venerdì 20 gennaio 2017

La Rivoluzione Americana. No taxation without rapresentation. Gli Americani [...] si richiamarono ad un principio riconosciuto dalla Costituzione inglese: solo i rappresentanti dei cittadini potevano imporre tasse. I coloni riconoscevano questo compito alle Assemblee locali da loro elette, non al Parlamento inglese, nel quale non avevano nessun rappresentante

La rivoluzione americana - Le tredici colonie americane, 

Le tredici colonie americane.
Nel corso del 1600 nella fascia atlantica estesa dai grandi laghi alla Florida si erano formate dodici colonie inglesi che nel 1732. Con l’unione della Georgia, salirono a tredici. Queste però non rappresentavano un meccanismo unitario erano sorte in tempi e in modi molto diversi ed erano sempre pronte alla lite o alla zuffa armata. Da sempre avevano nemici esterni i Francesi ed i Pellirosse, ed erano convinte che, senza il legame con l’Inghilterra, sarebbero state travolte. A differenza delle colonie snole dell’America meridionale e di quelle francesi del Canada, le colonie inglesi ebbero una rapida crescita della popolazione per l’afflusso continuo d’immigrati dalle isole britanniche. Le maggiori città erano Filadelfia (24000 abitanti) New York (fondata dagli Olandesi nel 1632 con il nome di Nuova Amsterdam) e Boston. L’organizzazione politica era in mano ad un governatore il cui potere era controbilanciato dalle Assemblee rappresentative, elette dai coloni. Le diverse origini, convinzioni religiose e attività economiche creavano attriti e fratture tra le colonie che si possono dividere in tre gruppi:


·        Quattro colonie del nord (Massachussets, Connecticut, New Hampshire, Rhode Island) che formavano il New England, a causa della maggioranza di colazione inglese; qui era forte la tradizione puritana (molti coloni erano arrivati nel 1600, durante la persecuzione da parte della dinastia cattolica degli Stewart). Prevalevano piccole fattorie famigliari, condotte con tecniche simili a quelle delle camne europee; ma gli abitanti di queste regioni, coperte in gran parte da foreste, si dedicavano anche alla produzione di legname, resina, canapa e quindi alla costruzione delle navi, che erano utilizzate per la pesca, che era un’altra importante voce nel campo economico di queste colonie. I quattro stati del nord occupavano un territorio che non permetteva un grande sviluppo agricolo, ma che era favorevole alle attività manifatturiere e commerciali. I fiumi davano una forza motrice per mulini e segherie, le coste offrivano insenature per i porti, le foreste fornivano abbondante materiale per la costruzione di navi.

·        Quattro colonie del centro (New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware) che possedevano le città e i porti più importanti ed erano abitate da gente d’origine diversa: inglesi, Olandesi, Svedesi, tedeschi, Irlandesi e Scozzesi. Nonostante l’attività commerciale dei porti e delle città, queste colonie vivevano prevalentemente con l’agricoltura: la terra era suddivisa in molti appezzamenti dove numerosi piccoli proprietari coltivavano grano, con la forza delle proprie braccia e dei familiari. Inoltre i coloni praticavano la caccia d’animali da pelliccia nelle zone montuose più interne e intenso era il commercio delle pellicce comprate dai pellirossa, e per la loro posizione erano il luogo di scambio dei prodotti tra il nord ed il sud.. La tolleranza religiosa era massima e nelle colonie centrali si trovavano protestanti di chiese diverse (calvinisti, luterani, anglicani), cattolici ed ebrei.

·        Cinque colonie del sud (Virginia, Maryland, Carolina del nord, Carolina del sud, Georgia) che fondavano la loro economia sulle grandi piantagioni di tabacco, d’indaco (la pianta da cui si estraeva il colorante azzurro per tingere i tessuti) e di riso (il cotone, altro pilastro dell’economia americana, fu introdotto solamente in seguito). Qui dominava un’aristocrazia terriera d’origine inglese e di confessione anglicana, formata da un gruppo relativamente esiguo di grandi proprietari, i piantatori mentre i campi erano coltivati da schiavi.

L’eguaglianza era il bene più ambito dagli abitanti delle colonie, tanto da essere superiore alla libertà. Infatti, nel 1700 legato a quest’amore per l’uguaglianza è lo spirito di tolleranza, cosicché le sette più disparate si abituarono a vivere armonicamente insieme. Se la storia anteriore ci mostra il popolo del Massachussets che caccia gli eretici quando non li uccide, se la legislatura più antica esclude rigorosamente dal diritto di voto chi non appartiene alla fede religiosa dominante in ogni singola colonia, ora invece il popolo è tutto per un uguale ed universale tolleranza. Ciò dipendeva anche dal fatto che fede robusta e fanatica della prima ora si era notevolmente temperata e che la lotta quotidiana per domare il nuovo continente e per raggiungere una condizione di vita accettabile legava fortemente gli uomini agli interessi materiali, suscitando quella tenace ricerca del benessere, che resterà come un’altra caratteristica silente del popolo americano. Tutto ciò non si accordava con le esaltazioni religiose che ancora negli ultimi decenni del 1600 faceva considerare a Congregazionisti del Massachussets “una distrazione seria, ma veramente piacevole” il mettere un po’ d’ordine tra i feretri deposti nelle cantine a Natale. Tuttavia lo spirito religioso non si spense.Quindi le colonie erano nate in modi assai diversi o per l’iniziativa di singoli individui per lo più ricchi borghesi e di società commerciali ai quali il sovrano aveva concesso, con un’apposita Carta, il diritto di proprietà e ampi poteri sui territori occupati: erano le colonie di proprietà. La maggioranza delle colonie erano sorte per l’emigrazione di comuni cittadini che avevano abbandonato la patria per semplice spirito d’avventura o perché perseguitati per motivi religiosi e politici: Inglesi, Scozzesi, Irlandesi e più tardi Olandesi e tedeschi avevano ricercato nel nuovo continente quella libertà che l’Europa non garantiva loro. Erano queste le colonie della corona, poiché era più diretta l’autorità del sovrano. Ogni colonia aveva con la madrepatria un rapporto duale.di svantaggio e di svantaggio. Per quanto riguarda i vantaggi, gli Americani non avevano un esercito ben organizzato né una flotta da guerra, erano protetti dall’armata inglese, nel caso di un attacco massiccio da parte dell’esercito francese o di un assalto marinaro delle flotte francesi od olandesi ai convogli diretti in Inghilterra. Per il resto ogni contadino difendeva i suoi campi dai pellirosse e dai bisonti, a colpi di fucile e ogni porto aveva la sua flottiglia da pesca. Inoltre, in quest’epoca, un inglese ava mediamente 26 scellini d’imposte dirette, cioè di tasse direttamente versate allo stato, mentre i coloni americani versavano solo uno scellino e non era denunciato il contrabbando con le Antille. Di contro, anche le colonie americane, come tutte le colonie dell’Impero commerciale inglese dovevano contribuire alla ricchezza e allo sviluppo dell’Inghilterra, quindi dovevano produrre per la madrepatria: vino (che altrimenti bisognava importare dalla Francia) legname (importato dalla Sa) spezie (Portogallo) e inoltre di tabacco, rum, cotone, canapa, catrame, pellicce e d’olio di balena. Le spedizioni dovevano avvenire solo con navi inglesi, i cui proprietari fissavano i prezzi più convenienti per loro e non si preoccupavano dello sviluppo colonico. Questo era un freno per lo sviluppo commerciale ed industriale perché le colonie potavano commerciale solo con la madrepatria e importare da questa tutti i prodotti necessari come manufatti e macchinari e nelle colonie non potevano essere organizzate quelle attività manifatturiere già presenti in Inghilterra, come la costruzione d’imbarcazioni o la produzione di tessuti di lana e cotone: le colonie dovevano quindi limitarsi a tagliare legname nelle foreste, estrarre minerali da qualche miniera, coltivare tabacco. Tutti questi obblighi tendevano a salvaguardare gli interessi dell’Inghilterra e limitavano fortemente la libera iniziativa economica dei coloni, i quali contrabbandavano le merci con le Antille, con il Canada e con gli snoli del Messico, oltre che con mercanti olandesi. Dopo la vittoria nella guerra dei sette anni contro la Francia (1756-l763) che Inglesi e coloni avevano combattuto a fianco a fianco, le attese delle due parti erano diverse, infatti, i coloni, che erano quasi due milioni, aspettavano da Londra il permesso di occupare i territori indiani dell’interno, essendo i francesi sconfitti ritornati in patria dopo il trattato di Parigi (1763) che li assegnava all’Inghilterra, come compenso del loro aiuto, mentre gli Inglesi ritenevano doveroso che i coloni assero le spese occorse per difenderli, come affermavano i parlamentari inglesi, spalleggiati dal re Giorgio III (1760-l820). Infatti, in una guerra che si era estesa dall’America all’India, aveva prosciugato le casse inglesi, nonostante l’Inghilterra ne fosse uscita vittoriosa. Pertanto nel 1764 il Parlamento impedì ai coloni di stabilirsi nei nuovi territori, per favorire gli interessi della società commerciale di Londra, che intendevano appropriarsene. Inoltre fu approvata una legge che modificava i dazi d’alcuni prodotti importati nelle colonie: caffè, zucchero, vino, melassa (importata dalle Antille) che serviva a produrre il rum, seta divennero più cari per i mercanti americani. Nel 1765 la legge del bollo (Stamp Act) impose una tassa su tutti gli articoli di carta: libri, giornali, almanacchi e soprattutto documenti legali, tra cui quelli necessari alla compravendita. Gli Americani non accettarono queste decisioni, che avvantaggiavano esclusivamente l’Inghilterra e si richiamarono ad un principio riconosciuto dalla Costituzione inglese: solo i rappresentanti dei cittadini potevano imporre tasse. I coloni riconoscevano questo compito alle Assemblee locali da loro elette, non al Parlamento inglese, nel quale non avevano nessun rappresentante. Anche la maggior parte degli Inglesi non prendeva parte alle elezioni dei membri della Camera dei Comuni, accettandone tuttavia le decisioni: gli Americani però oltre ad aver maturato una diversa idea di rappresentanza, avevano una gran paura, se avessero riconosciuto al Parlamento il diritto di tassarli, in futuro non avrebbero potuto mai limitare l’entità delle tasse. L’Inghilterra avrebbe potuto poi sfruttare le colonie a suo esclusivo vantaggio: ogni centesimo d’imposta dato in più dalle colonie sarebbe stato un centesimo dato in meno dai cittadini britannici. I coloni avrebbero lavorato e prodotto solo a vantaggio della madrepatria “contro la chiara ed evidente regola per cui l’uomo laborioso ha diritto alla proprietà dei frutti del suo lavoro” come disse Samuel Adams uomo politico di Boston. Iniziò così la protesta sulla base del principio “No taxation without rapresentation”, nelle città americane furono organizzate diverse manifestazioni di piazza (mass meeting) guidate da associazioni spontanee chiamate “Liberty Sohns” e capeggiati da leader appartenenti alla classe media, come Sam Adams, Richard Lee, Thomas Jefferson, Thomas Paine. Le nuove idee di rivolta si diffusero facilmente nelle diverse colonie anche per mezzo dei comitati di corrispondenza che tenevano informati i cittadini con lettere, volantini e opuscoli. I giornalisti assunsero il ruolo di guida della protesta e fecero della stampa un potente veicolo di proanda contro le pretese del Parlamento di Londra. Quello fu l’avvio di un prolungato braccio di ferro, costellato da episodi violenti da entrambi le parti. Gli Americani sostenevano che, se avano le tasse, volevano almeno mandare in Parlamento dei propri deputati e votare leggi commerciali favorevoli alle colonie. Gli Inglesi non ascoltarono i consigli moderati di due illustri politici del tempo: William Pitt il vecchio e Burke e nel 1766 dopo aver abrogato lo Stamp Act poiché troppo impopolare (infatti, in America i commercianti inglesi erano messi nel catrame e cosparsi di piume, pena riservata ai ladri e facevano ingoiare loro del tè) ma in compenso introducevano i townshend sul tè (molto importato) e altri prodotti di prima necessità. Le colonie reagirono ai dazi ed alle tasse impedendo alle navi inglesi di scaricare le loro merci sul suolo americano e ottennero dal Parlamento la revoca dei provvedimenti tranne quello della tassa sul tè. Il successo ottenuto con quest’azione comune creò tra le colonie profondi legami “Le colonie erano state sempre in conflitto e follemente gelose le une delle altre ma ora… sono unite… e non dimenticheranno facilmente la forza che deriva da questa stretta unione d’intenti” scrisse Joseph Warren del Massachussets. Uno scontro riguardo i dazi imposti dall’Inghilterra e facente parte della lotta anti tasse, tra dimostranti americani e truppe britanniche sfociò nell’uccisione di cinque civili (Boston 1770) che i giornali ingigantirono con titoli a piena ina riguardo quello che fu definito il massacro di Boston. Nel 1773 il Parlamento inglese affidò in esclusiva il commercio del tè alla Comnia delle Indie Orientali che riversò tonnellate di tè sottocosto sui mercati americani per battere la concorrenza del contrabbando delle colonie, infatti, fino a quel momento il tè consumato dai coloni americani era stato oggetto di contrabbando tra Americani ed Olandesi, in violazione delle leggi britanniche ed aveva un costo elevato.Allora i contrabbandieri di Boston, travestiti da pellirosse, assalirono re navi cariche di tè ancorate nel porto e rovesciarono tutto il loro carico in mare, poi presero di mira i magazzini portuali, distribuendo una parte del bottino ai Bostoniani che applaudirono l’azione e gettando tutto il rimanente in mare. Quest’episodio è noto come Tea Party of Boston. Di fronte a questo ed ad altri Tea Parties Giorgio III decise di intervenire con durezza per dare un esempio a tutte le colonie e ricordare loro che dipendevano dalla corona inglese: tramite il Parlamento fece emanare i “Coercive Acts” con i quali s’imponeva la chiusura del porto di Boston, fintanto che il tè non fosse stato risarcito e rafforzò l’autorità del Governatore, cui inviò nuove truppe. Per il Massachussets questi provvedimenti significavano la perdita d’ogni autonomia, il blocco delle principali attività economiche e la povertà “[gli inglesi] ci profilano un quadro di miseria, ma…la virtù dei nostri avi è la nostra guida: essi si contentavano di lumache e di molluschi” scrisse Samuel Adams. Le altre colonie corsero in aiuto della città, furono inviati soccorsi d’ogni genere e nel settembre del 1774 fu convocato a Filadelfia il primo congresso continentale dei rappresentanti al quale partecipavano tutti i delegati delle tredici colonie per decidere quale azione comune intraprendere. Questi decisero di interrompere tutti gli scambi commerciali con l’Inghilterra e di “incoraggiare la frugalità, l’economia, la laboriosità, promuovere l’agricoltura, le arti e l’industria, soprattutto quelle della lana' nell’attesa del ripristino delle condizioni vigenti prima del 1763. Ma le richieste del Congresso di considerare le colonie autonome, pur restando nell’ambito dell’Impero Britannico e la decisione di sospendere per protesta i commerci con l’Inghilterra, furono considerati dalla Corona un atto di ribellione che doveva essere soffocato con la forza e re Giorgio inviò nuove truppe per reprimere la rivolta. Gli Americani, però, ben lungi dal lasciarsi nuovamente imprigionare, e questa volta sarebbe stata molto più terribile delle precedenti, dalle tasse e dai dazi inglesi, speravano che almeno Benjamin Franklin, da molti anni impegnato al Parlamento inglese riuscisse a convincere questi di un allentamento da parte britannica, delle catene che tenevano legate le colonie d’oltreoceano, facendo presente che quest’atteggiamento alla lunga sarebbe diventato controproducente, perché un individuo, continuamente sottoposto a vessazioni, avrebbe finito per ribellarsi, e così stavano facendo le colonie americane, stufe di esser maltrattate dal regime tirannico inglese. I discorsi di Franklin, però, non ebbero pesa sul Parlamento ed egli allora, prevedendo ormai un’imminente guerra tra le colonie americane e la madrepatria inglese, si adoperò per perorare la causa separatista e rivoluzionaria, presso le principali potenze europee del tempo nemiche dell’Inghilterra, perché questa, dopo la vittoria nella guerra dei sette anni contro la Francia, aveva la completa supremazia sui mari, ostacolando i commerci degli Snoli, dei Portoghesi, degli sconfitti Francesi e degli Olandesi. Quindi gli Americani, vista l’impossibilità di trattative con l’Inghilterra, nel 1775 cominciarono ad arruolare nelle 13 colonie dei volontari per la formazione di un esercito di liberazione in caso di un attacco da parte inglese.


La Dichiarazione d’Indipendenza
Nel 1776 i delegati del secondo Congresso di Filadelfia avevano approvato, insieme alla Dichiarazione d’Indipendenza anche un preambolo politico, preparato da Thomas Jefferson, nel quale erano enunciati alcuni principi fondamentali che dovevano essere alla base di nuovi stati indipendenti : i diritti naturali degli uomini (“alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità”) la sovranità popolare ed il diritto dei sudditi di destituire i governanti che non rispettassero la libertà del popolo. Alla fine della guerra tutte le tredici colonie diventate stati indipendenti si diedero una nuova Costituzione in alcune di queste era inserita una Dichiarazione dei Diritti che ricalcava il preambolo del 1776, inoltre le Costituzioni introdussero il principio,di derivazione illuministica della separazione dei tre poteri e della elettività di tutte le cariche pubbliche. Il discorso preliminare che apre la Dichiarazione d’Indipendenza è commosso e solenne. La decisione dei coloni di separarsi dalla madrepatria è sofferta,meditata,discussa e si vuole portare fino in fondo “Quando nel corso degli umani eventi si rende necessario ad un popolo sciogliere i legami politici che lo avevano unito ad un altro e assumere tra le potenze della terra quel posto separato ed uguale al quale gli danno diritto le leggi della natura e di dio, un giusto rispetto per le opinioni dell’umanità esige che esso renda note le cause che lo costringono alla separazione”. Il 4 luglio 1776 il Congresso di Filadelfia approvò la Dichiarazione d’Indipendenza che proclamava:”Noi riteniamo che tutti gli uomini sono creati uguali;che essi sono dal Creatore dotati di certi inviolabili diritti:che fra questi diritti sono la vita,la libertà e la ricerca della felicità”. Essa affermava inoltre il diritto dei popoli alla rivoluzione quando il sovrano calpestava questi diritti:”Ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla ed istituire un nuovo governo fondato su tale principi”. Dal diritto alla libertà rimasero esclusi gli schiavi e all’ultimo fu cancellato dalla Dichiarazione il divieto alla tratta dei negri. In nome dei principi sopra enunciati “…queste colonie sono e per diritto devono essere stati liberi e indipendenti, sciolti da ogni fedeltà alla Corona Britannica…” e come tali “…hanno pieno potere di muovere guerra,concludere pace, stringere alleanze, stabilire rapporti commerciali e compiere tutti gli atti e le cose che gli stati indipendenti possono fare di diritto…”. Pur con i suoi limiti, la Dichiarazione ebbe un’importanza ed un eco enorme :per la prima volta dopo secoli d’assolutismo nasceva uno stato fondato sul rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e della sovranità popolare. Anche se inizialmente in America il diritto al voto e soprattutto il diritto di essere eletti fu riservato ai cittadini più abbienti, la Dichiarazione ispirò tutti i movimenti e le rivoluzioni democratiche dei decenni successivi.


La guerra d’indipendenza.
All’inizio della guerra la situazione militare si presentava nettamente favorevole all’Inghilterra che aveva inviato in America un esercito poderoso, ben armato e disciplinato e che controllava con la sua flotta atlantica l’afflusso d’armi e rifornimenti all’esercito impegnato nelle colonie.invece gli americani erano privi di una flotta da guerra e per i rifornimenti dovevano affidarsi ai contrabbandieri olandesi e il loro esercito era formato da poche migliaia di volontari, male armati, poco addestrati e non abituati alla disciplina nei confronti degli ufficiali. Ma a loro favore erano elementi che si sarebbero rivelati decisivi: i soldati americani erano volontari che combattevano con entusiasmo per la loro terra e per le loro idee di libertà, mentre una buona parte dell’esercito inglese era formato da mercenari per lo più tedeschi. Gli Americani erano comandati da un generale che pur non essendo uno stratega dimostrò notevoli capacità militari: George Washington. Il Continental Army si scontra per la prima volta con l’esercito inglese a Lexington (North Carolina) nell’aprile 1775. numerosi reparti inglesi sono inviati da Boston a Lexington per sedare una rivolta dei minutemen (soldati pronti a marciare a qualunque appello, costituitisi dopo il grido pronunciato per primo da Patrick Henry “datemi la libertà o la morte” contro i soprusi inglesi), tentando di coglierli di sorpresa, Ma un infiltrato del servizio segreto di George Washington ha sentore del fatto e si accorda con i ribelli, se avesse fatto due segnali con la lanterna, gli Inglesi stavano arrivando dal mare, uno soltanto da terra. Dopo aver visto il segnale, un patriota Paul Revere, con un’epica cavalcata notturna informa i coloni dell’imminente attacco inglese e fa in modo che questi possano difendersi senza essere colti di sorpresa riuscendo a respingere gli Inglesi (18 aprile) che allora tentano di assalire più a sud gli americani, ma sono respinti a Concord (North Carolina) sempre nell’aprile del 1775, l’esercito inglese, allora, forte dei rinforzi appena giunti, attaccano nuovamente Concord conquistandola (19 aprile 1775) ripiegando quindi su Lexington, su Charleston su Boston. Quindi essendo la città sotto il dominio dei ribelli si scontrano con le forze americane a Bunker's Hill (presso Boston) dove un esiguo numero di combattenti americani respinge per ben due volte tremila soldati prima di arrendersi (giugno 1775). l’esercito inglese si muove verso Charleston assediandola (1776) senza riuscire ad espugnarla ed il generale Lord Cornwallis, comandante in capo dell’esercito di sua Maestà Giorgio III, decide di attendere gli sviluppi della situazione sperando che i Ribelli, dopo questo inizio di guerra a loro sfavorevole, decidano di arrendersi. Invece il 4 luglio 1776 si riunisce a Filadelfia il Secondo Congresso delle Colonie, dove George Washington, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, James Madison, John Adams leggono e sottoscrivono la Dichiarazione d’indipendenza e la guerra contro la madre patria Inghilterra. Iniziano così ad accorrere da tutte le parti i coloni che sono inquadrati nei ranghi del Continental Army composto da gente non abituata all’arte militare. Il 26 dicembre 1776 il generale Washington, appostatasi nei pressi del fiume Delaware, decise di attraversarlo e con un’azione di sorpresa giunge a Trenton (New Jersey) dove sbaraglia l’esercito inglese agli ordini del colonnello Rall (1777) e si dirige alla volta di Princeton, dove è accampato un grosso contingente militare inglese. Benché inferiori di numero, i Ribelli riescono a tenere impegnato l’intero corpo d’armata britannico tutto il giorno (2 gennaio 1777) e durante la notte tra il due e il tre Washington, con un abile mossa strategica, aggira il fianco sinistro del reparto nemico sorprendendolo il giorno successivo e riportando una completa vittoria. Intanto Lord Cornwallis riesce a prendere la città di Filadelfia dopo un lungo assedio mentre il generale Buorgain con le sue truppe prende la cittadina d’Albany e si apposta a Saratoga, presso il campo degli uomini del generale Gates. Il 19 settembre 1777 i due eserciti si scontrano ed il risultato della battaglia è incerto finche i Ribelli non respingono gli Inglesi. Il generale Buorgain ricostruisce le sue forze e il 7 ottobre attacca il contingente americano essendo respinto una seconda volta, ripiega su Saratoga e è sconfitto l’8 ottobre dal generale Gates e sì trova senza risorse in territorio ostile, quindi in seguito alla promessa di Gates della libertà in cambio della resa, 3000 militari inglesi consegnano le armi il 14 ottobre ed il Congresso ordina di prenderli tutti prigionieri, scavalcando le decisioni di Gates. I generali inglesi progettavano, secondo lo stile delle guerre europee, camne tese, con grandi manovre avvolgenti, a conquistare e isolare intere regioni, senza tener conto degli enormi problemi logistici che le dimensioni continentali del conflitto creavano e senza capire che la conquista di territori scarsamente abitati non significava niente dal punto di vista tattico e strategico.Un altro importante vantaggio che giocò a favore dei Ribelli fu la loro perfetta conoscenza del territorio, spesso accidentato, coperto da paludi e foreste impenetrabili dove adottarono con successo una tecnica di guerriglia basati su piccoli gruppi d’uomini mobili, che facilmente riuscivano a colpire le Giubbe Rosse inglesi facili bersagli con le loro divise colorate. Meno fortuna ha la guerra per mare ,infatti l'ammiraglio Jones non è in grado di impedire il blocco navale inglese che blocca i rifornimenti in America.Ma i coloni si giovavano dell’esperienza di generali europei accamparsi in loro aiuto come il polacco Kosciusko e il francese LaFayette.Le sorti della guerra sono in questo momento a favore degli Insorti: il generale prussiano Von Stauben organizzatore delle truppe americana vince gli Inglesi a Monmouth e a Yorktown (1778) ma la notizia più importante per la guerra e per il morale degli insorti è l’entrata in guerra al loro fianco della Francia e della Sna, finalmente convinte dalle perorazioni di Benjamin Franklin presso le corti, la partecipazione dei francesi alla guerra d’indipendenza americana ebbe un altro effetto del tutto inatteso, centinaia di volontari, tra i quali l’aristocratico d’idee illuministe LaFayette che divenne stretto collaboratore di Washington affluirono elle 13 colonie e vi scoprirono un mondo nuovo, pieno di gente colta ed entusiasta che conosceva a fondo Voltaire e Rousseau ma anche Newton e le macchine a vapore di Watt e che per la prima volta applicava l’Illuminismo alla azione politica e combatteva in nome dell’eguaglianza. In America 37 giornali vendevano una media di quattromila copie al giorno e discutevano sulle loro ine d’indipendenza, di tasse, di scienza e di religione grazie alla più assoluta libertà di stampa e d’opinione. La flotta francese è sconfitta da quella inglese agli ordini dell’ammiraglio Howe mentre gli Snoli invece attaccano via terra muovendosi dalla Florida ma vengono anch’essi ricacciati, e gli stessi ribelli sono vinti dal generale Burgdyng a Ticonderoga (New York) e a Fort Edward. Intanto anche la Sna passa all’attacco navale tentando inutilmente di espugnare Gibilterra difesa strenuamente ma riescono ad espugnare Minorca ed in America riescono a sfondare il fronte inglese appostato sul confine tra le ex colonie britanniche e quelle snole. Da parte inglese il generale Clinton, nuovo comandante delle truppe britanniche, delegato in luogo di Lord Cornwallis dopo la sconfitta di Saratoga, marcia sì Charleston, in mano ai Ribelli, invade la South Carolina, stringe d’assedio la città costiera e dopo una lunga resistenza oppostagli, aiutato dalla fame che aveva stretto nella sua morsa ala città, la espugna chiudendo la via degli approvvigionamento provenienti da Francia e Sna. Vi è subito il tentativo da parte americana di riprendere Charleston (1780), nodo marittimo vitale per la sopravvivenza delle colonie, ma vanamente. Nel golfo del Messico l’ammiraglio Rodney conquista Martinica, Santa Lucia e Grenada e libera Capo Vincente dagli Snoli, issando il vessillo reale inglese. Contro la guerra corsare inglese, le nazioni di Sna, Francia, Russia, Olanda, Sa, Danimarca, Austria e Prussia, proclamano la neutralità armata sui mari (il principio “la bandiera neutrale protegge le merci nemiche all’infuori di quelle di contrabbando (belliche) ” è accolto anche dal moderno diritto marino). Guidate dall’ammiraglio Rochambeau, truppe francesi sbarcano a Rhode Island e cacciano i soldati inglesi. Nell’agosto del 1780 Lord Cornwallis, ex comandante in capo, conquista Charleston e Campden scongendo Gates che è destituito dall’incarico. Nel 1781 le truppe inglesi più volte respinte dai soldati americani per terra riescono a stento a mantenere la supremazia marittima su Sna e Francia. Il 16 maggio la flotta interviene in aiuto della città di Yorktown, ed incontra nella baia di Chesapeake la flotta del conte di Grasse, e dopo 4 giorni di combattimento deve battere in ritirata, e la sorte della città è segnata quando le truppe francesi tornate nel settembre cacciano gli Inglesi ma non riescono a sbarcare. Sulla terraferma Burgddyng taglia i rifornimenti e tiene in scacco Saratoga (17 settembre 1781) che è liberata dagli Insorti mentre l’esercito inglese si ritira e Cornwallis è bloccato a Yorktown da Washington che gli sbarra la strada e il 6 ottobre vi è la resa di 7500 soldati inglesi (tra cui Gneiseau). L’esercito inglese tenta un’ultima sortita prima della resa il 16 ottobre. Nel 1783 con la pace di Versailles, l’Inghilterra riconosce l’indipendenza delle excolonie americane, Tobago e il Senegambia passano alla Francia, Minorca alla Sna. Tornando in Francia i volontari ritrovarono il mondo chiuso dei privilegi e dell’aristocrazia, un’agricoltura soffocata dai vincoli feudali, una polizia sempre all’erta pronta a chiudere un giornale troppo audace o ad arrestare un cittadino troppo critico verso il clero o la monarchia. Le idee che circolavano tra i ceti più colti cominciarono sempre più frequentemente a diventare azione concreta e la Guerra d’Indipendenza Americana cominciò a sembrare a molti la prova generale di un altro grande capovolgimento europeo che avrebbe trovato in Francia il terreno più fertile dal quale partire. In Europa la nascita dello stato americano non era passata inosservata: si erano stabiliti nuovi legami commerciali e per gli europei si era aperta la possibilità di emigrare oltre oceano, ma soprattutto gli avvenimenti nel nuovo mondo avevano fatto nascere ovunque la sensazione che si stesse aprendo un ‘era nuova per la storia mondiale. L’illuminismo aveva diffuso in molti l’idea de progresso ,la convinzione che con i mali dell’uomo dovuti all’ignoranza ed ai pregiudizi del passato,sarebbero stati superati grazie alla ragione :la rivoluzione americana appariva agli intellettuali come il primo passo concreto verso il rinnovamento. Soprattutto i francesi vedevano l’America come una terra non rovinata da un vecchio regime, in cui non esistevano classi privilegiate,cariche ereditarie per legge, corporazioni che ostacolavano la libera iniziativa economica: l’America era per l’Europa il simbolo degli anni futuri. In Europa divenne intensa la produzione letteraria ispirata alle esperienze americane: poesie,saggi e dissertazioni filosofiche presentavano,spiegavano,esaltavano la rivoluzione americana “Di là dalle coste di Franklin erompe un caldo soffio di libertà…più vasto si aprì il cuore dell’uomo,il suo desiderio vide fiorire giorni di felicità…”scrisse il poeta tedesco Isaac Von Gerning. Ma soprattutto in Europa si parlava ,si discuteva del modello americano di stato considerato la realizzazione di quegli ideali di libertà e uguaglianza proposti dai filosofi illuministi. Gli Americani avevano indicato la via da seguire: un’Assemblea Costituente (la Convenzione) che agiva a nome del popolo affermando i diritti individuali (la Dichiarazione dei Diritti) e creando l'ordinamento dello Stato (la Costituzione). Furono soprattutto le costituzioni d’alcuni stati americani come la Virginia o il Massachussets a suscitare un dibattito politico in Europa:in special modo in Francia nei salotti,nei caffè e sulla stampa la discussione contribuì alla riflessione su importanti temi politici come l’origine della sovranità, la natura della rappresentanza politica (cioè il rapporto esistente tra coloro che sono stati eletti ad una carica pubblica) o la modo per redigere una Costituzione. Quindi la rivoluzione americana ebbe un ‘ampia risonanza in Europa dove fu salutata come segnale di prossime innovazioni civili, e un esempio da seguire come attestano alcune testimonianze dell’epoca: “Ci auguriamo che la rivoluzione americana sia per il mondo un segnale;che gli uomini insorgano e spezzino le catene in cui da se stessi si sono legati per ignoranza e superstizione; che essi finalmente conoscano la soddisfazione di scegliere la forma del proprio governo. Ormai gli occhi di tutti sono aperti sui diritti dell’uomo e i lui della scienza hanno tolto i veli a questa evidente verità, che gli uomini non sono nati con una sella sul dorso, pronta ad essere montata da qualche privilegiato… “ (tratto da un discorso di Thomas Jefferson esponente del partito repubblicano federalista), mentre Christoph Ebeling,uomo politico tedesco, scrisse “L’America deve servire da esempio al mondo”. Anche Heinrich Steffens, scrittore danese, ha lasciato il suo pensiero “E’ stato un bellissimo giorno quello in cui abbiamo celebrato la vittoria della libertà, conquistata dopo la lotta. Dopo aver riempito i bicchieri di punch, abbiamo brindato alla prosperità della nuova Repubblica. Certamente questa vittoria era annunciatrice di nuovi grandi avvenimenti. Nel porto tutte le navi hanno issato la bandiera per salutare con spari la nascita di questa nuova nazione”. Quindi la rivoluzione americana aveva avuto una risonanza in tutto il continente europeo e soprattutto in quegli stati come la Francia,dove erano maggiori le concentrazioni d’illuministi e d’assertori della libertà perché lo stato francese era governato da una monarchia assoluta verticistica e da una ristretta casta di nobili. Così un caldo vento di libertà spirò sull’avido terreno europeo, portando speranza a tutti gli oppressi in un mondo migliore come cittadini di uno stato democratico fondato sull’Eguaglianza, Fratellanza,Libertà e sulla tolleranza religiosa reciproca delle confessioni, a differenza dei secoli precedenti.


La Costituzione
Dopo la vittoria restava ancora da risolvere un problema fondamentale:la mancanza di una costituzione federale e di un governo centrale che unisse i tredici stati in un'unica Confederazione ; solo in questo modo i tredici stati sarebbero potuti diventare una nazione forte politicamente ed economicamente. Su questo problema si fronteggiavano due posizioni contrapposte:quella degli antifederalisti o nazionalisti che volevano un governo centrale abbastanza forte e la posizione dei federalisti che volevano difendere i poteri dei singoli stati. Nel 1787 una Convenzione di delegati riunitasi a Filadelfia ,alla quale partecipavano i maggiori esponenti della rivoluzione riuscì a raggiungere un compromesso tra le due posizioni: fu così promulgata la Costituzione degli Stati Uniti d’America che costituiva una repubblica presidenziale e democratica . Al comando vi è un Presidente, eletto a suffragio universale indiretto, che detiene il potere esecutivo ed è eletto ogni 4 anni (dal 1951 con il 22 emendamento è permessa una sola rielezione) che è a capo del governo e sceglie i segretari (ministri). Al governo centrale (Autorità Federale) furono riconosciuti poteri decisionali solo in politica estera, in tema di difesa e finanze e nel camp delle principali questioni di comuni interesse,quali l’esplorazione e colonizzazione di nuovi territori. Il potere legislativo è affidato al Congresso, composto dalla Camera dei Rappresentanti e dal Senato, la Camera è in carica per due anni ed è formata da cittadini eletti in proporzione al numero d’abitanti dello stato, il Senato, in carica per 6 anni con rotazione di un terzo di senatori ogni due anni,è formato da 2 senatori per ogni stato. In questo modo gli artefici della costituzione avevano raggiunto un compromesso tra i rappresentanti degli stati più popolosi, che volevano un’elezione in base alla proporzione con i loro abitanti e gli stati più piccoli che proponevano lo stesso numero di rappresentanti per tutti gli stati. Il potere giudiziario è affidato alla Corte Suprema (Supreme Court) composta da nove membri nominati a vita dal Presidente. Essa è il vertice delle corti federali di tutti gli stati, ha la facoltà di annullare quelle decisioni che sono contrarie alla Costituzione e l’incarico di appianare eventuali contrasti tra gli stati. Per garantire un certo equilibrio tra i poteri costituzionali e per impedire che uno prevalesse sull’altro la Costituzione prevede una serie di controlli reciproci:il Presidente può porre il veto di sospensione sulle leggi del Congresso e questo a sua volta esercita un controllo politico sull’attività del Presidente. La costituzione è formata da un preambolo e da sette articoli ai quali dal 1791 al 1951 sono stati aggiunti 22 emendamenti (articoli addizionali) i primi dieci si riferiscono alla carta dei diritti che rispetta la libertà individuale (di culto,parola,stampa,petizione,associazione,riunione) ,quello del 1863 abolisce la schiavitù, e il 22° preclude al Presidente la possibilità si superare i due mandati presidenziali. Quindi si passò a decidere chi avesse il diritto di voto :alcuni sostenevano il suffragio universale basandosi sul principio dell’uguaglianza naturale di tutti gli uomini, altri sostenevano il suffragio basato sul censo, cioè sulla ricchezza, sostenendo che i poveri non sarebbero stati in grado di esprimersi su problemi di cui non avevano competenza. Prevalse questa seconda linea: gli elettori furono i maschi maggiorenni bianchi che avevano delle proprietà o avano le tasse da un certo livello in su. I negri non avevano diritto al voto, ma gli Stati del sud sfruttarono il fatto che essi costituivano in ogni modo una colazione molto numerosa per aumentar il numero dei loro rappresentanti al Congresso e fecero calcolare cinque negri come tre cittadini liberi. Solo cento anni dopo nel 1870 ai neri fu concesso il diritto di voto, ma molti stati emanarono leggi locali che cercavano in ogni modo di impedire loro di votare (come il superamento di un esame di lettura e scrittura). Nonostante l’accordo rimasero le divergenze venutasi a manifestare già durante la guerra, quando 11 delle 13 colonie si erano costituite come Stati indipendenti: ciascuna aveva redatto una Dichiarazione dei Diritti, una carta in cui,in base agli ideali illuministici di libertà ed uguaglianza erano stati fissati i diritti dei singoli cittadini ed i principi secondo i quali doveva essere organizzato lo stato, contenuti in Costituzioni, documenti che stabilivano gli uffici,le funzioni pubbliche ed i loro poteri. Durante il conflitto, il Congresso,composto dai rappresentanti delle colonie, aveva coordinato tutte le azioni militari e diplomatiche contro il comune nemico. Conclusa la pace sarebbe stato opportuno conferire al Congresso maggiori poteri per difendere l’indipendenza ottenuta e soprattutto rimuovere tutti quegli impedimenti come la differenza delle monete e de dazi che ostacolavano le attività commerciali fra gli Stati. Non tutti però erano del parere di limitare la propria autonomia a favore di un governo centrale poiché diverse erano le caratteristiche e le esigenze che li distinguevano. Si formarono due correnti:quella dei federalisti (dal latino foedus cioè patto) favorevoli ad un unione tra gli stati e quella dei repubblicani sostenitori delle autonomie dei singoli stati. Per il momento la Costituzione conservava alcuni limiti:il diritto di voto era precluso agli schiavi che rappresentavano un sesto della popolazione ed erano esclusi da qualsiasi esercizio politico ed ai pellirossa. Comunque la Costituzione americana rivestiva un modello di riferimento per gli stati europei che videro nell’America la libertà come scrisse il marchese di LaFayette in una lettera alla moglie:”Difensore di quella libertà che adoro,libero me stesso più che altri,venendo come amico ad offrire i miei servizi a questa Repubblica così interessante, io non porto che la mia franchezza e la mia buon volontà;nessuna ambizione,nessun interesse particolare,lavorando per la mia gloria io lavoro per la loro felicità…la felicità dell’america è intimamente legata alla felicità di tutta l’umanità. Essa diventerà il rispettabile e sicuro asilo della virtù, dell’onesta, della tolleranza, dell’uguaglianza, e di una tranquilla libertà.”

http://www.epertutti.com/storia/La-rivoluzione-americana-Le-tr52448.php




giovedì 22 dicembre 2016

Il PENSIERO può farvi ammalare o guarire.


Dr. Soresi: Vi racconto come il PENSIERO può farvi ammalare o guarire
Riccardo Lautizi


C’era già arrivato per intuizione il filosofo ateniese Antifonte, avversario di Socrate, nel V secolo avanti Cristo: 
«In tutti gli uomini è la MENTE che dirige il corpo verso la salute o verso la malattia, come verso TUTTO il resto»


Dopo una vita passata a dissezionare cadaveri, a curare tumori polmonari, a combattere tubercolosi, bronchiti croniche, asme, danni da fumo, il professor Enzo Soresi, 70 anni, tisiologo, anatomopatologo e oncologo, primario emerito di pneumologia al Niguarda di Milano, ha finalmente individuato con certezza l’epicentro di tutte le malattie: il cervello. [...]

Soresi c’è arrivato dopo aver visto gente ammalarsi o guarire con la sola forza del pensiero. 

Primo caso: 
«Ho in cura una signora di Milano il cui marito, integerrimo commercialista, la sera andava a bucare le gomme delle auto. Per il dispiacere s’è ammalata di tubercolosi. Io lo chiamo danno biologico primario». 

Secondo caso: 
«Un agricoltore sessantenne con melanoma metastatico incontrò Madre Teresa di Calcutta, ricevette in dono un’immaginetta sacra e guarì. Io lo chiamo shock carismatico». 

Il professore ha dato una spiegazione scientifica al miracolo: 
«Il melanoma è un tumore che viene identificato dagli anticorpi dell’organismo, 
tant’è vero che si sta studiando da 30 anni un vaccino specifico.


Non riusciamo a controllarlo solo perché l’antigene tumorale è talmente aggressivo da paralizzare il sistema immunitario. 

Nel caso del contadino ha funzionato una combinazione di fattori: 
aspettativa fideistica, strutture cerebrali arcaiche, Madre Teresa, consegna del santino. 
Risultato: il suo organismo ha sprigionato fiumi di interferoni e interleuchine che hanno attivato gli anticorpi e fatto fuori il cancro».

Come Soresi illustra nel libro Il cervello anarchico (Utet), già ristampato quattro volte, la nostra salute dipende da un network formato da sistema endocrino, sistema immunitario e sistema nervoso centrale. «Il secondo ci difende e ci organizza la vita. Di più: ci tollera. L’organo-mito è il linfocita, un particolare tipo di globulo bianco che risponde agli attacchi dei virus creando anticorpi. Abbiamo 40 miliardi di linfociti. Quando si attivano, producono ormoni cerebrali.

Questa si chiama Pnei, psiconeuroendocrinoimmunologia, una nuova grande scienza, trascurata dalla medicina perché nessuno è in grado di quantificare quanti neurotrasmettitori vengano liberati da un’emozione. Io e lei siamo due esperimenti biologici che datano 4 miliardi di anni. Io sono più riuscito di lei. Perciò nego la vecchiaia. Non c’è limite alla plasticità cerebrale, non c’è limite alla neurogenesi. Esiste un flusso continuo di cellule staminali prodotte dal cervello: chi non le utilizza, le perde. Le premesse della longevità sono due: camminare 40 minuti tre volte la settimana – altrimenti si blocca il ricambio delle cellule e non si libera un fattore di accrescimento, il Bdnf, che nutre il cervello – e studiare».

Secondo il medico-scrittore, è questa la strada per allungare la vita di 10 anni. 
«Quando ci impegniamo a leggere o a compilare le parole crociate, le staminali vengono catturate dalla zona dell’encefalo interessata a queste attività. Se io oggi sottopongo la sua testa a una scintigrafia e poi lei si mette a studiare il cinese, fra tre anni in un’altra scintigrafia vedrò le nuove mappe cerebrali che si sono create per immagazzinare questa lingua. Prenda i tassisti di Londra: hanno un ippocampo più grande perché mettono in memoria la carta topografica di una città che si estende per 6 miglia».


Il professor Soresi è cresciuto in mezzo alle lastre: suo padre Gino, tisiologo, combatteva la Tbc nel sanatorio Vialba di Milano, oggi ospedale Sacco. Si considera un tuttologo, al massimo un buon internista, che ha scoperto l’importanza della neurobiologia studiando il microcitoma. «È un tumore polmonare che ha la caratteristica di esordire con sindromi paraneoplastiche, cioè con malattie che non c’entrano nulla col cancro: artrite reumatoide, tiroidite autoimmune, sclerodermia, reumatismo articolare. È una neoplasia che nel 100% dei casi scompare con quattro cicli di chemioterapia. Eppure uccide lo stesso nel giro di sei mesi. Era diventato la mia ossessione: non riuscire a guarire una cosa che sparisce».

Com’è possibile?
«Ci ho scritto 100 lavori scientifici e ci ho messo 30 anni a capirlo: perché il microcitoma ha una struttura neuroendocrina. La massa nel polmone scompare, ma si espande con metastasi ovunque. Ne ho concluso che la medicina non è una vera scienza. Tuttalpiù una scienza in progress».

Diciamo una scienza inesatta.
«L’ho provato sulla mia pelle nel 1950. 
Ero basso di statura, come adesso, e mio padre si preoccupava. 
Eppure le premesse genetiche c’erano tutte: lui piccolo, mia madre piccola. 
Mi portò dal mitico professor Nicola Pende, endocrinologo che aveva pubblicato sei volumi sul timo come organo chiave dell’accrescimento. Pende mi visitò, mi palpò i testicoli e concluse: 
“Questo bambino ha il timo iperplastico, troppo grosso. Bisogna irradiarlo”. 
Se mio padre avesse seguito quel consiglio, sarei morto. 
Questa è la medicina, ragazzi, non illudiamoci».


Torniamo al cervello.
«Sto aspettando di diventare nonno. Il tubo neurale della mia nipotina ha cominciato a svilupparsi dal secondo mese di gravidanza. Alla nascita il cervello non sarà ancora programmato, bensì in fase evolutiva. L’interazione con l’ambiente lo strutturerà. Ora facciamo l’ipotesi che un neonato abbia la cataratta: se non viene operato entro tre mesi, i neuroni specifici della vista non si attivano e quel bimbo non vedrà bene per il resto della vita. Oppure poniamo che la madre sia ansiosa e stressata, il padre ubriacone e manesco: lei capisce bene che i segnali ricevuti dal neonato sono ben diversi da quelli che sarebbero auspicabili. E questo vale fino al terzo anno di vita, quando nasce il linguaggio, che attiva la coscienza del sé, e la persona assume una sua identità. Di questi primi tre anni d’inconsapevolezza non sappiamo nulla, è una memoria implicita, un mondo sommerso al quale nessuno ha accesso, neanche l’interessato, neppure con la psicoanalisi. Ma sono i tre anni che ci fanno muovere».

Allora non è vero che si può «entrare» nel cervello.
«Ai tempi in cui facevo le autopsie, aprivo il cranio e manco sapevo a che cosa servissero i lobi frontali. Li chiamavamo lobi silenti, proprio perché ne ignoravamo la funzione. Molti anni dopo s’è scoperto che sono la sede dell’etica, i direttori d’orchestra di ogni nostra azione».

E graziaddio avete smesso con le lobotomie.
«A quel punto sono addirittura arrivato a fare le diagnosi a distanza. Se mi telefonavano dalla clinica dicendo che un paziente con un tumore polmonare s’era messo d’improvviso a urlare frasi sconce o aveva tentato di violentare la caposala, capivo, dalla perdita del senso etico, che era subentrata una metastasi al lobo frontale destro».

Ippocrate aveva definito il cervello come una ghiandola mammaria.
«Aveva còlto la funzione secretiva di un organo endocrino che non produce solo i neurotrasmettitori cerebrali – la serotonina, la dopamina, le endorfine – ma anche le citochine, cioè la chiave di volta dei tre sistemi che formano il network della vita. Lei sa che cosa sono le citochine?».
Sì e no.
«Sono 4 interferoni, che aiutano le cellule a resistere agli attacchi di virus, batteri, tumori e parassiti, e 39 interleuchine, ognuna con una funzione specifica. Se sono allegro e creativo libero citochine che mi fanno bene, se sono arrabbiato e abulico mi bombardo di citochine flogogene, che producono processi infiammatori. Ecco perché il futuro della medicina è tutto nel cervello. Le faccio un esempio di come il cervello da solo può curare una patologia?».

La ascolto.
«Avevo un paziente affetto da asma, ossessivo nel riferire i sintomi. 
Più gli davo terapie, più peggiorava. Torna dopo tre mesi: “Sono guarito”. Gli dico: senta, non abbassi la guardia, perché dall’asma non si guarisce. “No, no”, risponde lui, “avevo il malocchio e una fattucchiera del mio paese me l’ha tolto infilandomi gli spilloni nel materasso”. La manderei da un esperto in malocchi, replico io. E riesco a spedirlo dallo psichiatra Tullio Gasperoni. Il quale accerta che il paziente era in delirio psicotico. Conclusione: da delirante stava bene, da presunto normale gli tornava l’asma».

Effetto placebo degli spilloni.
«Paragonabile a quello dei finti farmaci. L’effetto placebo arriva a rispondere fino al 60% nel far scomparire un sintomo. Noi medici non possiamo sfruttarlo, altrimenti diventerebbe un inganno. Ma esiste anche l’effetto nocebo».

Esemplifichi.
«Donna di altissimo livello culturale, fumatrice accanita. Il marito, un imprenditore fratello di un noto politico, la tradiva sfrontatamente con una giovane amante. Quando la informai che aveva un tumore polmonare, mi raggelò: “Non m’interessa. L’importante è che lo dica a mio marito”. Cosa che feci, anche in maniera piuttosto teatrale. Lui scoppiò a piangere, lei sfoderò un sorriso trionfale. È evidente che due anni di stress violento avevano provocato nella donna un abbassamento delle difese immunitarie. Almeno morì contenta, sei mesi dopo. Vuole un altro esempio? Una cara amica con bronchiettasie bilaterali. Antibiotici su antibiotici. Qual era il movente? Non andava più d’accordo col marito. Per due anni non la vedo. La cerco al telefono: “Enzo, mi sono separata, vado in chiesa tutte le mattine, sto bene”. L’assetto psichico stabilizzato le ha consentito di ritrovare la salute. Continuo?».

Prego.
«Colf di 55 anni, origine salernitana, tradizionalista. Mai un giorno di malattia. La figlia le dice: “Vado in Inghilterra a fare la cameriera”. Stress di 10 giorni, ginocchio gonfio così. La lastra evidenzia un’artrosi della tibia: non s’era mai attivata, ma al momento del disagio mentale è esplosa. C’è voluto un intervento chirurgico».

Nel libro Il cervello anarchico lei riferisce di sogni premonitori.
«Sì. Viene da me uno psichiatra milanese, forte fumatore, con dolori scheletrici bestiali. Mi racconta d’aver sognato la sua tomba con la data della morte sulla lapide. Lastra e Tac negative. Era un tumore polmonare occulto, con metastasi ossee diffuse. Morì esattamente nel giorno che aveva sognato. Del resto lo psicoanalista Carl Gustav Jung mentre dormiva avvertì un forte colpo alla nuca, dopodiché gli apparve in sogno un amico che gli disse: “Mi sono sparato. Ho lasciato il testamento nel secondo scaffale della libreria”. L’indomani andò a casa dell’amico: s’era suicidato e la busta era nel posto indicato».

I miracoli secondo lei che cosa sono? Eventi soprannaturali o costruzioni del cervello?
«Io sono per un pensiero laico. Credo nella forza della parola. Se noi due ci parliamo, piano piano modifichiamo il nostro assetto biologico, perché la parola è un farmaco, la relazione è un farmaco. Di sicuro credere fa bene. Un gioielliere milanese mi portò la madre, colpita da metastasi epatiche. Potei prescriverle soltanto la morfina per attenuare il dolore. La compagna brasiliana di quest’uomo si chiama Maria di Lourdes e ha una sorella monaca in una congregazione religiosa che nella foresta amazzonica prega a distanza per le guarigioni. Maria di Lourdes telefonò al suo uomo dal Brasile: “Di’ alla mamma che le suore pregheranno per lei all’ora X del giorno X”. Da quel preciso istante la paziente oncologica, che prima urlava per il dolore, non soffrì più».

Come si mantiene in buona salute il cervello?
«Ho un cugino architetto, mio coetaneo, che sembrava un rottame. S’è iscritto all’università della terza età, ha preso passione per la lingua egiziana, tutti i giorni sta cinque ore davanti al computer, ha già tradotto quattro libri in italiano dall’egiziano. È ringiovanito, ha cambiato faccia».
Sappiamo tutto del cervello?
«Nooo! Sul piano anatomico e biologico sappiamo intorno al 70%. Ma sulla coscienza? Qui si apre il mondo. Lei calcoli che ogni anno vengono pubblicati 25.000 lavori scientifici di neurobiologia».
Allora come fa una legge dello Stato a dichiarare morto un organo che per il 30% ci è ignoto e della cui coscienza sappiamo poco, forse nulla?
«Siccome si muove per stimoli elettrici, nel momento in cui l’elettroencefalogramma risulta muto significa che il cervello non è più attivo».

Ma lei che cosa pensa della morte cerebrale?
«Mi fermo… Però ha ragione, ha ragione lei a essere così attento alla dichiarazione di morte. Nello stesso tempo c’è un momento in cui comunque bisogna dichiarare la morte di un individuo dal punto di vista biologico».

Prima del 1975 dichiaravate la morte quando il cuore si fermava, l’alito non appannava più lo specchio, il corpo s’irrigidiva.
«Eh, lo so… La morte cerebrale consente di recuperare gli organi per i trapianti».
Ha mai sperimentato su di sé disagi psichici che hanno influenzato il suo stato di salute?
«Nel 1971 ho sofferto moltissimo per la morte di mia moglie Marisa, uccisa da un linfogranuloma a 33 anni. Devo tutto a lei. Era una pittrice figurativa che andò a studiare negli Stati Uniti appena sedicenne e indossava i jeans quando a Milano non si sapeva manco che esistessero. La malattia cambiò la sua arte. Cominciò a dipingere corpi sfilacciati, cuori gettati sopra le montagne. Fu irradiata in maniera scorretta da un grande radioterapista dell’epoca, per cui nell’ultimo anno di vita rimase paralizzata. Nostro figlio Nicolò, nato nel 1968, l’ho cresciuto io. Marisa mi ha lasciato un modello perfetto: un bambino che riesce a sopportare persino la perdita più straziante solo perché la mamma ha saputo far sviluppare armonicamente il suo cervello nei primi tre anni di vita».

di Stefano Lorenzetto – ILGIORNALE

Enzo Soresi, tisiologo, anatomopatologo, oncologo, già primario di pneumologia al Niguarda di Milano. Nel libro “Il cervello anarchico” racconta casi di persone uccise dallo stress o salvate dallo choc carismatico della fede.

https://www.dionidream.com/dr-soresi-vi-racconto-come-pensiero-puo-farvi-ammalare-guarire/

mercoledì 21 dicembre 2016

Perché è scoppiata la prima guerra mondiale.

Perché è scoppiata la prima guerra mondiale

La Grande Guerra fu un conflitto suicida; portò all’indebolimento dell’Europa e all’ascesa di nuove potenze extra-europee. Quali furono i motivi che portarono il vecchio continente a tornare sul campo di battaglia?

A dirla con le parole del sociologo Gustave Le Bon:

gli esseri umani sono mossi da forze inconsce più che da decisioni consapevoli, 
come fino a quel momento si era creduto” [1]

Centinaia di migliaia di uomini spediti come carne da macello sui diversi fronti europei tra il 1914 e il 1918. Una guerra che diventò presto mondiale, grazie alla partecipazione di potenze emergenti quali Giappone e Stati Uniti.

Per quali motivi scoppiò la prima guerra mondiale? 
Come annotava Stefan Zweig nel suo libro “il mondo di ieri” la situazione generale non lasciava presumere la guerra generale, sebbene negli arti vertici militari si respirasse un clima di sospetto ed ostilità, tuttavia:

"non si temevano ricadute barbariche come le guerre tra i popoli europei, così come non si credeva più alle streghe ed ai fantasmi; i nostri padri erano tenacemente compenetrati dalla fede nella inarrestabili forza conciliatrice della tolleranza" [2]


La corsa alla colonizzazione e le rivalità tra le nazioni europee
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Prima della “Grande guerra” l’Europa aveva vissutogeneralmentein un lungo periodo di pace e prosperità. Le potenze europee invece che battersi in Europa erano corse a spartirsi l’Africa. Se all’inizio dell’800 l’Europa controllava il 35% dell’Africa, nel 1914 tale percentuale era salita all’84% [3]
Una corsa che in realtà non aveva generato una grandissima ricchezza e c’era già chi allora si lamentava dell’inutilità di quelle conquiste. Così Sir Evelyn Baring scrisse al proconsole d’Egitto:
“non si lasci ingannare da quello che sente dire dai militari sull’importanza strategica di quelle zone; se lasciassimo fare a loro insisterebbero per costruire un avamposto sulla Luna contro possibili minacce da Marte” [4]
Una guerra a distanza che aveva però finito col gettare i semi delle future coalizioni; l’Entente cordiale firmato nel 1904 da Inghilterra e Francia in riconoscimento delle rispettive colonie, stabiliva un nuovo legame di amicizia tra due nazioni che fino a poco tempo prima continuavano a guardarsi reciprocamente con diffidenza. Ben presto l’Inghilterra si accordò anche con la Russia, sancendo definitivamente la sua entrata nell’orbita della futura Triplice Intesa.

I Balcani

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La situazione nei Balcani alla vigilia della Grande Guerra
Nei Balcani l’Impero Ottomano era sempre più marginale, sconvolto al suo interno da correnti nazionaliste e riformatrici. Approfittando anche della guerra italo-turca in Libia diverse nazioni si erano liberate definitivamente dalla Sublime porta e miravano a cacciare “il malato d’Europa” dalla penisola balcanica. L’Austria-Ungheria e la Russia guardavano con ambizione verso una futura espansione nell’area, in special modo la prima, la quale già aveva proceduto ad annettere i precedenza territori come la Bosnia. Proprio in questo contesto si sviluppò la miccia che fece deflagrare la prima guerra mondiale. Un conflitto che però senza il sistema di alleanze internazionali avrebbe potuto limitarsi ad una guerra locale.

I rapporti anglo-tedeschi

Secondo la storica Margaret Macmillan la causa principale dello scoppio della guerra mondiale fu l’inversione del tradizionale asse anglo-tedesco [5]. Gli inglesi avevano da sempre sostenuto la Prussia, poi divenuta Germania in seguito all’unificazione tedesca, in funzione anti-francese. Germania e Francia erano in effetti ai ferri corti, così come “tradizione” a causa anche della tremenda sconfitta impartita nel 1870 a Napoleone III e la conquista tedesca delle regioni dell’Alsazia e della Lorena,  sulla quale i nazionalisti francesi avanzavano le proprie rivendicazioni; Per il primo ministro Balfour il problema principale non era la Germania ma quell’Intesa tra Francia e Russia, tanto che come confidò Chamberlain, per un certo periodo la diplomazia inglese valutò la possibilità di entrare nella Triplice Alleanza composta da Germania, impero austro-ungarico ed Italia. Paradossalmente si temeva di più un’improbabile invasione francese sull’isola che la potenza tedesca.
Non è un’idea casuale quella della storica. Invece che porre l’accento sul casus belli provocato dall’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, che determinò la reazione a catena degli ultimatum e lo scenario balcanico, la Macmillan sostiene come fu un piccolo episodio molto precedente a ridurre nel tempo quel ventaglio di opzioni che presto si sarebbero tramutate in un’unica scelta possibile, ovvero la guerra.
Nel 1896 il Kaiser Guglielmo II mandò un dispaccio di congratulazioni al presidente del piccolo stato del Trasvaal che si era difeso vittoriosamente dall’aggressione britannica. Tutti i paesi europei fecero il tifo per quel piccolo paese, generando una solidarietà contro “le vittime degli inglesi”. Come si permetteva il nipote della regina inglese Vittoria di insultare impunemente gli inglesi?
In sé tale fatto non poteva che limitarsi ad un errore diplomatico di percorso facilmente risolvibile. Tuttavia una nuova forza aveva fatto il suo ingresso nel mondo politico ovvero l’opinione pubblica. L’operato di Ministri e sovrani non rispondeva più solamente all’esigenza del contesto diplomatico, ma doveva ora piegarsi alla volontà del popolo (o almeno di una sua parte). Così ben presto un banale incidente finì col generare un’enorme caduta nei rapporti. Nel 1902, ammiraglio della marina britannica arrivò a sostenere che la nuova marina militare tedesca sembrasse progettata su misura per muoverci guerra”. Sui giornali incominciarono a comparire notizie inventate o palesemente false, come quando fu sequestrata una nave tedesca a bordo della quale si sospettava fossero trasportate armi in aiuto ai nemici dell’Inghilterra. In realtà come ebbe a rispondere un cancelliere tedesco: “la cosa più pericolosa che trasportava quella nave era un partita di formaggio svizzero”
Guglielmo II, lamentandosi con la nonna per la piega che stavano prendendo le cose e del primo ministro inglese Lord Salisbury, ottenne per tutta risposta un rimprovero dalla mamma di sua mamma.
Nel tempo fu un susseguirsi di incidenti diplomatici che portarono entrambe le opinioni pubbliche ad un atteggiamento sempre più ostile e cosa più importante erano gli stessi vertici militari ad insospettirsi della controparte. Nel 1910 un romanziere inglese arrivò a scrivere un libro ambientato nel futuro in cui l’Inghilterra veniva invasa da elmetti a punta ed uniformi blu (questo l’equipaggiamento dell’esercito tedesco). A volte come si suol dire le profezie finiscono con l’auto-avverarsi

L’attentato di Sarajevo

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Non è un mistero che l’omicidio da parte di un anarchico dell’erede al trono d’Austria sia stato solo un punto di arrivo. Un casus belli dunque che fornì solamente un pretesto ad un Europa già sul piede di guerra, almeno negli ambienti militari, convinti di poter sconfiggere il nemico con una guerra lampo, dalla breve durata. Un conflitto sanguinoso e disastroso le cui conseguenze non si spensero che dopo la fine della seconda guerra mondiale e la cui origine risale probabilmente in episodi probabilmente banali, si potrebbe dire “tutto in famiglia”. Altro che grandi interessi economici. Allora la politica internazionale poteva essere guidata da incidenti o questioni d’onore e dinastia.
Non va dimenticato in effetti che coloro che presero la decisione fatale erano tra loro cugini o parenti. Guglielmo II, Giorgio V (monarca inglese) e Nicola II erano infatti cugini (l’inglese regina Vittoria discendeva a sua volta da due dinastie tedesche). Se prima della guerra Guglielmo II era stato anche troppo amorevole nel corso della guerra le famiglie si allontanarono tanto che la dinastia dei Gota-Coburgo assunse la denominazione attuale di Windsor, così da rispondere all’opinione pubblica che richiedeva una rottura totale col passato.
Certamente non ci si può illudere di poter trovare un unico motivo per quale scoppiò la prima guerra mondiale. Ci si può chiedere invece quali furono le decisioni che portarono in seguito  le diplomazie ad un binario morto, in cui le relazioni di pace non erano più possibili; ed è qui che la ricerca storica dovrebbe concentrarsi, sia per amore del sapere che poter conoscere, almeno in parte, quei meccanismi sociali che possono portare il mondo alla catastrofe

Articolo di Stefano Borroni

bibliografia
Stefan Zweig, il mondo di ieri [1]
Margaret Macmillan, 1914, come la luce si spense sul mondo di ieri [5]
Paolo Mieli, in guerra con il passato [1] [3] [4]






Amanti della storia
«Rompere le scatole» e altri modi di dire della Grande guerra.
La prima guerra mondiale ha avuto conseguenze fondamentali sulle istituzioni politiche, sulle società contemporanee, sulla mentalità delle persone e, anche, su un elemento che probabilmente non viene spesso preso in considerazione: i modi di dire.

La Grande guerra coinvolse il Regno d’Italia dal maggio 1915 fino al novembre 1918, anno in cui fu firmato l’armistizio di Villa Giusti che pose fine ai combattimenti al fronte. 

Per tutta la durata del conflitto molte espressioni e “neologismi” furono utilizzati dai soldati in trincea, per poi diffondersi in tutta Italia nel linguaggio comune.

Gli esempi sono davvero numerosi: il termine «cecchino», il quale indica generalmente un tiratore scelto, trova la sua origine etimologica nel nome dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, mentre «Caporetto» evocherebbe la disfatta subita dall’esercito italiano nell’autunno del 1917 a vantaggio delle forze austro-tedesche.

La parola «crucco», generalmente utilizzata per definire in modo negativo un soldato tedesco, proviene dalla lingua slovena: Kruh significa pane ed infatti era proprio questo che i soldati sloveni delle armate nemiche supplicavano, una volta catturati dagli italiani.

Altrettanto drammatica è l’origine dell’espressione «rompere le scatole». Si riferisce al comando che veniva impartito ai soldati quando, pochi istanti prima dell’assalto, dovevano sfasciare gli involucri di cartone contenenti i pacchetti di cartucce di munizioni per i fucili. Rompere le scatole equivaleva quindi ad una morte praticamente certa.

In relazione al munizionamento delle armi, nacque anche l’espressione «avere le palle girate»: la pratica di sfilare le pallottole dai bossoli e reinserirle capovolte era molto comune negli eserciti italiano e austro-ungarico. Si trattava di un metodo sbrigativo (e vietato) che aveva come obbiettivo quello di rendere più letale l’attacco.
La pallottola girata, infatti, esponendo il fondello di piombo nudo, non incamiciato dal rame, si espandeva «a fungo» al momento dell’impatto determinando gravi ferite. Produceva un effetto paragonabile a quello delle pallottole «dum dum», inventate alla fine dell’800 dagli inglesi in india e messe fuori legge dalla Convenzione dell’Aia del 1889.

Guglielmo Motta 

M. D’Andrea, Palle girate e altre storie: cose curiose della Grande guerra, Azzurra, 2015.



Cesare Lombroso. Lombroso fu medico antropologo, criminologo e psichiatra italiano, ma soprattutto il fondatore dell’ antropologia criminale. Considerato da molti un genio e da molti, al contrario, un “ciarlatano”. Lombroso mostrava interesse anche oltre la scienza: per i fenomeni medianici e la frequentazione di sedute spiritiche nella Torino post unitaria agitata da conflitti e grandi mutamenti storici e culturali.

LE TEORIE DI CESARE LOMBROSO.
Marco Ezechia (Cesare) Lombroso fu medico antropologo, criminologo e psichiatra italiano, ma soprattutto il fondatore dell’ antropologia criminale. Considerato da molti un genio e da molti, al contrario, un “ciarlatano”. Lombroso mostrava interesse anche oltre la scienza: per i fenomeni medianici e la frequentazione di sedute spiritiche nella Torino post unitaria agitata da conflitti e grandi mutamenti storici e culturali.

Era nato a Verona da famiglia ebrea nel 1835 e negli anni cambierà nome in “Cesare”. Dopo studi umanistici nel 1859 diventò chirurgo dell'esercito.
Mostrò particolare interesse per le malattie mentali e studiò la pellagra e il cretinismo. Fu nominato direttore a Pesaro del locale manicomio e ordinario di medicina legale a Torino, insegnò in diverse università psichiatria e medicina legale. Solo a fine carriera, nel 1906, riuscì a diventare docente del primo corso di antropologia criminale, sempre a Torino.

Sostenne per tutta la sua carriera l'origine biologica del comportamento criminale con teorie basate sulla frenologia e sulla fisiognomica, dottrine dell'Ottocento secondo le quali vi sarebbe una correlazione tra caratteristiche psichiche, tratti del volto e forma del cranio. Grandi mandibole, canini forti, incisivi mediani molto sviluppati, zigomi sporgenti, arcate sopraccigliari prominenti, naso schiacciato e prognatismo erano sintomo, a suo dire, di una qualche devianza. In pratcia il delinquente portava in faccia i segni della sua. Oggi le sue teorie sono definitivamente considerate non corrette.

Tuttavia gli viene riconosciuto il merito di aver aperto la strada a una nuova disciplina scientifica: l'antropologia criminale. Contribuì anche allo studio di diverse patologie mentali. Un museo di antropologia criminale intitolato a Cesare Lombroso è stato aperto a Torino nel 2009, a cent’anni dalla sua morte ed al centro di polemiche circa l'opportunità di esibire dei resti umani.

In immagine: Particolari del Museo Lombroso a Torino.

Antonio A. – Fonte: La Stampa / Corriere della Sera

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