mercoledì 18 ottobre 2017

Congiura contro Federico II di Svevia. I principali congiurati erano sopravvissuti, tra cui Teobaldo di Francesco e Guglielmo di Sanseverino, i quali, stranamente, non avevano scelto il suicidio nonostante sapessero a quali atroci pene sarebbero stati sottoposti. E infatti ci furono mutilazioni, roghi, accecamenti, impiccagioni e annegamenti, con tanto di esibizioni pubbliche dei corpi martoriati.


Congiura contro Federico II di Svevia

Era il marzo del 1246 e Federico II del casato di Hohenstaufen si trovava nella Maremma grossetana, un territorio selvaggio che ben si addiceva alla sua grande passione per la caccia.
Si trovava lì da qualche mese: lo considerava un ottimo posto per trascorrere l'inverno.

Si sarebbe fermato ancora per qualche settimana, poi sarebbe tornato nel Regno di Sicilia. 
Ma il suo soggiorno in Toscana era destinato a finire prima del tempo.

Uno di quei giorni, infatti, arrivò nella sua residenza un emissario di suo genero Riccardo, conte di Caserta.

L'uomo portava con sé un documento in cui il conte scriveva che un gruppo di congiurati aveva ordito una trama ai danni di Federico e di suo figlio Enzo. Il piano prevedeva anche una sollevazione popolare in tutti i suoi possedimenti italiani.

Chi aveva informato Riccardo, probabilmente Giovanni da Presenzano, aveva però fatto sapere ai cospiratori che ormai erano stati scoperti. Nel suo dispaccio il conte di Caserta non mancava di riportare tutti i nomi dei congiurati.

Quando Federico II lesse l'elenco sgranò gli occhi per lo stupore. C'erano i suoi più cari amici, quelli che considerava dei fedelissimi, e poi c'erano personaggi di spicco che dovevano il loro potere esclusivamente a lui: Pandulfo Fasanella, Giacomo di Morra, Andrea Cicala, Ruggiero d'Amici, Teobaldo di Francesco, la famiglia Sanseverino al gran completo.

E anche Guglielmo da Caggiano, Riccardo di Montefusco, Giovanni Capece, Tommaso Saponara, Gisulfo de Mannia, Malgario Sorello e tanti altri. Ma soprattutto c'era Bernardo Orlando Rossi, suo segretario e cognato di papa Innocenzo IV. Bernardo veniva definito da Riccardo il vero promotore della cospirazione.

L'imperatore cercò di riprendersi dallo sconcerto. Doveva agire in fretta. Anche perché era sicuro che dietro quei nomi ci fosse qualcuno di molto più potente. Forse proprio Innocenzo IV, con cui era ormai ai ferri corti e che l'anno precedente lo aveva scomunicato con l'accusa di eresia.

D'altro canto, i rapporti tra Federico II e il papato non erano mai stati idilliaci nemmeno con i precedenti pontefici; forse per quel suo "strano" atteggiamento di tolleranza verso le altre professioni religiose, o forse perché la sua idea di Stato si fondava su una ben definita distinzione tra potere temporale e potere spirituale. O forse perché i territori imperiali rischiavano di schiacciare lo Stato della Chiesa.

In ogni caso, una volta saputo di essere stati scoperti, i congiurati avevano cominciato a scappare. Pandolfo di Fasanella e Giacomo di Morra avevano già preso la strada per Roma, avvalorando l'ipotesi di un coinvolgimento del pontefice. Gli altri si erano rifugiati nelle fortezze di Capaccio e Sala, nel salernitano. Federico II doveva ringraziare ancora una volta il genero Riccardo che aveva prontamente affrontato i ribelli costringendoli alla fuga.

Quando l'imperatore arrivò, i cospiratori che si erano chiusi nella roccaforte di Sala erano già stati stanati. Rimaneva la fortezza di Capaccio, dove si trovavano i principali capi della congiura. L'assedio iniziò ai primi di aprile, ma i ribelli dimostrarono subito di non avere alcuna intenzione di arrendersi. E poi speravano in un aiuto della popolazione e di Innocenzo IV.

Ma l'insurrezione popolare non era scoppiata nemmeno quando i congiurati avevano sparso la voce della morte di Federico II; figuriamoci ora. Per quanto concerne il papa, i cospiratori ricevettero solo una sua lettera di conforto che, oltretutto, fu intercettata dallo stesso Federico. Intanto l'assedio alla fortezza andava avanti, ma i rivoltosi non davano segni di cedimento.

Federico scelse allora l'astuzia. Decise di sabotare la cisterna che riforniva d'acqua il castello, svuotandola e lasciando gli insorti a morire di sete. L'afoso mese di luglio fece il resto. Quando i barricati, ormai stremati, si arresero, le truppe imperiali ne contarono circa centocinquanta. C'erano anche venti donne.

I principali congiurati erano sopravvissuti, tra cui Teobaldo di Francesco e Guglielmo di Sanseverino, i quali, stranamente, non avevano scelto il suicidio nonostante sapessero a quali atroci pene sarebbero stati sottoposti. E infatti ci furono mutilazioni, roghi, accecamenti, impiccagioni e annegamenti, con tanto di esibizioni pubbliche dei corpi martoriati.

Anche le famiglie dei condannati subirono delle severe punizioni, e furono molte le mogli che furono lasciate marcire in prigione. Non è facile stabilire con certezza l'esatto coinvolgimento della Santa Sede nella congiura. Alcuni storici sostengono che Innocenzo IV fu il vero promotore della trama attraverso il cognato Bernardo Orlando Rossi. Lo stesso Federico II, pur evitando di fare il nome del pontefice, si lasciò andare parecchie volte a trasparenti allusioni che puntavano il dito contro di lui.

Altri studiosi, invece, asseriscono che l'unica responsabilità attribuibile al papa è di non aver fatto nulla per evitare la rivolta, pur conoscendone la trama fin dai suoi esordi. Comunque sia, Federico II morì di morte naturale il 13 dicembre 1250. Mancavano tredici giorni al suo cinquantaseiesimo compleanno.

Nel suo testamento volle che venissero restituiti alla Chiesa tutti i beni che lui stesso aveva sottratto. Ma nonostante quest'ultimo gesto, quando papa Innocenzo IV venne a sapere della morte dell'imperatore dichiarò: "Si rallegrino il cielo e la terra!".

‎Alessandra Cortese‎ 



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Scipione detto l'Africano. La Battaglia di Zama. La fine dello scontro con Cartagine, segnerà la fine della fase eroica di Roma: da questo momento, i Romani, ormai padroni del Mediterraneo e del mondo, inizieranno più a guardarsi tra di loro, nel senso di lotte intestine di potere, piuttosto che essere coesi contro i pericoli esterni! Finirà con le infinite guerre civili, la perdita di troppo sangue romano, in scontri non con eserciti tecnologicamente arretrati, ma in scontri fraterni tra legioni! con la classe senatoriale praticamente estinta in eccidi, avvelenamenti, suicidi comandati…e la nascita, da una Res Publica quantomai equilibrata, di un Impero!

Scipione detto l'Africano.
La Battaglia di Zama fu l'ultima battaglia della Seconda Guerra Punica e determinò il definitivo ridimensionamento di Cartagine quale potenza militare e politica del Mar Mediterraneo.
Fu combattuta il 18 ottobre 202 a.C. fra truppe romane e cartaginesi nella località di Zama.

La fine dello scontro con Cartagine, segnerà la fine della fase eroica di Roma: da questo momento, i Romani, ormai padroni del Mediterraneo e del mondo, inizieranno più a guardarsi tra di loro, nel senso di lotte intestine di potere, piuttosto che essere coesi contro i pericoli esterni! Finirà con le infinite guerre civili, la perdita di troppo sangue romano, in scontri non con eserciti tecnologicamente arretrati, ma in scontri fraterni tra legioni! con la classe senatoriale praticamente estinta in eccidi, avvelenamenti, suicidi comandati…e la nascita, da una Res Publica quantomai equilibrata, di un Impero!

Publio Cornelio Scipione, - per “restituire” l’invasione di Annibale, che con il suo: 
“Hannibal ad portas!!!” aveva fatto temere per la sopravvivenza stessa della Città Eterna, - era sbarcato in Africa nel 204 a.C. e aveva iniziato subito la sua campagna per costringere i Cartaginesi ad arrendersi. Affrontò in diverse battaglie i generali nemici sconfiggendoli tutti e perfezionando la tattica d'accerchiamento, che ora riusciva a fare anche senza cavalleria.

Il romano era riuscito a portare dalla sua, anche un principe numida in esilio, Massinissa, appoggiandolo nella sua campagna per conquistare il trono, tenuto da Siface, alleato di Cartagine. Il giovane principe ricambiò il quirita, offrendo il suo aiuto e la sua preziosa cavalleria, che tanto aveva aiutato Annibale nelle numerose battaglie.

Dopo una serie di pesanti sconfitte, il sinedrio cartaginese decise di richiamare Annibale dall'Italia, per affrontare la minaccia nel proprio territorio. Il Barcide (dal cognome familiare Barca) toccò il suolo africano, dopo 33 anni, non a Cartagine ma ad Hadrumetum (oggi Susa), 80 km più a sud nella Byzacena, dove la sua famiglia aveva dei possedimenti. Era il 203 a.C. e subito, appena sbarcato con i suoi 15.000 veterani, si diede a risistemare l'esercito, ricevendo reclute da Cartagine e i mercenari di Gisgone e Magone, per prepararsi a combattere la più difficile delle sue battaglie.

I Punici, ora rassicurati, rifiutarono un trattato di pace offerto da Scipione, il quale immediatamente si diede a devastare i territori dell'interno della Tunisia, mentre richiamava Massinissa e la sua cavalleria, impegnati a pacificare alcune zone del regno numida in rivolta.

Annibale, sollecitato ad agire dai suoi concittadini e per evitare che i due s’incontrassero, marciò a tappe forzate verso l'interno, senza però riuscire nel suo intento. Dopo aver cercato ancora una soluzione pacifica, perché conscio dei limiti dei suoi uomini, fu costretto a combattere.

Il luogo della battaglia di Zama non è certo; è stata di recente collocata a Naraggara o a Margaron, perché nell'Africa settentrionale vi erano probabilmente due, forse tre città chiamate Zama.
Zama Regia era con ogni probabilità Seba Biar, ma questo insediamento può essere scomparso e la Zama dell'impero romano può essersi trovata nell'odierna Jama: siamo comunque a pochi chilometri a sud di Tunisi, dove forse c'era solo l'accampamento di Annibale.

Dal canto suo, Scipione si accampò a Naraggara, un centinaio di chilometri a sud ovest di Cartagine.
I Romani, guidati da Publio Cornelio Scipione l'Africano erano forti di:
Fanteria: 23.000 Romani e Italici, 6.000 Numidi e probabilmente 900 berberi.
Cavalleria: 1.500 Romani e Italici, 4.000 Numidi, 600 Berberi.
I Cartaginesi, guidati da Annibale Barca avevano:
Fanteria: 12.000 mercenari tra Liguri (sicuramente vi erano tra loro gli Apuani di Garfagnana e Lunigiana), Celti, Baleari e Mauri, 15.000 Libi e Cartaginesi, 15.000 veterani della campagna d'Italia e probabilmente anche 4.000 macedoni.
Cavalleria: 2.000 Cartaginesi, 2.000 Numidi.
Elefanti: 80 o un numero leggermente maggiore.

Annibale lanciò la carica degli elefanti, ma ormai i Romani avevano imparato come trattare quelle enormi bestie; con trombe acute e alte grida spaventarono i bestioni che, imbizzarriti, fuggirono da quel fracasso e si volsero contro la cavalleria numidica dell'ala sinistra cartaginese. Questo causò il caos e le file della cavalleria cartaginese furono scompaginate, così Scipione ne approfittò, mandando Massinissa, che era posto di fronte a questa, con i suoi cavalieri, per sbaragliare totalmente gli avversari diretti.

Tuttavia qualche elefante, che non si era spaventato, si avventò contro la fanteria romana. Allora i veliti iniziarono immediatamente a bersagliare dalla distanza i pachidermi, che per sfuggire alla pioggia di dardi, cercarono di utilizzare tutte le vie di fuga possibili.
I manipoli degli hastati romani, utilizzando lo spazio libero, semplicemente si fecero da parte, creando dei veri e propri "corridoi" nello schieramento romano, e lasciarono passare i bestioni. Colpiti dai veliti, che si erano riparati dietro le file degli hastati, e dai principes, questi elefanti fuggirono addosso all'altra ala della cavalleria cartaginese.
Anche qui, Lelio, al comando della cavalleria italica approfittò dell'occasione per chiudere la partita con i diretti avversari.

Si arrivò infine allo scontro fra le fanterie.
Gli astati romani ebbero la meglio sulla prima linea cartaginese (formata da mercenari), che iniziò ad arretrare. Ma la seconda linea (formata da punici) non glielo permise e si accese uno scontro interno nello schieramento di Annibale.

Comunque sia, gli astati di Scipione erano stanchi e le seconde file cartaginesi rinforzavano la difesa.
Un ulteriore problema per i Romani, derivò dal fatto che la tattica utilizzata da Scipione, per evitare la carica degli elefanti si rivelò errata, per contrastare le linee di fanteria cartaginese. I corridoi creati, infatti, non permettevano l'utilizzo della tattica manipolare, che necessitava di una disposizione a scacchiera per essere utilizzata.

A questo punto, la battaglia era diventata molto difficile per la compagine romana. Le perdite erano state sicuramente minori, rispetto a quelle puniche, ma i combattimenti con le prime due linee cartaginesi avevano permesso ad Annibale di stancare i fanti romani, nonché di sfruttare nel migliore dei modi la superiorità numerica.

Per evitare un accerchiamento che gli sarebbe riuscito fatale, Scipione estese il suo fronte, assottigliando i ranghi fino a coprire tutto il fronte punico. La battaglia era arrivata ad una fase critica, senza possibilità di manovra e senza le cavallerie che ancora dovevano tornare dall'inseguimento, i Romani dovettero arrivare allo scontro frontale, con un nemico che li soverchiava per numero e per la maggiore freschezza.

Definitivamente dispersa la cavalleria avversaria o disperatamente chiamati indietro da Scipione, alla fine tornarono Lelio e Massinissa con i loro cavalieri e si avventarono alle spalle delle forze cartaginesi, creando scompiglio e massacrando il nemico. L'esercito cartaginese venne accerchiato e definitivamente annientato, diventando questa la disfatta finale di Annibale e di Cartagine.
Tuttavia Annibale e pochi cavalieri riuscirono a fuggire.

‎Alessandra Cortese‎ 


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La Prussia visse almeno tre vite. Nella prima fu parte di uno Stato teocratico dominato dal rigore e dall’orgoglio germanico dei monaci-cavalieri dell’Ordine Teutonico, mentre la seconda fu il regno che, partendo da semplice vassallo dei sovrani di Polonia-Lituania, giunse alla gloria con Federico II e infine unificò la Germania in un possente impero mitteleuropeo.

Stati perduti - Lo Stato Libero di Prussia.
La Prussia visse almeno tre vite. Nella prima fu parte di uno Stato teocratico dominato dal rigore e dall’orgoglio germanico dei monaci-cavalieri dell’Ordine Teutonico, mentre la seconda fu il regno che, partendo da semplice vassallo dei sovrani di Polonia-Lituania, giunse alla gloria con Federico II e infine unificò la Germania in un possente impero mitteleuropeo.

La terza fase, però, è quasi del tutto sconosciuta, in quanto viene vista come semplice appendice delle vicende tedesche a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Nel 1918, infatti, con la caduta della monarchia e la nascita della repubblica, l’entità prussiana fu tra le più penalizzate dell’intero paese, in quanto subì le maggiori perdite territoriali che andarono a Belgio, Danimarca, Francia, Polonia e Lituania, riducendo le sue dimensioni di 60.000 km², un area pari ad un paese grande quanto la Croazia.

Questa nuova entità statuale, facente parte della Repubblica di Weimar, rimase comunque il principale Land – suddivisione territoriale – del paese, con il 62,5% della superficie totale nazionale e 38 milioni di abitanti.

Abolita la storica aristocrazia degli junker, che aveva detenuto il potere insieme ai ricchi industriali più conservatori fino alla catastrofe bellica, il cuore industriale della nuova Germania divenne il centro della cultura politica socialdemocratica, che gettò le basi non solo del Freistaat Preußen – lo Stato Libero di Prussia – ma dell’intera Nazione tedesca.

La sua vita fu breve, dinamica e turbolenta tanto quanto quella del resto del paese, scossa violentemente dalla crisi economica, ideologica e istituzionale che flagellava le coalizioni composte da socialdemocratici, cattolici del Zentrum e liberali, a cui occasionalmente si associarono per brevi alleanze in funzione anticomunista i conservatori e i nazionalisti.

Dopo la crisi del 1929, che mandò l’intera Germania allo sfascio, i nazisti guadagnarono rapidamente consensi al suo interno, diventando il primo partito nel 1932.
La fine effettiva dello Stato Libero avvenne tra il 1932 e il 1935. Il primo colpo fu assestato dal Reichkanzler Franz von Papen, che il 20 luglio promosse un colpo di Stato in Prussia dichiarando lo stato di emergenza, scacciando i socialdemocratici nella speranza di rinstaurare un sistema aristocratico fedele al modello imperiale prebellico.
Quest’atto rivoluzionario, che minò la credibilità democratica di un paese sempre più debole e spaesato, aprì le porte ai cambiamenti imposti dai nazisti una volta che salirono, con regolari elezioni, alla guida del paese.

Dopo l’incendio del Reichstag il ministro degli interni di Prussia Hermann Göring sospese le libertà civili dei cittadini tedeschi e nell’aprile 1933 venne nominato primo ministro, mettendo a disposizione dei nazionalsocialisti l’intero apparato governativo e di pubblica sicurezza del Land più grande e potente della Germania.

Da quel momento si puntò a cancellare il sistema federale tedesco per sostituirlo con uno accentrato. Con la “Gesetz über den Neuaufbau des Reiches” o "Legge sulla Ricostruzione del Reich" e la "Reichsstatthaltergesetz" o "Legge dei Governatori del Reich" i Ländern diventarono strutture amministrative chiamate Gau, ponendo fine alla loro autonomia.
Lo Stato Libero di Prussia scomparve, sostituito dai Gau di Brandeburgo, Prussia Orientale, Prussia Occidentale e molti altri, che spezzettarono il grande territorio fondato da Bismarck tra il 1866 e il 1870.

Questo stato di cose venne recepito dagli alleati alla fine del secondo conflitto mondiale, quando tutte le terre “storiche” dell’antica Prussia passarono in mano russa o polacca, compresa l’antica capitale di Königsberg, patria del filosofo Immanuel Kant, ribattezzata Kaliningrad.

Circa dieci milioni di tedeschi fuggirono o furono espulsi da queste zone, conformemente al piano di esodo dei tedeschi dall'Europa orientale, messo in pratica per prevenire future rivendicazioni germaniche su quelle terre.

La scomparsa definitiva della Prussia dalla storia avvenne de jure solo nel 1947, quando, con la legge n. 46, gli Alleati proclamarono formalmente la dissoluzione di ciò che era rimasto dello Stato prussiano.

di Alberto Massaiu.

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martedì 17 ottobre 2017

La Batracomiomachia (in greco antico: Βατραχομυομαχία, "La guerra dei topi e delle rane") è un poemetto giocoso di 303 versi, parodia dell'epica eroica, nel quale si narra una guerra combattuta tra topi e rane. La parola è infatti costruita con le tre parole greche: βάτραχος batrachos (rana), μῦς mys (topo) e μάχη mache (battaglia). Il re delle rane Gonfiagote persuade il timoroso Rubabriciole, figlio del re dei topi Rodipane, a montare sulle sue spalle per visitare il lago, assicurandolo che non correrà pericoli. Tuttavia, appare all'improvviso un serpente d'acqua e Gonfiagote, per sfuggirgli, si immerge, facendo così annegare Rubabriciole. La guerra scoppia immediatamente, e proprio quando la vittoria sembra ormai dei topi, Zeus scaglia il suo fulmine, e allo stesso tempo i granchi, giunti sul campo di battaglia, annientano alcuni topi facendoli a pezzi, mentre altri fuggono in preda al panico. La battaglia si svolge nell'arco di un giorno, contro i dieci anni di durata della guerra di Troia. La Batracomiomachia è uno dei pochi testi pervenutici integri di quel filone di poesia parodica e scherzosa che dovette avere non poca diffusione probabilmente in ogni epoca della letteratura greca.

La Batracomiomachia (in greco antico: Βατραχομυομαχία, "La guerra dei topi e delle rane") è un poemetto giocoso di 303 versi, parodia dell'epica eroica, nel quale si narra una guerra combattuta tra topi e rane. La parola è infatti costruita con le tre parole greche: 
βάτραχος batrachos (rana), μῦς mys (topo) e μάχη mache (battaglia).

Il re delle rane Gonfiagote persuade il timoroso Rubabriciole, figlio del re dei topi Rodipane, a montare sulle sue spalle per visitare il lago, assicurandolo che non correrà pericoli. Tuttavia, appare all'improvviso un serpente d'acqua e Gonfiagote, per sfuggirgli, si immerge, facendo così annegare Rubabriciole. La guerra scoppia immediatamente, e proprio quando la vittoria sembra ormai dei topi, Zeus scaglia il suo fulmine, e allo stesso tempo i granchi, giunti sul campo di battaglia, annientano alcuni topi facendoli a pezzi, mentre altri fuggono in preda al panico.

La battaglia si svolge nell'arco di un giorno, contro i dieci anni di durata della guerra di Troia. 
La Batracomiomachia è uno dei pochi testi pervenutici integri di quel filone di poesia parodica e scherzosa che dovette avere non poca diffusione probabilmente in ogni epoca della letteratura greca. 

Alla parodia epica si dedicò forse Ipponatte, come sembrerebbe di poter dedurre dal frammento 128 W., e alcuni studiosi considerano parte del filone parodico anche le favole di Esopo. La guerra dei topi e delle rane, in particolare, recupera tematiche, scene e motivi dell'epica arcaica sovvertendoli in chiave di parodia.

Così, ad esempio, i concili degli dèi, la rassegna dei guerrieri, le esortazioni e le scene di battaglie con particolare attenzione dedicata alle varie tipologie di morte fanno parte del bagaglio tradizionale dell'epica, con speciale riferimento all’Iliade (ad esempio la trappola per topi è definita "inganno di legno" con evidente riferimento al cavallo di Troia), e trasferite nel contesto dei combattimenti tra topi e rane producono un notevole effetto di straniamento. Allo stesso modo, i combattenti sono modellati sui guerrieri greci e troiani che combatterono intorno a Troia. 

Funzione parodica ha soprattutto il lessico, anch'esso derivato dalla tradizione epica, ma rielaborato con iperboli e procedimenti di accumulo, come nella descrizione dei granchi, che vengono presentati da una serie lunghissima di aggettivi composti.

Nell'antichità, la Batracomiomachia veniva generalmente attribuita ad Omero. 
Tuttavia, la rana non è ormai più riconoscibile, e il particolare del rilievo viene ormai generalmente interpretato come un riferimento ai grammatici che in epoca ellenistica lavoravano intorno al testo dei poemi omerici, “rosicchiandoli” con le loro cure come topi. Se le notizie relative ad Omero vanno scartate come leggendarie, il nome di Pigrete, data la scarsità di informazioni che lo riguardino, non presenta minori problemi: a lui viene comunque assegnata la paternità del poemetto dall'editore di riferimento, il filologo tedesco Arthur Ludwich.

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Truman Capote. A sangue freddo. Oltre ad essere il racconto dettagliato degli avvenimenti delittuosi, della vita dei protagonisti, e delle indagini della polizia, "A sangue freddo" è anche un'analisi sconfortante del fallimento del sogno americano nelle lontane province rurali del grande paese. Il tutto sotto il segno di una cronaca criminale che diede inizio ad un genere letterario, dove la cruda narrazione è comunque supportata da una prosa colta e complessa; all'epoca lo scrittore fu accusato di cinismo, proprio per il tono distaccato con cui descrisse un efferato delitto, ed anche di falso, perché avrebbe cambiato e/o aggiunto alcuni fatti. "A sangue freddo" fu pubblicato, come libro, nel gennaio del 1966, dopo essere apparso in quattro puntate sul New Yorker. Ancora oggi è uno dei romanzi "criminali" più venduti al mondo.

Il Quadruplice Omicidio della Famiglia Clutter ispirò il famoso romanzo "A Sangue Freddo".
Di Annalisa Lo Monaco.

Perry Edward Smith aveva una storia personale disastrosa, costellata di abusi, subiti sia in famiglia sia negli istituti ai quali fu affidato dopo la morte della madre. Richard Hickock non ebbe un'infanzia particolarmente difficile, ma divenne un piccolo criminale, che si arrangiava organizzando modeste truffe.

I due si conobbero in prigione, dove un terzo balordo, Floyd Wells, li informò che la famiglia Clutter, presso cui aveva lavorato, era molto benestante, e teneva in casa, chiusa in cassaforte, una somma notevole: circa 10.000 dollari. Hickock e Smith pensarono che fosse facile impadronirsi di quella montagna di soldi, scappando poi in Messico, senza lasciare testimoni.

Casa Clutter

Le cose non andarono come previsto.
Era la notte del 15 novembre 1959, a Holcomb, in Kansas, quando i due malviventi penetrarono nella casa della rispettata famiglia Clutter, agricoltori benestanti che davano lavoro a diverse persone. Hickock e Smith non trovarono la cassaforte, ed iniziarono ad innervosirsi. Svegliarono i membri della famiglia, Herb Clutter e la moglie Bonnie, e i due figli Nancy e Kenyon (le due figlie maggiori non vivevano più nella casa paterna), per farsi dire dove nascondessero i soldi.

50 dollari, un binocolo e una radio a transistor furono il magro bottino della rapina, che si trasformò in un plurimo omicidio tra i più brutali dell'epoca, perpetrato a sangue freddo, per non lasciare testimoni. A Herb Clutter, che secondo i malviventi ostinatamente non voleva rivelare il presunto nascondiglio della cassaforte, fu tagliata la gola, e poi gli fu sparato un colpo di fucile in testa; fu ritrovato legato e imbavagliato nel seminterrato dell'abitazione.

Il quindicenne Kenyon fu trovato legato in una stanza adiacente, ucciso, come la sorella sedicenne e la madre, con un solo colpo di fucile alla testa.

I due criminali iniziarono una fuga che li condusse in diversi stati, e per gualche tempo anche in Messico, ritornando infine in California, Iowa, Nebraska, poi di nuovo a Kansas City, e quindi in Fionda e Nevada, dove furono arrestati per il furto di un'auto, il 31 dicembre 1959.

Mentre i due assassini girovagavano per il paese, gli investigatori trovarono delle prove (tra cui un impronta di Smith rilevata grazie a una fotografia), corroborate da una dichiarazione di Floyd Wells, che raccontò del piano delittuoso dei suoi vecchi compagni di cella.

Quando Hickock e Smith furono catturati in Nevada, gli investigatori che seguivano il caso si precipitarono a Las Vegas per interrogare i sospetti, che confessarono. Hickock sostenne sempre che tutti gli omicidi erano stati commessi da Smith, il quale invece accusò il compagno di aver ucciso le due donne, ritrattando in seguito, pare per non dare troppo dolore alla madre del compagno.

Il processo si svolse nell'arco di sette giorni, e si concluse con la condanna a morte dei due rei confessi, dopo appena 45 minuti di camera di consiglio. Hickock e Smith trascorsero i successivi cinque anni nel braccio della morte del penitenziario di stato del Kansas. Furono impiccati il 14 aprile del 1965.

La casa dei Clutter, in tutti questi anni, è stata abitata per breve tempo solo da due famiglie. 
Da una decina d'anni è sul mercato, ma non si riesce a vendere, perché pare che il fantasma della giovane Nancy si aggiri ancora di notte nelle desolate stanze della vecchia dimora.



Truman Capote.
La mattina del 16 novembre 1959 lo scrittore Truman Capote (autore fra l'altro di "Colazione da Tiffany") lesse un trafiletto di cronaca nera sul New York Times, che raccontava sommariamente del quadruplice omicidio. Decise di recarsi sul posto per raccontare l'efferato delitto, quando ancora la polizia brancolava nel buio e nessuno aveva idea di cosa fosse in realtà accaduto. Sei anni dopo vide la luce il primo romanzo "non di finzione", che crudamente esponeva fatti delittuosi, senza coinvolgimenti di tipo emotivo: "A sangue Freddo", con il quale l'autore sperava di vincere il Premio Pulitzer, che invece non arrivò.

Truman Capote trascorse tutto questo tempo, prima indagando sugli omicidi e sul contesto sociale in cui erano avvenuti, e poi intervistando numerose volte i due colpevoli, con i quali instaurò un rapporto piuttosto stretto. In particolare con Smith, descritto come il più sensibile e pentito tra i due; voci non confermate parlarono di una liaison più intima tra lo scrittore, dichiaratamente gay, e il pluriomicida.

Oltre ad essere il racconto dettagliato degli avvenimenti delittuosi, della vita dei protagonisti, e delle indagini della polizia, "A sangue freddo" è anche un'analisi sconfortante del fallimento del sogno americano nelle lontane province rurali del grande paese. Il tutto sotto il segno di una cronaca criminale che diede inizio ad un genere letterario, dove la cruda narrazione è comunque supportata da una prosa colta e complessa; all'epoca lo scrittore fu accusato di cinismo, proprio per il tono distaccato con cui descrisse un efferato delitto, ed anche di falso, perché avrebbe cambiato e/o aggiunto alcuni fatti.

"A sangue freddo" fu pubblicato, come libro, nel gennaio del 1966, dopo essere apparso in quattro puntate sul New Yorker. Ancora oggi è uno dei romanzi "criminali" più venduti al mondo.













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Murad Reis. Jan Janszoon van Haarlem, un corsaro olandese catturato dai Turchi nel 1618 e convertitosi all'Islam. Poco dopo la sua conversione, prende il nome di Murad Reis il Giovane e diventa, di fatto, il fondatore della Repubblica corsara di Salè, che diventa un porto franco per corsari, assassini e rinnegati del Mediterraneo. Solo 4 anni prima, Jan J. ha condotta una rocambolesca spedizione in Islanda che gli ha fruttato quasi 400 schiavi.

MURAD REIS: IL CORSARO OLANDESE CONVERTITO ALL'ISLAM E LO SPERICOLATO RAID IN IRLANDA.

Oggi cade l'anniversario del più devastante raid dei corsari barbareschi nelle isole Britanniche. 
Il 20 Giugno 1631, una flotta proveniente dal porto barbaresco di Salè prende terra in Irlanda e saccheggia il villaggio di Baltimora.

A guidarla c'è Jan Janszoon van Haarlem, un corsaro olandese catturato dai Turchi nel 1618 e convertitosi all'Islam. Poco dopo la sua conversione, prende il nome di Murad Reis il Giovane e diventa, di fatto, il fondatore della Repubblica corsara di Salè, che diventa un porto franco per corsari, assassini e rinnegati del Mediterraneo. Solo 4 anni prima, Jan J. ha condotta una rocambolesca spedizione in Islanda che gli ha fruttato quasi 400 schiavi.

Grazie al suo attacco a sorpresa, Murad Reis torna a Salè con un numero compreso tra 110 e 230 schiavi. Molti di loro finiscono a remare nelle galere fino alla morte, mentre le donne finiscono negli harem ottomani e nordafricani. Solo 3 Irlandesi fanno ritorno a casa, quindici anni dopo, grazie al riscatto pagato dai loro familiari.

Jan J. finisce la sua carriera di pirata meno di dieci anni dopo (nel corso dei quali ha razziato decine di villaggi in Corsica, Sardegna, Baleari e Sicilia). Viene infatti catturato dai Cavalieri di Malta nel 1635 e rimane nelle prigioni dell'Isola per cinque anni prima di riuscire a fuggire. 
Ha ormai 70 anni, e le torture e le privazioni lo hanno fiaccato.

Attorno al 1641 muore tra le braccia della figlia Lysbeth Janszoon van Haarlem, nata dalla prima moglie nel 1596, che lo ha raggiunto pochi mesi prima nella fortezza marocchina di Oualidia.

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La Camera d'Ambra. Quando la Camera veniva illuminata da 565 candele accese, sembrava di essere immersi nell’oro. Qualcuno disse che aveva imprigionato lo splendore del sole e altri la soprannominarono “l’ottava meraviglia” del mondo. Dalla fine della guerra mondiale, è diventata l’El Dorado dell’Europa centrale.

La Camera d'Ambra rubata dai nazisti è nascosta in Germania": 
l'annuncio di tre cercatori di tesori. Il tesoro della Russia imperiale, disperso alla fine della seconda guerra mondiale, si troverebbe in un sistema di cunicoli sotterranei nei pressi di Dresda.

Dove sia finito quel tesoro dal valore odierno tra i 170 e i 300 milioni di euro è uno dei misteri più intriganti della fine della seconda guerra mondiale.

Le pareti della Camera d’Ambra, grande oltre cento metri, erano state rivestite da circa 100mila pezzi di resina del Mare del Nord che insieme pesavano più di sei tonnellate. Un regalo del re di Prussia Federico Guglielmo I allo zar Pietro il Grande nel 1716. Per cesellarli c’erano voluti sette anni di lavoro. Un capolavoro dell’arte barocca che Pietro il Grande fece montare a Tzarskoe Zelo. 
Per duecento anni fu il tesoro più grande dei Romanov.

Quando la Camera veniva illuminata da 565 candele accese, sembrava di essere immersi nell’oro. Qualcuno disse che aveva imprigionato lo splendore del sole e altri la soprannominarono “l’ottava meraviglia” del mondo. Dalla fine della guerra mondiale, è diventata l’El Dorado dell’Europa centrale. Anche lo scrittore Georges Simenon, il padre del Commissario Maigret, si unì alla caccia fondando un Club per rintracciare la Camera una volta per tutte.

Finora ogni ricerca è stata vana. 
C’è chi pensa che i pannelli d’ambra si celino nei vagoni dell’altrettanto mitico “treno d’oro” nascosto in un tunnel polacco e chi sostiene addirittura che siano finiti negli Stati Uniti. Ma secondo la teoria più accreditata è che la Camera sia stata accidentalmente distrutta dalla stessa artiglieria russa quando l’Armata Russa bombardò Königsberg nel 1945.

"La Camera d'Ambra rubata dai nazisti è nascosta in Germania": l'annuncio di tre cercatori di tesori
La Camera d'Ambra in una foto del 1931 


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