Orda d'Oro come una provincia di un impero in cui tutti i khan dipendevano dal gran khan.

Fu alla morte di Batu, nel 1255, che il khanato dell'Orda d'Oro divenne uno Stato indipendente, con capitale a Saraj. Dopo la morte di Batu, per esempio, i khan dell'Orda d'Oro cominciarono ad utilizzare per sé stessi il titolo di gengis khan ("signore universale"), e questo creò diversi problemi con gli altri discendenti di Temujin.

[...] La politica nei confronti di principi e principati era abbastanza semplice: 
i Tataro-mongoli si limitavano alla riscossione delle imposte e alla leva militare, ma non si intromettevano nelle lotte fra principati.

Per questo motivo, anche sotto i Tataro-mongoli i principi russi continuarono a lottare tra di loro per aumentare ciascuno il proprio dominio. Molti principi, soprattutto i più deboli, per non cadere sotto il dominio di un principe più potente, facevano atto di donazione delle loro terre all'Orda d'Oro. Questi principi mantenevano un titolo nobiliare (naturalmente non erano più knjaz', ma entravano a far parte del numero di quei boiari che, insieme con i noyon mongoli, affiancavano il khan nell'amministrazione del territorio). Il khan poteva anche dividere il territorio di un principato in due o più parti e assegnarle al dominio di diversi principi russi. L'Orda d'Oro ingrandì così i propri domini non tanto per via di conquiste militari, ma per effetto di queste continue donazioni che finivano per creare una moltitudine di enclave nel territorio russo.

I Tataro-mongoli crearono nella Rus' di Kiev un'amministrazione organizzatissima:
nelle corti dei principi russi erano stabiliti dei luogotenenti del khan, con delle truppe turco-tataro-mongole a loro disposizione per reprimere nel sangue ogni tentativo di rivolta, alcuni funzionari erano incaricati di arruolare soldati slavi per l'esercito tataro-mongolo, soldati che andavano a costituire un corpo scelto nell'esercito del khan di Saraj e spesso anche in quello del gran khan di Karakorum, alcuni commissari erano incaricati di studiare la vita, gli usi, i costumi e la lingua dei Russi, gli esattori (baskaki) raccoglievano tasse e tributi dapprima in natura, e poi in moneta d'oro e d'argento.

Chi non era in grado di pagare era deportato in schiavitù, come anche le persone che pure pagavano se i commissari le giudicavano pericolose per il potere (i commissari davano ordine agli esattori di alzare le tasse finché essi non potevano più pagare)

Non sempre gli esattori erano tatari, o mongoli: potevano essere ebrei, cinesi (nel senso più ampio del termine) e spesso anche russi. Il khan, infatti, metteva in vendita la carica di esattore; gli esattori, dal canto loro, prelevavano da ogni famiglia una quota ben superiore a quella che dovevano al khan, sia per ammortizzare la spesa per l'acquisto della carica, sia per accumulare ricchezze personali. Per quanto odiati da quasi tutti, saranno proprio loro a far rinascere il commercio in Russia e a prestare ai principi russi somme di denaro affinché questi possano ricostituire a poco a poco un loro esercito personale. In questo modo, molti esattori diventeranno persino dei nobili.

I Tataro-mongoli avevano il diritto di requisire cavalli, carri, derrate alimentari, come pure di essere alloggiati gratuitamente quando erano in missione.

La burocrazia tataro-mongola era molto complessa, e molto corrotta. 
Oltre alle figure già citate, esisteva tutta una serie di funzionari intermedi che dovevano essere pagati per poter accedere al funzionario superiore.

La politica dell'Orda verso la Rus' di Kiev (soprattutto nelle regioni dell'Europa orientale oggi note come Rutenia, abitate da popolazioni slave e di origine variaga) fu di costante cambiamento di alleanze, con il fine di mantenere il vecchio Stato feudale debole e frammentato
De iure, i principi russi non furono mai deposti; tuttavia questi principi, per regnare, dovunque essi fossero (anche i vecchi confini della Rus' furono mantenuti), dovevano rimettersi completamente alla volontà del khan, che quando voleva cambiava anche la casa regnante.
Ogni principe che avesse voluto regnare, anzitutto doveva recarsi a Saraj e fare atto di sottomissione al khan, e successivamente comprare la carica di principe. In questo modo otteneva dal khan una lettera patente, chiamata jarlyk, con la quale poteva regnare
Era vantaggioso per un principe affrontare questo viaggio, perché comunque anch'egli, sebbene in misura molto limitata, avrebbe potuto imporre delle tasse alla sua popolazione (normalmente, una metà di questa seconda tassazione era poi versata ancora agli esattori tatari).

Un problema era creato dal fatto che a volte anche alcuni boiari andavano a Saraj per comprare il titolo principesco, e il khan concedeva lo jarlyk non automaticamente al principe regnante o al suo discendente, ma a chi offriva di più. Spesso, anzi, c'era questa stessa competizione anche all'interno della stessa famiglia (il principe contro un suo figlio o un suo fratello...). Molto spesso andavano a Saraj anche dei mercanti, che potevano ritornare nelle loro città addirittura come principi. Coloro che non erano riusciti a comprare il titolo venivano uccisi: era il modo dei Tataro-mongoli di tenere sotto controllo il territorio ed evitare le guerre civili.

Spesso, inoltre, i Tataro-mongoli non volevano che la stessa persona rimanesse principe molto a lungo: inizialmente, i principi dovevano recarsi a Saraj ogni anno per farsi rinnovare lo jarlyk, soprattutto dalla Russia meridionale.

«Il principe russo era senza diritti nei confronti del khan tataro; il boiaro lo era di fronte al principe, il servo di fronte al boiaro. Insomma, ognuno si inchinava verso l'alto e opprimeva verso il basso»
Andrzej Poppe

Migrazioni e nuovi centri di potere [...]
Le uniche due città risparmiate dalla conquista tataro-mongola, grazie al clima, Novgorod e Pskov, continuarono i loro commerci con le città dell'Europa Settentrionale, e anche con l'Impero bizantino (la piazza era libera dal monopolio di Kiev e delle città del sud). Commerciando con Costantinopoli, gli abitanti di Novgorod dovevano pagare un tributo ai Tataro-mongoli.

[...] D'altra parte, nella Russkaja Pravda le città più a nord-est erano considerate periferiche e secondarie (alla morte del gran principe dovevano passare ai suoi figli minori). Con l'invasione tataro-mongola, al contrario, il centro dello Stato si trasla proprio verso nord-est. Le città che prima nessuno voleva, ora diventano molto appetibili, e i principi vogliono stabilirsi permanentemente in queste città. Questo legame forte di un principe con una determinata città e una particolare družina era in contrasto con lo spirito della Russkaja Pravda: si ritorna, anzi, al primissimo modo di gestire il potere ai tempi dei primi Rjurikidi. Quello che si vuole creare, è un legame sempre più stretto tra knjaz', družina, bojari e latifondisti non nobili (mercanti arricchiti che acquisteranno dal principe la terra, e poi anche il titolo nobiliare). 

Si viene così ad instaurare una concezione assolutistica del potere:
il principe possiede tutto il territorio, e lo dà a chi vuole,
il principe detiene il potere e dà titoli nobiliari a chi vuole,
i cittadini obbediscono solo al principe: la veče non esiste più o è privata di ogni potere 
(diventa un'assemblea composta di soli bojari e latifondisti, naturalmente alla totale dipendenza dal principe).

La nascita, o almeno il consolidamento, dell'assolutismo in Russia sembra quindi collegata con l'invasione tataro-mongola.

Nel XIV secolo la sollevazione della Lituania nel nord est dell'Europa sfidò il controllo dei Tatari sulla Rutenia. In risposta a ciò il khan iniziò ad appoggiare Principato di Mosca nel ruolo di leader della Rutenia. A Ivan I fu riconosciuto il titolo di Gran Principe e l'incarico di raccogliere i tributi, dovuti all'Orda, tra gli altri principi della Rutenia.

Cultura [...]
I Tataro-mongoli rimasero in Russia circa duecento anni (1223-1480), influendo sulla vita, sui costumi, sulla cultura e sulla lingua della popolazione. Si stabilirono soprattutto nel sud della Russia, dove l'ambiente offriva le condizioni migliori per continuare la loro forma di vita, basata su caccia, allevamento e commercio. 

[...] La donna, nella società russa del tempo, cadde in una condizione di semi-schiavitù
I matrimoni, per esempio, erano conclusi per volontà dei genitori. Si tenga presente che il mondo slavo, alle origini, era stato quasi matriarcale (in molte cronache monastiche si dice che le donne erano libere di scegliersi il marito). Il ruolo delle donne, dunque, si capovolge; se in passato c'erano state persino delle donne che dettavano l'agenda politica di vescovi e principi (come Eufrosina di Polack), ora il potere era tutto in mano degli uomini.

Nell'amministrazione della giustizia i Tataro-mongoli resero comuni alcune torture e forme di esecuzione capitale che prima erano irrogate soltanto agli schiavi. Pene più comuni erano il taglio delle mani, dei piedi, delle orecchie, della lingua, l'accecamento o lo squartamento.

La Chiesa sotto il dominio tataro-mongolo.
I Tataro-mongoli non miravano assolutamente a convertire i popoli sottomessi, né allo sciamanesimo (anche perché era praticamente impensabile "convertirsi" allo sciamanesimo), e neanche all'Islam dopo che, nel 1277, il khan Mengu Timur aderì pubblicamente alla fede musulmana. A loro, ogni culto andava bene: a Saraj vivevano gli uni a fianco degli altri cattolici latini, ortodossi, ebrei, musulmani, animisti, buddisti.

Quando Guglielmo di Rubruck si era presentato al gran khan Munke con l'intento di convertirlo al cattolicesimo, si era sentito rispondere:
«Noi Tatari adoriamo già un solo Dio, che ci fa vivere e morire, e verso il quale dobbiamo avere un cuore sincero. Ma come Dio ha dato alla mano varie dita, così ha dato agli uomini diverse vie».

I Tataro-mongoli dell'Orda d'Oro si convertirono all'Islam tra il 1260 e il 1280, sotto i khan Berke e Mengu Timur, per un motivo squisitamente politico: 
allearsi con i Mamelucchi egiziani contro l'Ilkhanato di Persia.

Sotto i Tataro-mongoli, se la popolazione era vessata e umiliata, gli ecclesiastici erano invece esentati da ogni imposta. Anche nei principati di Kiev e di Vladimir-Suzdal', i monasteri erano delle "isole" tranquille, e le terre da essi controllate erano soggette alla giurisdizione solo dell'igumeno o dell'archimandrita. Tutte le persone e i villaggi di questi territori sottoposti ai monasteri erano esenti dalle tasse.

I Tataro-mongoli emisero anche delle norme ben precise perché nessuno infastidisse il clero (compresi diaconi e monaci), che aveva il compito di intercedere per il khan. Qualora un tataro, o anche un russo, avesse arrecato offesa a un prete (krylos), era soggetto alla pena capitale: in queste "offese" era compreso anche il furto in una chiesa o in un monastero. D'altra parte, questa era una prassi originale dei Mongoli fin da quando risiedevano in Asia centrale: se anche un nobile (noyon) avesse infastidito uno sciamano, la pena prevista era la morte.

Si era dunque creata una spaccatura nella Rus' amministrata dai Tataro-mongoli: 
da una parte la popolazione normale, dall'altra il clero, i monaci, e i contadini che con il loro lavoro contribuivano alla vita del clero e dei monasteri. Favorendo questa contrapposizione sociale, d'altronde, i Tataro-mongoli non intendevano umiliare i Russi: semplicemente avevano trasferito in Russia la loro mentalità.

Il disgregamento dell'Orda. 
Nel 1357 il khan Ganī Bek venne assassinato e l'impero cadde in preda ad una lunga guerra civile in cui, ogni nuovo khan non riusciva a mantenere il suo titolo per più di un anno. 
In questo periodo Dmitrij Donskoj di Mosca tentò di liberarsi del giogo dei Tataro-mongoli.
Mamai, un generale tataro che aspirava al trono, tentò di rinsaldare l'autorità del suo popolo sulla Rutenia ma il suo esercito fu sconfitto nella battaglia di Kulikovo, che fu la prima vittoria rutena sui Tatari. Poco dopo Mamai scomparve dalla scena e Toktamish, un autentico discendente di Gengis Khan, ricostruì il potere dell'Orda e nel 1382 saccheggiò Mosca come ritorsione per la sua insubordinazione.

Nel 1440 l'Orda fu nuovamente sconvolta dalla guerra civile. 
Dall'originale impero si erano ormai formati differenti khanati autonomi: 
il Khanato di Siberia, di Kazan', di Astrachan', di Qasim, di Crimea e di Nogai. 
Nessuno di questi nuovi Stati fu in grado di reggere il confronto con il Granducato di Mosca che quindi si liberò definitivamente del controllo mongolo intorno al 1480.

Conclusione.
La sorte dei vari khanati fu quella di essere, prima o poi, annessi dalla Russia. 
Sia Kazan' che Astrachan' furono conquistate da Ivan IV, detto Il Terribile, che, dopo queste annessioni, rinominò il suo Stato "Russia" nel 1550. Entro la fine dello stesso secolo anche il Khanato di Siberia subì la stessa sorte. Il Khanato di Crimea, grazie alla sua alleanza con l'Impero ottomano, riuscì a mantenere la sua indipendenza dalla Russia fino al regno di Caterina II nella seconda metà del XVIII secolo.

Orda d'Oro - Localizzazione

https://it.wikipedia.org/wiki/Khanato_dell%27Orda_d%27Oro


Rutenia,
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


Rutenia: 
la zona evidenziata in arancione indica la Rus' di Kiev.
Rutenia è il toponimo utilizzato per le regioni dell'Europa orientale storicamente abitate da popolazioni slave orientali e di origine variaga (Rus' di Kiev). [...]
Il termine rus, con cui le popolazioni slave e finniche indicavano i variaghi, dovrebbe derivare dalla radice in antico norreno roôs o roths usata in ambito nautico ed ancora esistente nelle lingue finlandese ed estone per indicare gli svedesi, ruotsi e rootsi. In seguito la parola rus' passò ad indicare non più solamente l'aristocrazia variaga ma anche tutte le popolazioni dell'Europa orientale che da essa erano state assoggettate.

[...] In precedenza i Rus' erano stati denominati Rugi, una delle più famose tribù Gote, e Rutuli, una tribù italica citata da Virgilio nell'Eneide. Prima della fine del XII secolo la parola Ruthenia era usata, con le grafie alternative di Ruscia e Russia nei documenti della Santa Sede, scritti in latino, per indicare le terre sotto il dominio di Kiev. Nel corso del XIII secolo il termine venne normalmente usato per indicare la Rus' di Kiev soprattutto in Ungheria, Boemia e Polonia


lunedì 20 novembre 2017

Le Crociate viste dagli Arabi.

Amin Maalouf, «Le Crociate viste dagli Arabi».

"(...) all'epoca delle crociate il mondo arabo era ancora, sul piano intellettuale e materiale, il depositario della civiltà più avanzata del pianeta. Dopo, il polo si sposta decisamente verso l'Occidente. Esiste in questo fenomeno una relazione di causa-effetto? Si potrebbe affermare che le crociate abbiano dato il via allo sviluppo dell'Europa occidentale e segnato la fine della civiltà araba? (...) Assalito da ogni parte il mondo musulmano si rinchiuse in se stesso. Era diventato freddo, diffidente, intollerante, sterile e questi aspetti si aggravarono man mano che l'evoluzione del pianeta, rispetto alla quale si sentiva emarginato, proseguiva il proprio corso".
Amin Maalouf, «Le Crociate viste dagli Arabi».


Il libro presenta la storia delle Crociate vista da musulmani, invece che dalla parte dei cristiani europei. Due secoli di guerre sanguinose, tradimenti, saccheggi, massacri e intrighi, che vedono gli emirati arabi inizialmente sconfitti dai franchi, descritti come “biondi e sanguinari invasori” che conquistano Gerusalemme e importanti città nella zona palestinese e siriana.

Gli Stati musulmani sono divisi, spezzettati in tanti emirati che si fanno guerra fra loro e che non riescono a vedersi come un insieme di stati uniti sotto una stessa religione che li porti a condurre il Jihad contro l’invasore, talvolta alcuni emiri musulmani preferiscono schierarsi col nemico e diventarne vassalli, pur di mantenere il dominio sui loro regni.

Ma la divisione finirà e i musulmani si uniranno presto contro il nemico comune.

Grandi personaggi come Zenki, Nur-ad-din e Saladino schiacciano le divisioni interne e portano l’Islam alla vittoria. [...]

Un chiaro esempio ne è il massacro di Ma’arra, un’intera città massacrata durante la prima Crociata, episodio che vede i soldati cristiani che, stremati e disperati in seguito alla conquista di Antiochia sono costretti per la fame a dedicarsi al cannibalismo su bambini, vecchi e donne![...]

Il medio Oriente subisce non solo l’urto degli Stati Crociati, ma anche l’invasione mongola dall’est.

Pur riuscendo a debellare entrambe le minacce e a risultare vincitore da queste guerre, il mondo arabo ne esce fuori inasprito, abbrutito da tanti decenni di massacri. Mentre la fine delle Crociate vede un arricchimento della cultura europea, che si fa anche contaminare ed arricchire culturalmente dai nemici, i musulmani nutrono una profonda diffidenza nei confronti dell’estraneo, gli europei faranno uso delle conoscenze tecniche e scientifiche degli arabi, ma non viceversa: imparare la lingua o le tecniche europee per molti arabi significherebbe tradire la propria cultura.

Il principale polo politico mondiale si sposterà di lì a poco a Occidente con il Rinascimento e l’Oriente, dopo secoli di supremazia, passerà in un secondo piano e cederà il passo a quello che diventerà per lungo tempo il centro del Mondo: l’Europa.

http://www.sololibri.net/Le-Crociate-viste-dagli-Arabi-di.html


[...] Molto belle le descrizioni delle figure di Norandino e Saladino che sembrano decisamente meno "feroci" di come la storiografia occidentale li ha fatti passare. Di contro, il "re buono" Riccardo Cuor di Leone come tramandato dalle leggende occidentali, in Palestina è stato visto come un barbaro affamato di saccheggi e violenze.

[...] gli invasori "franchi" sono un popolo di barbari, infidi, fanatici e xenofobi, ma muniti di forti mezzi militari e rigide strutture amministrative e gerarchiche; gli arabi -già da alcuni decenni invasi e quindi ibridati con turchi, armeni, curdi e poi mongoli- costituiscono ancora a quel tempo la più raffinata civiltà esistente, ma dilaniata da continui conflitti interni. I primi cederanno ai secondi una mentalità barbara e intransigente fino al fanatismo, provocando, o forse solo accelerando, l'ascesa dei popoli islamizzati più brutali e determinati (turchi, armeni e curdi, appunto) e la definitiva decadenza delle dinastie arabe; a loro volta quei popoli raffinati dell'est Mediterraneo e del Vicino Oriente cederanno il loro cospicuo sapere, l'amore per la ricchezza e le bellezze, e l'antica saggezza presso di loro conservata, avviando il processo che dall'umanesimo porterà al risorgere dei comuni, al rinascimento, alle nuove scienze e al dominio del mondo.
Questa è, per grandi linee, la tesi sostenuta da Maalouf nel suo breve e interessante epilogo.  


[...] Una volta gli Occidentali erano chiamati in maniera indistinta "i Franchi", adesso sono "gli Americani", così come noi occidentali chiamiamo erroneamente tutti i mussulmani allo stesso modo "gli Arabi". I fanatici non mancarono da entrambe le parti, Templari, Ospitalieri e Assassini, abbondarono i traditori di entrambi i fronti, e gli avventurieri senza onore. I cronisti "arabi" si meravigliarono, e giustamente, della scarsa civiltà giuridica e medica dei Franchi. Particolare orrore suscitava in loro la pratica del giudizio divino, ma anche il modo supponente e arrogante con cui i medici occidentali curavano i loro pazienti. Lo sguardo dello storico lascia ben visibili però le vittime reali di questa follia durata secoli: le popolazioni passate da un dominio all'altro, da un sistema vessatorio ad un altro, e la paura, la morte e la carestia che le guerre portarono e portano sempre con loro. 

[...] È la storia delle crociate, o meglio delle "guerre franche", come vengono viste dal popolo arabo, dalla prima invasione del 1096 alla definitiva cacciata degli ultimi Franchi nel 1291.

http://www.anobii.com/books/Le_crociate_viste_dagli_arabi/9788805050505/0162824c02b55a4fbb



Tutto iniziò nel 1096 con la crociata guidata da Pietro l’Eremita e tutto, almeno a livello materiale, terminò nel 1291 con la caduta di Acri e quindi la fine della presenza europea in Oriente (almeno per un po di secoli a venire).

Ma le conseguenze morali delle crociate non sono ancora spente ai nostri giorni e ci pare giustificato quanto scrive Maalouf a conclusione del suo libro 
E’ chiaro che l’Oriente arabo continua a vedere nell’Occidente un nemico naturale. Contro di lui, ogni atto ostile – sia esso politico, militare o facente leva sul petrolio – non é che rivendicazione legittima. E non si può dubitare che la rottura avvenuta tra i due mondi abbia la propria radice nelle crociate, a tutt’oggi considerate dagli arabi come vero atto di violenza“.

[...] Le fonti arabe non parlano di crociate, ma di guerre o invasioni dei “franchi”, intendendo con questo nome tutti gli occidentali.

Dapprima il sultano di Nicea riesce a contenere gli invasori franchi, ma l’anno successivo viene scontitto e gli europei dilagano progressivamente impadronendosi di Edessa, Antiochia, di alcune città siriane, libanesi, palestinesi e infine di Gerusalemme (1099), che viene saccheggiata e la cui popolazione massacrata.

Anche la comunità ebraica della città, riunita nella sinagoga principale, non viene risparmiata.
I franchi circondano l’edificio con legname e poi vi danno fuoco; chi tenta di uscire viene ucciso, gli altri sono lasciati bruciare vivi all’interno del tempio.

Nel periodo di massima conquista occidentale, il territorio in mano franca comprende tutta la fascia che va dalle coste turche mediterranee orientali fino a Gaza.

Gli opposti schieramenti sono quanto mai eterogenei, mutevoli e molti disuniti, specialmente in campo arabo, in cui le rivalità interne sono più evidenti.

Molti successi dipendono anche dalle personalità che a un certo momento si trovano a guidare una delle parti in campo.

Da parte araba emergono Zenki, suo figlio Norandino (Nur ad-Din), Saladino (Salah ad-Din) (che pare non fosse feroce come lo descrivono certe fonti occidentali), Al-Kamil e altri.

Da parte occidentale, come si sa, é tutto un accorrere in Oriente di personaggi anche del calibro di molti celebri re e imperatori.

A complicare il quadro ci sono le mene e le giustificate paure degli imperatori di Bisanzio, che durante una crociata viene persino conquistata e saccheggiata dai franchi.

Per non parlare dell’apparizione dei terribili mongoli nel già tanto complicato scacchiere!

Insomma due secoli che ne videro di tutti i colori in quella, tuttora, tormentata parte del mondo: dall’assedio di Tripoli durato duemila giorni, agli atti di cannibalismo compiuti dai crociati nella città di Ma’rra, da un lebbroso come re di Gerusalemme agli atti di terrorismo suicida della setta degli Assassini.

A causa delle sinistre gesta degli “Assassini”, l’estremista setta islamica attiva in alcuni paesi del Levante nei primi secoli del nostro millennio, già nel XIV secolo la parola “assassino” era diventata sinonimo di omicida in molte lingue europee.

Spinta dai racconti dei crociati, di Marco Polo e di Odorico da Pordenone, la loro dubbia fama aveva raggiunto l’Europa verso la metà del Medioevo.

Tanto che, sebbene nessuno di essi si fosse mai sognato di metter dito nelle beghe politiche europee (dove l’omicidio era già ampiamente praticato senza bisogno di imparare dagli orientali), agli Assassini furono attribuiti omicidi politici e attentati anche in Occidente.

Un Assassino sarebbe stato al seguito di Federico Barbarossa mentre questi assediava Milano, ben quindici Assassini sarebbero stati incaricati dal re di Francia di uccidere Riccardo Cuor di Leone e così via.

Tutte fantasticherie, naturalmente, anche perché obiettivo principale dei pugnali (l’unica arma da loro usata per uccidere) della setta fu sempre il potere islamico sunnita, sia arabo che turco.

Se anche degli europei (i più importanti furono Raimondo II di Tripoli e Corrado di Monferrato, re di Gerusalemme) furono vittime dei loro pugnali, ciò avveniva comunque lontano dall’Europa, nel guazzabuglio delle crociate.

L’interessante storia di questa terribile setta si può ora leggere in Gli Assassini” (Una setta radicale islamica, i primi terroristi della storia) scritto dell’islamista americano Bernard Lewis e recentemente pubblicato anche in italiano.

[...] Fondata dal persiano Hasan-i Sabbah, una straordinaria figura di religioso, rivoluzionario e organizzatore, sul finire del primo secolo del nostro millennio, la setta (detta anche degli Ismailiti o dei Nizari) era una derivazione dell’islamismo sciita.

Tra le impervie montagne dell’Elburz in Persia, il castello di Alamut, a 1800 metri sul livello del mare, fu la prima roccaforte del movimento, che s’estese man mano conquistandosi altri nidi d’aquila, pressoché imprendibili con i mezzi bellici di allora, soprattutto in Persia e poi anche in Siria.

I loro nemici principali erano i sovrani islamici sunniti e i loro apparati di potere ovunque essi si trovassero e qualunque fosse la loro origine.

Così, malgrado le importanti misure difensive, molte e importanti furono le loro vittime: 
califfi, visir, ministri, ecc.

Tentarono, e per poco non ci riuscirono, persino di uccidere il grande Saladino, curdo d’origine e poi sultano d’Egitto e di Siria.

Le imprese della setta erano preparate con gran cura e i suoi sicari erano fanatici votati a morte sicura (subito dopo i loro omicidi finivano a loro volta per essere trucidati dalle guardie del corpo degli importanti personaggi trafitti dalle loro lame) in cambio delle presunte salvezza eterna e giustezza della loro causa.

Tra alti e bassi, l’attività politico-omicida della setta durò circa due secoli.

Il ramo siriano, che possedeva una decina di roccheforti e che fu quello che venne a contatto – in strani rapporti a volte persino di quasi allenza – con i crociati, espresse un altro importante capo: Sinan ibn Salmam (noto anche come Rashid-al Din o il Vecchio della Montagna).

L’invasione mongola mise fine all’attività del ramo persiano della setta; il castello di Alamut, dove fu trovata anche una grande biblioteca, cadde nel 1256.

Al ramo siriano, ci pensarano i Mamelucchi d’Egitto, che prima del 1273 avevano conquistato tutti le sue roccheforti.

Il fallimento degli obiettivi della setta fu totale e definitivo.

Dopo di allora, l’ismailismo rimase un’eresia religiosa minore in Persia e in Siria senza, o quasi, rilevanza politica.

Uno degli avvenimenti più belli, in mezzo a tanto sangue e barbarie, é l’accordo raggiunto con le sole armi della diplomazia tra il sultano Al-Kamil e Federico II di Svevia Hohenstaufen, in base al quale gli europei ottengono Gerusalemme (più alcune cittadine) e una striscia di terra per poterla raggiungere dal mare.

Trattato per altro – a riprova di quanto sia difficile mettere d’accordo il genere umano – visto con indignazione in molti settori sia del campo musulmano che di quello cristiano.
Paradossalmente, la sconfitta territoriale finale degli europei si trasformò in vittoria in campo culturale (e anche commerciale), in quanto essi appresero dagli arabi (come anche in Sicilia e in Spagna) quanto di meglio la civiltà araba aveva allora di offrire (in svariati settori, e non solo culturali) e trassero l’eredità della civiltà greca attraverso le traduzioni arabe.

Il mondo musulmano, invece, tese a rinchiudersi in se stesso, a diventare diffidente e intollerante e a non partecipare all’evoluzione del pianeta.

Secondo Maalouf, gli avvenimenti conclusisi sette secoli fa influenzano ancora l’atteggiamento degli arabi in generale a tal punto che la spedizione di Suez del 1956 fu vista da molti come una nuova crociata, che Israele é talvolta equiparato a un nuovo stato crociato o che il defunto presidente Sadat é odiato da alcuni tanto quanto lo fu un suo lontano predecessore al potere al Cairo: quel Al-Kamil che aveva osato riconoscere la sovranità cristiana su Gerusalemme scendendo a patti con il “divino” Federico II.

FEDERICO II.
Nato per caso a Jesi nelle Marche, ma cresciuto a Palermo, nella splendida e ricca Sicilia del tempo (un crogiolo di razze e culture che offriva quanto di meglio c’era in fatto di arte e civiltà), Federico, nipote di Federico I Barbarossa per via paterna e di Ruggero II di Sicilia per via materna, ereditò entrambi i titoli di imperatore del Sacro Romano Impero e di re di Sicilia.
Praticamente quindi si trovò a regnare su un territorio vastissimo che andava dalla Sicilia al mare del Nord, ma con ampie limitazioni di varia natura da Napoli in su, non ultime il potere temporale del Papato e varie autonomie locali, difese con i denti soprattutto da molte città della Padania, con Milano in testa.
Come normanno di Sicilia, un pò per nascita ma sopratuttto per elezione e cultura, l’interesse di Federico verso i suoi possedimenti decresceva man mano che questi s’allontanavano geograficamente dalla Sicilia e dalle Puglie, le due perle più amate della sua duplice corona e dove più cospicue furono le sue realizzazioni (basti pensare ai tanti castelli da lui fatti edificare, non ultimo quel magico gioiello che é Castel del Monte), fino a diventare assai scarso per quelli d’oltralpe.

Tanto che durante tutta la sua vita trascorse soltanto pochi anni nell’impero germanico.

La sua corte di Palermo, splendida e orientaleggiante, era uno dei massimi centri del sapere e dell’arte, senza preclusioni di razza o religione.

Uomo coltissimo e tollerante, non v’era praticamente campo dello scibile che non lo interessasse e non solo proteggeva e favoriva le arti e le scienze, ma lui stesso lasciò poesie e scritti in italiano e in latino e praticò altre arti o discipline.

A lui si deve la fondazione dell’università di Napoli e la promulgazione delle “Costituzioni di Melfi“, miranti anche a gettare le basi di uno stato laico nel regno di Sicilia.

Amante della diplomazia più che della guerra, evitò quest’ultima ogni volta che era possibile, come nella crociata da lui guidata (anche se scomunicato!), che ebbe un esito abbastanza favorevole senza ricorrere alle armi.

Amante della vita e della bellezza, gli unici suoi probabili eccessi (a parte qualche crudeltà negli ultimi anni) furono quelli in campo sessuale (aveva a disposizione anche un harem con molte donne arabe), ma fu un buon padre anche per i suoi tanti figli illegittimi e non fu troppo crudele con il primogenito ribelle, che si limitò a condannare alla prigionia.

Più che giustificata quindi la qualifica di “meraviglia del mondo” attribuitagli e l’ammirazione di tanti intellettuali, da Dante e Nietzsche.

Malgrado tutto, Federico perse la più importante battaglia della sua vita: quella politica.

La sua lunga lotta, anche guerreggiata, contro varie città del Nord Italia e il Papato fu alla fine perdente.
Una lotta che se vinta – tra l’altro e semplificando molto – avrebbe forse portato a qualche forma di unità – o maggiore omogeneità – italiana circa sei secoli prima del 1870.
Quando morì per cause naturali nel castello di Fiorentino nelle Puglie, la partita sembrava ancora aperta.

Ma la cattiva sorte e i suoi nemici s’accanirono contro i suoi discendenti, ultimo il giovanissimo nipote Corradino giustiziato a Napoli nel 1268, col quale finì la dinastia degli Hohenstaufen.
Sorse allora la leggenda che il grande Federico si fosse soltanto addormentato (per i siciliani nel cono dell’Etna, per i tedeschi nella caverna di una loro montagna) in attesa di risvegliarsi per salvare l’impero e il mondo.
Leggenda a parte, molti suoi ideali riapparirono circa due secoli dopo e talvolta trionfarono nel Rinascimento, la Riforma e poi la nascita di stati laici.

http://isola_di_arturo.blog.tiscali.it/2004/09/07/le_crociate_viste_dagli_arabi____di_amin_maalouf_1646892-shtml/?doing_wp_cron


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