venerdì 2 dicembre 2016

Seneca, De ira. Chiedi quale sia la strada per la libertà? Una qualsiasi vena del tuo corpo


«Chiedi quale sia la strada per la libertà?
Una qualsiasi vena del tuo corpo».
Seneca, “De ira” III, 15, 4



Bisogna ogni giorno chiamare l’anima alla resa dei conti. 
Così faceva Sestio: finita la giornata, una volta ritirandosi nella sua camera per il riposo della notte, 
egli interrogava la sua anima: 
<<Di quale male ti sei guarita oggi? 
Quale vizio hai combattuto? 
In che cosa sei migliore?>> 
Vi è nulla di più bello che indagare tutta la giornata? 
Quale sonno segue un simile esame di se stessi, com’è tranquillo, profondo e libero, quando lo spirito è stato lodato o avvertito quando è stato osservatore e giudice segreto dei suoi propri costumi! 
Uso questo potere, e ogni giorno difendo la mia causa di fronte a me stesso. 
Quando si è spenta la fiaccola e mia moglie, già abituata al mio modo di agire, tace, 
esamino tutta la mia giornata e misuro ciò che ho fatto e ciò che ho detto; 
non nascondo nulla, non transigo su nulla.
Seneca, De ira



lunedì 28 novembre 2016

Allport. La natura del pregiudizio. Se una persona è in grado di rivedere i suoi giudizi errati alla luce di nuove prove, egli è immune dai pregiudizi. Un pensiero diventa pregiudizio solo quando resta irreversibile anche alla luce di nuove conoscenze. Un pregiudizio, a differenza di un semplice concetto erroneo, resiste attivamente a qualsiasi prova della realtà.

Se una persona è in grado di rivedere i suoi giudizi errati alla luce di nuove prove, egli è  immune dai pregiudizi. Un pensiero diventa pregiudizio solo quando resta irreversibile anche alla luce di nuove conoscenze. Un pregiudizio, a differenza di un semplice concetto erroneo, resiste attivamente a qualsiasi prova della realtà.
La natura del pregiudizio, 1973
Gordon Willard Allport, 11 novembre 1897


Il giardino dei Finzi-Contini. Una delle forme più odiose di antisemitismo era precisamente questa: lamentare che gli ebrei non fossero abbastanza COME gli altri, e poi, viceversa, constatata la loro pressoché totale assimilazione all'ambiente circostante, lamentare l'opposto: che fossero tali e quali agli altri, cioè, nemmeno un poco diversi dalla media comune.


"Una delle forme più odiose di antisemitismo era precisamente questa: 
lamentare che gli ebrei non fossero abbastanza COME gli altri, 
e poi, viceversa, constatata la loro pressoché totale assimilazione all'ambiente circostante, 
lamentare l'opposto: che fossero tali e quali agli altri, cioè, 
nemmeno un poco diversi dalla media comune."
G.B. - Il giardino dei Finzi-Contini.




domenica 27 novembre 2016

La calunnia del femminicidio. Violenza è violenza, a prescindere dal genere. Quella femminile viene raccontata molto di più perchè é una forma di violenza messa in atto da un "forte" su un "debole" (idealmente), quella maschile non viene raccontata, e credo forse potrebbe essere riconducibile a un senso di vergogna e umiliazione? (la vittoria di un "debole" su un "forte"? idealmente e ipoteticamente). Ma anche gli uomini subiscono violenza sia fisica che psicologica, e le donne possono essere altrettanto malvagie e malate. La violenza é tale a prescindere dal genere, razza e specie.





Violenza è violenza, a prescindere dal genere. 
Quella femminile viene raccontata molto di più perchè é una forma di violenza messa in atto da un "forte" su un "debole" (idealmente), quella maschile non viene raccontata, e credo forse potrebbe essere riconducibile a un senso di vergogna e umiliazione? (la vittoria di un "debole" su un "forte"? idealmente e ipoteticamente). Ma anche gli uomini subiscono violenza sia fisica che psicologica, e le donne possono essere altrettanto malvagie e malate
La violenza é tale a prescindere dal genere, razza e specie.



LO STATO DELLA RICERCA IN MATERIA DI VIOLENZA DOMESTICA
Quando la bugia sembra vera nasce la calunnia

2. LA CALUNNIA DEL FEMMINICIDIO
Posted on 19 agosto 2013 by pct38

Il termine “femminicidio” è stato coniato da Maria Marcela Lagarde 
– una femminista comunista messicana – ed è divenuto popolare per via del  film “Bordertown”, 
che narrava delle migliaia di donne uccise nella città messicana di Ciudad Juarez. 
Secondo la teoria femminista venivano uccise in quanto donne da maschi violenti nell’indifferenza della polizia. Secondo la realtà, Ciudad Juarez (la vecchia El Paso dei film western, oggi situata sul confine con gli Stati Uniti) è diventata il crocevia mondiale del narcotraffico e la città con più omicidi al mondo, con la polizia impotente a fermare le guerre fra i cartelli della droga. I becchini fanno gli straordinari tutte le sere, e l’80% dei circa 10 mila omicidi sono stati a danno di uomini.  Molti di questi omicidi vengono compiuti da donne killer, attive soprattutto nel cartello Los Zetas, preferite ai killer uomini perché meno sospettabili. In una retata  nel campo di addestramento per killer di San Cristobal de la Barranca la polizia catturò molte assassine.
Le più note sono Maria del Pilar Narro Lopez, alias “la comandante Bombon” e Maria Jimenez, che catturata dopo decine di omicidi ha confessato:

«noi donne lo facciamo per il denaro. Mi misi ad uccidere diventando sicario a tempo pieno insieme a ragazze così belle e con unghie grandi e affilate come coltelli che ispiravano pensieri inverecondi». [Corriere della Sera, 16/8/2011, “Le donne di Ciudad Juarez: vittime, madri e sicarie”].

Ma l’eroina delle femministe è Diana La Cazadora, l’assassina seriale che ammazza uomini.

Femministe occidentali notarono che “femminicidio” era un termine che colpiva la fantasia e consentiva di calunniare gli uomini.

E così il femminicidio è un fenomeno esploso in Italia dal 2010, ma solo sui media, che hanno diffuso questa parola inventata apposta per odiare gli uomini, per far credere che esista una strage di donne, per chiedere leggi secondo cui la vita di una donna ha più valore della vita di un uomo.

Secondo la propaganda femminista ripresa dalla stampa, l’ONU avrebbe detto che “femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni”.   Questa stupidaggine non la ha detta l’ONU, ma una femminista (Rashida Manjoo) che presiede un comitato femminista (CEDAW)  tollerato dentro l’ONU.

La realtà dei veri dati del vero ONU [2011 Global Study on Homicide, UNODC Homicide Statistics] è che:

L’Italia è uno dei paesi al mondo con il più basso tasso di omicidi femminili:  
5 per milione all’anno, circa la metà che nei nostri paesi confinanti 
(9 per milione per anno in Francia, 7 in Svizzera, 13 in Austria…). 
Fra i grandi paesi, solo Giappone, Irlanda e Grecia hanno tassi minori. 
Una donna italiana ha, in tutta la sua vita, una probabilità dello 0.05% di subire un omicidio. 
Se non ci fossero altre cause di morte, una donna vivrebbe in media 200mila anni prima di subire un omicidio. Per fare un confronto, è la stessa probabilità di morire in un incidente con un trattore: 
in entrambi i casi circa 150 decessi all’anno [Dati ASPAS 2010].  
Nessuno parla di ‘trattoricidio’. Il numero di donne che si suicidano (22 per milione per anno) è più del quadruplo di donne vittime di omicidio. Nessuno parla di “auto-femminicidio”.  
Unico vero numero da strage è quello dei bambini abortiti 
(7800 per milione di donne per anno, per un totale di 5 milioni dal 1982 ad oggi nella sola Italia).

In Italia il tasso di omicidi maschili è di 16 per milione all’anno, 
cioè vengono uccisi più di 3 uomini per ogni donna uccisa. 

Sia uomini che donne uccidono in prevalenza uomini: circa 400 ogni anno.  
Le donne assassine uccidono nel 39% dei casi donne, e nel 61% dei casi uomini.  
Gli uomini assassini uccidono nel 31% dei casi donne, e nel 69% dei casi uomini
[Ministero dell’Interno, Rapporto sulla Criminalità, “Gli omicidi volontari”, Tabella IV.18, “Genere della vittima secondo il genere dell’autore di omicidio commesso in Italia tra il 2004 e il 2006”]. 

Ricerche criminologiche indicano che il numero di donne assassine è sottostimato in quanto le donne hanno maggiore tendenza a commissionare omicidi e ad uccidere avvelenando. Nessuno parla del ‘maschicidio’.  

In Italia il tasso di suicidio di uomini separati è di 284 per milione all’anno [Dati EURES 2009]. 
Nessuno ne parla, sebbene si tratti di una vera strage di stato: 
il tasso di suicidi si quadruplica con la separazione, 
anche a causa delle sentenze  che privano i papà dei loro figli, della loro casa, del loro reddito.

Il femminicidio non esiste in nessun paese al mondo: ovunque vengono uccisi più uomini che donne. Gli unici paesi nei quali il tasso di donne uccise è quasi pari al tasso di uomini uccisi sono quelli che hanno adottato politiche femministe (47% di omicidi femminili in Croazia, 41% in Norvegia…) o dove le donne partecipano alla vita pubblica (49% di omicidi femminili in Germania, 48% in Svizzera…).  Viceversa, il tasso di omicidio di donne è una piccola percentuale del totale di omicidi nei paesi dove molte donne preferiscono il ruolo femminile tradizionale (7% in Grecia, 18% in Irlanda, 23% in Italia…).
a3
La realtà è l’opposto dell’ideologia femminista, secondo cui esisterebbe un “patriarcato” che opprime ed uccide le donne.
Riassumendo:
a2
Come mai il fenomeno più piccolo di tutti, gli omicidi di donne, riceve l’attenzione maggiore? 

In parte è perché gli omicidi, pur essendo una causa di morte statisticamente marginale, ricevono molta attenzione sui media.  Questo causa una percezione distorta della realtà, similmente a come accade per gli incidenti aerei:  sono eventi così rari che finiscono in prima pagina, mentre gli incidenti stradali sono così frequenti che non fanno notizia. Gli aerei, il mezzo di trasporto più sicuro, vengono così percepiti come pericolosi.  Allo stesso modo gli omicidi più rari, quelli di donne, attirano più attenzione.

Ma soprattutto, grazie a campagne di disinformazione finalizzate a costruire l’allarmismo del femminicidio, gestiste da professioniste che farebbero invidia a Wanna Marchi. Lo scopo è ottenere leggi che discriminano contro gli uomini, che radicano nella legge la falsa ideologia femminista [Convenzione di Istanbul, per ora ratificata da Montenegro, Albania, Turchia, Portogallo e Italia ma non dai paesi seri] ma soprattutto far avere un ruolo istituzionale e finanziamenti pubblici per i centri anti-violenza e per le avvocate femministe:

«Norme per il contrasto al femminicidio.
il centro antiviolenza che presta assistenza alla persona offesa può intervenire in giudizio …
La gestione delle case e dei centri delle donne è assicurata attraverso convenzioni…
Agli oneri derivanti dalla presente legge, pari a 85 milioni di Euro…» 
[Decreto-Legge 14 agosto 2013, n. 93 — Gazzetta Ufficiale]

Il decreto legge italiano sul “femminicidio” prevede infatti che le donne non possano ritirare le denunce e che lo stato le rimborsi anche in deroga ai limiti di reddito: il chiaro intento è tutelare le parcelle, non le donne.

È la stessa fondatrice dei centri anti-violenza per sole donne a dire che le femministe li usano per calunniare gli uomini e privare i bambini dei loro papà.

https://violenzafamiliare.wordpress.com/2013/08/19/la-calunnia-del-femminicidio/



pct38
I dati contraddicono l’ideologia della “violenza di genere” assunta per vera dai media: 
i dati dicono che il tasso di donne uccise è basso in paesi come Italia, Grecia, Giappone, 
dove sono più diffusi i tradizionali ruoli di genere. La violenza domestica non ha niente ha che fare con la cultura tradizionale, secondo cui la donna è sì considerata come un bambinone, ma che deve essere protetta morendo in guerra e non deve essere toccata nemmeno con un fiore.

Paradossalmente, le femministe hanno successo nell’imporre le loro politiche (che hanno fallito nel contrastare la violenza domestiche, essendo basate su presupposti ideologici falsi) in quanto sfruttano l’istinto maschile secondo cui la donna è vittima da proteggere e difenderla è dovere del cavaliere medievale.

Dire che l’anti-violenza è diventata una industria, che stati finanziano fanatiche che si arricchiscono con false accuse di violenza, può sembrare una affermazione forte. Ma è la realtà letterale, sostenuta fra l’altro da attiviste come Erin Pizzey (fondatrice centri anti-violenza) e Loiuse Malenfant, giornaliste come Donna Laframboise (autrice dell’inchiesta “One-Stop Divorce Shops”) e Trudy Shuett, giudici come Francisco Serrano Castro, dai massimi esperti di violenza domestica, da sociologi come Gerhard Amendt autore di questo testo in materia:

http://www.welt.de/politik/deutschland/article4295642/Why-Womens-Shelters-Are-Hotbeds-of-Misandry.html

e fa storcere il naso anche a me.



Stefano
io parlo da uomo che si sta separando,
Sono stanco di sentire parlare solo della violenza sulle donne, 
che resta un atto riprovevole e non accettabile.
Ma bisognerebbe parlare un po’ della violenza che le donne applicano verso gli uomini, non voglio generalizzare, mai mi permetterei anche perché vorrebbe dire che rinuncio ad un eventuale futuro con una donna, ma la mia esperienza personale si basa continue persecuzioni, minacce, diffamazioni, false denunce, tra l’altro dati delle procure indicano come false la maggior parte delle denuncie realizzate in fase di separazione da donne verso gli uomini. Io stesso ne ho ricevute, tutte smontate da prove tangibili, episodi di violenza che sostiene di aver subito mentre ero da tutt’altra parte per lavoro, e altro. Ripeto non generalizzo perché sarebbe un gravissimo errore, conosco donne che hanno subito ogni tipo di violenza e con una dignità incredibile crescono figli si ricostruiscono un futuro.
Ma sopratutto anche per loro, per coloro che realmente hanno subito, che non posso più tollerare il sistema che cavalcando il “tormentone” del momento cercano di sfruttare per i loro comodi e necessita’ finendo poi per screditare coloro che realmente hanno subito.
Una cosa la devo dire sui suicidi dei padri separati, purtroppo è un fenomeno reale, finché non si vedrà realmente applicata la legge sulla bigenitorialita’ il fenomeno non potrà rientrare, io da padre separato, e mi definisco pure fortunato in quanto passo 2 settimane al mese con mio figlio, e che sto lottando per l’affidamento esclusivo, posso capire il dolore di coloro che si vedono portare via tutto dalla fine di una relazione, e con tutto intendo il tempo che possono passare con i propri figli.







sabato 26 novembre 2016

Italo Calvino, Il Barone Rampante. Cosimo riuscì a ricostruire la storia della colonia che soggiornava sui platani. Erano nobili spagnoli, ribellatisi a Re Carlos III per questioni di privilegi feudali contrastati, e perciò posti in esilio con le loro famiglie. Giunti a Olivabassa, era stato loro interdetto di continuare il viaggio: quei territori infatti, in base a un antico trattato con Sua Maestà Cattolica, non potevano dar ricetto e nemmeno venir attraversati da persone esiliate dalla Spagna. La situazione di quelle nobili famiglie era ben difficile da risolversi, ma i magistrati di Olivabassa, che non volevano avere seccature con le cancellerie straniere ma che neppure avevano ragioni d'avversione per quei ricchi viaggiatori, vennero a un accomodamento: la lettera del trattato prescriveva che gli esuli non dovessero «toccare il suolo» di quel territorio, quindi bastava che se ne stessero sugli alberi e si era in regola. Dunque gli esuli erano saliti sui platani e sugli olmi, con scale a pioli concesse dal Comune, che poi furono tolte. Stavano appollaiati lassù da alcuni mesi, confidando nel clima mite, in un prossimo decreto d'amnistia di Carlos III e nella provvidenza divina.

- A Olivabassa c'è tutta una genìa di Spagnoli che vivono sugli alberi! 
- Cosimo non ebbe più pace finché non intraprese attraverso gli alberi dei boschi il viaggio per Olivabassa. [...] Cosimo riuscì a ricostruire la storia della colonia che soggiornava sui platani. Erano nobili spagnoli, ribellatisi a Re Carlos III per questioni di privilegi feudali contrastati, e perciò posti in esilio con le loro famiglie. Giunti a Olivabassa, era stato loro interdetto di continuare il viaggio: quei territori infatti, in base a un antico trattato con Sua Maestà Cattolica, non potevano dar ricetto e nemmeno venir attraversati da persone esiliate dalla Spagna. La situazione di quelle nobili famiglie era ben difficile da risolversi, ma i magistrati di Olivabassa, che non volevano avere seccature con le cancellerie straniere ma che neppure avevano ragioni d'avversione per quei ricchi viaggiatori, vennero a un accomodamento: la lettera del trattato prescriveva che gli esuli non dovessero «toccare il suolo» di quel territorio, quindi bastava che se ne stessero sugli alberi e si era in regola. Dunque gli esuli erano saliti sui platani e sugli olmi, con scale a pioli concesse dal Comune, che poi furono tolte. Stavano appollaiati lassù da alcuni mesi, confidando nel clima mite, in un prossimo decreto d'amnistia di Carlos III e nella provvidenza divina. Avevano una provvista di doppie di Spagna e compravano vivande, dando così commercio alla città. Per tirare su i piatti, avevano installato alcuni saliscendi. Su altri alberi c'erano baldacchini sotto ai quali dormivano. Insomma, s'erano saputi aggiustar bene, ossia, erano gli Olivabassi che li avevano così ben attrezzati, perché ci avevano il loro tornaconto. 
Gli esuli, da parte loro, non muovevano un dito in tutta la giornata.
Cosimo era la prima volta che incontrava degli altri esseri umani abitanti sulle piante, e cominciò a far domande pratiche.
- E quando piove, come fate?
- Sacramos todo el tiempo, Sehor!
E l'interprete, che era il Padre Sulpicio de Guadalete, della Compagnia di Gesù, 
esule da quando il suo ordine era stato messo al bando dalla Spagna: 
- Protetti dai nostri baldacchini, rivolgiamo il pensiero al Signore, 
ringraziandolo di quel poco che ci basta!...
- A caccia ci andate mai?
- Senor, algunas veces con el visco.
-Talvolta uno fra noi unge di vischio un ramo, per suo spasso. 
Cosimo non era mai stanco di scoprire come avevano risolto i problemi 
che s'erano presentati pure a lui.
- E per lavarvi, per lavarvi, come fate?
- Para lavar? Hay lavanderas! - disse Don Frederico, con un'alzata di spalle.
- Diamo i nostri indumenti alle lavandaie del paese, - tradusse Don Sulpicio. 
- Ogni lunedì, a esser precisi, noi si cala il canestro della roba sporca.
- No, volevo dire per lavarvi la faccia e il corpo.
Don Frederico grugnì e alzò le spalle, come se questo problema non gli si fosse mai presentato.
Don Sulpicio si credette in dovere d'interpretare: 
- Secondo il parere di Sua Altezza, queste son quistioni private di ciascheduno.
- E, chiedo venia, i vostri bisogni dove li fate?
- Ollas, Senor.
E Don Sulpicio, sempre col suo tono modesto: 
- S'usa certi orciuolini, in verità.
Congedatosi da Don Frederico, Cosimo fu guidato dal Padre Sulpicio a far visita ai vari membri della colonia, nei loro rispettivi alberi residenziali. Tutti questi hidalghi e queste dame serbavano, pur nelle ineliminabili scomodità del loro soggiorno, atteggiamenti abituali e composti. Certi uomini, per stare a cavalcioni sui rami, usavano selle da cavallo, e ciò piacque molto a Cosimo, che in tanti anni non aveva mai pensato a questo sistema (utilissimo per le staffe - notò subito -che eliminano l'inconveniente di dover tenere i piedi penzoloni, cosa che dopo un po' dà il formicolìo). Alcuni puntavano cannocchiali da marina (uno tra loro aveva il grado di Almirante) che probabilmente servivano soltanto a guardarsi tra loro da un albero all'altro, curiosare e far pettegolezzi. Le signore e signorine sedevano tutte su cuscini da loro stesse ricamati, agucchiando (erano le uniche persone in qualche modo operose) oppure carezzando grossi gatti. Di gatti, v'era su quegli alberi gran numero, come pure d'uccelli, in gabbia questi (forse erano le vittime del vischio) tranne alcuni liberi colombi che venivano a posarsi sulla mano delle fanciulle, e carezzati tristemente.
In queste specie di salotti arborei Cosimo era ricevuto con ospitale gravità. Gli offrivano il caffè, poi subito si mettevano a parlare dei palazzi da loro lasciati a Siviglia, a Granada, e dei loro possedimenti e granai e scuderie, e lo invitavano pel giorno in cui sarebbero stati reintegrati nei loro onori. Del Re che li aveva banditi parlavano con un accento che era insieme d'avversione fanatica e di devota reverenza, talvolta riuscendo a separare esattamente la persona contro la quale le loro famiglie erano in lotta e il titolo regale dalla cui autorità emanava la propria. Talvolta invece a bella posta mescolavano i due opposti modi di considerazione in un solo slancio dell'animo: e Cosimo, ogni volta che il discorso cadeva sul Sovrano, non sapeva più che faccia fare.
Aleggiava su tutti i gesti e i discorsi degli esuli un'aura di tristezza e lutto, che un po' corrispondeva alla loro natura, un po' a una determinazione volontaria, come talora avviene in chi combatte per una causa non ben definita nei convincimenti e cerca di supplire con l'imponenza del contegno.
Nelle giovinette - che a una prima occhiata parvero a Cosimo tutte un po' troppo pelose e opache di pelle - serpeggiava un accenno di brio, sempre frenato a tempo. Due d'esse giocavano, da un platano all'altro, al volano. Tic e tac, tic e tac, poi un gridolino: il volano era caduto in strada. Lo raccattava un monello olivabasso e per tirarlo su pretendeva due pesetas.
Sull'ultimo albero, un olmo, stava un vecchio, chiamato El Conde, senza parrucca, dimesso nel vestire. Il Padre Sulpicio, avvicinandosi, abbassò la voce, e Cosimo fu indotto a imitarlo. El Conde con un braccio spostava ogni tanto un ramo e guardava il declivio della collina e una piana or verde or brulla che si perdeva lontano.
Sulpicio mormorò a Cosimo una storia d'un suo figlio detenuto nelle carceri di Re Carlo e torturato. Cosimo comprese che mentre tutti quegli hidalghi facevano gli esuli così per dire, ma dovevano ogni poco richiamarsi alla mente e ripetersi perché e percome si trovavano là, solo quel vecchio soffriva davvero. Questo gesto di scostare il ramo come aspettandosi di veder apparire un'altra terra, quest'inoltrare pian piano lo sguardo nella distesa ondulata come sperando di non incontrare mai l'orizzonte, di riuscire a scorgere un paese ahi quanto lontano, era il primo segno vero d'esilio che Cosimo vedeva. E comprese quanto per quegli hidalghi contasse la presenza del Conde, come fosse quella a tenerli insieme, a dare loro un senso. Era lui, forse il più povero, certo in patria il meno autorevole di loro, che diceva loro quello che dovevano soffrire e sperare.
Tornando dalle visite, Cosimo vide su lui ontano una fanciulla che non aveva visto prima. In due salti fu lì.
Era una ragazza con occhi di bellissimo color pervinca e carnagione profumata. Reggeva un secchio.
- Com'è che quando ho visto tutti non vi ho vista?
- Ero per acqua al pozzo, - e sorrise. Dal secchio, un po' inclinato, cadde dell'acqua. Lui la aiutò a reggerlo.
- Voi dunque scendete dagli alberi?
- No; c'è un ritorto ciliegio che fa ombra al pozzo. Di là caliamo i secchi. Venite.
Camminarono per un ramo, scavalcando il muro d'una corte. Lei lo guidò nel passaggio sul ciliegio. Sotto era il pozzo.
- Vedete, Barone?
- Come sapete che sono un Barone?
- Io so tutto, - sorrise. - Le mie sorelle m'hanno subito informata della visita.
- Sono quelle del volano?
- Irena e Raimunda, appunto. [...]

Fiorirono i peschi, i mandorli, i ciliegi. Cosimo e Ursula passavano insieme le giornate sugli alberi fioriti. La primavera colorava di gaiezza perfino la funerea vicinanza del parentado.
Nella colonia degli esuli mio fratello seppe subito rendersi utile, insegnando i vari modi di passare da un albero all'altro e incoraggiando quelle nobili famiglie a uscire dalla abituale compostezza per praticare un po' di movimento, gettò anche dei ponti di corda, che permettevano agli esuli più vecchi di scambiarsi delle visite. E così, in quasi un anno di permanenza tra gli Spagnoli, dotò la colonia di molti attrezzi da lui inventati: serbatoi d'acqua, fornelli, sacchi di pelo per dormirci dentro. Il desiderio di far nuove invenzioni lo portava a secondare le usanze dì questi hidalghi anche quando non andavano d'accordo con le idee dei suoi autori preferiti: così, vedendo il desiderio di quelle pie persone di confessarsi regolarmente, scavò dentro un tronco un confessionale, dentro il quale poteva entrare il magro Don Sulpicio e da una finestrella con tendina e grata ascoltare i loro peccati.
La pura passione delle innovazioni tecniche, insomma, non bastava a salvarlo dall'ossequio alle norme vigenti; ci volevano le idee. Cosimo scrisse al libraio Orbecche che da Ombrosa gli rimandasse per la posta a Olivabassa i volumi arrivati nel frattempo. Così potè far leggere a Ursula Paolo e Virginia e La Nuova Eloisa.
Gli esuli tenevano spesso adunanze su una vasta quercia, parlamenti in cui stilavano lettere al Sovrano. Queste lettere in principio dovevano essere sempre d'indignata protesta e di minaccia, quasi degli ultimatum; ma a un certo punto, dall'uno o dall'altro di loro venivano proposte formule più blande, più rispettose, e così si finiva in una supplica in cui si prosternavano umilmente ai piedi delle Graziose Maestà implorandone il perdono.
Allora s'alzava El Conde. Tutti ammutolivano. El Conde, guardando in alto, cominciava a parlare, a voce bassa e vibrata, [...]





Norbert Wiener. Abbiamo modificato così radicalmente il nostro ambiente che adesso dobbiamo modificare noi stessi per sopravvivere nell'ambiente nuovo.

Abbiamo modificato così radicalmente il nostro ambiente
che adesso dobbiamo modificare noi stessi
per sopravvivere nell'ambiente nuovo.
Il 26 novembre 1894 nasceva Norbert Wiener



venerdì 25 novembre 2016

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