mercoledì 21 febbraio 2018

Mi piace il Dio della Bibbia.. un essere potentissimo che con lo schioccare delle dita crea la terra, i pianeti, le stelle.. una parola, ed ecco compaiono gli animali, maschi e femmine, le piante … tutto già pronto e funzionante esattamente come lo vediamo oggi e, secondo l' arcivescovo James Usher, la creazione è avvenuta domenica 21 ottobre 4004 a. C., esattamente alle 9:00 A.M. Poi sono intervenuti questi guastafeste degli scienziati, che hanno cominciato a vedere che sotto la superficie terrestre ci sono migliaia di strati, per depositare i quali ci sono venuti milioni di anni, e poi in questi strati c'erano ossa di animali scomparsi da milioni e milioni di anni, e poi hai tutte queste cose scientifiche fastidiose come il decadimento radioattivo ecc. tutte cose le quali ci vogliono milioni di anni.


Mi piace il Dio della Bibbia.. 
un essere potentissimo che con lo schioccare delle dita crea la terra, i pianeti, le stelle.. una parola, ed ecco compaiono gli animali, maschi e femmine, le piante … tutto già pronto e funzionante esattamente come lo vediamo oggi e, secondo l' arcivescovo James Usher, la creazione è avvenuta domenica 21 ottobre 4004 a. C., esattamente alle 9:00 A.M.

Poi sono intervenuti questi guastafeste degli scienziati, che hanno cominciato a vedere che sotto la superficie terrestre ci sono migliaia di strati, per depositare i quali ci sono venuti milioni di anni, e poi in questi strati c'erano ossa di animali scomparsi da milioni e milioni di anni, e poi hai tutte queste cose scientifiche fastidiose come il decadimento radioattivo ecc. tutte cose le quali ci vogliono milioni di anni. 

E allora della gente di poca fede ha cominciato ad adattare questo Dio potentissimo ai risultati della scienza per renderlo più credibile. 
Ed ecco che qualche robusto fedele del Dio della Bibbia ha provato a dare una spiegazione, cioè che nel momento in cui Dio ha creato la terra l'abbia fatta esattamente con tutti questi strati, contenenti queste vecchie ossa, in modo da fare uno scherzo agli scienziati e fargli perdere tempo in ricerche senza senso. 

Ma ovviamente non sono molti quelli che credono a un Dio sia onnipotente che burlone e a questo punto, pur di mantenere l'idea del Dio onnipotente è stata elaborata una nuova teoria: 
quella dell’evoluzione guidata. 

Il campo dei fedeli si è diviso in due, quello dei Teisti e quello dei Deisti.
Secondo gli uni, Dio avrebbe schioccato le dita per creare il big bang iniziale 13 miliardi di anni fa. Poi si è ritirato in pensione, lasciando che tutto si svolgesse secondo le leggi della natura. 

Questo spiegherebbe molte cose, l’indifferenza della natura alle sofferenze, particolarmente umane.. ma questo porta a degli inconvenienti per le chiese costituite, che lavorano tutte sulla loro funzione di intermediarie con i rapporti degli umani “semplici” e quelli “speciali”, che hanno rapporti diretti con la divinità. 

È chiaro che se i preti non intervengono quotidianamente con le loro preghiere per tirare la manica a Dio e convincerlo a mandare la pioggia ecc, perché mai la gente dovrebbe elargire tanta parte dei propri guadagni per finanziare la Chiesa?

Per cui qualcuno ha elaborato la teoria dell’evoluzione guidata.
L'idea è semplice: organi quali l'occhio, o i fiori ecc. sono complicatissimi, non è possibile che siano il prodotto di una selezione natura causale, cieca... quindi Dio è intervenuto, passo passo, indirizzando le mutazioni.. via via fino all'uomo.. il compimento della natura..

Un momento! Ma questo con corrisponde per nulla all’idea del Dio onnipotente della Bibbia!

L’universo è stato creato 13 miliardi di anni fa, come gas idrogeno.. 
poi per miliardi di anni Dio ha messo insieme le stelle, aspettato che le supergiganti collassassero e si formassero gli atomi degli elementi pesanti, il nostro sistema solare è una stella di terza generazione, per i primi sei miliardi di anni gas e materie hanno girato in tondo al solo scopo di aggregarsi.. 

Poi ha formato il Sole e la Terra.. bene, per centinaia di milioni di anni, Dio ha provato e riprovato a combinare proteine, finché non gli è riuscito di formare una catena lunghissima che aveva la capacità di riprodursi.. non molto bene per qualcuno che si immagina onnipotente ed onnisciente. 

Poi ci ha messo altre centinaia di milioni di anni a formare una cellula vivente, ed è rimasto bloccato lì per centinaia di milioni di anni, queste celle si moltiplicavano dividendosi, e ognuna andava per conto proprio, provavano a stare insieme, ma non ci riuscivano ognuna aveva un cervello per conto proprio e faceva le sue cose… alla fine ha avuto un’idea geniale, grazie a una mutazione, nella divisione cellulare, arrivate a 8 cellule, una di esse si è messa a dirigere le altre 7, a dargli cosa fare, in questo modo stavano tutte insieme ed erano molto più forti collettivamente rispetto alle creature monocellulari!! Una volta scoperto il sistema, è stato facile, da 8 a 16 a 32 ecc. ecc. in multipli, sempre con un gruppo di cellule che dirigeva e le altre cellule che svolgevano specifici compiti. 

Ma per milioni di anni gli esseri viventi erano delle bolle di cellule che si muovevano mediante contrazioni.. poi Dio ebbe una buona idea.. 
se faccio una struttura interna di materiale più rigido, a cui i muscoli si possono ancorare, possono coordinare i movimenti meglio.. 
così nacquero i cordati, poi ebbe l'idea di rende questa linea di materiale resistente sempre più duro, di metterci calcio, ed ecco gli animali dotati di scheletro.

Ha provato anche l’altro sistema, indurire il guscio esterno, ed ecco fatti gli insetti, ma non entriamo troppo nei dettagli.

Ma vi rendete conto, questa non è l’immagine di un Dio onnipotente ed onnisciente, è l’immagine di una scienziato incompetente ed ignorante, di un imbranato che prova e fallisce milioni di volte, con l’unico vantaggio di avere un sacco di tempo a disposizione..

E poi, è anche molto indeciso su cosa fare.. 
ogni 200 milioni di anni, decide di pulire la lavagna, distruggere tutto quello che ha fatto, e ricominciare da capo, manda dallo spazio una roccia enorme che provoca distruzione globali, o un supervulcano che erutta per centinaia di anni e distrugge quasi tutte le forme di vita, e provoca una estinzione di massa, poi ricomincia.. ma ricomincia usando quello che ha.. salva qualche esemplare nel profondo delle caverne o degli oceani, poi quando le condizioni tornano normali da questi pochi esemplari ricrea una enorme varietà di esseri viventi, comunque, essenzialmente basate sugli stessi principi di quelli precedenti.

Guardiamo a cosa gli è voluto per fare l’uomo, 
Prima ha dovuto inventare fiori e frutti.. 
prima c’erano animali che si nutrivano di vegetali, ma i vegetali normali sono orribili, una massa di cellulosa di scarsissimo potere nutritivo, i dinosauri erbivori erano sostanzialmente degli enormi stomachi su gambe dove i vegetali si decomponevano per giorni e giorni per estrarne le poche sostanze nutritive.

Con i frutti, abbiamo una sostanza di altissimo potere nutritivo, il che significa animali veloci, con stomaco piccolo e la possibilità di alimentare un cervello di grandi dimensioni.. solo che i frutti stavano sugli alberi, per cui ha preso delle specie di topi, li ha fatti salire sugli alberi, ed adattato il loro corpo alla vita arboricola, creando le scimmie. Poi ha preso una specie di scimmie, e le ha adattate a camminare su due gambe sui rami, eliminando la coda. 

Ma non gli andava ancora bene, avendo creato le antropomorfe arboricole, ha provocato un sollevamento del terreno dell’Africa orientale, che ha trasformato una foresta tropicale in un deserto punteggiato di cespugli carichi di bacche. 

In questo modo c’è stato un cambiamento delle antropomorfe che vi vivevano. Le gambe si sono allungate, portando a una camminata bipedale, e le mani si sono adattate a raccogliere bacche da cespugli spinosi. Questo tipo di scimmie ha avuto molto successo e si sono formate molte sottospecie sparse in tutta l’eurasiafrica, .. ma alla fine per milioni di anni nulla di sostanziale è successo, erano degli scimpanzè con le gambe lunghe.

Poi gli è venuta una idea geniale, ha inserito un gene che rendeva questo scimpanzé molto ciarliero. Gli scimpanzé sono delle creature piuttosto silenziose, qualche grugnito ogni tanto è tutto quello che ci possiamo aspettare.

Ci sono animali ciarlieri.. 
degli uccelli per esempio, cinguettano tutto il tempo, quindi aveva una certa esperienza. Per cui per fortuna non gli è stato troppo difficile.. 
in ogni caso ci ha messo parecchi milioni di anni per averla.

Ma una volta inserito questo gene, è stato un effetto palla di neve, i più ciarlieri potevano spiegare meglio le strategie di caccia, di guerra, abbindolare meglio le ragazze.. i più intelligenti potevano avere più figli, in un paio di milioni d’anni si è passati da 250 cc a 1400 cc.

Finalmente l’uomo..
A questo punto ha cominciato ad avere delle strane pretese.. 
tutto quello che poteva fare prima, che lo hanno portato a questo punto è diventato proibito.. niente uccidere, niente mogli degli altri, 
Almeno questo è scritto nella Bibbia..

Certo che dobbiamo leggerla molto bene la Bibbia.. alcuni pensano che debba essere interpretata in senso letterale e non metaforico.

Ma quale Bibbia? 
C’è la Bibbia masoretica e quella samaritana .. 
pare che ci siano 2000 differenze tra di esse, 
mentre sono solo 1000 le differenze con la Bibbia dei 70 
(la Septuaginta) in greco, scritta 300 anni prima di Cristo. 
Questa può significare solo una cosa, quando nel 700 DC i masoreti scrissero la loro versione, rimaneggiarono il testo a loro disposizione in modo che corrispondesse il più possibile alla traduzione fatta in greco 1000 anni prima. 

Poi c’è la Bibbia in aramaico, che sembra essere un libro completamente diverso, ma in ogni caso abbiamo trovato dei testi sumerici, molto precedenti, che sono chiaramente l’ispirazione dei racconti della Bibbia, diciamo, la Bibbia ne è la versione semplificata. 

Non solo, ma sono anche strettamente connessi ai racconti sulle vicende degli Dei che circolavano in tutta l'area mediterranea. 
Si riconosce facilmente che i figli degli Elohim e dei mortali corrispondono perfettamente ai semidei della tradizione greca. 

Possiamo facilmente immaginare che si tratti di racconti che i pastori e i mercanti si tramandavano di generazione in generazione seduti alla sera attorno ai fuochi dell'accampamento.
Il fatto che fossero racconti popolari spiega facilmente la totale mancanza di coerenza e di sequenzialità degli vari versetti della Bibbia. 

Ho visto una scuola di recitazione, chiamata “Instant theatre”, dove l'organizzatore ha scritto su centinaia di schede delle frasi, in tre versioni: frasi brevi, frasi di media lunghezza e frasi più lunghe. 

Gli attori sulla scena prelevano a turno queste schede da un mazzo, una alla volta, e le recitano di fronte a un pubblico. Per quanto possa sembrare strano, il pubblico interpreta queste frasi casuali come parte di un colloquio logico e razionale, esattamente come se si trattasse di una commedia scritta e strutturata dall'autore. 

Questa è una delle funzionalità del cervello, che a tutti i costi vuole trovare un senso logico e una consequenzialità negli avvenimenti. 

Rileggendo la Bibbia dopo questa esperienza mi sono reso conto che nello scrivere il testo che ci è arrivato, i redattori hanno disposto in ordine sequenziale dei testi che erano stati loro tramandati dalla tradizione orale e che quindi non potevano modificare. In questo caso piuttosto che mazzi di schede si trattava di raccolte di rotoli. 

Quindi frasi quali "Caino fondò una città" di per sé ha un senso compiuto, ovviamente si raccontavano attorno al focolare le storie di vari personaggi che avevano fondato una città, cosa normale, sono moltissimi i racconti di fondazioni di città, tanto per citarne, 
Romolo e Remo o Didone che fonda Cartagine ecc. 

Nel racconto biblico questo episodio viene collocato dopo la storia di Adamo ed Eva, che nel racconto vengono interpretati come i primi esseri umani. Il testo esisteva e non hanno trovato di meglio che metterlo subito dopo il racconto di Adamo ed Eva nel giardino, ma qui è totalmente fuori posto.. dopo l’uccisione di Abele, Caino si reca nella terra di Nod (chi era questo Nod?) dove fonda una città, ma oltre a Caino non c'erano altre persone per popolare questa città, né ha alcun senso la citazione dove Dio mette un segno su Caino, per evitare che chi lo incontra lo uccida.. chi sarebbero queste persone se Caino ed Abele erano gli unici figli di Adamo ed Eva?..

Caino e Abele ... per noi sono due nomi di persone.. 
ma in ebraico suona così, "c'erano due fratelli, uno chiamato Pastore e l'altro chiamato Agricoltore, .. e via via ... e poi uno uccise l'altro ecc. ecc." ovviamente, non sono mai esistiti questi due fratelli, non è che nella stessa famiglia uno si sceglie il proprio mestiere.. . 

Ve lo immaginate? Adamo ed Eva ebbero due figli, Caino ama le piante, allora frequenta l’istituto di agraria, prende il diploma, poi va al negozio di B&Q più vicino, compera qualche sacco di sementi, un aratro, un po' di zappe, e si mette a dissodare un campo, invece Abele frequenta l’istituto di zoologia, prende il diploma, poi va al mercato, compera un gregge, dei cani pastori, fa un corso su come tosare le pecore, sui cicli riproduttivi degli animali, quando nascono gli agnelli ecc. , è da ridere, sappiamo dai reperti archeologici che ci vollero migliaia di anni per sviluppare sementi coltivati dalle prime piante selvatiche, e altrettanti migliaia di anni ci vollero per addomesticare gli animali selvatici. 

"Fratelli" è una metafora dell'origine comune degli uomini, ma Pastore o Agricoltore non sono scelte individuali, sono due culture, che si sviluppano nel corso dei millenni, e si trasmettono di padre in figlio all'interno della stessa tribù. Si nasce in una tribù di agricoltori o in una tribù di pastori... la storia è un racconto personalizzato in stile hollywoodiano dello scontro tra due attività economiche concorrenziali, e perciò in lotta... 

e poi, dopo aver ucciso Abele, Caino si reca nella terra di Nod (chi era questo Nod?) dove fonda una città, ma oltre a Caino non c'erano altre persone per popolare questa città, né ha alcun senso la citazione dove Dio mette un segno su Caino, per evitare che chi lo incontra lo uccida.. chi sarebbero queste persone se Caino ed Abele erano gli unici figli di Adamo ed Eva ed era rimasto solo Caino?

È interessante l'osservazione che i discendenti di Abramo prestassero omaggio a uno Yahweh quando erano in Palestina mentre quando erano in Egitto prestavano omaggio agli Elohim locali. 

Questa era la pratica comune, anche i soldati romani quando viaggiavano nelle varie parti dell'impero omaggiavano le divinità locali oltre alle proprie tradizionali, in quanto a quel tempo ogni città aveva un proprio Dio locale.

Qualcuno sostiene che gli Elohim fossero dei personaggi in carne ed ossa, delle specie di omaccioni dotati di superpoteri con cui gli uomini avevano dei contatti diretti. 

Nella nostra cultura, permeata di racconti fantascienza, qualcuno avanza l’ipotesi che si tratti di viaggiatori interstellari…
Ovviamente sono passati migliaia di anni, la cultura odierna è totalmente differente da quella di 3000 anni fa ed è molto difficile mettersi nei loro panni. Tuttavia possiamo immaginare delle forti analogie tra la relazione degli uomini di 3000 anni fà coi numerosi Dei del loro Pantheon con quella odierna dei devoti ai santi. Secondo il punto di vista dei devoti, per esempio di San Gennaro o di Sant'Antonio da Padova ecc. i santi sono essere reali, che abitano al di sopra delle nuvole vicino all'altissimo e potentissimo e il loro compito è quello di ascoltare le invocazioni dei loro fedeli e in un certo senso tirare la giacca all’onnipotente in modo che egli modifichi gli avvenimenti per far piacere a loro assistiti. 

Se tu leggi della letteratura votiva, troverai dei racconti di gente convintissima che San Gennaro sia intervenuto direttamente per riparare il bambino dall'essere investito da un'automobile, oppure che abbia agito col suo superpotere sulle cellule cancerogene che hanno invaso il corpo del fedele e le abbia distrutte, o abbia salvato il marinaio dall’annegare ecc.. 

Supponiamo che esistano degli abitanti di Marte e che questi ricevano degli email dalla terra contenenti queste descrizioni, senza alcuna altra fonte di informazione, non c'è alcun dubbio che essi riterranno che San Gennaro o Sant'Antonio siano delle persone in carne ed ossa che si aggirano tra i fedeli compiendo tutte queste azioni meravigliose. Ovviamente sia tu che io abbiamo delle opinioni completamente diverse a questo riguardo.

Tanto più che, riallacciandoci al discorso iniziale, si tratta di racconti ampiamente rimaneggiati, di cui non conosciamo nemmeno la forma originaria di quando vennero scritti o raccontanti molte migliaia di anni fa.

Ma qualcuno ipotizza che questi omaccioni dotati di superpoteri abbiano interferito direttamente nella costituzione biologica degli essere umani. Finché si tratta di romanzi di fantascienza, tutto è opinabile, ma quando si tratta di DNA si entra in un territorio scientifico, che viene trattato da migliaia di ricercatori in tutto il mondo.. si tratta di evidenze solide piuttosto che di interpretazioni.

Ora, l'analisi del DNA umana non ha individuato nessun DNA alieno nelle cellule umane. È stato ricavato un albero genealogico di tutti gli uomini esistenti e si vede chiaramente che da antenati comuni risalenti a 100-200.000 anni fa si sono ramificate centinaia di gruppi umani a causa sia dell'isolamento geografico che dell'inevitabile intervento di mutazioni genetiche.

E poi, chi sarebbero questi alieni extraterresti?
Nelle varie interpretazioni appaiono opportunamente nei momenti delle mutazioni decisive.. 2 milioni di anni fa, 300 mila anni fa.. 100 mila.. 50 mila, alcuni, poche migliaia di anni fa, giusto per aiutare gli egiziani ad erigere le piramidi.. cambiano mestiere ovviamente, da genetisti ad architetti..

Ma come si sono prodotti? 
Non si capisce perché il Dio pasticcione che ci ha messo tanto tempo sulla terra a produrre gli uomini, sia stato tanto più rapido su un altro pianeta.. a meno che su differenti pianeti ci siano Dei differenti.. qualcuno più intelligente del nostro..

Questa è un’altra ipotesi che ho sentito esprimere, 
… tante ipotesi, l’una più bislacca delle altre..

E poi sarebbero geneticamente compatibili con noi.. 
cioè su altri pianeti ha usato esattamente le stesse catene di aminoacidi, ha prodotto esattamente le stesse cellule.. questo sarebbe in contrasto con l’ipotesi di Dei più capaci sugli altri pianeti.. a meno che non si trovino ogni tanto in congresso per scambiarsi informazioni.

E poi.. le signore mi scuseranno per il riferimento un po' francese.. 
ma vediamo che l'uomo ha compiuto dei progressi a dir poco incredibili in pochi anni nel campo della medicina, grazie ad ultrasuoni, scanner magnetici, e raggi X possiamo produrre immagini sempre migliori dell'interno del corpo umano, preso potremo vedere qualcosa di simile alle immagini di Star Trek, dove il dottor Bones ha uno scanner che gli permette di avere una immagine tridimensionale interna del corpo.

Ora questi alieni avanzatissimi, secondo i racconti di chi è stato rapito dagli extraterrestri, per esaminare gli esseri umani non sono riusciti a trovare nient’altro di meglio che infilargli una sonda nel culo….

Tutto sommato.. non c’è da stupirsi che un sacco di gente, per evitarsi tutti questi dubbi e mal di testa, preferisca il Dio della Bibbia che fa tutto in 6 giorni..

Francesco Andreoli Sussex 

http://en.wikipedia.org/wiki/Masoretic_Text
http://en.wikipedia.org/wiki/Samaritan_Pentateuch
http://solpicus.wordpress.com/


Francesco Andreoli Sussex ha condiviso un link nel gruppo: LETTERE E FILOSOFIA.

martedì 20 febbraio 2018

Henley. Dal profondo della notte che mi avvolge, nera come un pozzo da un polo all'altro, ringrazio qualunque dio esista per la mia anima invincibile. Nella feroce morsa delle circostanze non ho arretrato né gridato. Sotto i colpi d'ascia della sorte il mio capo è sanguinante, ma non chino. Oltre questo luogo d'ira e lacrime incombe il solo Orrore delle ombre. e ancora la minaccia degli anni mi trova e mi troverà senza paura. Non importa quanto stretto sia il passaggio. quanto piena di castighi la vita. io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima


Dal profondo della notte che mi avvolge,
nera come un pozzo da un polo all'altro,
ringrazio qualunque dio esista
per la mia anima invincibile.
Nella feroce morsa delle circostanze
non ho arretrato né gridato.
Sotto i colpi d'ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma non chino.
Oltre questo luogo d'ira e lacrime
incombe il solo Orrore delle ombre.
e ancora la minaccia degli anni
mi trova e mi troverà senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio.
quanto piena di castighi la vita.
io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima
W. E. Henley

Milan Kundera. L'insostenibile leggerezza dell'essere. Titolo originale in ceco Nesnesitelná lehkost bytí.

Un mondo dove la Merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse.
Questo ideale estetico si chiama Kitsch. […]
Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo
tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.
Milan Kundera, l'insostenibile leggerezza dell'essere


La storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell'aria, come qualcosa che domani non ci sarà più.
Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere


5 GENNAIO 1968 INIZIA LA “PRIMAVERA DI PRAGA”
Alle ore 20 di quel 5 gennaio Radio Praga diffuse un comunicato del plenum del Partito in cui si informa della sostituzione di Novotny con Dubcek alla funzione di premio segretario. In breve tempo In tutto il paese si moltiplicano comunicati di appoggio al "nuovo corso".
Il 22-23 gennaio: Il plenum del CC del Partito comunista slovacco elegge primo segretario Vasil Bil'ak . Il 25 gennaio il presidente dell'Unione scrittori, Eduard Goldstuker rilasciò un'intervista a Radio Praga, nella quale affermò: "Ritengo che ciò che è accaduto nel nostro paese abbia un grande significato storico. Per la prima volta... possiamo costruire veramente un socialismo illuminato".
Ma il tentativo riformatore verrà bruscamente interrotto:
Nella notte tra il 20 e 21 agosto 1968 le truppe sovietiche del Patto di Varsavia entrano a Praga con l'obiettivo di bloccare sul nascere l'ascesa al potere di Alexander Dubček.
Questa stagione ispirò artisti e scrittori da Václav Havel a Milan Kundera che ambientò nella Praga di questi anni il suo famoso romanzo "L'insostenibile leggerezza dell'essere".
In immagine: 22 agosto 1968 Carri armati sovietici a Praga.
Antonio A. – Fonte “Charta 77”





PRIMAVERA DI PRAGA - FRANCESCO GUCCINI
Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita,
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga,
ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce...

Son come falchi quei carri appostati,
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermò la sua vita,
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,
quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano,
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava 
all'orizzonte del cielo di Praga...

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l'odio fra i denti,
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti,
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,

dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga...

https://youtu.be/FmUgOE_i73Q


Per Sabina vivere nella verità, non mentire né a se stessi né agli altri, è possibile soltanto a condizione di vivere senza pubblico. Nell'istante in cui qualcuno assiste alle nostre azioni, volenti o nolenti ci adattiamo agli occhi che ci osservano, e nulla di ciò che facciamo ha più verità. Avere un pubblico, pensare a un pubblico, significa vivere nella menzogna. Sabina disprezza la letteratura nella quale gli autori rivelano ogni piega intima di se stessi e dei loro amici. L'uomo che perde la propria intimità perde tutto, pensa tra sé Sabina. E l'uomo che se ne sbarazza di sua spontanea volontà è un mostro. Per questo Sabina non soffre per nulla di dover tenere nascosto il proprio amore. Al contrario, solo in quel modo può “vivere nella verità”.
Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere


Ma era davvero l'amore? Quel voler morire accanto a lei era evidentemente un sentimento eccessivo: era solo la seconda volta in vita sua che la vedeva! Non si trattava piuttosto dell'isteria di un uomo che, scoprendo nel profondo della sua anima la propria incapacità di amare, aveva cominciato a fingere l'amore con se stesso? D'altra parte, il suo subconscio era tanto vigliacco da scegliere per la sua commedia quella povera cameriera di provincia che non aveva praticamente nessuna possibilità di entrare nella sua vita!
Guardava i muri sporchi del cortile e si rendeva conto di non sapere se fosse isteria o amore.
L'insostenibile leggerezza dell'essere, Milan Kundera


Ti chiedono cos'hai e non capiscono quando dici “niente” perché non sanno che anche la leggerezza può essere insostenibile.
 “L'insostenibile leggerezza dell'essere”


— (Parmenide vedeva l'intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo.
Uno dei poli dell'opposizione era per lui positivo (luce, caldo..) l'altro negativo. Questa suddivisione può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un solo caso: che cos'è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo.
Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. )
http://bored-dandy.tumblr.com/post/163442119618/parmenide


Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa?
Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo.
Ma nella poesia d'amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell'uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l'immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l'assenza assoluta di un fardello fa si che l'uomo diventi più leggero dell'aria, prenda il volo verso l'alto, si allontani dalla terra, dall'essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere allora? La pesantezza o la leggerezza?
Milan Kundera

Un dramma umano si può sempre esprimere con la metafora della pesantezza.
Diciamo, ad esempio, che ci è caduto un fardello sulle spalle.
Sopportiamo o non sopportiamo questo fardello, sprofondiamo sotto il suo peso,
lottiamo con esso, perdiamo o vinciamo. Ma che cos'era successo in realtà a Sabina?
Niente. Aveva lasciato un uomo perché voleva lasciarlo. Lui l'aveva forse perseguitata?
Aveva cercato di vendicarsi? No. Il suo non era un dramma della pesantezza, ma della leggerezza. Sulle spalle di sabina non era caduto un fardello, ma l'insostenibile leggerezza dell'essere.
Milan Kundera


"Chi è pesante non può fare a meno di innamorarsi perdutamente di chi vola lievemente nell’aria, tra il fantastico e il possibile: mentre i leggeri sono respinti dai loro simili e trascinati dalla “compassione” verso i corpi e le anime possedute dalla pesantezza. Così accade nel romanzo: Tomáš ama Tereza, Tereza ama Tomáš: Franz ama Sabina, Sabina (almeno per qualche mese) ama Franz; quasi come nelle Affinità elettive si forma il perfetto quadrato delle affinità amorose»
Pietro Citati




Non avevo mai pensato al parallelismo tra questi due libri stupendi... Interessantissimo!


Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un'occhiata a ciò che si nasconde dietro…
Milan Kundera. L’insostenibile leggerezza dell’essere

Una domanda per la quale non esiste risposta è una barriera oltre la quale non è possibile andare. In altri termini: sono proprio le domande per le quali non esiste risposta che segnano i limiti delle possibilità umane e tracciano i confini dell'esistenza umana.
Milan Kundera. L’insostenibile leggerezza dell’essere

La stupidità deriva dall'avere una risposta per ogni cosa. 
La saggezza deriva dall'avere una domanda per ogni cosa.
Milan Kundera





L’umanità sfrutta le mucche come il verme solitario sfrutta l’uomo: si è attaccata alle loro mammelle come una sanguisuga. L’UOMO E' UN PARASSITA DELLA MUCCA; questa è probabilmente la definizione che un non-uomo darebbe dell’uomo nella sua zoologia.
Milan Kundera


Subito all'inizio della Genesi e' scritto che Dio creò l'uomo per affidargli il dominio sugli uccelli, i pesci, e gli animali. Naturalmente la Genesi e' stata scritta da un uomo non da un cavallo. Non esiste alcuna certezza che Dio abbia davvero affidato all'uomo il dominio sugli altri animali. E' invece più probabile che l'uomo si sia inventato Dio per santificare il dominio che egli ha usurpato sulla mucca e sul cavallo. Si', il diritto di uccidere un cervo o una mucca e' l'unica cosa sulla quale l'intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose.
Questo diritto ci appare evidente perché in cima alla gerarchia troviamo noi stessi. Ma basterebbe che nel gioco entrasse una terza persona, ad esempio un visitatore da un altro pianeta, il cui Dio gli abbia detto : " Regnerai sulle creature di tutte le altre stelle!" , e tutta l'evidenza della Genesi diventerebbe di colpo problematica. Un uomo attaccato a un carro da un marziano, o magari fatto arrosto da un abitante della Via Lattea, si ricorderà forse della cotoletta di vitello che era solito tagliare nel suo piatto e chiederà scusa ( in ritardo! ) alla mucca.
Milan Kundera, l'insostenibile leggerezza dell'essere


Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia.
Se l'amore deve essere indimenticabile,
fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze,
come uccelli sulle spalle di Francesco d'Assisi.
Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere


«La nostra vita quotidiana è bombardata da coincidenze
o, per meglio dire, da incontri fortuiti
tra le persone e gli avvenimenti chiamati coincidenze.[...].
L'uomo, spinto dal senso della bellezza, 
trasforma un avvenimento casuale in un motivo 
che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita».
Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”


«Le vite umane sono costruite come una composizione musicale. L’uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita. Ad esso ritorna, lo ripete, lo varia, lo sviluppa, lo traspone, come fa il compositore con i temi della sua sonata. […] L’uomo senza saperlo compone la propria vita secondo le leggi della bellezza persino nei momenti di più profondo smarrimento. Non si può quindi rimproverare ad un romanzo di essere affascinato dai misteriosi incontri di coincidenze, ma si può a ragione rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze della vita di ogni giorno, e di privare così la propria vita della sua dimensione di bellezza».
Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere



Forse se fossero rimasti insieme ancora per qualche tempo, avrebbero cominciato a capire a poco a poco le parole che dicevano. I loro vocabolari di sarebbero pudicamente e lentamente avvicinati l'uno all'altro come amanti molto timidi, e la musica dell'uno avrebbe cominciato a intrecciarsi con la musica dell'altro. Ma è troppo tardi.
Milan Kundera, “L'insostenibile leggerezza dell'essere”


Il tempo umano non ruota in cerchio ma avanza veloce in linea retta.
È per questo che l'uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione.
Milan Kundera. L'insostenibile leggerezza dell'essere


«Il momento in cui nasce l’amore si presenta così: la donna non resiste alla voce che chiama all’aperto la sua anima spaventata; l’uomo non resiste alla donna la cui anima presta orecchio alla sua voce».
Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”


Aveva dietro le spalle sette anni di vita passati con Tereza e adesso si rendeva conto che quegli anni erano più belli nel ricordo che non quando li aveva vissuti. L'amore tra lui e Tereza era stato bellissimo ma anche faticoso: aveva dovuto sempre nascondere qualcosa, mascherare, fingere, riparare, tirarle su il morale, consolarla, dimostrarle ininterrottamente il proprio amore, subire le accuse della sua gelosia, del suo dolore, dei suoi sogni, sentirsi colpevole, giustificarsi e scusarsi.
Ora la fatica era scomparsa e rimaneva solo la bellezza.
Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere


Per diminuire la sofferenza di Tereza, Tomàs la sposò e le procurò un cucciolo. |
Lo portò a Tereza. Lei alzò il cagnolino, se lo strinse al petto e quello le bagnò la camicetta.... Benché in genere le cagne si affezionano di più ai padroni maschi che alle padrone, con Karenin avvenne il contrario. Decise di innamorarsi di Tereza. Tomàs gliene fu riconoscente. Gli accarezzava la testolina e gli diceva:”Fai bene, Karenin. Era proprio quello che volevo da te. Visto che io solo non basto, devi aiutarmi tu”.
Milan Kundera, da L'insostenibile leggerezza dell'essere


Nietzsche esce dal suo albergo a Torino. Vede davanti a sé un cavallo e un cocchiere che lo colpisce con la frusta. Nietzsche si avvicina al cavallo e, sotto gli occhi del cocchiere, gli abbraccia il collo e scoppia in pianto. Ciò avveniva nel 1889 e a quel tempo anche Nietzsche era già lontano dagli uomini. In altri termini, proprio allora era esplosa la sua malattia mentale. Ma appunto per questo mi sembra che il suo gesto abbia un significato profondo. Nietzsche era andato a chiedere perdono al cavallo per Descartes. La sua pazzia (e quindi la sua separazione dell’umanità) inizia nell’istante in cui piange sul cavallo. È questo il Nietzsche che amo.
Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere, VII, 2


Adesso provava la stessa strana felicità e la stessa strana tristezza di allora.
Quella tristezza voleva dire: Siamo all'ultima stazione.
Quella felicità voleva dire: siamo insieme.
La tristezza era la forma e la felicità il contenuto.
La felicità riempiva lo spazio della tristezza.
 Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere





La chirurgia porta l’imperativo fondamentale della professione medica fino al limite estremo, dove l’umano tocca il divino. (…) Dio, si potrebbe dire, ha previsto l’omicidio, ma non la chirurgia. Non si immaginava che qualcuno avrebbe avuto il coraggio di infilare una mano dentro un meccanismo inventato da lui, imballato con cura nella pelle, sigillato e chiuso agli occhi dell’uomo. Quando Tomaš appoggiò per la prima volta il bisturi sulla pelle di un uomo sotto anestesia e poi incise la pelle con gesto energico e l’aprì con un taglio netto e preciso (come fosse stata un tessuto inanimato, un cappotto, una gonna, una tenda), provò la breve ma intensa sensazione di compiere una profanazione. Ma era proprio quello ad attrarlo!…
Milan Kundera,  L’insostenibile leggerezza dell’essere


La nostra vita quotidiana è bombardata da coincidenze o, per meglio dire, da incontri fortuiti tra le persone e gli avvenimenti chiamati coincidenze.[…]. L'uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita. Ad esso ritorna, lo ripete, lo varia, lo sviluppa, lo traspone, come fa il compositore con i temi della sua sonata.

Si direbbe che nel cervello esista una regione del tutto particolare che si potrebbe chiamare memoria poetica e che registra ciò che ci affascina, che ci commuove, che rende bella la nostra vita. Da quando lui ha conosciuto Tereza, nessuna donna ha il diritto di lasciare in quella parte del suo cervello foss'anche la più fuggevole impronta.

L'amore comincia con una metafora. In altri termini: 
l'amore comincia nell'istante in cui la donna si iscrive con la sua prima parola nella nostra memoria poetica
Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”


Tomàs ancora non si rendeva conto che le metafore sono una cosa pericolosa.
Con le metafore è meglio non scherzare. Da una sola metafora può nascere l'amore.
Milan Kundera


Quando sedete di fronte a qualcuno che si mostra amabile, deferente, cortese, è molto difficile tenere sempre a mente che nulla di ciò che dice è vero, che nulla è sincero. Diffidare (continuamente e sistematicamente, senza vacillare nemmeno per un attimo) richiede uno sforzo enorme e anche un suo allenamento.
Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere


Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi. A seconda del tipo di sguardo sotto il quale vogliamo vivere, potremmo essere suddivisi in quattro categorie. La prima categoria desidera lo sguardo di un numero infinito di occhi anonimi: in altri termini, desidera lo sguardo di un pubblico. [...] La seconda categoria è composta da quelli che per vivere hanno bisogno dello sguardo di molti occhi a loro conosciuti [...] C'è poi la terza categoria, la categoria di quelli che hanno bisogno di essere davanti agli occhi della persona amata [...] E c'è infine una quarta categoria, la più rara, quella di coloro che vivono sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Sono i sognatori.
Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere


L'amore significa rinunciare alla forza.
Milan Kundera. L’insostenibile leggerezza dell’essere

«E gli amori sono come gli imperi: quando scompare l'idea su cui sono fondati, periscono anch'essi».
Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”

È un amore disinteressato: Tereza non vuole nulla da Karenin. Non vuole nemmeno l’amore.
Non si è mai posta quelle domande che torturano le coppie umane: mi ama? Ha mai amato qualcuna più di me? Mi ama più di quanto lo ami io? Forse tutte queste domande rivolte all’amore, che lo misurano, lo indagano, lo esaminano, lo sottopongono a interrogatorio, riescono anche a distruggerlo sul nascere. Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa (l’amore) dell’altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza.
 Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere


«Aveva dietro le spalle sette anni di vita passati con Tereza e adesso si rendeva conto che quegli anni erano più belli nel ricordo che non quando li aveva vissuti. L'amore tra lui e Tereza era stato bellissimo ma anche faticoso: aveva dovuto sempre nascondere qualcosa, mascherare, fingere, riparare, tirarle su il morale, consolarla, dimostrarle ininterrottamente il proprio amore, subire le accuse della sua gelosia, del suo dolore, dei suoi sogni, sentirsi colpevole, giustificarsi e scusarsi.
Ora la fatica era scomparsa e rimaneva solo la bellezza».
Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”

«È un amore disinteressato: Tereza non vuole nulla da Karenin. Non vuole nemmeno l’amore. Non si è mai posta quelle domande che torturano le coppie umane: mi ama? Ha mai amato qualcuna più di me? Mi ama più di quanto lo ami io? Forse tutte queste domande rivolte all’amore, che lo misurano, lo indagano, lo esaminano, lo sottopongono a interrogatorio, riescono anche a distruggerlo sul nascere. Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa (l’amore) dell’altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza».
Milan Kundera , “L’insostenibile leggerezza dell’essere”



Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. 
Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. 
Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? 
Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.
Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere 


Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può ne confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future. […] 
Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.

Milan Kundera, da “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, Adelphi, Milano, 1985.



Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni. Era la vertigine. L'ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.
Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere


Ma è proprio il debole che deve saper essere forte e andar via,
quando il forte è troppo debole per poter far del male al debole.
Milan Kundera



"L'idea dell'eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell'imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l'abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all'infinito! Che significato ha questo folle mito? Il mito dell'eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un'ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla. Non occorre tenerne conto, come di una guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo che non ha cambiato nulla sulla faccia della terra, benché trecentomila negri vi abbiano trovato la morte tra torture indicibili. 
E anche in questa guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo, cambierà qualcosa se si ripeterà innumerevoli volte nell'eterno ritorno? Sì, qualcosa cambierà: essa diventerà un blocco che svetta e perdura, e la sua stupidità non avrà rimedio. Se la Rivoluzione francese dovesse ripetersi all'infinito, la storiografia sarebbe meno orgogliosa di Robespierre. Dal momento, però, che parla di qualcosa che non ritorna, gli anni di sangue si sono trasformati in semplici parole, in teorie, in discussioni, sono diventati più leggeri delle piume, non incutono paura. C'è un’enorme differenza tra un Robespierre che si è presentato una sola volta nella storia e un Robespierre che torna eternamente a tagliare la testa ai francesi. Diciamo quindi che l'idea dell'eterno ritorno indica una prospettiva dalla quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare un qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che é effimero?
La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina. Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie:mi ricordavano la mia infanzia; io l'ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos'era la loro morte davanti a una fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo scomparso della mia vita, un periodo che non sarebbe più tornato? Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull'esistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso.
Se ogni secondo della nostra vita si ripete un numero infinito di volte, siamo inchiodati all'eternità come Gesù Cristo alla croce. E'un'idea terribile. Nel mondo dell'eterno ritorno, su ogni gesto grava il peso di una insostenibile responsabilità. Ecco perché Nietzsche chiamava l'idea dell'eterno ritorno il fardello più pesante (das schwerste Gewicht). Se l'eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza. Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza è meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d'amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell'uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l'immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l'assenza assoluta di un fardello fa sì che l'uomo diventi più leggero dell'aria, prenda il volo verso l'alto, si allontani dalla terra, dall'essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere allora? La pesantezza o la leggerezza? Questa domanda se l'era posta Parmenide nel sesto secolo avanti Cristo....... Parmenide rispose: il leggero é positivo, il pesante é negativo. Aveva ragione oppure no? Questo é il problema. Una sola cosa é certa: l'opposizione pesante-leggero é la più misteriosa e la più ambigua fra tutte le opposizioni".
Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere,  (incipit) cap. Primo


L'insostenibile leggerezza dell'essere - M. Kundera
Miliardi d’anni fa gli unici elementi chimici che componevano il nostro quasi neonato universo erano l’idrogeno e l’elio, stretti in abbracci autodistruttivi per formare nubi cosmiche, nelle quali la loro densità era variabile, a seconda della zona presa in esame. Da questi ammassi di materia sarebbero nate le stelle e dai processi di nucleosintesi all’interno di esse sarebbero stati formati tutti gli altri elementi che compongono il mondo in cui viviamo e che hanno dato origine alla creazione più complessa e labile della natura: la vita. Alla base di tutto questo ci sono quindi due concetti fondamentali: la <b> densità </b> (che non è altro che il rapporto tra massa e volume) e il <b> numero atomico </b>, che distingue un atomo dall’altro, rendendolo speciale. L’essere, dunque, ha tra le sue caratteristiche fondamentali quella di possedere un <b> peso </b> che lo qualifica come leggero (ogni atomo ha una massa piccolissima), ma che lo rende contemporaneamente pesante, perché su di esso agiscono forze costanti: non solo la gravità, ma anche la coscienza, la responsabilità, la consapevolezza, l’amore, l’odio, la religiosità, la sofferenza … Kundera ha quindi colto nel profondo quello che ci rende così drammaticamente complicati, imprigionando la sua riflessione nella vita di quattro personaggi principali e facendola uscire poco alla volta, grazie al simbolo, all’allusione, alla poesia e soprattutto alla filosofia di Nietzsche (il romanzo inizia proprio con una riflessione sull’Eterno Ritorno), Eraclito, Cartesio …

La trama de “L’insostenibile leggerezza dell’essere" ricorda le evoluzioni di una bandiera, magari quella ceca, lasciata precipitare dalla finestra dell’ultimo piano di un palazzo di Praga: le vicende si intrecciano e ritornano su loro stesse, facendoci scoprire lati precedentemente nascosti dalla prospettiva e rivelando esiti definitivi e drammatici come la vita. La leggerezza e la pesantezza, che sembrano due opposti incapace di convivere in una sola persona e attratti dal loro contrario, sono in realtà in ognuno di noi e albergano nell’animo di tutti i personaggi:

<b> Tomàs </b>, che appare il personaggio più “leggero", insieme a Sabina, è invece trascinato sul fondo della propria relazione con Tereza dalla dipendenza dalla poligamia, che egli intende come un interesse scientifico per individuare l’unicità di ogni donna attraverso l’analisi della sua fisicità e del suo comportamento sotto le lenzuola. Tutta la pesantezza del suo destino è in quel verbo “schiacciare" che compare nella narrazione della sua fine.
<b> Tereza </b>, invece, che appare come il peso morto ancorato alla cintura del marito, ha in sé moltissima leggerezza: essa è la bambina nella cesta che <i> galleggia </i> sul fiume, la giovane donna che si libera dalle catene della sua infanzia e, portando con sé la sua valigia <i> pesante </i>, va via dalla sua città di provincia, scappa da Zurigo, trema di gelosia e sogna (e cosa c’è di più leggero per astrazione e di più pesante per le sensazioni che suscita di un incubo?). Nella vicenda di Tomàs e Tereza si inserisce la pittrice Sabina, che è molto simile al medico di Praga (Tomàs, apputno) nel suo leggero svolazzare da un tradimento all'altro e da una città all'altra, ma che è anch'essa condannata alla pesantezza della dipendenza e attratta dalla solidità del suo amante: Franz. Di quest'ultimo non le piace la debolezza, proprio perché ama la sua forza come se fosse la zavorra che la lega alla terra e le impedisce di fuggire. Franz, al contrario, è attratto dalla leggerezza di Sabina, che viene trasfigurata in una dea, essere metafisico onnisciente, capace di vedere e giudicare le sue azioni e, proprio per questo suo potere, di influenzarle. La vita di ognuno di noi è quindi preda di un continuo squilibrio, come se fossimo perennemente sul piatto di una bilancia, che improvvisamente può schizzare all'indietro, in quei momenti in cui la parte più leggera del nostro animo si libra nell'aria, oppure balzare in avanti, trascinato dalla pesantezza di una stagione monotona e frustrante. La sensazione che ci resta è quella di una forte vertigine, che, come scrive Kundera, non è paura di cadere, ma attrazione per il vuoto. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare ad essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancora più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.“
http://imnotsuperdoc.tumblr.com/post/57052897299/linsostenibile-leggerezza-dellessere-m



L' insostenibile leggerezza dell'essere.
Titolo originale Nesnesitelná lehkost bytí
Autore Milan Kundera
1ª ed. originale 1984
L'insostenibile leggerezza dell'essere (in ceco: Nesnesitelná lehkost bytí) è un romanzo di Milan Kundera scritto nel 1982 e pubblicato per la prima volta in Francia nel 1984.
TRAMA
Romanzo, che si svolge a Praga negli anni intorno al 1968, descrive la vita degli artisti e degli intellettuali cecoslovacchi nel periodo fra la Primavera di Praga e la successiva invasione da parte dell'Unione Sovietica. La storia si focalizza sul gruppo noto come il Quartetto di Kundera, composto da Tomáš (un chirurgo di fama e successo che ad un certo punto perde il lavoro a causa di un suo articolo su Edipo che, anche a causa delle modifiche operate dai redattori del giornale a cui lo ha inviato, risulta molto critico nei confronti dei comunisti cechi), la sua compagna Tereza (una fotografa), la sua amante Sabina (una pittrice) e un altro amante di SabinaFranz (un professore universitario).



Ian McEwan. Chesil Beach. Certe volte è imbarazzante scoprire che il corpo non vuole, o non sa mentire a proposito delle emozioni. Chi è mai riuscito, per ragioni di decoro, a rallentare un cuore che batte forte, o a ricacciare indietro un rossore?

La contraddizione venne ora risolta grazie all'atto di nominare il fenomeno, grazie al potere che ha la parola di rendere l'inosservato visibile.
Chesil Beach (p. 60)


Certe volte è imbarazzante scoprire che il corpo non vuole, o non sa mentire a proposito delle emozioni. Chi è mai riuscito, per ragioni di decoro, a rallentare un cuore che batte forte, o a ricacciare indietro un rossore?
 Ian McEwan, Chesil Beach (p. 72)


In passato, Florence aveva conosciuto soltanto il brodo rassicurante di emozioni tiepide, la calda trapunta invernale di cortesia e fiducia reciproca. E ora, finalmente, ecco l'inizio di un desiderio, inconfondibile e ignoto, ma senz'altro suo, e su tutto, come sospeso al di sopra e alle spalle di lei, appena invisibile, il sollievo di scoprirsi esattamente come tutti gli altri
 Ian McEwan, Chesil Beach (p.74)


Una libertà oscena, gioiosa, nuda, che nella sua fantasia si ergeva come un'immensa cattedrale spaziosa, magari in rovina, magari scoperchiata, spalancata verso la volta del cielo, nella quale lui e lei sarebbero ascesi in assenza di peso verso un poderoso abbraccio per perdersi, per annegare in ondate di purissima estasi dimentiche di tutto. Era talmente semplice! Come mai non vi si trovavano già, e invece stavano ancora seduti lì, intrappolati da tutte le cose che non sapevano dire, o che non osavano fare?
E in che consisteva l'ostacolo? Nelle rispettive personalità unite al passato, a ignoranza e paura, timidezza, pruderie, mancanza di fiducia in se stessi, esperienza e disinvoltura, più qualche strascico di divieto religioso, l'educazione britannica e l'appartenenza di classe, la Storia insomma. Cosette di poco conto.
Ian McEwan, Chesil Beach (pp. 80-81)





Ian McEwan, Nel guscio. Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito - se non fosse la compagnia di brutti sogni. William Shakespeare, Amleto, atto II, scena II.

Il genere è innato. Parola del feto di Ian McEwan.
L'ultimo romanzo dello scrittore inglese segna la rivincita dei teorici della presenza di idee compiute nell'uomo già alla nascita. Alla faccia degli pseudo-empiristi.
di Antonio Gurrado

Bentornati, innatisti. I teorici della presenza di idee compiute nell'uomo già alla nascita – contrapposti agli empiristi, secondo i quali le idee derivano esclusivamente dall'acquisizione di esperienza crescendo – hanno trovato un campione insperato: Ian McEwan. Com'è noto, il suo nuovo romanzo “Nel guscio” (Einaudi) ha per voce narrante un feto, che dal pancione materno ascolta tutto e non vede nulla (e dice: “Sento, dunque sono”). Ora, già dalla prima pagina, questo feto dichiara che sentendo la parola “azzurro” si figura un evento mentale non troppo dissimile da “verde”, per quanto non abbia mai visto nessuno dei due colori né sappia cos'è un colore. Questo feto ciarliero e sveglissimo è in grado di riconoscere come cigola un letto quando qualcuno ci si siede, di ricostruire legami di parentela, di individuare un complotto senza avere mai esperito né letti né famiglie né tragedie, e solo un talentuoso come McEwan poteva trarne un capolavoro anziché un'inverosimile ciofeca. Ma quando il feto si ritrova una specie di gamberetto fra le gambe e capisce di essere maschio e non femmina, senza avere mai avuto contezza di studi biologici né di teorie sul genere, è lì che si verifica la decisiva rivalsa dell'innatista: quando una pagina di memorabile sarcasmo sceglie l'inevitabile concepirsi nel modo in cui si è determinati a priori, contrapponendolo al comodo pseudo-empirismo di chi si percepisce maschio o femmina, abile o disabile, bianco o nero a seconda di come le esperienze hanno forgiato la sua identità a posteriori.

https://www.ilfoglio.it/bandiera-bianca/2017/05/19/news/il-genere-e-innato-parola-del-feto-di-ian-mcewan-135552/



«Nutshell», nel guscio (nella traduzione di Susanna Basso).
Un bambino non ancora nato è il testimone di un omicidio premeditato.
La madre, via via che la gravidanza avanza, pianifica con l’amante l’assassinio del marito.
«Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna. Braccia pazientemente conserte ad aspettare, aspettare e chiedermi dentro chi sono, dentro che guaio mi sto per cacciare».

Nel ventre di Trudy, il feto - a proposito di eminenti antenati - chiaramente intende il verso montaliano «Nascere fu un refuso». Giorno dopo giorno, ad apparirgli, è il teatro dell’umana abiezione. Come evitare di entrarvi? Mettendo in scena un gioco di prestigio: suicidarsi prima ancora di essere. Se non che ogni tentativo fallisce («il fedele cordone, la cima di salvataggio che non ha voluto uccidermi»), essere sarà dunque inevitabile.

John, il padre, morirà avvelenato, in autostrada, lontano dalla efferata coppia. Ma il sospetto avvolgerà comunque i due amanti, Trudy e Claude. Saranno scoperti? E quale ruolo, eventualmente, il nascituro avrà nel determinare la loro sorte? Lui, dalla madre così stregato:
«Bellissima. Amorevole. Assassina».

Con «Nel guscio», ormai vicino ai settant’anni, Ian McEwan, da tempo fra i candidati al Nobel, rinnova la convinzione di sempre: «Scrivere non è un’attività che si semplifica con l’andare del tempo; non è possibile “buttare giù” un romanzo solo perché fai questo mestiere da qualche decennio. Certe volte mi pare che la questione si riduca a un problema di forma fisica: scrivere richiede un’enorme quantità di energia. Invecchiare non aiuta. È fondamentale convincersi di avere tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco, qualcosa che sia decisamente diverso da tutto ciò che l’ha preceduto, anche se può trattarsi solo di un’illusione...».
http://www.lastampa.it/2017/03/20/torinosette/primapagina/il-lo-scrittore-ian-mcewan-alla-cavallerizza-NpTDpyS7bNgdc3SPdWCZmM/pagina.html


Ian McEwan, "Il guscio" e il suo amletico protagonista.
Lo scrittore ha lasciato il realismo per un romanzo folle e irreale:  «Mi serviva una vacanza».
Intervista nel salotto di casa sua, che ha visto nascere una storia decisamente shakespeariana.

STRAUD (Inghilterra).
Da cinque anni Ian McEwan si è trasferito nella campagna del Gloucestershire e per arrivare a casa sua tocca fare un’ora di treno da Londra, dove ha abbandonato senza nostalgie il villino di Fitzrovia che nel 2005 era diventato, con poche modifiche, la casa del protagonista di Sabato. Poi, una ventina di minuti in taxi dalla stazione più vicina. Campi sconfinati. Alte siepi. Pecore solitarie. Cavalli e pony altolocati che pascolano col cappottino. Non si vede un bipede, a parte i corvi. La vecchia casa di pietra sembra una piccola abbazia. Nel giardino aperto sulla campagna è stato scavato un laghetto che però ha troppe alghe per farci il bagno. Dentro: sobrietà, camini, pochi mobili, una cucina accogliente con la stufa in ghisa e la ciotola per il cane. Qui si indulge nei dettagli perché non è da tutti entrare nel buen retiro di McEwan, che non invita mai a casa un giornalista inglese:
«Se uscissi da questa stanza mi frugherebbe tra i libri o nei cassetti».

La stanza dove è vivamente sconsigliato frugare è il soggiorno; l’idea di Nel guscio, il suo ultimo, sorprendente, romanzo,  è nata proprio qui.
«Due anni fa chiacchieravo con mia nuora Rosie, una matematica molto brillante: era all’ottavo mese di gravidanza del primo figlio e naturalmente l’argomento era il bambino o la bambina che stava per arrivare. Ho avuto la netta percezione che eravamo già tre persone, sul divano. Un paio di mesi dopo ho cominciato a scrivere».

Cosa piuttosto insolita nelle cronache letterarie, dedicare un romanzo alle nuore.
Mc Ewan l’ha fatto: «A Rosie e Sophie». Perché reputa una grande fortuna che i suoi figli abbiano sposato due ragazze «così belle, intelligenti, dolci, affascinanti; e, soprattutto, innamorate».
Dopo la dedica, una citazione dall’Amleto, che aleggia sulla trama molto più delle nuore: Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito –  se non fosse per la compagnia dei brutti sogni
E infine l’incipit, folgorante: 
«Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna». 
Un feto prossimo alla nascita, molto consapevole e dotato di un ottimo eloquio, è il narratore. 
E già prima di venire al mondo assiste ai piani della madre e dello zio suo amante di uccidere il padre.  (Oltre alle terrificanti performace sessuali dei due fedifraghi).

Uno scarto vertiginoso, e vigoroso, nella carriera di McEwan che, abbandonate le meravigliose cupezze-stranezze degli esordi, aveva adottato un realismo corroborato da meticolose ricerche. Ed era finito nei programmi delle scuole superiori britanniche con Espiazione, del 2001.

«Mi serviva una vacanza, un jeu d’ésprit
Il romanzo precedente, La ballata di Adam Henry, aveva richiesto molto lavoro di documentazione, ore e ore in tribunale a parlare con magistrati e avvocati. Avevo bisogno di uno spazio di libertà».

I romanzieri possono essere di due tipi:
quelli che si fanno le ricerche da soli e quelli che delegano ai negri e perfino alle agenzie.
Lui appartiene alla prima specie e non sa dire esattamente quando è diventato abbastanza famoso o autorevole perché un magistrato gli concedesse un po’ del suo tempo. «Il fatto è che ho un amico giudice, un giudice importante, che mi ha raccontato molti dei suoi casi. Con le rispettive mogli andiamo a sentire concerti di musica da camera e una volta, alla Wigmore Hall, mi ha parlato di un testimone di Geova minorenne che rifiutava le trasfusioni, come prevede la sua religione. Lui lo andò a trovare, rimase lì una quarantina di minuti, discutendo di calcio. Poi decise di imporgli il trattamento. Già questo mi fece effetto, ma il punto è che otto anni dopo, il mio amico giudice trovò negli atti di un altro caso una nota in calce su quello stesso ragazzo: si era riammalato e aveva rifiutato la trasfusione. Alla base della Ballata di Adam Henry c’è questa vicenda con pochi elementi cambiati. Adesso ci fanno un film».

Anche per Nel guscio gli hanno chiesto l’opzione:
«E pensare che quando ho finito il libro pensavo che per una volta non mi sarei dovuto preoccupare della riduzione cinematografica, mi sembrava irrealizzabile. Invece un simpatico produttore americano si è fatto avanti, gli ho chiesto come pensa di cavarsela e ha risposto che non ne ha la minima idea. Mentre la scrivevo mi sembrava una storia così folle che ho proposto a mia moglie di andarcene un po’ all’estero, alla vigilia dell’uscita.  Se hai la premessa di un narratore che è un feto, il romanzo si scrive da solo perché ci sono un bel po’ di situazioni limite, anche se ho mantenuto un profilo di lievissima plausibilità. C’è la sua cultura vasta ma raccogliticcia, visto che se l’è formata ascoltando le trasmissioni radio della Bbc, i podcast o gli audiolibri che sente sua madre; c’è il fatto che può riflettere su quando era più piccolo, che può sentire e immaginare, ma non vedere, e descrive quel che avviene intorno e lo rende credibile come una sorta di eco».

McEwan dice che è un gioco in cui chiedi al lettore di attraversare una linea:
«L’istante dell’attraversamento è quello buono per mollare: se hai problemi con l’antirealismo o l’irrealismo, lascia perdere. Uno dei momenti di irrealtà che amo di più nella letteratura europea è La metamorfosi di KafkaUn uomo si sveglia dopo un incubo e si ritrova trasformato in un insetto gigantesco: lì c’è la linea da attraversare. Ma cosa pensa Gregor Samsa? Che farà tardi al lavoro. Sono molto attratto dalla possibilità di avere il reale, il banale, e il fantastico che scorrono assieme. E, se accetti che un feto intelligente possa riflettere e preoccuparsi come me per i destini del mondo che sta per raggiungere, sei libero».

McEwan pensava sinceramente che un feto narrante in letteratura non si fosse mai visto, ma non aveva fatto i conti con le accuse di plagio che la stampa gli scaglia a ripetizione, praticamente un vezzo. («In Inghilterra non ti perdonano il successo». Peggio che in Italia? «Non so come vada da voi, comunque vorrei un passaporto italiano per rimanere cittadino europeo, dopo la Brexit»). Comunque anche la stampa americana si è data da fare, pur apprezzando molto il libro. Sulla New York Review of Books Siddhartha Mukherje ha tirato fuori dal cappello Abhimanyu, personaggio del Mahabharata che nel ventre della madre aveva ascoltato il padre raccontare una famosa strategia di battaglia, ma si era perso l’ultima mossa perché mammà s’era addormentata. Sul NYT, invece, la solita Michiko Kakutani ha volato più basso: ha attribuito a Nel guscio una qualche parentela con il filmetto Senti chi parla. Per non dire della scatenata caccia allo scoppiazzamento o, più nobilmente, all’influenza in molte altre recensioni, che I.ME. evita accuratamente di leggere, come molti suoi amici colleghi della stessa generazione.

[...] Quando si legge qualcosa su McEwan, i suoi romanzi più citati sono quello d’esordio, Il giardino di cemento o quelli della maturità: L’amore fataleEspiazioneSabato. E sono finiti nel dimenticatoio i titoli che hanno segnato il passaggio da uno stile all’altro:
«Quello che un critico ha definito il mio periodo di mezzo, di cui fa parte Bambini nel tempo. [...]

di Paola Zanuttini (17 marzo 2017)
http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/03/20/news/il_feto_parlante_nel_guscio_di_ian_mciwan-160967259/





Nel guscio.
Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce 
e sentirmi il re di uno spazio infinito - 
se non fosse la compagnia di brutti sogni.
William Shakespeare, Amleto, atto II, scena II.

Ian McEwan, Nel guscio.

Uno.

Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce 
e sentirmi il re di uno spazio infinito - 
se non fosse la compagnia di brutti sogni.
William Shakespeare, Amleto, atto II, scena II.

"Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna. Braccia pazientemente conserte ad aspettare, aspettare e chiedermi dentro chi sono, dentro che guaio mi sto per cacciare. Mi si chiudono gli occhi di nostalgia al ricordo di quando fluttuavo libero nel mio sacco opalescente, a spasso dentro la bolla sognante dei miei pensieri, tra capriole al ralenti in un oceano privato, e delicate carambole contro i confini trasparenti della mia prigione, quella membrana sicura che, pur attutendole, vibrava insieme alle voci di cospiratori intenti a una macchinazione odiosa. Succedeva nella spensierata stagione della mia giovinezza. A questo punto, ormai completamente capovolto, con le ginocchia schiacciate al petto e senza alcun margine di movimento, non ho soltanto la testa impegnata ma anche tutti i pensieri. Non ho più scelta, un orecchio è premuto giorno e notte contro le pareti irrorate di sangue. Ascolto, prendo appunti mentali, e mi preoccupo. Tra le lenzuola sento discorsi efferati e mi agghiaccia il terrore di quel che mi aspetta, di quel che potrebbe compromettermi.

Immerso nelle astrazioni, posso contare solo sui loro proliferanti legami a catena per crearmi l'illusione di un mondo noto. Sento dire «azzurro», che non ho mai visto, e immagino un evento mentale non molto lontano da «verde», che a sua volta non ho mai visto. Mi reputo un innocente, dispensato da obblighi di lealtà e doveri, uno spirito libero, a dispetto dell'esiguità del mio spazio vitale. Nessuno che mi contraddica o rimproveri, nessun nome, nessun precedente indirizzo, niente fede religiosa, niente debiti, nessun nemico. Sulla mia agenda, se ne avessi una, sarebbe segnata unicamente la data della mia incipiente nascita. Sono, o ero, checché ne dica la genetica contemporanea, una tabula rasa, una lavagna intatta. Ma di pietra troppo liscia, o troppo porosa, inadatta a qualunque aula scolastica, a qualsiasi tetto di campagna, una tabula che, crescendo, si scrive da sé, facendosi, giorno dopo giorno, un po' meno rasa. Mi reputo un innocente, ma a quanto pare sono parte di un complotto. Mia madre, che il cielo benedica il suo rumoroso cuore instancabile e pompante, sembra sia coinvolta.

Ho detto sembra, madre? No, è. Sei. Sei coinvolta. Lo so, fin dal principio. 
A proposito, lascia che lo richiami alla memoria, quel momento di creazione sopraggiunto in concomitanza con il mio pensiero primigenio. Tanto tempo fa, ormai molte settimane orsono, il mio solco neurale si chiuse su se stesso per dare origine al sistema nervoso, e miliardi di giovani neuroni alacri come bachi da seta presero a filare e tessere le proprie diramazioni assoniche nella formidabile tela aurea della mia prima idea, un concetto di tale semplicità che ora in parte mi sfugge. Sarà stato me? Troppo egocentrico. Adesso, forse? No, eccessivamente teatrale. Allora, qualcosa che preceda entrambi i concetti, comprendendoli, una sola parola mediata da un sospiro della mente, un deliquio di accettazione, di pura essenza, qualcosa come... questo? Troppo sofisticato. Dunque, più probabilmente, la mia idea fu Essere. O, in alternativa, la sua variante grammaticale: è. Eccola, la mia primigenia nozione, ed ecco il punto: è. Tutto qui. In uno spirito analogo a quello dell'Es muss sein. Il principio della vita cosciente coincise con la fine dell'illusione, l'illusione del non-essere, e l'esplosione del reale. Il trionfo del realismo sul magico, di ciò che è su ciò che pare. Mia madre è coinvolta in un complotto e di conseguenza lo sono anch'io, anche se il mio ruolo potrebbe essere quello di sventarlo. Oppure, se dovessi giungere al dunque in ritardo, da quell'allocco esitante che sono, almeno di fare vendetta.

Ma non intendo lagnarmi della mia buona sorte. Ho saputo sin dall'inizio, da quando ho scartato il dono della coscienza dal dorato involucro in cui era avvolta, che sarei potuto venire al mondo in un luogo peggiore e in tempi di gran lunga più tetri di questi. Lo stato generale delle cose mi è più che chiaro, e rende, o dovrebbe rendere trascurabili i miei problemi privati. C'è non poco di cui essere lieti. Sto per ereditare una condizione di modernità (igiene, vacanze, anestetici, lampade da tavolo, arance in pieno inverno) e per abitare un angolo privilegiato del pianeta: la ben nutrita, bonificata, occidentale Europa. L'antica leggendaria Europa, decrepita, relativamente garbata, infestata dai propri fantasmi, vulnerabile ai prepotenti, poco sicura di sé, traguardo di milioni di sventurati. La mia residenza prossima ventura non sarà l'opulenta Norvegia, cui era andata la mia prima scelta in considerazione del gigantesco fondo sovrano e di una munifica assistenza pubblica, e nemmeno la seconda opzione, cioè l'Italia, in virtù della cucina regionale e delle rovine baciate dal sole, ma neppure la terza, la Francia, per il suo Pinot Noir e la sua spavalda autostima. Erediterò invece il regno tutt'altro che unito di una stimata anziana regina, un posto nel quale un principe-imprenditore, noto per le sue opere buone, i suoi elisir (olio essenziale di cavolfiore per depurare il sangue) e le sue ingerenze incostituzionali, attende irrequieto il trono. Casa mia sarà questa, e mi andrà bene cosi. Poteva toccarmi di venire al mondo in Corea del Nord, un altro posto dove la successione non si contesta ma la libertà e il cibo scarseggiano.

Come è possibile che io, neppure giovane, neppure nato ieri, sappia già quanto basta per sbagliarmi su tante cose? Beh, ho le mie fonti, io ascolto. Mia madre Trudy, quando non sta insieme al suo amico Claude, ama la radio e predilige i dibattiti alla musica. Chi mai, agli albori della rete, avrebbe potuto presagire l'inarrestabile rinascita della radio, o il recuperato impiego di un termine arcaico come «wireless»? Oltre il chiassoso sciaguattare di stomaco e intestino, sento i notiziari, scaturigine di qualsiasi brutto sogno. Guidato da un autolesionismo implacabile, non mi perdo una sillaba di qualunque indagine e qualunque polemica. Le repliche orarie e i sommari ogni trenta minuti non mi annoiano mai. Sopporto perfino le notizie dal mondo della Bbc, con quei puerili squilli di tromba e trilli di xilofono sintetici fra un servizio e l'altro. A metà di una lunga nottata tranquilla, a volte assesto a mia madre un calcione violento. Lei si sveglia, non riesce più a prendere sonno, e allora accende la radio. Uno scherzo crudele, lo so, ma la mattina siamo tutti e due più informati.

A lei piace anche ascoltare qualche lezione in podcast, qualche istruttivo audiolibro: Conoscere i vini, in quindici capitoli, biografie di drammaturghi secenteschi, vari classici da tutto il mondo. L'Ulisse di Joyce la insonnolisce, e in compenso elettrizza me. Quando, agli albori del tutto, si infilava le cuffie, io sentivo benissimo, grazie al perfetto e rapido propagarsi delle onde sonore attraverso Tosso mandibolare e la clavicola, giù per la struttura ossea, fino al mio nutriente liquido amniotico. Perfino la televisione propaga per via sonora quel poco di buono che può offrire. Inoltre, quando Claude e mia madre s'incontrano, succede che parlino dello stato in cui versa il mondo, di norma per lamentarsene pur complottando per peggiorarlo. Dalla mia postazione, senza altro impegno che quello di far crescere il corpo e la mente, io assorbo tutto, banalità comprese, e non sono poche.

Già, perché Claude è il tipo che adora ripetersi. Un tipo da riff. 
Presentandosi a uno sconosciuto, l'ho sentito non una ma due volte dire: «Claude, come Debussy». Quanto si sbaglia. Qui parliamo di Claude, come Claude, l'agente immobiliare che non compone e non inventa niente. Si innamora di un pensiero, lo esterna ad alta voce, più tardi gli torna in mente e lui - perché no? - lo dice di nuovo. Far vibrare l'aria una seconda volta con quello stesso pensiero è parte integrante del suo piacere. Lui sa che tu sai che si sta ripetendo. Quello che non può sapere è che, a differenza di lui, tu non godi. 
L'ho imparato ascoltando una Reith Lecture su Radio 4: si tratta di un problema di riferimento.

Ecco un esempio sia di come comunica Claude, sia di come io incamero informazioni. Lui e mia madre avevano programmato al telefono (mi è dato di sentire entrambi) un incontro serale. Una cena a lume di candela per due, al netto di me, come tendono a fare. Come so delle candele? Perché quando arriva il momento e qualcuno li accompagna a sedere, sento mia madre che si lamenta. Hanno acceso le candele su tutti i tavoli, tranne il nostro.

Seguono, nell'ordine, il sussulto irritato di Claude, un secco, imperativo schiocco delle dita, il mormorio garbato e ossequioso di un cameriere semiprostrato, il raschio di un accendino. Fatto, cena a lume di candela. Manca giusto da mangiare. Ma hanno già in grembo il ponderoso menu, sento il bordo di quello di Trudy poggiarmi sul fondoschiena. Ora mi tocca riascoltare il repertorio di Claude sul frasario da menu, come se fosse il primo individuo al mondo a notare tali insignificanti assurdità. Si sofferma su «saltato in olio d'oliva». Che cosa si vuole promettere con quel «saltato», se non l'ingannevole endorsement del più grossolano e malsano «fritto»? Come si pensa di far saltare delle scaloppe al lime e peperoncino? A tempo di musica? Prima di proseguire, declina nuovamente il concetto variando l'accento dell'enfasi. Poi, ecco, procede al suo argomento secondo in classifica, un prestito americano, «macinatura a mano». Recito in silenzio la sua tirata senza neanche aspettare che incominci, quando una lieve inclinazione della verticalità del mio stato mi dice che mia madre si è piegata in avanti per posargli sul polso con censoria dolcezza un dito e distrarlo dicendo: - Scegli il vino, amore. Qualcosa di ottimo.

Mi piace godermi un bicchiere insieme a mia madre. Può darsi che non vi sia mai successo, o magari avete dimenticato l'esperienza di un buon borgogna (un suo favorito) o un buon Sancerre (altro favorito) decantato da una placenta in buona salute. Prima ancora che il vino arrivi - stasera, un Sancerre Jean-Max Roger -, al solo rumore del tappo sturato mi sento in faccia come una carezza, il soffio di una brezza estiva. So che l'alcol mi abbasserà il quoziente di intelligenza. Lo fa a tutti. Ma, oh, un verecondo Pinot Noir allegro, o un sauvignon profumato d'uva spina hanno il potere di farmi piroettare e ruzzolare nel mio mare segreto, mulinando dalle pareti elastiche della fortezza che è casa mia. O perlomeno ci riuscivano quando avevo più spazio. Attualmente consumo i miei piaceri da fermo e, in capo al secondo bicchiere, le riflessioni mi sbocciano in testa con quella licenza che chiamiamo poetica. I pensieri mi si srotolano in pentametri originali che alternano gradevolmente versi di senso compiuto a enjambement. Lei però un terzo bicchiere non se lo concede mai, e questo mi fa male.

- Devo pensare al bambino, - la sento dire mentre la sua mano morigerata si allunga a coprire il bicchiere. Sono i momenti in cui mi verrebbe voglia di afferrare il cordone oleoso, come una di quelle funi di velluto che si trovano nelle case di campagna piene di domestici, e di tirare forte per chiamare la servitù. Allora! Su, un altro giro per i nostri amici!

E d'altra parte, no, se si contiene lo fa per amor di me. E amarla, l'amo anch'io, come potrei non farlo? La madre che ancora non conosco, o che conosco solo dall'interno. Non mi basta! Che voglia della sua persona esterna. Le superfici sono tutto. So che ha capelli «biondo grano» che «si inanellano in riccioli lucenti» fino alle «spalle bianche come la polpa delle mele»; lo so perché mio padre le ha letto in mia presenza la poesia che le aveva dedicato. Anche Claude ha fatto cenno ai suoi capelli, in termini decisamente meno fantasiosi. Quando è in vena, si fa le trecce strette da incrociare sul capo, nello stile, a detta di mio padre, di Julija Tymosenko. So anche che mia madre ha gli occhi verdi, e che ha un naso piccolo come «un bottone di perla», che lei vorrebbe fosse più importante ma che in separata sede entrambi gli uomini adorano cosi com'è ed entrambi glielo dicono per rassicurarla. Le è stato ripetuto molte volte che è bellissima, ma lei resta scettica, il che le conferisce un potere disarmante sugli uomini, come mio padre le disse un pomeriggio in biblioteca. Lei rispose che se fosse stato vero, si trattava di un potere che non aveva cercato e che non voleva. Un discorso insolito, tra loro, perciò ascoltai attentamente. Mio padre, che fa John di nome, disse che se lui avesse avuto quel potere su di lei o sulle donne in generale, non avrebbe mai saputo rinunciarvi. Sull'onda della motricità empatica che, per un istante, mi allontanò l'orecchio dalla parete, immaginai che mia madre avesse dato una veemente alzata di spalle, come a dire, Gli uomini infatti sono diversi. Che importanza ha? Senza contare, aggiunse a voce alta, che il suo presunto potere le era conferito esclusivamente dalle fantasie maschili. Poi squillò il telefono, mio padre si avviò a rispondere e quella conversazione tanto interessante e insolita sulla distribuzione del potere non fu mai ripresa.

Ma torniamo a mia madre, alla mia truce Trudy, di cui bramo le braccia e i seni bianchi come polpa di mele e il verde ciglio, il cui inspiegabile bisogno di Claude precede la mia prima consapevolezza, il mio primigenio essere, colei che spesso gli parla, e lui a lei, in bisbigliati sussurri a letto, al ristorante, in cucina, quasi entrambi sospettassero che l'utero abbia orecchie.

Un tempo attribuivo la loro discrezione a nient'altro che ordinaria intimità amorosa. Ora invece ho una certezza. Evitano automaticamente l'uso delle corde vocali perché tramano un atto terribile. Se dovesse fallire, li ho sentiti dichiarare, manderebbe a monte le loro stesse vite. Sono convinti che, se stabiliranno di procedere, dovranno agire presto e in fretta. Si ripetono a vicenda che occorre essere calmi, pazienti, ricordano l'uno all'altra il prezzo di un eventuale fiasco del loro piano, l'esistenza di una serie di elementi che devono incastrarsi alla perfezione, la necessità, in caso un unico tassello venga meno, di interrompere l'intera procedura, «come succedeva con le lucine di Natale di una volta», secondo l'enigmatica similitudine di Claude, il quale di rado esprime concetti oscuri. Quanto hanno in mente li atterrisce e spaventa e non riescono a parlarne esplicitamente. Pertanto, avvolti in quei sussurri, sono ellissi, eufemismi, mugugnate aporie seguite da schiarimenti di gola e brusche variazioni di discorso.

Durante una calda notte inquieta, la scorsa settimana, mentre li pensavo entrambi addormentati, un paio d'ore prima dell'alba secondo l'orologio da basso, nello studio di mio padre, mia madre all'improvviso ruppe il buio dicendo: - Non lo possiamo fare.
Senza indugio, Claude rispose pacato: - Possiamo, invece -. E, dopo un attimo di riflessione: - Certo che possiamo.

Due.

E veniamo a mio padre, John Cairncross, un uomo grande e grosso, l'altra metà del mio genoma, la cui sequenza di coppie elicoidali voluta dal caso incide enormemente su di me. E in me e in me soltanto che i miei genitori si mescolano una volta per tutte, dolcemente, acidamente, a partire da zuccheri e fosfati di colonne vertebrali separate, secondo la ricetta base che fa di me, me stesso. Miscelo John e Trudy anche nei miei sogni a occhi aperti: come ogni figlio di genitori separati, vorrei tanto ricongiungere questa coppia di basi, al fine di riconciliare la mia condizione al mio genoma.

Mio padre passa da casa di quando in quando e io impazzisco di gioia. A volte arriva con un frullato fresco che le ha preso in Judd Street, nel suo posto preferito. Ha un debole per queste squisitezze viscose che dovrebbero avere il potere di allungargli la vita. Non so perché venga a trovarci, considerato che se ne va sempre in preda a caligini di tristezza. Svariate mie ipotesi in passato si sono rivelate false, ma ho prestato ascolto con attenzione e, per il momento, sono giunto a quanto segue: che non sa nulla di Claude, che rimane follemente innamorato di mia madre, che continua a credere alla storia che gli ha rifilato lei, secondo la quale la separazione dovrebbe dare a entrambi «spazio e tempo per crescere» cosi da rinnovare il loro reciproco impegno. Che lui è un poeta misconosciuto, e tuttavia deciso a non mollare. Che possiede e dirige una casa editrice in miseria che tuttavìa ha dato alle stampe raccolte di grandi poeti esordienti, di glorie nazionali e perfino di un Nobel. Appena però si fanno un nome, costoro traslocano, come figli adulti, in case più spaziose. Che accetta la slealtà degli autori come un fatto della vita e, santamente, si gode il plauso generale come il riscatto della Cairncross Press. Che il fallimento dei suoi propri versi lo rattrista più che amareggiarlo. Una volta lesse a voce alta a me e a Trudy una stroncatura delle sue poesie. Definiva il suo lavoro anacronistico, irrigidito nel formalismo di una «eccessiva bellezza». Eppure mio padre vive di poesia, si ostina a recitarla a mia madre, la insegna, la recensisce, collabora alla promozione di giovani autori, partecipa alla giuria di vari premi, propaganda lo studio della poesia nelle scuole, scrive articoli sulla poesia per piccole riviste, ne ha parlato anche alla radio. Trudy e io l'abbiamo ascoltato una volta, nel cuore della notte. Ha meno soldi di Trudy e molti meno di Claude. Conosce a memoria un migliaio di liriche.

Ecco la mia collezione di fatti e teoremi. Chino su di essi, come un paziente filatelico, ho di recente incrementato la raccolta di alcuni elementi. Soffre di un disturbo cutaneo, psoriasi, che gli arrossa, desquama e inaridisce le mani. Trudy non sopporta di vederle né di toccarle e gli ripete che dovrebbe portare i guanti. Lui si rifiuta. Ha un contratto d'affitto di sei mesi per tre misere stanze a Shoreditch, ha accumulato qualche debito, è sovrappeso e dovrebbe fare una vita meno sedentaria. Giusto ieri ho scovato un Penny Black - per proseguire con la metafora dei francobolli: la casa in cui abita mia madre, e io in lei, quella in cui ogni sera Claude viene in visita, è un edificio georgiano sulla immodesta Hamilton Terrace ed è stata la casa d'infanzia di mio padre. Alla soglia dei trent'anni, mentre si lasciava crescere per la prima volta la barba e aveva da poco sposato mia madre, mio padre ereditò la villa di famiglia. La sua amata madre era già morta da un pezzo. Le fonti unanimi concordano che l'edificio è un rudere. Lo definisce correttamente solo il frasario dei luoghi comuni: un cumulo di macerie, un ammasso cadente e decrepito. Il gelo qualche volta ha candito le tendine contro i vetri in inverno; se piove molto, gli scarichi, come istituti bancari affidabili, restituiscono il deposito con gli interessi; d'estate invece, come banche ladre, esalano fetore. Ma un momento, guardate, ho qui tra le pinzette il mio pezzo più raro, il mio One cent magenta; nonostante le condizioni in cui versano, questi circa cinquecento penosi metri quadri di casa frutteranno qualcosa come sette milioni di sterline.

La grande maggioranza degli uomini, delle persone anzi, non permetterebbe mai a un coniuge di spodestarla dalle grondaie della propria infanzia - John Cairncross è diverso. Queste, le mie deduzioni logiche. Venuto al mondo sotto una stella accomodante, troppo servizievole, sollecito e cortese, John Cairncross non ha nulla della serena cupidigia del poeta ambizioso. E davvero convinto che scrivere un blasone in versi in omaggio a mia madre (ai suoi occhi, le labbra, i capelli) e presentarsi a leggerglielo la addolcirà, e renderà lui bene accolto nella sua stessa casa. Lei tuttavia sa che i suoi occhi non hanno alcuna somiglianza con i «prati di Galway», una immagine con la quale l'autore intendeva «molto verdi», e non scorrendole sangue irlandese nelle vene, il verso le risulta anemico. Ogni volta che lei e io ascoltiamo, percepisco nel rallentamento del suo battito cardiaco un'incrostazione di noia a livello retinico che la rende cieca alla commozione della scena: un omone tutto cuore che tenta invano di perorare la propria causa nella formula anacronistica di un sonetto.

Forse un migliaio è un'iperbole. Molte delle poesie che mio padre sa a memoria sono lunghe, come le composizioni dei due celebri impiegati di banca: La cremazione di Sam McGee e La terra desolata. Trudy non ha smesso di ascoltarlo recitare di quando in quando. Per lei, un monologo è comunque preferibile a uno scambio, o all'ennesima passeggiata nel giardino incolto del loro matrimonio. Forse accondiscende per senso di colpa, quel poco che ne rimane. A quanto sembra, mio padre che le recita dei versi un tempo era un rituale del loro amore. Strano, che non le riesca di dirgli quello che lui deve comunque sospettare e che prima o poi dovrà confessargli. Che non è più lui che ama. Che ha un amante.

Oggi in radio una donna raccontava di aver investito un cane, un golden retriever, di notte, su una strada fuori mano. Gli si è accovacciata accanto, nella luce dei fari, stringendo la zampa della creatura moribonda, scossa da tremendi spasmi di dolore. Per tutto il tempo due grandi occhi marroni la perdonavano, fissi dentro ai suoi. Ha preso nella mano libera un sasso e l'ha abbattuto più volte sul cranio della povera bestia. Per liquidare John Cairncross basterebbe un colpo, un solo coup de vérìté. E invece, quando attacca a recitare, Trudy assume la sua espressione di soave ascolto. Io, in compenso, partecipo intensamente.

Di solito andiamo al primo piano nella sua biblioteca di poesia. Il bilanciere poco silenzioso dell'orologio da tavolo produce l'unico rumore, mentre lui prende posto nella consueta poltrona. Qui, al cospetto di un poeta, posso dar libero corso alle mie congetture. Se mio padre alzerà gli occhi al soffitto raccogliendo i pensieri, noterà il deteriorarsi degli stucchi in stile Adam. I punti danneggiati sfarinano polvere di gesso come zucchero a velo sulle coste dei classici. Mia madre pulisce con la mano la poltrona, prima di sedersi. Sobriamente, mio padre prende fiato e poi comincia. Recita senza pause, con sentimento. Gran parte delle liriche moderne non mi sa commuovere. Troppo ripiegate su se stesse, troppo sdegnose, vitree a proposito dell'altro, troppe lagne in versi troppo brevi. Calde invece come l'abbraccio di un fratello sono le poesie di Wilfred Owen, di John Keats. Me li sento respirare accanto, a fior di labbra. Sfiorarmi di baci. Chi non vorrebbe aver scritto di mele, e cotogne e zucca e susine candite oppure loro sudario le bianche fronti delle giovinette?

Immagino lei al fondo della biblioteca, dalla prospettiva adorante di lui. È sprofondata nella grande poltrona in cuoio che risale alla Vienna di Freud. Tiene le belle gambe nude graziosamente ripiegate sotto il corpo. Un gomito poggia sul bracciolo, a sostenere il capo ciondolante, mentre le dita della mano libera tamburellano leggere sopra una caviglia. Il tardo pomeriggio è torrido, dalle finestre aperte arriva il ronzio rasserenante del traffico di St John's Wood. L'espressione è pensosa, il labbro inferiore sembra socchiuso per il proprio peso. Lo inumidisce con la lingua immacolata. Qualche ricciolo biondo le si incolla di sudore al collo. Il vestito di cotone dal taglio ampio per potermi contenere è verde chiaro, più chiaro ancora degli occhi. Il lavoro costante della gravidanza procede imperterrito, rendendola piacevolmente stanca. John Cairncross vede il rossore estivo sulle sue guance, la bella linea di collo, spalle e seni turgidi, il poggio fiducioso che coincide con me, il pallore dei polpacci mai esposti al sole, la pianta liscia dell'unico piede visibile, con la batteria discendente di dita inconsapevoli, come bambini in scala in una foto di famiglia. Ogni dettaglio di lei, a suo giudizio, approda alla perfezione in virtù del suo stato.

Non riesce a rendersi conto di come lei aspetti solo di vederlo andare via. Di quanto crudele sia insistere affinché lui si trasferisca altrove, ora che siamo ormai entrati nel terzo trimestre. Possibile che il processo del suo stesso annientamento lo veda complice fino a questo punto? Che quest'uomo grande e grosso, più di un metro e novanta a quanto pare, questo gigante dalle braccia robuste e irsute, sia un buffone di tali proporzioni da credere saggio concedere alla moglie lo «spazio» di cui sostiene aver bisogno? Spazio! Vorrei vederla al posto mio qua dentro, dove ultimamente riesco a fatica a piegare un dito. L'accezione di spazio di mia madre, il suo rivendicato bisogno di spazio, non è che una brutta metafora, se non un sinonimo. Sta per essere egoista, subdola, perfida. Ehi, un momento, ma io la adoro, è la mia dea e di lei non posso fare a meno. Mi rimangio tutto! Parlavo sull'onda dell'angoscia. Non sono meno illuso di mio padre. E comunque è vero. In lei bellezza, indifferenza e determinazione sono una cosa sola.

Sopra mia madre, per come la vedo, il soffitto in desquamazione rilascia un'improvvisa nube di vorticose particelle che brillano attraversando alla cieca una sbarra di luce. E quanto è luminosa lei, sullo sfondo in cuoio screpolato della poltrona su cui si sarebbero potuti sedere Hitler, Trockij, Stalin nel dispiegarsi dei loro giorni viennesi, quando non erano che gli embrioni degli individui che sarebbero stati in futuro. Lo ammetto, sono tutto suo. Se cosi ordinasse, ripiegherei anch'io a Shoreditch a cavarmela in esilio, in balia di me stesso. E pace per il cordone ombelicale. Mio padre e il sottoscritto condividiamo lo stesso amore disperato.

A dispetto di ogni indizio - le sue risposte brusche, gli sbadigli, la generica disattenzione - lui si trattiene fino a inizio sera, illudendosi, forse, di essere imitato a cena. Ma mia madre sta aspettando Claude. Infine caccia fuori il marito dicendo che ha bisogno di riposo. Lo accompagna alla porta. Chi potrebbe ignorare la pena che gli vibra nella voce mentre pronuncia i suoi incerti saluti di commiato? Mi fa male pensare che sopporterebbe qualunque umiliazione in cambio di qualche minuto in più in presenza di lei. Niente, a parte l'indole, gli impedirebbe di fare quel che un altro potrebbe concedere a se stesso: precederla nella camera matrimoniale, la stessa nella quale io fui concepito, sdraiarsi sul letto o nella vasca, tra fitte nubi di vapore, e poi imitare gli amici, offrire del vino, comportarsi da padrone di casa. Lui invece spera di vincere con la dolcezza e una premurosa sensibilità ai suoi bisogni. Sarei felice di sbagliarmi, ma credo che fallirà due volte, perché lei continuerà a disprezzarlo per la debolezza mostrata, e lui a soffrire ancora più del dovuto. Le visite di John non finiscono, si spengono a poco a poco. Si lascia alle spalle in biblioteca un vuoto risonante di tristezza, una forma immaginaria, un ologramma avvilito, che ancora occupa la sua poltrona.

Siamo ormai vicini alla porta d'ingresso: sta per metterlo fuori. Le numerose devastazioni presenti sono state oggetto di lunghi confronti. So che un cardine di questa stessa porta si è separato dalla carpenteria. La carie del legno ha ridotto l'architrave una struttura di polvere compatta. Sono saltate alcune mattonelle, altre sono rotte: piastrelle georgiane che un tempo formavano un variopinto motivo a rombi, insostituibili. A nascondere le crepe come i vuoti, sacchi di plastica pieni di bottiglie e cibo che marcisce. Quel che rovesciano e che ti ritrovi sotto i piedi è l'emblema assoluto dello squallore domestico: detriti di posacenere, piatti di carta sfregiati da schifose piaghe di ketchup, flosce bustine di tè, come minuscoli sacchi di granaglie buoni per un magazzino da elfi o topolini. La signora delle pulizie se ne è andata in preda allo sconforto ben prima del mio arrivo. Trudy sa che non toccherebbe a una donna gravida issare spazzatura sopra i cassonetti a ruote, sollevare quei coperchi altissimi. Potrebbe facilmente chiedere a mio padre di sgomberarle l'ingresso, ma non lo fa. I lavori domestici conferiscono diritti domestici. Senza contare che forse si sta allestendo uno scenario che accompagni un'ingegnosa storia di abbandono del tetto coniugale. In questo senso Claude resta per ora un ospite, un forestiero, ma l'ho sentito dire che riordinare un angolo della casa metterebbe solo più in risalto il caos imperante ovunque. Nonostante l'ondata di caldo sono ben protetto dal fetore. Mia madre se ne lamenta un giorno su due, ma senza convinzione. E solo un altro aspetto del degrado di casa.

Può darsi si illuda che un fiocco di formaggio molle su una scarpa, o la vista di un'arancia coperta di lanugine blu cobalto nei pressi del battiscopa possa accelerare il commiato di mio padre. Si sbaglia. La porta è aperta, lui sta a metà della soglia e noi due appena al di qua, nell'ingresso. Claude deve arrivare in capo a un quarto d'ora. Capita che anticipi. Perciò Trudy è nervosa e decide di fingersi assonnata. Sta sulle spine. Un pezzo di carta che un tempo avvolgeva un panetto di burro le si è impigliato nel sandalo ungendole le dita. Il fatto sarà presto oggetto del racconto scherzoso che ne farà a Claude.

Mio padre dice: - Senti, noi due dobbiamo parlare.
- Si, ma non adesso.
- Continuiamo a rimandare.
- Non so come spiegarti quanto sono stanca. Tu non hai idea. Devo assolutamente coricarmi.
- Ma certo. È per questo che pensavo di tornare a casa, cosi potrei...
- Ti prego, John, non adesso. Ne abbiamo già parlato. Mi serve un po' di tempo. Cerca di ragionare. Sono incinta di tuo figlio. Non è il momento di pensare a te stesso.
- Non mi piace che tu sia qui da sola, quando potrei...
- John!
Sento il suo sospiro mentre la abbraccia stretta quanto lei gli concede. Subito dopo, registro il movimento del braccio di mia madre che si allunga e afferra il polso di lui evitando con cura, mi viene da credere, le sue mani psoriasiche, per girarlo infine e sospingerlo con dolcezza verso la strada.
- Ti prego, caro, adesso va'...

Più tardi, mentre mia madre si sdraia, un po' per la rabbia e un po' per lo sfinimento, io ripiego su fantasie primarie. Che tipo di essere umano è mai questo? Il corpulento John Cairncross sarà il nostro emissario nel futuro, il genere di uomo che metterà fine a guerre, rapine, schiavitù per marciare, amorevole e imparziale, accanto alle donne del pianeta? O sarà invece trascinato dai bruti? Si vedrà.


Tre
E chi è mai questo Claude, questo impostore che come un verme si è insinuato strisciando tra la mia famiglia e le mie speranze? L'ho sentito definire una volta e ho preso nota: è lo zotico duro di mente. Le mie ambiziose prospettive si sono indebolite. La sua esistenza ostacola il mio diritto a una vita felice affidata alle cure di entrambi i genitori. A meno che non escogiti un piano. Claude ha incontrato mia madre e bandito mio padre. I suoi interessi non possono essere i miei. Mi annienterà, è sicuro. A meno che, a meno che, a meno che: questo ciuffo di sillabe, diafano contrassegno di un destino diverso, piagnisteo di speranza composto da un pirrichio e un giambo, mi vaga nei pensieri come un corpo mobile, mera speranza nell'umor vitreo dell'occhio.
"
Ian McEwan, "Il guscio" [e il suo amletico protagonista.]

Lo scrittore ha lasciato il realismo per un romanzo folle e irreale:  
«Mi serviva una vacanza». 
Intervista nel salotto di casa sua, che ha visto nascere una storia decisamente shakespeariana.






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