lunedì 26 settembre 2016

La storia del latte versato.. Invece di scrivere i Racconti dell'orrore ......proviamo a scrivere i Racconti dell'errore... In un paese lontano visse un uomo che non sbagliava mai, perché non riconoscendo i propri errori continuava costantemente a ripeterli senza accorgersene...e così la sua vita procedeva senza nessun cambiamento...sempre uguale a se stessa....








"Invece di scrivere i Racconti dell'orrore ......proviamo a scrivere i Racconti dell'errore...

In un paese lontano visse un uomo che non sbagliava mai, perché non riconoscendo i propri errori continuava costantemente a ripeterli senza accorgersene...e così la sua vita procedeva senza nessun cambiamento...sempre uguale a se stessa....Arrivò un giovane straniero e chiese in giro se ci fosse lavoro..e fu consigliato dai paesani di andare a casa dell'Uomo che non sbagliava mai...lui cercava gente per poter finire di coltivare i suoi campi, mungere le mucche e portare le pecore al pascolo...Appena arrivato al giovane fu detto chiaramente che doveva fare tutto secondo quello che diceva il padrone senza sbagliare mai...Altrimenti sarebbe stato cacciato immediatamente, dopo aver ricevuto 100 frustate...Il giovane acconsenti erano giorni che non mangiava e lo stomaco quando brontola ti fa prendere decisioni veloci.....Passarono dei giorni e tutto andò liscio come l'olio, il padrone era soddisfatto e il ragazzo riceveva due monete d'argento a settimana, tre pasti caldi al giorno ed aveva finalmente un tetto dove dormire....Era soddisfatto ma non felice perché non gli era permesso di sbagliare...ed aveva il terrore che prima o poi tutto questo sarebbe accaduto...e tutto quello che aveva guadagnato fino ad allora lo avrebbe perso....Un giorno mentre stava mungendo le vacche, ed aveva il secchio bello pieno di latte appena munto ...scivolò dallo sgabello della mungitura a gambe all'aria...cerco di fermare,senza riuscirci la rovinosa caduta, ma tutto fu inutile...il secchio gli schizzo' dalle mani ,e si rovescio ' facendo cadere tutto il contenuto sulla paglia.....quel latte non si sarebbe più potuto recuperare....La mente del giovane fu attraversata da mille pensieri ..."come avrebbe potuto mai dire al suo padrone di aver sbagliato?" Pensava con angoscia a come avrebbe reagito....alla sua rabbia...e alle cento frustate che lo attendevano, ma ... alla cosa ancora peggiore di tutte: il fatto di dover lasciare la fattoria con tutto il bene di Dio che aveva trovato! 
Passò in quel momento un vecchio che vide il giovane piangere con grossi singhiozzi...e gli chiese cosa fossa successo...allora il ragazzo gli raccontò tutta la storia dell'uomo senza errori e quali sarebbero state le conseguenze per lui per il latte versato a terra a causa della caduta accidentale...E i vecchietto saggio rispose al ragazzo 
" Non devi aver mai piangere sul latte versato .... il giorno dopo la vacca ne produrrà dell'altro e tu la potrai mungere lo stesso riempiendo di latte profumato e caldo il secchio"....Ma il giovane non si rassegnava a all'idea di ciò che avrebbe messo in atto il suo padrone appena fosse stato messo a conoscenza di ciò che gli era accaduto....ed aveva paura, paura non tanto per l'errore commesso in modo del tutto involontario, ma delle conseguenze che questo avrebbe portato e del modo in cui sarebbe stato punito!!!!!..e venne quel momento perché di lì a poco il padrone entrò nella stalla, e i ragazzo senti che le ginocchia gli si piegavano per la paura e del terrore di dover giustificare ciò che era successo!!!! Cosi le sue mani callose per il tanto lavoro e lìvide per l'angoscia si torturavano, stringendo le dita tanto forte da farle scrocchiare!!!!! Il padrone si avvicinò alla mucca e..... vide per terra tutto il latte versato .... Divenne paonazzo in viso, i suoi occhi prima pacifici si trasformarono in due fessure cattive e minacciose come quelle di una serpe, il suo cuore cominciò per la rabbia ad andare a mille sbattendo tanto forte nel petto che sembrava un treno in corsa, il suo petto si ingrosso' come una grancassa per tirare fuori tutta la rabbia che aveva accumulato per colpa di quel servo sciocco che aveva gettato un bel secchio pieno di latte a terra........E mentre un urlo fuoribordo ed agghiacciante gli usciva dalle labbra e le sue braccia si protendevano verso il giovane per acchiapparlo e dargli le cento frustate promesse.....entrò nella stalla una gattina, che al richiamo del profumo del latte si era avvicinata a tutto quel ben di Dio per leccarsene un po' e saziare la sua fame....Ma come l'uomo che non sbagliava mai la vide la sua rabbia centuplico' .....e invece di pensare che così in fondo il latte non sarebbe andato perso...il suo unico pensiero fu " ora questa gatta mi ruba pure il latte versato...maledetta!!! E tanto fece di pensieri negativi e cattivi nella sua mente che in un attimo il suo cuore non resse più allo strazio di vedere tanto spreco e .....cadde a terra come un sacco di patate producendo un tonfo indicibile....perché era pure un omone grosso e corpulento con due braccia che sembravano due tronchi d'albero....Il povero giovane si senti svenire.....mille pensieri si accavallano o sulla sua mente!!! Il padrone era morto lì nella stalla con lui...e tutti lo avrebbero incolpato della sua morte!!!......Intanto la gattina era schizzata fuori ed aveva chiamato a raccolta tutti gli altri gatti affamati e macilenti che vivevano nella campagna.....con tutto quel latte versato c'era da fare un pasto sopraffino per tutti.!!..e avrebbero finalmente soddisfatto la loro fame inappagata da giorni e giorni...I gatti si precipitarono tutti nella stalla : ce n' erano di grandi e piccini, di rossi e di neri, di magrolini e scheletrici, di selvatici e forastici e di domestici e coccoloni, di tigrati e grigi, di striati e tartarugati, di belli e di brutti...insomma sembrava che tutti ma proprio tutti i gatti del mondo si fossero radunati in quel posto per leccare quel buon latte appena munto....Sicché nel giro di pochi minuti la stalla fu completamente pulita e ritornò come prima....nessuno avrebbe potuto supporre ma nemmeno immaginare la storia del latte versato...Il giovane guardava e rifletteva quella bella scena...in fondo è vero che aveva versato il latte a terra, pensava, ma era pur vero che tanti gatti che da giorni non mangiavano da quella situazione se ne erano avvantaggiati e avevano riempito le loro pance vuote!!!! il suo errore si era trasformato in un gesto di solidarietà per qualcun altro!!! A questo pensiero il suo cuore si calmo', la paura scomparve e finalmente si avvicinò all'uomo che non faceva errori e che era a terra morto stecchito a causa della sua stessa rabbia !!!! Chiamò gli altri del paese e con il vecchietto saggio decisero di seppellirlo.....Ma nessuno piangeva della sua morte o se ne disperava, perché troppa gente aveva patito per tutte le volte che gli altri avevano sbagliato e li aveva cacciati via..lasciando uomini e donne a vivere negli stenti...solo per il suo ottuso modo di pensare!!! I paesani decisero che la fattoria sarebbe andata al giovane, perché l'uomo che non sbagliava mai non aveva eredi e poi li aveva liberati da un despota che aveva fatto del male a chi più aveva bisogno...II giovane non stava più nella pelle ...da povero era diventato ricco!!! E ogni giorno avrebbe potuto e per tutta la vita godere di tutto quel ben di Dio che nella fattoria si produceva....Ringrazio ' i compaesani ringraziò il vecchietto che saggiamente lo aveva fatto riflettere e soprattutto ringrazio' i gatti che avevano fatto in modo che il suo errore si fosse trasformato in un beneficio per loro...e gli promise che tutte le sere avrebbero trovato tante ciotole di latte appena munto per loro!!!!"

cit. Patrizia Rossi

Il suicidio come fenomeno sociale. Continuità culturale come fattore protettivo contro i suicidi. La classifica dei paesi del mondo. Girando sul web ho trovato un po’ di link a questo mio articolo preceduti da affermazioni del tipo: “Il freddo e la mancanza di luce provocano un boom di suicidi nei paesi del Nord”. Mi fa piacere che l’articolo venga condiviso, ma ci tengo a precisare per coloro che non hanno il tempo di leggerlo che non è vero che la Norvegia ha un boom di suicidi e che in generale non ci sono prove che i suicidi siano causati da freddo o mancanza di luce. La tesi che l’articolo porta avanti è che mutamenti sociali repentini sono probabilmente causa di incrementi nel tasso di suicidi osservati in numerosi stati.

Suicidi: la classifica dei paesi del mondo.
Preambolo – 13/01/2014: Girando sul web ho trovato un po’ di link a questo mio articolo preceduti da affermazioni del tipo: “Il freddo e la mancanza di luce provocano un boom di suicidi nei paesi del Nord”. Mi fa piacere che l’articolo venga condiviso, ma ci tengo a precisare per coloro che non hanno il tempo di leggerlo che non è vero che la Norvegia ha un boom di suicidi e che in generale non ci sono prove che i suicidi siano causati da freddo o mancanza di luce.
La tesi che l’articolo porta avanti è che mutamenti sociali repentini sono probabilmente causa di incrementi nel tasso di suicidi osservati in numerosi stati.

*****

Ho deciso di scaricarmi i dati sul tasso di suicidi nel mondo per rispondere ad un’osservazione che è quasi un’ossessione da quando mi sono trasferita in Norvegia: “Ah, quello sarà pure un paradiso, ma alla fine lì si ammazzano molto più che in Italia”. Quasi sempre seguita da: “Certo, poveracci, lì è sempre buio”. Ma sarà vero? Al di la’ della banale osservazione che non è sempre buio (anzi, adesso il buio è quasi scomparso), comunque mi interessava dare un’occhiata alla classifica delle nazioni per tasso di suicidi, provando a capire anche il perché in certi stati il tasso è molto più elevato che in altri ...

I dati.
I dati sul tasso nazionale di suicidi vengono raccolti dal WHO, che semplicemente riporta ciò che gli stati stessi gli comunicano. Dunque è possibile qualunque tipo di distorsione dovuta alla non accuratezza del dato riportato, specialmente in termini di sottostima (il suicidio potrebbe non essere dichiarato dalle famiglie allo stato, o non essere riportato dallo stato al WHO, per ragioni culturali, amministrative, religiose, politiche o di qualunque altra natura). In ogni caso, ci troviamo in uno di quei casi in cui non è possibile fare di meglio, dunque dobbiamo accontentarci.

L’Italia e la Norvegia.
E’ vero che il tasso di suicidi in Norvegia è superiore a quello italiano: 11,9 suicidi ogni 100.000 abitanti in Norvegia contro 6,3 in Italia (65esima nella graduatoria mondiale). Non è vero, però, che la Norvegia abbia un tasso così straordinariamente alto, e meno che meno che sia prima in Europa: nella graduatoria mondiale è 37esima, ed in Europa è superata da ben 20 nazioni, in ordine: Lituania (2 in classifica), Slovenia (8), Ungheria (9), Ucraina (12), Russia (13), Croazia (14), Lettonia (15), Moldova (16), Serbia (17), Belgio (18), Finlandia (19), Polonia (23), Estonia (25), Francia (26), Bosnia ed Herzegovina (28), Austria (30), Repubblica Ceca (31), Bulgaria (33), Romania (34) e Svezia (36).

Il podio.
Il primo premio per tasso di suicidi spetta alla Groenlandia, con un tasso incredibilmente alto: ben 108 persone su 100.000, valore che distacca parecchio il secondo posto, della Corea del Sud, con circa 31.7 persone su 100.000. In terza posizione la già citata Lituania, con un tasso di 31.6 abitanti su centomila.


Il freddo e la luce.
Diciamo una volta per tutte che le spiegazioni dovute alla mancanza di luce o al freddo sono un po' troppo semplicistiche per spiegare un fenomeno complesso come il tasso di suicidi. E' vero che le zone vicine al circolo polare artico sembrano toccate in maniera particolare da questo tipo di fenomeno, e i tassi elevati della Groenlandia e (soprattutto nel passato) dei paesi scandinavi, e il tasso altrettanto elevato della popolazione degli Inut, in terra canadese, soprattutto se comparato al tasso di suicidi generale del Canada, hanno suscitato un interessante serie di studi. Tuttavia le connessioni con il freddo sembrano insignificanti, dal momento che per tutti questi paesi i tassi di suicidio ad inizio del secolo erano prossimi a zero, e la temperatura è sempre stata molto rigida. Per quanto riguarda la luce, addirittura, è stato osservato in Groenlandia un incremento di suicidi durante l’estate, la cui giustificazione potrebbe essere l’insonnia causata dal sole notturno (quale causa prossima, mentre la causa remota andrebbe cercata altrove).

L’industrializzazione e i regimi. 
Una variabile che sembra invece ricorrente per molti popoli colpiti da un incremento nel tasso di suicidi è la presenza di un repentino cambiamento sociale che ha scardinato i meccanismi della cultura tradizionale. Osservando gli incrementi nella storia del tasso di suicidi, i primati nel tempo sono toccati a paesi che hanno subito bruschi cambi di regime politico (ad esempio la zona dell’ex-Urss), o a popoli con tradizioni secolari a cui l’industrializzazione ha imposto un radicale cambiamento di stile di vita (come le popolazioni oltre il circolo). In molte di queste zone all’incremento del tasso di suicidi si è aggiunto un alto tasso di consumo di alcool e di stati depressivi.

Il suicidio come fenomeno sociale.
L’anomia. Una teoria interessante sul fenomeno dei suicidi è stata elaborata dal sociologo Emile Durkheim, ed è riproposta nel libro Suicide in Asia, cause and prevention, in cui tra l’altro gli autori Park e Lester analizzano in profondità i dati relativi alla Corea del Sud. Secondo Durkheim i cambiamenti repentini nelle società possono comportare un declino della morale comune, che invece solitamente funge da collante sociale: l’individuo si ritrova in una condizione in cui le proprie norme e i propri valori non sono più rilevanti, ma un nuovo set di norme sociali non è ancora definito. Il legame tra presente, passato e futuro è difficile da individuare, le nuove condizioni sono difficili da controllare e si può sviluppare un forte senso di anomia (mancanza di norme comuni) e di isolamento sociale, soprattutto nella classe adulta e anziana; chi ne è colpito può commettere una grande varietà di azioni distruttive, tra cui il suicidio. Park e Lester presentano molti dati a conferma della validità della teoria della anomia: Yip e Tan (1998) mostrano come il tasso di suicidi in Hong Kong e Singapore nel boom economico degli anni 80 si sia quasi quintuplicato per la classe anziana. Clayer e Czechowicz (1991) mostrano come il tasso di suicidi presso gli Aborigeni sia passato da 10.1 su centomila a 105.3, ma che lo stesso fenomeno non si èverificato per chi ha mantenuto gli stili di vita tradizionali. Risultati analoghi sono mostrati da Chandler anche per i Nativi Americani (il suo ultimo studio ha l’esplicito titolo: “Continuità culturale come fattore protettivo contro i suicidi”).

Il sesso e l’età del suicidio.
In tutti gli stati osservati il tasso di suicidio maschile è estremamente più elevato di quello femminile; genericamente, i maschi si suicidano circa 5 volte di più delle femmine. Per quanto riguarda l’età, nella maggioranza delle nazioni il tasso di suicidi cresce al crescere dell’età, e colpisce soprattutto la classe adulta e anziana. Non è così, invece, in Groenlandia (così come in Finlandia circa 15 anni fa), dove l’emergenza è il suicidio giovanile e adolescenziale; si stima che circa un groenlandese su cinque abbia tentato il suicidio, e il problema si è trasformato recentemente in una vera e propria emergenza sociale, per altro a forte rischio emulazione. Per quanto riguarda i mezzi, stando agli studi nazionali, la Groenlandia spicca per impiccagioni e colpi d’arma da fuoco, mentre la Corea per avvelenamenti e impiccagioni.

Ancora Italia e Norvegia.
Riporta l’Istat che il tasso di suicidi in Italia è uno dei più bassi dei paesi Ocse, e si è persino ridotto negli ultimi 15 anni. La propensione al suicidio è circa tre volte maggiore nella popolazione di sesso maschile che femminile; è maggiore al Nord e minore al Sud, è maggiore per persone con titoli di studio più bassi e cresce al crescere della classe d’età. Per quanto riguarda la Norvegia, il tasso di suicidi ha raggiunto un picco nel 1988, ma da allora ha subito un progressivo decremento. Se qualche incontentabile vuole saperne di più, uno studio di Anders Barstad analizza la connessione tra fenomeni sociali e tasso di suicidi in Norvegia dal 1948 ad oggi. E con questo spero di aver sedato qualunque curiosità sui suicidi in Norvegia.

I dati sui suicidi.
Questo è uno dei casi in cui Wikipedia svolge una funzione d’oro. I dati sui suicidi nei paesi del mondo sono forniti dal WHO, sulla base dei più recenti dati forniti dalle nazioni, con ultimo aggiornamento nel 2011. Tuttavia la pagina inglese di Wikipedia sulla lista di paesi per tasso di suicidi riporta alcuni aggiornamenti con fonte documentata, spesso legata a statistiche ufficiali dei paesi stessi, la cui comunicazione al WHO non è ancora avvenuta. Nei casi dunque in cui le statistiche ufficiali fornivano risultati più aggiornati, ho approfittato del lavoro di documentazione svolto da Wikipedia per correggere le stime.
Fonte: datalamppost.altervista.org


Oms: “Nel mondo, un suicidio ogni 40 secondi. Tragedie evitabili”. 
Quaranta secondi. E’ questo il tempo che scorre tra un suicidio e l’altro, nel mondo.
A darne notizia è l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nelle scorse ore ha diffuso un rapporto, relativo al 2012, basato su 172 Paesi. La media dei suicidi è terrificante, soprattutto a fronte delle possibilità di evitarli. “Ogni suicidio è una tragedia”, ha dichiarato il direttore generale dell’Oms, Margaret Chan, secondo cui “più di 800.000 persone muoiano per suicidio ogni anno e che per ogni morte in precedenza c’erano stati diversi tentativi.

Il paese con il più alto tasso di suicidi è, secondo l’Oms, la Guyana (44,2 ogni 100,000 abitanti), seguita dalla Corea del nord e del sud (38,5 e 28,9), e da Sri Lanka (28,8), Lituania (28,2), Suriname (27,8), Mozambico (27,4), Nepal e Tanzania (24,9), Burundi (23,1), India (21,1) e Sud Sudan (19,8). Seguono Russia e Uganda (19,5), Ungheria (19,1), Giappone (18,5) e Bielorussia (18,3). In Italia, invece, si uccidono sei personeogni 100.000 abitanti.

Contrariamente a questo si potrebbe credere, i Paesi con reddito più alto presentano una media di suicidi più alta: il 90% dei casi, inoltre, è causato dalla depressione. Più bassi i rischi nei paesi più poveri, che però, essendo più popolosi, rappresentano i tre quarti del totale.

Secondo il report, inoltre, i metodi maggiormente preferiti sono l’avvelenamento con pesticidi e l’impiccagione. Nelle aree urbane dell’Asia, però, è molto diffuso il lancio dai grattacieli. Ora, a fronte di tali dati, l’Oms si è posta l’obiettivo di ridurre i suicidi del 10% entro il 2020.

Pubblicato da Catherine 

sabato 24 settembre 2016

La realtà e la sua immagine.




La realtà e la sua immagine

“Questa non è una pipa”, scriveva René Magritte sotto l’immagine molto realistica di una pipa. E dal 1928 ci continuiamo a domandare: “Ma allora cos’è?”.
mondo-magritte
Ed è lo stesso Magritte a suggerire la risposta: “La famosa pipa…? Sono stato rimproverato abbastanza in merito. Tuttavia la si può riempire? No, non è vero, è solo una rappresentazione: se avessi scritto sotto il mio quadro: ‘Questa è una pipa’, avrei mentito”.
A questo punto i miei alunni puntualmente annuiscono come a dire: “Vabbé, è logico…”. Difficile cogliere la potenza della verità rivelata dalla banale affermazione di Magritte. È la stessa potenza delle parole di quel bambino che svela al mondo che l’imperatore è nudo.
mondo-magritte2
Il fatto dirompente è che, dopo migliaia di anni in cui si era dato per scontato cheun’immagine fosse un’imitazione della realtà, per la prima volta il mondo e la sua rappresentazione si separano recuperando la propria autonomia.
Dunque, quella di Magritte, non è una pipa, ma la rappresentazione di una pipa.
L’atto di raffigurare qualcosa diventa, così, un modo per creare un’altra realtà, un mondo parallelo dove può avvenire tutto tranne ciò che succede nel mondo reale (per esempio, che per strada sia notte e in cielo pieno giorno!).
mondo-magritte3
È chiaro che ogni rappresentazione, per il semplice fatto di raffigurare un mondo tridimensionale su un piano bidimensionale e in scala ridotta, è già “altro” rispetto alla realtà. Ma il tentativo degli artisti era sempre stato quello di approssimarsi il più possibile al dato reale.
Solo con il Cubismo ci si comincia a rendere conto dell’impossibilità fisica di questo approccio e, tutto sommato, della sua inadeguatezza.
A questo proposito si racconta che un giorno un uomo abbia criticato Picassoper la sua arte poco realistica. Allora l’artista gli chiese: “Mi può mostrare dell’arte realistica?” L’uomo gli mostrò la foto della moglie. Picasso osservò: “Quindi sua moglie è alta cinque centimetri, bidimensionale, senza braccia né gambe, e senza colori tranne  sfumature di grigio?”
mondo-picasso
Anche quei movimenti artistici, come l’Impressionismo, che hanno cercato dicatturare la realtà esattamente come appare, anche se in modo fugace, ne hanno comunque restituito delle immagini molto soggettive e quasi irriconoscibili…
Vi sembra realistica, in questo collage, la rappresentazione dell’acqua fatta da Claude Monet?
mondo-monet
Ma cosa tendono a modificare gli artisti quando ritraggono qualcosa di reale? È una domanda molto interessante e la sua risposta può dare luogo a ricerche di grande spessore didattico.
Il progetto Geocoded Art è nato proprio con questo obiettivo: cercare i luoghi rappresentati nei dipinti e confrontarli con quelli reali. Perché il mondo visto dagli artisti ha comunque qualcosa di speciale…
mondo-geocoded
Si può arrivare addirittura a sovrapporre dipinto e ambiente (per scoprire quanto sono peggiorati tanti luoghi…).
mondo-londra
Pensate che tutti questi fotomontaggi (realizzati da Halley Docherty) sono stati creati usando Google Street View!
mondo-quadri
Sovrapporre quadri e paesaggi può permettere anche di scoprire i “trucchi” usati dagli artisti per rendere più suggestivi gli scorci urbani.
dipinti di Canaletto, ad esempio, non sono quasi mai sovrapponibili agli spazi raffigurati. Il grande vedutista, infatti, per dare respiro e maestosità alle sue scene veneziane, usava sollevare il punto di vista e creare delle visioni grandangolaridegli spazi.
mondo-canaletto
Diverso è il caso dei pittori espressionisti che trasfigurano volutamente la realtà per riversarvi il proprio mondo interiore.
Van Gogh, ad esempio, trasforma in sogni o in allucinazioni anche degli scorci piuttosto ordinari.
mondo-vangogh
Al contrario, Escher recupera una minuziosa osservazione della realtà e la restituisce nei suoi splendidi disegni. Da questo punto di vista è la precisione delle sue incisioni nel sud Italia è davvero straordinaria.
Tanto puntuale quanto surreale è il risultato finale per via di quel bianco e nero così astratto.
mondo-escher
Quello di sovrapporre realtà e immagini è una sorta di gioco per Ben Heine, artista visivo che mescola abilmente disegno e fotografia creando situazioni ambigue e divertenti.
Credo che a Magritte sarebbero piaciute!
mondo-heine
Eisen Bernard Bernardo ha sovrapposto, invece, le copertine delle riviste ad alcuni famosi dipinti. Il suo progetto Mag + Art in effetti non confronta realtà e immagini ma fa dialogare due diverse rappresentazioni del mondo.
Siamo sempre in tema, quindi.
mondo-bernardo
Quello dell’arte, dunque, è un universo astratto, non concreto, un mondo sempre e comunque immaginario. Una finestra sull’idea che l’uomo si è fatto del mondo, ma non direttamente sul mondo dove ha vissuto.
“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”, diceva Paul Klee. Ed anche se la sua pittura è completamente diversa da quella di Magritte, il messaggio è simile.
Solo la realtà è davvero realistica. Allora è inutile cercare di rappresentarla in modo fedele, iperrealistico: meglio lavorare sull’essenziale, quello “invisibile agli occhi” come diceva – non un pittore stavolta – ma il Piccolo Principe!

http://www.didatticarte.it/Blog/?p=3345

Ana Maria Sepe. Attenti al linguaggio che usate con voi stessi, l’inconscio ascolta. Ogni nostra decisione, ogni stato d’animo, ogni malattia, ogni comportamento, ogni cambiamento fisiologico ecc. ha origine grazie alla comunicazione che abbiamo continuamente con noi stessi. Se ci rivolgiamo a noi stessi con un linguaggio debilitante, il risultato sarà un comportamento debilitante e se ci rivolgiamo a noi stessi con un messaggio di potere e di possibilità il nostro comportamento ci darà un risultato di potere e di successo. Rivolgersi a se stessi con parole tipo: io sono un fallito, che sbadato che sono, io sono una persona negativa, io sono sfortunato, io sono stressato, capitano tutte a me, non ce la farò mai, sono un incapace, che stupido che sono ecc. significa gettare il seme di un malessere inconscio.

Attenti al linguaggio che usate con voi stessi, l’inconscio ascolta
Ana Maria Sepe 

Ogni nostra decisione, ogni stato d’animo, ogni malattia, ogni comportamento, ogni cambiamento fisiologico ecc. ha origine grazie alla comunicazione che abbiamo continuamente con noi stessi. Se ci rivolgiamo a noi stessi con un linguaggio debilitante, il risultato sarà un comportamento debilitante e se ci rivolgiamo a noi stessi con un messaggio di potere e di possibilità il nostro comportamento ci darà un risultato di potere e di successo.

Rivolgersi a se stessi con parole tipo: io sono un fallito, che sbadato che sono, io sono una persona negativa, io sono sfortunato, io sono stressato, capitano tutte a me, non ce la farò mai, sono un incapace, che stupido che sono ecc. significa gettare il seme di un malessere inconscio.

Il potere del linguaggio.
Le parole, dette o pensate, hanno un immenso potere: possono esprimere fiducia, orgoglio, passione, gioia.. ma possono anche ferire, giudicare, bloccare, scoraggiare. Quando parole con queste connotazioni arrivano dagli altri, è più semplice comprenderne l’impatto negativo sul nostro umore. Siamo invece meno propensi ad analizzare le parole che rivolgiamo a noi stessi, che hanno un impatto ancor maggiore.


Le parole che fanno male all’inconscio e ci complicano la vita

1) Parole forti
Ci sono situazioni che prevedono l’impiego di termini forti quali “devastante”, “terribile”, “raccapricciante”, “spaventoso”…. il problema è che queste parole estreme vengono impiegate comunemente nel linguaggio di alcune persone per dare valore aggiunto a un’emozione o un’esperienza che nella realtà dei fatti potrebbe essere stata solo fastidiosa. Prestate attenzione a non abusare di questi termini perché, anche in questo caso, l’inconscio ascolta.

Cosa fare: pesate bene le parole prima di aprir bocca. Sembra scontato ma non lo è, imparate a usare una certa oggettività, anche se la cosa vi riguarda e vi ha scottato. Attenzione a non amplificare le emozioni enfatizzandone fino all’estremo nella descrizione verbale.

2) Parole “tutto o niente”
“La vita non è solo bianco e nero, è anche Oro”. Recitava così un vecchia pubblicità (J’Adore, della casa di moda Christian Dior), probabilmente è stata l’unica volta in cui uno spot televisivo ha detto la verità; infatti, la vita è fatta di tante sfumature e colori… purtroppo le parole “tutto o niente” ignorano questo concetto e lanciano segnali sbagliati al nostro inconscio. L’inconscio che fa? Incamera e diventa estremo.

Cosa fare: sostituire le parole quali “sempre”, “mai”, “assoluto”, “completo”, “eterno”, “zero”, “niente”, “tutto”… Alcuni esempi: “è tutto sbagliato” oppure “va a finire sempre così..”. Queste parole vanno sostituite sì nel linguaggio quotidiano ma soprattutto nei processi di pensiero.

3) Parole giudicanti
Non parlo di pregiudizi sociali ma delle etichette che tendiamo ad affibbiarci ogni giorno. “Sono uno stupido” o ancora “fallito”, “incapace”, “sbagliato”, “mostro”…. Queste parole esprimono un giudizio assolutistico sulla persona e spesso vanno proiettati all’esterno nel peggiore dei modi. Possono addirittura causare ansia.

Cosa fare: evitate di indossare abiti così pesanti. Se proprio non potete fare a meno di offendervi non fatelo in modo assolutistico. Riflettete e, al posto del classico “sono stupida” usate formule tipo “in questa circostanza non sono stata scaltra, avrei potuto agire in modo diverso…”. Analizzate il vostro atteggiamento senza escludere il contesto in cui si è svolto il tutto.

3) Parole “Ordini e imposizioni”
Quotidianamente ci bombardiamo di ordini e imposizioni: devo dimagrire, devo studiare, devo, devo, devo…. tutte le parole che denotano un ordine come “devo” “bisogna” “è obbligatorio”…. innescano ansia, stress e senso di colpa. Qualora il “devo” dovesse risultare incompiuto, potrebbero insorgere forti frustrazioni.

Cosa fare: sostituire il “devo” con “posso”. Anche nel routine di pensiero quotidiano, ripetersi “posso studiare” al posto di “devo studiare”, può fare una grossa differenza.

4) Parole che sottosimano
Altra spina nel fianco del linguaggio quotidiano sono le parole che ci sottostimano, o meglio, che ci vittimizzano. Sono demoralizzanti e hanno l’abilità di minare sensibilmente l’autostima. Chi abusa di queste parole può entrare in un meccanismo di apatia fino a sentirsi sollevato dalle responsabilità o perdere il coraggio di affrontare le difficoltà.

Cosa fare: sostituire le espressioni come debole, impossibile, esausto, inutile, non posso, vulnerabile, incapace. Si tratta di vocaboli demotivanti, valgono gli stessi consigli visti per le “Parole giudicanti”.



Il linguaggio delle persone di successo
Curare il proprio linguaggio è un requisito fondamentale per condurre una vita migliore. Gli uomini di successo hanno un linguaggio diverso, non usano affermazioni fallimentari perché sono consapevoli del potere che le parole hanno su di loro. Una parola ripetuta continuamente forgia il nostro carattere e di conseguenza la nostra personalità. Le parole possono creare la salute e la malattia.

Siate gentili con voi stessi, nessuno può esserlo meglio di voi. Rivolgendovi a voi stessi continuamente con espressioni di potere quali: sono meraviglioso, tutti mi vogliono bene, sono bravissimo nel mio lavoro, sono una persona amorevole, sono pieno di risorse e capacità, sto benissimo ecc. vi renderete conto che, pian piano, il malessere viene rimosso per lasciare il posto a un benessere senza precedenti e a un potere senza limiti.

http://psicoadvisor.com/attenti-al-linguaggio-che-usate-con-voi-stessi-linconscio-ascolta-405.html

venerdì 23 settembre 2016

Franz Kafka. Il Castello.

FRANZ KAFKA, IL CASTELLO

TESTO INTEGRALE - TRADUZIONE DI CLARA MORENA
1 • ARRIVO

Era sera tarda quando K. arrivò. Il paese era sprofondato nella neve. Il colle non si vedeva, nebbia e tenebre lo circondavano, non il più debole chiarore rivelava il grande castello. K. sostò a lungo sul ponte di legno che dalla strada maestra conduceva al paese e guardò su nel vuoto apparente.
Poi andò a cercare un alloggio per la notte; alla locanda erano ancora svegli, l'oste non aveva stanze libere ma, assai stupito e sconcertato da quel cliente tardivo, offrì di farlo dormire nella sala su un pagliericcio. K. fu d'accordo. Alcuni contadini sedevano ancora davanti alla loro birra, ma egli non volle parlare con nessuno, andò a prendersi da solo il pagliericcio in solaio e si coricò vicino alla stufa. Faceva caldo, i contadini erano silenziosi, egli li osservò ancora un poco con gli occhi stanchi, poi si addormentò.
Ma non passò molto che fu svegliato. Un giovane in abito cittadino con un viso da attore, occhi sottili, sopracciglia folte, stava accanto a lui insieme all'oste. I contadini erano ancora lì, alcuni avevano girato la sedia per vedere e udire meglio. Il giovane si scusò molto gentilmente di aver svegliato K., si presentò come figlio del custode del castello, poi disse: «Questo paese appartiene al castello, chi vi abita o pernotta in certo modo abita e pernotta nel
castello. Nessuno può farlo senza il permesso del conte. Ma lei questo permesso non ce l'ha, o almeno non l'ha esibito».
K., che si era levato a sedere, si ravviò i capelli, guardò i due dal basso in alto e disse: «In che paese mi sono perso? C'è un castello qui?».
«Certo», disse lentamente il giovane, mentre qualcuno, qua e là, scuoteva la testa all'indirizzo di K., «il castello del conte Westwest».
«E ci vuole il permesso per passare qui la notte?», chiese K. come per convincersi di non aver magari sognato quello che gli era appena stato detto.
«Ci vuole il permesso», fu la risposta, e c'era molta presa in giro nei confronti di K. nel modo in cui il giovane tendendo il braccio chiese all'oste e ai clienti: «O forse non ci vuole il permesso?».
«Quand'è così dovrò procurarmelo», disse K. sbadigliando, e scostò la coperta come per alzarsi.
«Già, ma da chi?», chiese il giovane.
«Dal signor conte», disse K., «non resta altro da fare».
«Adesso, a mezzanotte, andare dal conte a chiedere il permesso?», esclamò il giovane facendo un passo indietro.
«Non si può?», chiese K. con calma. «Allora perché mi ha svegliato?».
Questa volta però il giovane perse il controllo. «Che modi da vagabondo!», esclamò. «Esigo rispetto per le autorità comitali! L'ho svegliata per comunicarle che deve lasciare immediatamente il territorio del conte».
«Finiamola con questa commedia», disse K. con voce stranamente bassa, si coricò e si tirò addosso la coperta. «Lei sta un po' esagerando, giovanotto, e domani riparleremo del suo comportamento. L'oste e quei signori sono testimoni, se di testimoni ho bisogno. Ma sappia intanto che sono l'agrimensore fatto venire dal signor conte. I miei aiutanti mi raggiungeranno domani in carrozza con gli strumenti. Io non ho voluto rinunciare a una passeggiata nella neve, ma purtroppo ho sbagliato strada più volte, e per questo sono arrivato così tardi. Che fosse troppo tardi per presentarmi al castello lo sapevo già da me senza che lei me lo insegnasse. Ecco perché mi sono accontentato di questa sistemazione per la notte, dove lei ha avuto la scortesia - per non dir peggio - di venirmi a disturbare. Con ciò considero esaurite le mie spiegazioni. Buona notte, signori». E K. si voltò verso la stufa. «Agrimensore?», chiese ancora alle sue spalle una voce esitante, poi fu completo silenzio. Ma il giovane si riprese presto e disse all'oste, in tono abbastanza smorzato da parere riguardoso del sonno di K. e abbastanza forte da essere da lui udito: «Mi informerò per telefono». Come, c'era anche un telefono in quella locanda di paese? Il particolare stupì K. che però si era aspettato l'insieme. Erano organizzati proprio bene. L'apparecchio risultò installato quasi sopra la sua testa, assonnato com'era egli non l'aveva notato. Se ora il giovane doveva telefonare, con tutta la buona volontà non poteva evitare di disturbare il sonno di K., si trattava solo di vedere se K. gli avrebbe consentito di telefonare: K. decise di lasciarlo fare. Ma allora non aveva alcun senso fingere di dormire, perciò si rimise in posizione supina. Vide i contadini fare timidamente capannello e consultarsi, l'arrivo di un agrimensore non era cosa da poco. La porta della cucina si era aperta, l'ostruiva la figura possente dell'ostessa; l'oste le si avvicinò in punta dei piedi per informarla di quanto accadeva. Poi cominciò la conversazione al telefono. Il custode dormiva ma c'era un sottocustode, uno dei sottocustodi, un certo signor Fritz. Il giovane, che si presentò come Schwarzer, raccontò di come avesse trovato K., un uomo sulla trentina, conciato come un pezzente, tranquillamente addormentato su un pagliericcio, con un piccolissimo zaino per cuscino e un nodoso bastone a portata di mano. Naturalmente gli era parso sospetto, e poiché era evidente che l'oste aveva trascurato il suo dovere, si era incaricato lui, Schwarzer, di andare in fondo alla cosa. K. si era molto seccato. Svegliato, interrogato, debitamente minacciato di espulsione dalla contea, K. aveva preso male la cosa, e forse a ragione, come si era infine capito, poiché affermava di essere un agrimensore fatto venire dal signor conte. Naturalmente il dovere esigeva che si verificasse, non fosse che per la forma, la fondatezza di quell'affermazione, pertanto Schwarzer pregava il signor Fritz d'informarsi presso l'ufficio centrale se veramente era atteso un tale agrimensore e di telefonare subito la risposta.
Poi ci fu un silenzio, all'altro capo Fritz era andato a informarsi e qui si aspettava la risposta. K. rimase com'era, non si voltò neppure, non si mostrò affatto curioso, guardava dinnanzi a sé. Il racconto di Schwarzer, nella sua mescolanza di malignità e cautela, gli dava un'idea della formazione in certo modo diplomatica di cui lassù al castello disponevano anche personaggi minori come Schwarzer. E lavoravano sodo, anche; l'ufficio centrale aveva un turno di notte. E questo evidentemente rispondeva con rapidità, poiché Fritz già richiamava. Ciò che riferì fu però molto breve, visto che Schwarzer buttò subito giù il ricevitore, furibondo: «L'avevo detto io!», esclamò. «Altro che agrimensore! Un volgare impostore, un vagabondo, magari anche di peggio». Per un istante K. pensò che tutti, Schwarzer, i contadini, l'oste e l'ostessa si sarebbero precipitati su di lui. Per schivare almeno il primo assalto si rannicchiò tutto sotto le coperte. A quel punto il telefono squillò di nuovo, e particolarmente forte, così sembrò a K. Pian piano egli rimise fuori la testa. Sebbene fosse improbabile che la chiamata riguardasse ancora K., tutti si bloccarono e Schwarzer tornò all'apparecchio. Ascoltò una spiegazione piuttosto lunga, poi disse sottovoce: «Un errore, quindi? Molto seccante per me. Ha telefonato il capufficio in persona? Strano, strano. Come lo spiego adesso al signor agrimensore?».
K. tese l'orecchio. Dunque il castello lo aveva nominato agrimensore. Da una parte questo era un male per lui, perché dimostrava che al castello sapevano di lui tutto il necessario, che avevano soppesato il rapporto di forze e che accettavano la lotta sorridendo. Ma dall'altra era anche un bene perché a suo avviso provava che lo sottovalutavano e che egli avrebbe avuto più libertà di quanto gli fosse stato lecito sperare a tutta prima. E se con questo riconoscimento della sua qualifica di agrimensore - che certo li poneva moralmente al di sopra di lui - credevano di poterlo mantenere in uno stato di continuo timore, si sbagliavano; un lieve brivido lo percorse, ma fu tutto.
A Schwarzer che gli si stava timidamente avvicinando K. fece gesto di andarsene; rifiutò l'insistente invito a trasferirsi nella stanza dell'oste, accettò da questi solo una bevanda per conciliare il sonno e dall'ostessa un catino con sapone e asciugamano, e non dovette nemmeno chiedere che sgomberassero la sala, perché tutti si accalcavano all'uscita voltando la faccia dall'altra parte per non essere riconosciuti da lui l'indomani. La lampada fu spenta e finalmente egli ebbe pace. Dormì profondamente fino al mattino, appena disturbato un paio di volte dalle scorribande dei topi.
Dopo la colazione che secondo l'oste doveva essere pagata dal castello, come del resto tutti i suoi pasti, K. volle recarsi subito in paese. Ma poiché l'oste, con il quale aveva scambiato solo le parole necessarie, memore del comportamento da lui tenuto la sera innanzi, non smetteva di girargli intorno in atto di muta supplica, ebbe compassione di lui e lo fece sedere un momento accanto a sé.
«Non conosco ancora il conte», disse K., «pare che un buon lavoro lo paghi bene, vero? Se già uno si mette in viaggio lasciando moglie e figlio, come ho fatto io, vuol pure tornare con qualcosa in tasca».
«Se è per questo il signore non ha da preoccuparsi, nessuno si lamenta di essere mal pagato». «Be'», disse K., «io non mi ritengo un timido e so dire come la penso anche a un conte, ma certo con i signori è molto meglio trovare un accordo pacifico».
L'oste sedeva di fronte a K. sul bordo del davanzale della finestra, più comodo non osava mettersi, e non staccava da lui i grandi occhi bruni spauriti. Dapprima si era avvicinato a K., ora sembrava avere una gran voglia di svignarsela. Temeva che gli venissero rivolte domande a proposito del conte? Temeva che di quel «signore», che tale egli riteneva K., non ci fosse da fidarsi? Bisognava distoglierlo da questi pensieri. K. guardò l'orologio e disse: «Fra poco arriveranno i miei aiutanti, puoi alloggiarli qui?».
«Certo, signore», disse l'oste, «ma non abiteranno con te al castello?».
Com'era pronto a rinunciare a dei clienti, e a K. in particolare, che spediva senz'altro al castello.
«Non è ancora certo», disse K., «prima devo vedere che lavoro mi riservano. Dovessi lavorare giù in paese, per esempio, sarebbe più sensato alloggiare qui. Temo poi che la vita su al castello non faccia per me. Voglio conservare la mia libertà, io».
«Non conosci il castello?», disse l'oste a voce bassa.
«Certo», disse K., «non bisogna dare giudizi affrettati. Per ora del castello so soltanto che quanto a scelta di un agrimensore capace se ne intendono. Può darsi che abbiano altre qualità». E si alzò per liberare della sua presenza l'oste che si mordeva nervosamente le labbra. Non era certo facile conquistare la fiducia di quell'uomo.
Nell'andarsene K. notò appeso alla parete uno scuro ritratto in una cornice scura. L'aveva già visto quando era coricato, ma non distinguendo da lontano i particolari aveva pensato che l'immagine fosse stata rimossa e al suo posto si vedesse solo un fondo nero. Invece era proprio un ritratto, come ora poteva notare, il ritratto a mezzo busto di un uomo sui cinquant'anni. Il capo era reclinato sul petto, tanto che gli occhi s'intravvedevano appena, e questo atteggiamento pareva imposto dalla fronte alta, pesante e dal gran naso adunco. La barba, che in quella posizione risultava schiacciata sul mento, più in giù si risollevava. La mano sinistra era infilata con le dita allargate nei peli folti, ma non riusciva più a sollevare la testa. «Chi è?», chiese K. «Il conte?». K. era fermo davanti al quadro e non si voltò nemmeno a guardare l'oste. «No», disse l'oste, «il custode». «Bel custode hanno al castello, davvero», disse K., «peccato che il figlio sia riuscito così male». «No», disse l'oste, tirò a sé K. e gli sussurrò all'orecchio: «Schwarzer ha esagerato ieri, suo padre è soltanto un sottocustode, anzi, uno degli ultimi». In quel momento l'oste sembrò a K. un bambino. «Che furfante!», disse K. ridendo; ma l'oste non rise, disse: «Anche suo padre è potente». «Ma va'!», disse K., «per te sono tutti potenti. Anch'io, magari». «Tu no», disse l'oste timidamente ma con serietà, «per me tu non sei potente». «Sei un ottimo osservatore, allora», disse K., «perché, detto in confidenza, potente non lo sono davvero. E quindi probabilmente non ho meno rispetto di te per i potenti, solo che sono meno sincero e non sempre voglio confessarlo». E K. diede un buffetto sulla guancia all'oste per consolarlo e cattivarsi la sua simpatia. L'oste abbozzò finalmente un sorriso. Era davvero un ragazzo, con quel viso morbido, quasi imberbe. Com'era potuto finire con quella matura donnona che da un finestrino lì accanto si vedeva trafficare in cucina, con i gomiti sollevati dal corpo? Ma ora K. non voleva insistere con le domande, per paura di far sparire il sorriso che finalmente gli aveva strappato. Si limitò quindi a fargli cenno di aprirgli la porta e uscì nella bella mattinata invernale.
Ora vedeva, là in alto, il castello ben stagliato nell'aria limpida e messo ancor più in risalto dalla neve che, depositata in strato sottile, ne delineava le forme. Sembrava d'altronde che sul colle ci fosse molta meno neve che lì in paese, dove K. avanzava non meno faticosamente del giorno prima, sulla strada maestra. Qui la neve arrivava alle finestre delle casupole e poco sopra gravava sui bassi tetti, ma lassù sul colle tutto s'innalzava libero e leggero, o almeno questa era l'impressione che se ne aveva dal paese.
Nell'insieme il castello corrispondeva, visto da lontano, alle aspettative di K. Non era né una vecchia fortezza né una residenza sontuosa d'epoca recente, ma una vasta costruzione composta da pochi edifici a due piani e da molti, invece, bassi e serrati l'uno all'altro; se non si fosse saputo che era un castello, lo si sarebbe potuto prendere per un borgo. K. vide solo una torre, ma non si distingueva se appartenesse a una casa o a una chiesa. Stormi di corvi le volavano attorno.
K. proseguì il cammino con gli occhi rivolti al castello, senza badare ad altro. Ma avvicinandosi rimase deluso, il castello non era che un misero paese, un insieme di casupole senza nessuna caratteristica tranne quella, forse, di essere tutte costruite in pietra; ma l'intonaco si era staccato da un pezzo e la pietra pareva sgretolarsi. K. ebbe un ricordo fuggevole del suo paese natale; non aveva molto da invidiare a quel cosiddetto castello. Se K. fosse venuto fin lì solo per vederlo, il lungo viaggio sarebbe stato fatica sprecata e avrebbe fatto meglio a tornare ancora una volta al suo vecchio paese che da tanto tempo non aveva più rivisto.
E mentalmente ne confrontò il campanile con quella torre lassù. Il campanile si ergeva senza esitazioni, rastremato in alto, fino a un largo tetto coperto di tegole rosse, un edificio terreno, certo - che altro potremmo edificare noi? - ma con una meta più elevata rispetto all'amalgama di case basse e con un'espressione più luminosa di quella dell'opaca giornata di lavoro. Questa torre - era l'unica che si vedesse -, chiaramente la torre di un'abitazione, forse del corpo principale del castello, era una costruzione tonda e uniforme, in parte pietosamente ricoperta dall'edera, con piccole finestre che ora luccicavano al sole - tutto questo aveva un che di folle - e terminava in una specie di terrazza, i cui merli, incerti, irregolari, diroccati, come disegnati da mano infantile timorosa o trasandata, si stagliavano contro il cielo azzurro. Era come se un tetro abitante costretto per giuste ragioni a restarsene chiuso nella stanza più remota della casa, avesse sfondato il tetto e fosse sorto per mostrarsi al mondo.
K. si arrestò di nuovo, come se stando fermo potesse giudicare meglio. Ma fu disturbato. Dietro la chiesa del paese presso la quale si era fermato - in realtà non era che una cappella, ampliata a forma di granaio per poter accogliere i fedeli - c'era la scuola. Era un edificio basso e lungo, che univa curiosamente il carattere del provvisorio e del molto vecchio, situato in fondo a un giardino cinto da una cancellata, che adesso era solo un campo di neve. I bambini uscivano in quel momento con il maestro. Lo attorniavano in gruppo compatto, tutti gli occhi erano puntati su di lui, le loro chiacchiere s'incrociavano senza posa, parlavano così in fretta che K. non capiva nulla. Il maestro, un giovane di bassa statura, stretto di spalle, con un portamento eretto, ma non tanto da essere ridicolo, aveva adocchiato K. già da lontano; del resto, a parte il suo gruppo, K. era l'unica persona in vista. Come forestiero K. salutò per primo, tanto più che quell'ometto aveva un piglio molto autoritario. «Buon giorno, signor maestro», disse. Di colpo i bambini ammutolirono, quell'improvviso silenzio che introduceva le sue parole dovette certo piacere al maestro. «State visitando il castello?», chiese con più dolcezza di quanto K. si aspettasse, ma con un tono che suonava di disapprovazione. «Sì», disse K., «vengo da fuori, sono arrivato soltanto ieri sera». «Non vi piace il castello?», chiese in fretta il maestro. «Come?», chiese di rimando K. piuttosto sconcertato, e ripeté la domanda in forma più blanda: «Se mi piace il castello? Che cosa vi fa pensare che non mi piaccia?». «Non piace a nessun forestiero», disse il maestro. Per non dire nulla che potesse riuscire sgradito, K. cambiò discorso e chiese: «Lei conosce di certo il conte?». «No», disse il maestro e fece per andarsene. Ma K. non si arrese e tornò a chiedere: «Come? Non conosce il conte?». «Come vuole che lo conosca?», disse piano
il maestro e a voce alta aggiunse in francese: «Badi a come parla in presenza di bambini innocenti». A quel punto K. si sentì autorizzato a chiedere: «Potrei venirla a trovare, signor maestro? Mi tratterrò qui per un certo tempo e già mi sento un po' solo; il mio posto non è fra i contadini e certo nemmeno al castello». «Tra i contadini e il castello non fa grande differenza», disse il maestro. «Può darsi», disse K., «ma questo non cambia la mia situazione. Potrei venirla a trovare?». «Io sto nella casa del macellaio, in via del Cigno». Era più un'informazione che un invito, tuttavia K. disse: «Bene, verrò». Il maestro fece un cenno con il capo e si avviò con il gruppo di bambini che ripresero subito a gridare. Sparirono presto in un vicolo che scendeva bruscamente.
Ma K. era distratto, il colloquio lo aveva irritato. Per la prima volta dal suo arrivo provava una vera stanchezza. All'inizio la lunga strada percorsa pareva non averlo per nulla affaticato; come aveva camminato tranquillo, per giorni, un passo dopo l'altro! Ma ora si facevano notare le conseguenze di quello sforzo eccessivo, proprio nel momento meno opportuno. Si sentiva irresistibilmente spinto a fare nuove conoscenze, ma ogni nuova conoscenza accresceva la sua stanchezza. Se ora, in quello stato, si costringeva a prolungare la passeggiata almeno fino all'ingresso del castello, avrebbe già fatto fin troppo.
Quindi riprese il cammino, ma era un lungo cammino. La strada, infatti, quella principale del paese, non portava al colle del castello ma solo nelle vicinanze; poi pareva svoltare intenzionalmente, e se non si allontanava dal castello neppure gli si avvicinava. K. aspettava sempre che la strada si decidesse a piegare verso il castello e solo con questa speranza andava avanti; evidentemente esitava per stanchezza ad abbandonare la strada, e si stupiva di quanto fosse lungo quel paese che non finiva mai, sempre quelle piccole case, finestre coperte di ghiaccio, neve e non un'anima viva. Finalmente si staccò da quella strada che lo tratteneva, e un angusto vicolo lo accolse, la neve era sempre più alta, tirar fuori i piedi che vi sprofondavano era una grossa fatica, cominciò a sudare, si fermò d'improvviso senza riuscir più ad andare avanti.
Ma non si era perso, a destra e a sinistra c'erano delle casupole di contadini. Fece una palla di neve che lanciò contro una finestra. Subito la porta si aprì - la prima porta ad aprirsi da quando camminava attraverso il paese - e apparve un vecchio contadino con una pelliccia scura, il capo inclinato da un lato, l'aspetto gentile e debole. «Posso entrare un momento in casa vostra?», disse K., «sono molto stanco». Non udì che cosa disse il vecchio, accettò con riconoscenza l'asse che veniva spinta verso di lui salvandolo subito dalla neve, e in due passi fu nella stanza.
Una grande stanza semibuia. Chi veniva da fuori, in un primo momento non vedeva nulla. K. inciampò in un mastello, una mano di donna lo trattenne. Da un angolo giungevano grida di bambini. Da un altro salivano volute di fumo che trasformavano la penombra in una fitta oscurità. K. stava lì come in mezzo alle nuvole. «È ubriaco», disse qualcuno. «Chi siete?», gridò una voce imperiosa, e rivolta probabilmente al vecchio: «Perché l'hai fatto entrare? C'è bisogno di far entrare tutti quelli che si aggirano per strada?». «Sono l'agrimensore del conte», disse K. cercando di giustificarsi di fronte a quell'uomo che ancora non vedeva. «Ah, è l'agrimensore», disse una voce di donna, e seguì un silenzio assoluto. «Mi conoscete?», chiese K. «Certo», disse brevemente la stessa voce. Il fatto che conoscessero K. non pareva costituire una raccomandazione.
Finalmente il fumo si dissipò un poco e lentamente K. riuscì pian piano a raccapezzarsi. Pareva che fosse giorno di bucato generale. Vicino alla porta stavano lavando dei panni. Il fumo però era venuto dall'altro angolo, dove in una tinozza di legno piena di acqua fumante - K. non ne aveva mai vista una di quelle dimensioni, era grande quasi come due letti - due uomini facevano il bagno. Ma ancora più sorprendente - senza che si sapesse bene che cosa ci fosse di sorprendente - era l'angolo destro. Da una grande apertura, l'unica nella parete di fondo della stanza, entrava una livida luce di neve che doveva venire dal cortile e dava un riflesso come di seta all'abito di una donna dall'aria stanca, più sdraiata che seduta in una poltrona dallo schienale alto posta in quell'angolo. Aveva un lattante attaccato al seno. Attorno a lei giocavano un paio di bambini, dei contadini, come si poteva vedere, lei però non pareva appartenere al loro mondo, ma è vero che la stanchezza e la malattia affinano anche i contadini.
«Sedete!», disse uno degli uomini che aveva una gran barba e per di più un paio di baffi sotto ai quali la bocca costantemente aperta soffiava rumorosamente; con un gesto buffo indicò una cassapanca levando la mano oltre l'orlo della tinozza e spruzzando K. in pieno viso con l'acqua calda. Sulla cassapanca era già seduto il vecchio che aveva fatto entrare K. e sonnecchiava. K. fu grato di potersi finalmente sedere. Ora nessuno badava più a lui. La donna vicino al mastello, bionda e florida di giovinezza, cantava a voce bassa durante il lavoro, gli uomini nel bagno agitavano i piedi e si rigiravano, i bambini cercavano di avvicinarsi ma venivano ogni volta respinti da forti spruzzi d'acqua che non risparmiavano nemmeno K., la donna nella poltrona sembrava inanimata, non abbassava neppure lo sguardo sul bambino che aveva al seno ma fissava vagamente nell'aria.
K. era rimasto a guardare a lungo quell'immagine immutabile, di una bellezza malinconica, ma poi doveva essersi addormentato perché, quando si riscosse al richiamo di una forte voce, la sua testa poggiava sulla spalla del vecchio che gli sedeva accanto. Gli uomini erano usciti dal bagno, dove ora sguazzavano i bambini sorvegliati dalla donna bionda, e stavano in piedi, vestiti, davanti a K. Il barbuto che gridava tanto risultò essere il meno importante dei due. L'altro infatti, che non era più alto e aveva una barba molto più modesta, era un uomo silenzioso, che rifletteva posatamente, largo di corporatura e anche di faccia, e teneva la testa china. «Signor agrimensore», disse, «voi qui non potete restare. Perdonate la scortesia». «Non intendevo restare», disse K., «solo riposarmi un po'. Ora è cosa fatta e me ne vado». «Forse siete sorpreso della scarsa ospitalità», disse l'uomo, «ma da noi non usa essere ospitali, di ospiti non abbiamo bisogno». Un po' rianimato dal sonno e meno intontito di prima, K. apprezzò la franchezza di quelle parole. Si mosse più liberamente appoggiandosi ora qua ora là alla canna, si avvicinò alla donna sulla poltrona; del resto era lui il più alto, fisicamente, in quella stanza.
«Certo», disse K., «a che vi servono gli ospiti? Però ogni tanto si può averne bisogno, per esempio di me, che sono agrimensore». «Non so», disse lentamente l'uomo, «se vi hanno fatto venire avranno bisogno di voi, dev'essere un'eccezione, ma noi, che siamo gente modesta, ci atteniamo alla regola, non potete darci torto per questo». «No, no», disse K., «io non posso che ringraziarvi, voi e tutti gli altri qui dentro». E quando nessuno se l'aspettava, con un vero e proprio salto K. si voltò e venne a trovarsi di fronte alla donna. Questa guardò K. con i suoi occhi azzurri stanchi, un fazzoletto di seta trasparente le scendeva fino a metà fronte, il bambino dormiva al suo seno. «Chi sei?», chiese K. In tono sdegnoso - senza che si capisse se il disprezzo fosse rivolto a K. o riguardasse la sua stessa risposta - la donna rispose: «Una del castello».
Tutto questo era durato un istante, ma già a destra e a sinistra di K. stavano i due uomini e, quasi non ci fosse altro modo per farsi intendere, lo trascinarono alla porta in silenzio ma con la massima energia. Il vecchio trovava in questo un motivo per essere contento e batteva le mani. Anche la lavandaia rideva mentre accanto a lei i bambini si mettevano all'improvviso a fare un baccano indiavolato.
Ma K. si ritrovò presto in strada, gli uomini lo tenevano d'occhio dalla soglia. Aveva ripreso a nevicare eppure l'aria pareva un poco rischiarata. L'uomo con la gran barba gridò spazientito: «Dove volete andare? Di qua si va al castello, di là al paese». K. non rispose a lui ma all'altro che gli pareva il più affabile malgrado la sua apparente superiorità. «Chi siete?», disse. «Chi devo ringraziare per questa sosta?». «Sono Lasemann, il conciatore», fu la risposta, «ma non dovete ringraziare nessuno». «Va bene», disse K., «forse c'incontreremo ancora». «Non credo», disse Lasemann. In quel momento il barbuto gridò levando la mano: «Buon giorno Artur, buon giorno Jeremias!». K. si voltò, dunque in questo paese qualcuno si faceva pur vedere per strada! Dalla parte del castello venivano due uomini giovani di media statura, entrambi decisamente snelli, con abiti attillati, si somigliavano molto anche di faccia. Il loro colorito era bruno scuro, sul quale tuttavia la barba a pizzetto risaltava per la particolare nerezza. Camminavano a una velocità sorprendente date le condizioni della strada e lanciavano a tempo le gambe snelle. «Che cosa avete?», gridò il barbuto. Ci si poteva capire con loro solo gridando, tanto camminavano in fretta; e non si fermavano. «Affari!», risposero ridendo. «Dove?». «Alla locanda». «Ci vado anch'io!», esclamò improvvisamente K. più forte di tutti gli altri, aveva un gran desiderio che quei due lo prendessero con loro; non pensava che la loro conoscenza potesse servirgli a granché, ma avevano l'aria di essere di buona compagnia e l'avrebbero tirato un po' su. Essi udirono le parole di K., ma fecero solo un cenno con il capo ed erano già lontani.
K. era ancora lì in mezzo alla neve, aveva poca voglia di tirar fuori un piede dalla neve per sprofondarvelo di nuovo un po' più in là; il conciatore e il suo compagno, soddisfatti di essersi definitivamente sbarazzati di K., rientrarono lentamente in casa per la porta appena socchiusa senza perderlo di vista, e K. si ritrovò solo con la neve che lo avvolgeva. «Ci sarebbe di che abbandonarsi a un certo sconforto», pensò, «se mi trovassi qui per caso e non volontariamente».
In quell'istante nella casa sulla sinistra si aprì una minuscola finestra; chiusa, pareva di un azzurro intenso, forse nel riflesso della neve, ed era così piccola che, una volta aperta, non lasciò vedere per intero il viso di chi guardava fuori, ma solo gli occhi, occhi scuri, e vecchi. K. udì una voce tremante di donna: «È lì fuori». «È l'agrimensore», disse una voce maschile. Poi l'uomo venne alla finestra e chiese senza ostilità, ma come preoccupato che nella strada davanti a casa sua tutto fosse in ordine: «Chi aspettate?». «Una slitta che mi dia un passaggio», disse K. «Qui non passano slitte», disse l'uomo, «non passa mai nulla». «Ma è la strada che porta al castello», obiettò K. «Non importa, non importa», disse l'uomo con una certa durezza, «qui non passa nulla». Poi tacquero entrambi. Ma l'uomo evidentemente stava riflettendo su qualcosa, poiché teneva ancora aperta la finestra, da cui usciva del fumo. «Brutta strada», disse K. per venirgli in aiuto.
Ma l'uomo si limitò a dire: «Eh, sì».
Dopo un momento, però, disse: «Se volete vi porto io con la mia slitta». «Oh sì, vi prego», disse K. tutto contento, «quanto volete?». «Niente», disse l'uomo. K. ne fu molto sorpreso. «Voi siete l'agrimensore», spiegò l'uomo, «e fate parte del castello. Dove volete andare?». «Al castello», disse svelto K. «Allora non vi porto», disse subito l'uomo. «Ma se faccio parte del castello», disse K. ripetendo le sue stesse parole. «Può darsi», disse l'uomo evasivo. «Allora portatemi alla locanda», disse K. «Va bene», disse l'uomo, «vengo subito con la slitta». Tutto questo non dava l'impressione di una particolare gentilezza ma piuttosto di un desiderio molto egoistico, ansioso, quasi pedantesco di far sloggiare K. da quel posto davanti alla casa.
Il portone del cortile si aprì e lasciò passare una piccola slitta per carichi leggeri, piatta e senza sedile, tirata da un cavallino debole e seguita dall'uomo, curvo, debole, zoppicante, con la faccia magra, rossa e raffreddata, che uno scialle di lana stretto intorno al collo faceva sembrare particolarmente piccola. L'uomo era visibilmente ammalato ed era uscito di casa solo per poter allontanare K. Questi accennò qualcosa in proposito, ma l'uomo con un gesto lo fece tacere. K. apprese soltanto che si chiamava Gerstäcker, che era il carrettiere e che aveva preso quella slitta scomoda perché era lì pronta e tirarne fuori un'altra avrebbe richiesto troppo tempo. «Sedetevi», disse indicando con la frusta la parte posteriore della slitta. «Mi siedo accanto a voi», disse K. «Io vado a piedi», disse Gerstäcker. «Perché?», chiese K. «Vado a piedi», ripeté Gerstäcker e fu scosso da un tale accesso di tosse che dovette piantar salde le gambe nella neve e tenersi con le mani al bordo della slitta. K. non disse altro, sedette dietro, a poco a poco la tosse si calmò, ed essi partirono.
Là in alto il castello, già stranamente scuro, quel castello che K. aveva sperato di raggiungere prima della fine della giornata, si allontanava di nuovo. Ma come se a K. fosse ancora dovuto un segno di provvisorio commiato, risuonò lassù un tocco di campana pieno di slancio e lieto, un tocco che per un attimo almeno fece tremare il cuore quasi fosse minacciato - poiché quel suono era anche doloroso - dell'avverarsi di ciò che confusamente desiderava. Ma presto questa grande campana tacque, e fu sostituita da una campanella flebile, monotona, forse ancora lassù o forse giù nel paese. Del resto, questo tintinnio si adattava meglio al lento procedere e a quel carrettiere misero ma inesorabile.
«Senti», gridò improvvisamente K. - erano nei pressi della chiesa, la locanda non distava ormai molto, K. poteva già correre qualche rischio -,«mi stupisce molto che tu osi portarmi in giro sotto la tua responsabilità, ti è permesso farlo?». Gerstäcker non gli badò e proseguì tranquillo accanto al suo cavallino. «Ehi!», gridò K., raccolse un po' di neve dalla slitta, ne fece una palla e con questa colpì Gerstäcker all'orecchio. Allora l'uomo si fermò voltandosi; ma quando K. lo vide così vicino a sé - la slitta era scivolata un po' in avanti -, quando vide quella figura curva, e come maltrattata, quel viso rosso, stanco e affilato, con le guance in qualche modo diverse, l'una piatta, l'altra incavata, la bocca aperta nell'ascolto, dove non rimaneva che qualche dente isolato, non poté fare a meno di ripetere per compassione quello che prima aveva detto per cattiveria, cioè se Gerstäcker non sarebbe stato punito per averlo trasportato. «Cosa vuoi?», chiese Gerstäcker senza capire, ma non attese una spiegazione, diede la voce al cavallino e ripresero ad andare.
Quando furono nei pressi dell'osteria - K. se ne rese conto da una curva della strada - s'accorse con stupore che era già buio fondo. Era stato via tanto tempo? Non più di un'ora o due, secondo i suoi calcoli, ed era uscito di mattina, e non aveva sentito il bisogno di mangiare, e fino a poco prima era pieno giorno, solo ora s'era fatto buio. «Giornate corte, giornate corte!», disse fra sé, si lasciò scivolare giù dalla slitta e si diresse verso la locanda.
Sulla scaletta esterna della casa fu lieto di trovare l'oste che gli faceva luce con la lanterna alzata. Ricordandosi per un attimo del carrettiere, K. si fermò, da qualche parte nel buio ci fu un colpo di tosse, era lui. Be', l'avrebbe rivisto presto. Solo quando fu vicino all'oste, che lo salutava con deferenza, notò due uomini, ciascuno a un lato della porta. Tolse di mano all'oste la lanterna e illuminò i due; erano i giovani incontrati prima, quelli che aveva sentito chiamare Artur e Jeremias. Questa volta essi gli fecero un saluto militare. Ricordando i tempi felici del suo servizio nell'esercito K. fece un largo sorriso. «Chi siete?», chiese guardando prima l'uno poi l'altro. «I vostri aiutanti», risposero. «Sono gli aiutanti», confermò l'oste a bassa voce. «Come?», chiese K. «Siete i miei vecchi aiutanti, quelli che ho fatto venire, quelli che aspettavo?». I due risposero affermativamente. «Va bene», disse K. dopo un momento, «sono contento che siate arrivati». E dopo un'altra pausa aggiunse: «Però siete molto in ritardo, avete trascurato il vostro dovere». «La strada era lunga», disse l'uno. «La strada era lunga», ripeté K., «ma io vi ho incontrati che tornavate dal castello». «Sì», dissero quelli senza altre spiegazioni. «Dove sono gli strumenti?», disse K. «Non ne abbiamo», dissero i due. «Gli strumenti che vi ho affidati», disse K. «Non ne abbiamo», ripeterono. «Ah, che gente!», disse K. «Ve ne intendete un po' di agrimensura?». «No», dissero. «Ma se siete i miei vecchi aiutanti dovete pur conoscere il mestiere», disse K. e li spinse in casa davanti a sé.

2 • BARNABAS

Presero allora posto a un tavolino e rimasero seduti tutti e tre piuttosto silenziosi davanti alle loro birre, K. nel mezzo, a destra e a sinistra gli aiutanti. Solo un altro tavolo era occupato dai contadini, come la sera prima. «È difficile con voi», disse K. confrontando i loro visi, cosa che aveva già fatto più volte, «come faccio a distinguervi? Di diverso avete soltanto il nome, per il resto vi assomigliate come...», s'interruppe, poi continuò involontariamente, «per il resto vi assomigliate come due serpi». I due sorrisero. «Di solito ci distinguono benissimo», dissero come per giustificarsi. «Lo credo», disse K., «ne sono stato testimone io stesso, ma io vedo solo con i miei occhi e con quelli non riesco a distinguervi. Perciò vi tratterò come un solo uomo e vi chiamerò entrambi Artur. Uno di voi si chiama così, no? Forse tu?», chiese K. a uno dei due. «No», disse quello, «io mi chiamo Jeremias». «Fa lo stesso», disse K., «vi chiamerò tutti e due Artur. Se mando Artur da qualche parte, ci andrete entrambi, se do un lavoro ad Artur, lo farete entrambi, questo per me ha il grosso inconveniente che non posso utilizzarvi in lavori diversi, ma in compenso ha il vantaggio di rendervi tutti e due pienamente responsabili di quanto v'incaricherò di fare. Non m'importa di come vi dividerete il lavoro, solo non potete mai discolparvi accusandovi l'un l'altro, per me siete un uomo solo». Essi rifletterono, poi dissero: «Sarebbe molto sgradevole per noi». «Non ne dubito», disse K., «è naturale che lo troviate sgradevole, ma la cosa non cambia». Già da un po' K. vedeva aggirarsi intorno al tavolo un contadino, che finalmente si decise, si avvicinò a uno degli aiutanti e fece per sussurrargli qualcosa all'orecchio. «Scusate», disse K. battendo la mano sul tavolo e alzandosi in piedi, «questi sono i miei aiutanti e adesso stiamo discutendo. Nessuno ha il permesso di disturbarci». «Oh, scusi, scusi», disse intimorito il contadino e tornò dai suoi compagni camminando all'indietro. «Fate bene attenzione soprattutto a una cosa», disse K. rimettendosi a sedere, «non dovete parlare con nessuno senza il mio permesso. Io qui sono un forestiero e, se siete i miei vecchi aiutanti, siete forestieri anche voi. Forestieri tutti e tre, dobbiamo essere uniti, qua la mano». Essi gliela porsero fin troppo prontamente. «Risparmiatemi le vostre manacce», disse, «ma attenetevi al mio ordine. Adesso vado a dormire e vi consiglio di fare altrettanto. Oggi abbiamo perso una giornata di lavoro, domani dovremo iniziare prestissimo. Procuratevi una slitta per andare al castello e alle sei trovatevi qui pronti davanti alla locanda». «Va bene», disse l'uno. Ma l'altro s'intromise: «Dici va bene, ma sai che non è possibile». «Basta», disse K., «a quanto pare volete incominciare a distinguervi». Ma anche il primo stava già dicendo: «Ha ragione, non è possibile, nessun forestiero può entrare nel castello senza permesso». «Dove si deve richiedere questo permesso?». «Non so, forse dal custode». «Allora chiediamolo per telefono; presto, telefonate al custode, tutti e due!». Essi corsero all'apparecchio, ottennero la comunicazione - come si stringevano attorno al telefono! all'apparenza erano di una docilità ridicola - e chiesero se K. poteva venire con loro al castello l'indomani. Fin dal suo tavolo K. poté sentire il «no!» della risposta. Ma questa era ancora più esplicita: «Né domani, né un'altra volta». «Telefonerò io stesso», disse K. e si alzò. Se finora, a parte l'incidente del contadino, K. e i suoi aiutanti erano passati quasi inosservati, quest'ultima frase richiamò l'attenzione generale. Tutti si alzarono allo stesso tempo di K. e, malgrado il tentativo dell'oste di tenerli indietro, si strinsero in semicerchio attorno all'apparecchio. L'opinione prevalente fra di loro era che K. non avrebbe ricevuto risposta. K. dovette pregarli di stare zitti, dicendo di non aver chiesto il loro parere.
Dal ricevitore uscì un brusìo come K. non aveva mai sentito al telefono. Era come se dal brusìo d'innumerevoli voci infantili - ma non era un brusìo, era un canto di voci lontane, lontanissime -, come se da questo brusìo si formasse, in un modo che aveva francamente dell'impossibile, un'unica voce, acuta ma forte, che colpiva l'orecchio quasi chiedesse di penetrare più profondamente, oltre il misero organo dell'udito. K. ascoltava senza parlare, aveva appoggiato il braccio sinistro alla mensola del telefono e ascoltava.
Non poteva dire per quanto tempo era rimasto così; a un certo punto l'oste l'aveva tirato per la giacca dicendo che era arrivato un messaggero e chiedeva di lui. «Via!», gridò K. incapace di controllarsi, e forse lo gridò dentro al telefono perché all'altro capo del filo qualcuno rispose. Si svolse il seguente dialogo: «Pronto, sono Oswald, chi parla?», gridò una voce severa e arrogante, con un leggero difetto di pronuncia - così parve a K. - che l'uomo si sforzava di compensare con un'aggiunta di severità. K. esitava a dire il proprio nome, di fronte al telefono era inerme, l'altro poteva tuonargli addosso, riattaccare il ricevitore, ed egli si sarebbe preclusa una strada che forse non era trascurabile. L'esitazione di K. spazientì l'uomo. «Chi parla?», ripeté, e aggiunse: «Gradirei molto che mi si chiamasse un po' meno spesso da lì, hanno appena telefonato un minuto fa». K. non raccolse l'appunto e con improvvisa decisione disse: «Sono l'aiutante del signor agrimensore». «Quale aiutante? Quale signore? Quale agrimensore?», K. ricordò la telefonata del giorno prima. «Chieda a Fritz», disse brevemente. Con suo stesso stupore la cosa funzionò. Ma ancor più dell'effetto ottenuto lo stupì il perfetto coordinamento dei servizi del castello. La risposta fu: «So già, l'eterno agrimensore. Sì, sì. E poi? Quale aiutante?». «Josef», disse K. Era un po' disturbato dal mormorio dei contadini alle sue spalle; evidentemente disapprovavano che egli si presentasse sotto falso nome. Ma K. non aveva tempo di badare a loro, la conversazione richiedeva tutta la sua attenzione. «Josef?», chiese di rimando la voce. «Gli aiutanti si chiamano...» breve pausa, era chiaro che Oswald si stava facendo suggerire i nomi da qualcuno, «Artur e Jeremias». «Questi sono gli aiutanti nuovi», disse K. «No, sono i vecchi». «Sono i nuovi, e io sono il vecchio aiutante che oggi ha raggiunto il signor agrimensore». «No!», gridò questa volta Oswald. «E chi sono io allora?», chiese K. mantenendo sempre la calma. E, dopo una pausa, la stessa voce, che aveva lo stesso difetto di pronuncia e tuttavia era come una voce diversa, più profonda, più autorevole, disse: «Tu sei il vecchio aiutante».
Attento al timbro della voce, per poco K. non udì la domanda che seguì: «Che cosa vuoi?». Avrebbe preferito riattaccare subito il ricevitore. Da quella conversazione non si aspettava più nulla. Ma con uno sforzo chiese ancora rapidamente: «Quando può venire al castello il mio padrone?». «Mai», fu la risposta. «Bene», disse K. e appese il ricevitore.
Alle sue spalle i contadini lo serravano già da presso. Gli aiutanti si davano da fare per tenerli a distanza e intanto lanciavano continue occhiate a K. Ma aveva l'aria di essere tutta una commedia, del resto i contadini, soddisfatti dell'esito della conversazione, a poco a poco si ritiravano. Fu allora che un uomo giunse alle spalle del gruppo, lo fendette con passo veloce, s'inchinò davanti a K. e gli consegnò una lettera. K. la tenne in mano e osservò l'uomo, che per il momento gli pareva più importante. C'era una grande somiglianza fra lui e gli aiutanti, era snello come loro, indossava abiti altrettanto attillati, si muoveva con la stessa agile scioltezza, eppure era molto diverso. Certo K. avrebbe preferito avere lui come aiutante, e di gran lunga! Un po' gli ricordava la donna con il lattante che aveva vista in casa del conciatore. Il suo vestito era quasi bianco, non doveva essere di seta, era un abito invernale come tutti gli altri, eppure aveva la delicatezza e la solennità di un abito di seta. L'uomo aveva un viso chiaro e aperto, gli occhi erano immensi. Il suo sorriso era estremamente rincuorante; egli si passò la mano sulla faccia come per scacciare quel sorriso, ma non ci riuscì. «Chi sei?», chiese K. «Mi chiamo Barnabas», disse l'uomo. «Sono un messaggero». Nel parlare le sue labbra si aprivano e chiudevano virilmente ma con dolcezza. «Ti piace questo posto?», chiese K. indicando i contadini, ai cui occhi egli non aveva perduto d'interesse e che lo guardavano con le loro facce letteralmente tormentate - il cranio, in alto, pareva appiattito a suon di botte, e i tratti del viso si erano plasmati nel dolore dei colpi ricevuti -, le labbra tumefatte, le bocche aperte; però non sempre lo guardavano, perché a volte il loro sguardo si fuorviava e prima di tornare a lui indugiava su qualche oggetto indifferente; poi K. gl'indicò gli aiutanti che si tenevano abbracciati a guancia a guancia, con un sorriso che non si capiva se fosse di umiltà o di scherno, indicò tutti costoro come per presentargli un suo seguito che circostanze particolari gli avessero imposto e aspettasse - in ciò vi era una certa confidenza, ed era questa che a K. importava - che Barnabas facesse una stabile distinzione fra lui e loro. Ma Barnabas - in tutta innocenza, questo era evidente - non raccolse la domanda, la lasciò passare su di sé come fa un servitore beneducato quando il suo padrone si rivolge a lui solo in apparenza, si limitò, in ossequio ad essa, a guardarsi intorno, salutò con la mano alcuni contadini di sua conoscenza e scambiò due parole con gli aiutanti, il tutto con la disinvoltura di chi non dipende da nessuno, e senza mescolarsi a quella gente. K., respinto ma non umiliato, tornò alla lettera che teneva in mano e l'aprì. Il testo diceva: «Egregio Signore! Come le è noto, Lei è entrato al servizio del Signor Conte. Il suo diretto superiore è il sindaco del paese che Le trasmetterà istruzioni più precise in merito al suo lavoro e alla sua remunerazione, e al quale Lei dovrà rendere conto di ogni cosa. Tuttavia nemmeno io la perderò di vista. Barnabas, il latore della presente, verrà da Lei di tanto in tanto per informarsi dei suoi desideri e comunicarmeli. Nei limiti del possibile, mi troverà sempre pronto ad accontentarLa. Mi preme molto che chiunque lavori per me sia soddisfatto». La firma non era leggibile, ma accanto era stato apposto un timbro: Il capo della sezione n. X. «Aspetta!», disse K. a Barnabas che si stava accomiatando con un inchino, poi chiamò l'oste per farsi indicare la sua stanza, voleva rimanere solo un momento con la lettera. E si ricordò che Barnabas, con tutta la simpatia che gl'ispirava, non era altro che un messaggero, e gli fece portare una birra. K. stette a vedere come l'accoglieva: Barnabas mostrò di accettarla molto volentieri e la bevve subito. Poi K. seguì l'oste. In quella piccola casa avevano potuto offrirgli solo una stanzuccia sotto il tetto, e già questo aveva creato delle difficoltà, poiché era stato necessario sistemare altrove le due serve che vi avevano finora dormito. In realtà si erano limitati a far sloggiare le ragazze, per il resto la stanza era rimasta tale e quale, all'unico letto non erano state messe le lenzuola, c'erano solo un paio di cuscini e una coperta da cavallo, e tutto nello stato in cui era rimasto dalla notte prima. Alla parete un paio d'immagini di santi e fotografie di soldati. Non avevano nemmeno dato aria alla stanza, evidentemente speravano che il nuovo ospite non sarebbe rimasto a lungo, e non facevano nulla per trattenerlo. Ma K. si adattò a tutto, si avvolse nella coperta, sedette al tavolo e incominciò a rileggere la lettera al lume di una candela.
Non era uniforme, c'erano punti in cui ci si rivolgeva a lui come a un uomo libero, al quale si riconosce una volontà propria: era il caso dell'intestazione e del passaggio che riguardava i suoi desideri. Ma c'erano altri punti in cui egli veniva trattato, in modo velato o scoperto, come un piccolo impiegato che quel capo, dalla sua posizione, a malapena notava; il capo doveva fare uno sforzo «per non perderlo di vista», il suo superiore era un semplice sindaco di paese al quale doveva persino rendere conto, il suo unico collega era probabilmente la guardia campestre. Erano contraddizioni indubitabili, e così evidenti che potevano solo essere intenzionali. L'idea - assurda, trattandosi di una simile autorità - che ciò fosse il risultato d'indecisione sfiorò appena K. Egli vi scorse piuttosto una scelta che gli veniva offerta con franchezza, stava a lui decidere come regolarsi in merito alle disposizioni contenute nella lettera, se voler essere un impiegato municipale, con un legame malgrado tutto lusinghiero ma soltanto apparente con il castello, oppure mantenere l'apparenza di un impiegato municipale e lasciare che tutti gli aspetti del suo lavoro venissero regolati dalle istruzioni che Barnabas gli avrebbe trasmesso. K. non esitò a scegliere, non avrebbe esitato nemmeno senza le sue recenti esperienze. Solo come impiegato municipale, il più possibile lontano dai signori del castello, sarebbe stato in grado di ottenere qualcosa dal castello; la gente del paese, ancora così diffidente nei suoi confronti, avrebbe incominciato a parlare quando egli fosse diventato se non loro amico almeno compaesano, e una volta che nulla lo avrebbe più distinto da Gerstäcker o da Lasemann - il che doveva avvenire al più presto, tutto dipendeva da questo - di colpo gli si sarebbero aperte tutte le strade che, se la cosa fosse dipesa unicamente da quei signori lassù e dalla loro benevolenza, avrebbero continuato a rimanere per lui non solo sbarrate ma invisibili. Certo un rischio c'era, e la lettera lo sottolineava abbastanza, lo descriveva anzi con un certo compiacimento, come se fosse una cosa inevitabile. Era la condizione d'impiegato: servizio, superiori, compiti, remunerazione, rendiconti, lavoratori, la lettera pullulava di tutto questo, e anche quando parlava d'altro, di cose più personali, lo faceva sempre da quel punto di vista. Se K. voleva diventare un impiegato, facesse pure, ma allora davvero con tutta la terribile serietà che escludeva ogni altra prospettiva. K. sapeva di non essere minacciato da una costrizione reale, non la temeva, in questa circostanza meno che in altre, temeva invece la violenza di un ambiente scoraggiante, quella dell'abitudine alle delusioni, la violenza degli impercettibili influssi che ogni istante esercita, ma era necessario che egli osasse affrontare questo pericolo. La lettera non taceva del resto che, se si fosse arrivati a degli scontri, era K. che aveva avuto la temerarietà d'incominciare; questo era detto finemente, e solo una coscienza inquieta - inquieta, non cattiva - poteva accorgersene, era la formula «come Le è noto» riferita alla sua assunzione in servizio. K. si era presentato, e da allora gli era noto, come diceva la lettera, di essere stato assunto.
K. staccò un quadro dalla parete e appese la lettera al chiodo; avrebbe abitato in quella stanza, e lì doveva stare la lettera.
Poi scese nella sala. Barnabas era seduto a un tavolino insieme agli aiutanti. «Ah, eccoti qui», disse K. senza un motivo, solo perché era contento di vederlo. Barnabas balzò subito in piedi. K. era appena entrato che già i contadini si alzavano per venirgli vicino, ormai avevano preso l'abitudine di stargli continuamente dietro. «Ma che cosa volete sempre da me?», esclamò K. Essi non se n'ebbero a male e tornarono piano piano ai loro posti. Nell'allontanarsi, uno di loro buttò là come spiegazione, con un sorriso indecifrabile che altri imitarono: «Se ne sentono sempre delle nuove», e si leccò le labbra, come se le novità si mangiassero. K. non ebbe parole concilianti, era bene che cominciassero a provare un po' di rispetto per lui; ma si era appena seduto accanto a Barnabas che già sentiva sulla nuca il respiro di un contadino; era venuto a cercare la saliera, disse, ma K. pestò furente il piede per terra e il contadino batté in ritirata senza la sua saliera. Era davvero facile aver la meglio su K., bastava per esempio aizzare contro di lui i contadini, l'interesse ostinato che gli manifestavano gli pareva più malevolo dell'atteggiamento chiuso degli altri, e del resto essi erano altrettanto chiusi, perché se K. avesse preso posto al loro tavolo non sarebbero di certo rimasti lì a sedere. Solo la presenza di Barnabas lo trattenne dal fare una scenata. Tuttavia si voltò con aria minacciosa verso di loro, anch'essi avevano gli occhi puntati su di lui. Ma quando li vide seduti lì, ognuno al suo posto, senza parlarsi, senza un legame visibile fra di loro a parte il fatto che tutti insieme lo fissavano, gli parve che non fosse affatto la cattiveria che li spingeva a perseguitarlo; forse volevano davvero qualcosa da lui, solo che non sapevano dirlo, e se non era questo, poteva trattarsi solo di puerilità, che lì pareva essere di casa; non era forse puerile anche l'oste che reggeva con le due mani un bicchiere di birra da portare a un cliente e restava piantato lì a guardare K., senza sentire quello che gli gridava l'ostessa affacciata al finestrino della cucina?
Più calmo, K. si rivolse a Barnabas; avrebbe mandato via volentieri gli aiutanti, ma non trovò un pretesto. Del resto, essi fissavano tranquilli la loro birra. «Ho letto la lettera», incominciò K. «Conosci il contenuto?». «No», disse Barnabas, il suo sguardo pareva dire più delle sue parole. Forse K. si faceva delle illusioni a proposito di Barnabas così come sbagliava a vedere tutto il male nei contadini, ad ogni modo la presenza di Barnabas era decisamente benefica per lui. «Nella lettera si parla anche di te, di tanto in tanto dovrai fare da tramite fra me e il capo, perciò credevo che ne conoscessi il contenuto». «Io ho soltanto ricevuto l'incarico», disse Barnabas, «di consegnare la lettera, di aspettare che venisse letta e di riportare, se lo credevi necessario, una risposta orale o scritta». «Va bene», disse K., «non occorre scrivere, porgi al signor caposezione... come si chiama? Non ho potuto leggere la firma». «Klamm», disse Barnabas. «Porgi dunque al signor Klamm i miei ringraziamenti per la mia assunzione come pure per la sua cortesia, che apprezzo in modo particolare non avendo ancora potuto dar prova delle mie capacità. Mi atterrò scrupolosamente alle sue intenzioni. Desideri speciali per oggi non ne ho». Barnabas, che aveva ascoltato con la massima attenzione, chiese di poter ripetere il messaggio. K. glielo concesse ed egli lo ripeté parola per parola. Poi si alzò per accomiatarsi.
Per tutto il tempo K. aveva esaminato il viso di Barnabas, e ora lo fece per un'ultima volta. Barnabas aveva più o meno la sua stessa statura, eppure il suo sguardo pareva calare su K. dall'alto, ma quasi con umiltà; era impossibile che quell'uomo mettesse in imbarazzo qualcuno. Certo, era un semplice messaggero, non conosceva il contenuto delle lettere che doveva recapitare, ma il suo sguardo, il suo sorriso, la sua andatura parevano essi stessi un messaggio, anche se lui non ne era consapevole. E K. gli tese la mano, cosa che evidentemente sorprese l'altro, che aveva voluto soltanto inchinarsi.
Appena Barnabas se ne fu andato - prima di aprire la porta vi si era appoggiato ancora un momento con la spalla e aveva abbracciato la sala con uno sguardo che non si rivolgeva più a nessuno -, K. disse agli aiutanti: «Vado in camera a prendere i miei appunti, poi parleremo del primo lavoro che ci aspetta». I due fecero per seguirlo. «Restate qui!», disse K. Di nuovo essi cercarono di seguirlo. K. dovette ripetere l'ordine in tono ancora più severo. Nel corridoio Barnabas non c'era più. Eppure se n'era andato da poco. Ma nemmeno davanti alla casa - aveva ripreso a nevicare - K. riuscì a vederlo. Chiamò: «Barnabas!». Nessuna risposta. Che fosse ancora dentro? Non sembrava esserci altra possibilità. Tuttavia K. lo chiamò per nome con quanta forza aveva. Il nome rimbombò nella notte. E da lontano giunse una flebile risposta. Dunque Barnabas aveva già fatto tanta strada. K. lo chiamò di nuovo e nello stesso tempo si avviò nella sua direzione; là dove s'incontrarono, dalla locanda non erano più visibili.
«Barnabas», disse K., senza poter dominare un tremito della voce, «volevo dirti ancora qualcosa. Noto che tutto è organizzato malissimo; qualora mi occorresse una cosa dal castello, dipenderei completamente da una tua eventuale venuta. Se ora per caso non ti avessi raggiunto - corri come se avessi le ali ai piedi, ti credevo ancora alla locanda - chissà quanto avrei dovuto aspettare prima di vederti ricomparire». «Bene, puoi chiedere al capo», disse Barnabas, «di mandarmi da te a giorni fissi, indicati da te stesso». «Nemmeno questo basterebbe», disse K., «può essere che per un anno io non abbia nulla da mandare a dire e che un quarto d'ora dopo la tua partenza debba comunicare qualcosa d'improrogabile». «Allora», disse Barnabas, «devo far sapere al capo che tra te e lui bisogna istituire un contatto diverso, che non passi attraverso me?». «No, no», disse K., «niente affatto, dicevo così per dire; questa volta ho avuto la fortuna di raggiungerti». «Vuoi che torniamo alla locanda?», chiese Barnabas. «Così puoi darmi il nuovo messaggio». Aveva già fatto un passo verso la casa. «Barnabas», disse K. «non è necessario, faccio un tratto di strada con te». «Perché non vuoi tornare alla locanda?», chiese Barnabas. «M'infastidisce quella gente», disse K., «hai visto tu stesso come sono invadenti i contadini». «Possiamo andare in camera tua», disse Barnabas. «È la camera delle serve», disse K., «sudicia e soffocante, volevo accompagnarti un tratto proprio per non rimanere lì dentro; basta che tu mi dia il braccio», aggiunse K. per vincere definitivamente l'esitazione di Barnabas, «perché tu hai un passo più sicuro». E K. gli si attaccò al braccio. Era buio pesto, K. non vedeva affatto il viso di Barnabas, scorgeva appena la sua figura, già un istante prima aveva dovuto cercare il suo braccio a tentoni.
Barnabas lo lasciò fare e insieme si allontanarono dalla locanda. Certo, nonostante ce la mettesse tutta, K. sentiva di non riuscire a stare al passo con Barnabas, d'impedirgli i movimenti e che in circostanze normali questo semplice particolare sarebbe bastato a far fallire ogni cosa, soprattutto in viuzze come quella, dove, quella stessa mattina, K. era sprofondato nella neve e dalla quale solo le braccia di un Barnabas avrebbero potuto tirarlo fuori. Ma per ora K. allontanò da sé queste inquietudini, rassicurato anche dal silenzio di Barnabas; se camminavano senza parlare, voleva dire che anche per Barnabas lo scopo del loro stare insieme era solo quello di avanzare.
Camminavano, ma K. ignorava dov'erano diretti; non riconosceva nulla. Non sapeva nemmeno se avevano già oltrepassato la chiesa. Per la fatica che gli costava il semplice camminare, non era padrone dei suoi pensieri. Invece di fissarsi sulla meta da raggiungere, essi si smarrivano. Il suo paese natale gli tornava in continuazione alla mente e la riempiva di ricordi. Anche là nella piazza principale c'era una chiesa; la circondava in parte un vecchio cimitero cinto da un alto muro. Ben pochi ragazzi si erano arrampicati in cima a quel muro, nemmeno K. ci era ancora riuscito. Non era la curiosità a spingerli, il cimitero non aveva più segreti per loro. Ci erano già entrati più volte dal cancelletto di ferro, solo che volevano vincere quel muro alto e liscio. Una mattina - la piazza vuota, silenziosa, era inondata di luce; quando mai K. l'aveva vista così, prima o dopo di allora? - ci era riuscito con una facilità sorprendente; in un punto dove tante volte era stato sconfitto, scalò il muro al primo tentativo, stringendo una bandierina fra i denti. I frammenti d'intonaco non avevano ancora finito di rotolare sotto di lui che egli era già in cima. Piantò la bandiera, il vento tese la tela, K. guardò in basso e tutt'intorno, e anche al di sopra della propria spalla, verso le croci che là sotto sprofondavano nel terreno; nessuno, in quel luogo e in quel momento, era più grande di lui. Per caso passò di lì proprio allora il maestro che, con un'occhiataccia, lo fece scendere. Nel saltar giù K. si era fatto male, era arrivato a casa con fatica, ma ad ogni modo era salito sul muro. Il sentimento di quella vittoria gli parve allora un punto d'appoggio per il resto della sua vita; e questo non era stato un pensiero così folle, poiché ora, dopo tanti anni, in quella notte, mentre camminava al braccio di Barnabas quel sentimento gli venne in aiuto.
Si aggrappò più forte, Barnabas lo trascinava quasi, il silenzio non fu interrotto. K. non aveva alcuna idea del cammino che percorrevano, tranne che, a giudicare dallo stato della strada, non avevano ancora svoltato in un vicolo laterale. Promise a se stesso che né la difficoltà del cammino né tanto meno la preoccupazione del ritorno gli avrebbero impedito di proseguire. In fin dei conti, per farsi trascinare le forze gli bastavano ancora. E la strada poteva forse non finire mai? Di giorno il castello gli era apparso una meta facilmente raggiungibile, e certo il messaggero conosceva la via più breve.
D'un tratto Barnabas si fermò. Dov'erano? Non si andava più avanti? Barnabas avrebbe congedato K.? Non ci sarebbe riuscito. K. stringeva così forte il braccio di Barnabas che quasi sentiva male lui stesso. Forse era accaduto l'incredibile ed erano già arrivati al castello o davanti alle sue porte. Ma per quel che ne sapeva K., non erano affatto saliti. O forse Barnabas gli aveva fatto prendere una strada che saliva in modo impercettibile? «Dove siamo?», chiese K. a bassa voce, più a se stesso che all'altro. «A casa», disse Barnabas altrettanto piano. «A casa?». «Ora però, padrone, fai attenzione a non scivolare. La strada è in discesa». «In discesa?». «A pochi passi soltanto», aggiunse Barnabas, che già bussava a una porta.
Venne ad aprire una ragazza; si trovavano sulla soglia di una grande stanza quasi al buio, c'era solo una minuscola lampada a olio appesa sopra un tavolo, in fondo a sinistra. «Chi c'è con te, Barnabas?», chiese la ragazza. «L'agrimensore», disse Barnabas. «L'agrimensore», ripeté più forte la ragazza rivolta al tavolo. Allora, in quell'angolo, due vecchi, un uomo e una donna, e un'altra ragazza si alzarono in piedi. Salutarono K. Barnabas lo presentò a tutti, erano i suoi genitori e le sorelle, Olga e Amalia. K. li guardò appena, essi gli presero il pastrano bagnato per metterlo ad asciugare accanto alla stufa. K. lasciò fare.
Dunque non erano arrivati a destinazione tutti e due, solo Barnabas era giunto a casa. Ma perché si trovavano lì? K. prese in disparte Barnabas e chiese: «Perché sei venuto a casa tua? O forse abitate nel perimetro del castello?». «Nel perimetro del castello?», ripeté Barnabas come se non capisse. «Barnabas», disse K., «uscendo dalla locanda volevi andare al castello, no?». «No, padrone», disse Barnabas, «volevo andare a casa; al castello ci vado solo la mattina presto, non dormo mai lì». «Allora», disse K., «non volevi andare al castello, volevi venire qui». Il sorriso di Barnabas gli pareva più spento, lui stesso più insignificante. «Perché non me l'hai detto?». «Non me l'hai chiesto, padrone», disse Barnabas, «volevi soltanto affidarmi un'altra ambasciata, ma non alla locanda e nemmeno in camera tua, allora ho pensato che potevi farlo qui in casa dei miei genitori, dove nessuno ti avrebbe disturbato. Si ritireranno tutti immediatamente, se lo ordini; e se ti trovi meglio da noi, puoi anche passare la notte qui. Ho fatto male?». K. non sapeva rispondere. Si era trattato dunque di un malinteso, di un basso, volgare malinteso, e K. vi si era abbandonato in pieno. Si era lasciato incantare da quella giacca attillata dai riflessi di seta, che ora Barnabas sbottonava, scoprendo su un petto possente e squadrato di servo una camicia grossolana, grigia di sporco, tutta rammendata. E ogni cosa all'intorno si accordava a quel particolare, anzi gareggiava con esso: il vecchio padre gottoso, che avanzava aiutandosi più con le mani brancolanti che con le gambe rigide e lente nei movimenti, e la madre, con le mani incrociate sul petto, costretta dalla sua mole a fare solo passi brevissimi. Entrambi, padre e madre, da quando K. era entrato si stavano muovendo dal loro angolo verso di lui e ancora non lo avevano raggiunto. Le sorelle, due bionde alte e robuste molto somiglianti fra loro e anche a Barnabas, sebbene avessero tratti più duri dei suoi, circondavano i nuovi venuti e attendevano da K. una parola di saluto. Ma egli non riuscì a dire nulla; aveva creduto che in quel paese tutti avessero importanza per lui, e infatti era così, solo che la gente di quella casa non lo interessava affatto. Se fosse stato in grado di affrontare da solo la strada fino alla locanda, se ne sarebbe andato subito. La possibilità di salire al castello con Barnabas il mattino dopo non lo allettava per nulla. Era adesso, di notte, che avrebbe voluto penetrare inosservato nel castello sotto la guida di Barnabas, ma di Barnabas come gli era apparso fino a quel momento, un uomo che gli era più vicino di tutti gli altri incontrati da quelle parti finora, e al quale egli aveva inoltre attribuito delle relazioni con il castello molto più strette di quanto lasciasse supporre il grado che occupava. Ma presentarsi in pieno giorno al castello al braccio di un membro di quella famiglia, nella quale Barnabas era perfettamente integrato e con la quale aveva già preso posto a tavola, di un uomo a cui (cosa significativa) non era nemmeno consentito dormire al castello, era impossibile, sarebbe stato un tentativo ridicolo e disperato.
K. sedette sul davanzale della finestra, deciso a passarvi anche la notte e a non chiedere altri favori a quella famiglia. La gente del paese che lo allontanava o lo temeva gli sembrava meno pericolosa poiché, in fondo, lo rinviava a se stesso, lo aiutava a tenere raccolte le forze; ma quelle persone apparentemente soccorrevoli che invece di condurlo al castello lo portavano nella propria famiglia grazie a una piccola mascherata, lo sviavano dal suo cammino, di proposito o senza volere, e lavoravano alla distruzione delle sue forze. Dalla tavola, la famiglia gli fece un cenno d'invito, ma egli non lo raccolse e rimase seduto sul davanzale a capo chino.
Allora si alzò Olga, delle due sorelle era la più dolce, con un'ombra d'imbarazzo fanciullesco, si avvicinò a K. e lo pregò di venire a tavola. C'erano pane e lardo, e lei sarebbe andata a prendere della birra. «A prendere dove?», chiese K. «All'osteria», disse la ragazza. K. non sperava di meglio. La pregò di lasciar perdere la birra e di accompagnarlo piuttosto all'osteria, dove l'attendevano ancora lavori importanti. Ma risultò che Olga non intendeva andare così lontano, cioè fino all'osteria di K., bensì molto più vicino, all'Albergo dei Signori. K. le chiese ugualmente di poterla accompagnare, pensando che forse lì avrebbe trovato una sistemazione per la notte; comunque fosse, l'avrebbe sempre preferita al miglior letto di quella casa. Olga non rispose subito, gettò un'occhiata verso la tavola. Il fratello si era alzato, annuì prontamente con il capo e disse: «Se il signore lo desidera». Per poco questa approvazione non indusse K. a ritirare la sua richiesta, quel Barnabas poteva approvare solo cose prive d'importanza. Ma quando venne discusso se in quella locanda avrebbero accolto K. e tutti ne dubitarono, egli insistette senz'altro per andare, senza darsi la pena di trovare un motivo plausibile; quella famiglia doveva prenderlo così com'era, lui non provava pudori di sorta di fronte ad essa. Solo Amalia lo turbava un poco con il suo sguardo serio, diretto, impassibile, forse anche leggermente ottuso.
Durante il tragitto - K. aveva preso il braccio di Olga e si lasciava tirare, non potendo fare altrimenti, come prima da suo fratello - K. venne a sapere che quella locanda era in realtà riservata ai signori del castello che, quando avevano da fare qualcosa in paese, vi prendevano i pasti e talvolta vi passavano anche la notte. Olga gli parlava a voce bassa e familiarmente, era piacevole camminare insieme a lei, quasi come con suo fratello. K. lottava contro quel senso di benessere, ma esso persisteva.
La locanda, vista di fuori, era molto simile a quella in cui alloggiava K. Grandi differenze esteriori, d'altra parte, in paese non ce n'erano, e tuttavia alcune piccole differenze si notavano subito, la scala esterna aveva una balaustra, sopra la porta era appesa una bella lanterna. Quando entrarono, un drappo sventolò sopra le loro teste, era una bandiera con i colori del conte. Nell'ingresso incontrarono subito l'oste, che evidentemente stava compiendo un giro d'ispezione; nel passare guardò K. con occhi piccoli, per il sonno o per la diffidenza, e disse: «Il signor agrimensore può entrare solo nella sala di mescita». «Certo», disse Olga venendo subito in aiuto di K., «mi accompagna soltanto». Ma K., ingrato, si staccò da lei e prese in disparte l'oste, mentre Olga aspettava pazientemente in fondo all'ingresso. «Vorrei passare la notte qui», disse K. «Mi spiace, non è possibile», disse l'oste. «A quanto pare lei non lo sa ancora. La locanda è riservata esclusivamente ai signori del castello». «Questo sarà anche il regolamento», disse K., «ma dev'essere possibile farmi dormire da qualche parte, in un angolo». «Sarei felicissimo di accontentarla», disse l'oste, «ma a prescindere dalla severità del regolamento, di cui lei parla da forestiero, la cosa non è fattibile anche perché quei signori sono di un'estrema suscettibilità; sono convinto che non potrebbero, almeno non all'improvviso, sostenere la vista di un estraneo e che, se io le permettessi di passare la notte qui e per un caso - e i casi sono sempre dalla parte dei signori - lei venisse scoperto, non solo sarei perduto io, ma anche lei. Pare ridicolo, ma è vero». Quel signore alto, abbottonato fino al collo, che, con una mano appoggiata alla parete e l'altra puntata sul fianco, le gambe incrociate, un po' chino su K. gli parlava familiarmente, non sembrava più far parte del paese, sebbene il suo abito scuro fosse quello di un contadino vestito a festa. «Le credo pienamente», disse K., «e non sottovaluto affatto l'importanza del regolamento, anche se mi sono espresso in modo maldestro. Una cosa soltanto voglio farle presente; al castello ho delle relazioni preziose, e ne avrò di più preziose ancora, tali da metterla al sicuro da ogni rischio che le possa derivare dall'ospitarmi qui per la notte e da garantirle che io sono in grado di ricompensare adeguatamente un piccolo favore». «Lo so», disse l'oste, e ripeté: «Questo lo so». K. avrebbe allora potuto insistere nella sua richiesta, ma proprio la risposta dell'oste ebbe l'effetto di distrarlo, perciò chiese soltanto: «Avete molti signori del castello che si fermano qui stanotte?». «Sotto questo aspetto oggi è una giornata favorevole», disse l'oste in un tono piuttosto allettante. «Si è fermato solo un signore». Anche questa volta K. non seppe insistere, d'altronde sperava già di essere quasi accettato; chiese quindi soltanto il nome di quel signore. «Klamm», rispose distrattamente l'oste voltandosi verso la moglie che si avvicinava nel fruscio dei suoi abiti stranamente logori, antiquati, carichi di volanti piegoline, ma di un'eleganza tutta cittadina. Veniva a cercare il marito, perché il caposezione aveva bisogno di qualcosa. Prima di andarsene, però, l'oste si volse ancora verso K., come se non spettasse più a lui ma a K. stesso decidere se rimanere per la notte. Ma K. non seppe dire nulla, era sbalordito in particolare di trovare lì proprio il suo superiore. Senza che lui stesso potesse spiegarsi fino in fondo il motivo, non si sentiva libero verso Klamm come si era sentito prima di fronte al castello; esser sorpreso da Klamm non sarebbe certo stato terrificante come pensava l'oste ma sarebbe comunque stata una penosa sconvenienza, un po' come procurare un dispiacere per leggerezza a una persona alla quale si deve della gratitudine; inoltre lo angustiava molto constatare che in quegli scrupoli si manifestavano già le paventate conseguenze della sua condizione di subalterno, d'impiegato, e che nemmeno quando si presentavano così chiaramente egli era in grado di trionfarne. Rimase quindi lì impalato a mordersi le labbra e non disse nulla. Prima di sparire dietro una porta, l'oste si voltò ancora verso K. Questi lo seguì con lo sguardo senza muoversi finché venne Olga a trascinarlo via. «Che cosa volevi dall'oste?», chiese Olga. «Volevo restare qui per la notte», disse K. «Ma dormirai da noi», disse Olga sconcertata. «Sì, certo», disse K. e lasciò a lei d'interpretare le sue parole.

3 • FRIEDA

Nella sala di mescita, un locale ampio, completamente vuoto nel mezzo, seduti accanto a dei barili allineati lungo le pareti, o sopra di essi, c'erano alcuni contadini, diversi però nell'aspetto da quelli che K. aveva incontrato nella sua locanda. I loro abiti erano più puliti e uniformi, di una stoffa grossolana, tra il grigio e il giallognolo, le giacche cadevano blusanti e i pantaloni erano attillati. Di bassa statura, a prima vista si somigliavano molto gli uni agli altri, con le loro facce piatte e ossute, e le guance tuttavia tonde. Se ne stavano tutti in silenzio e si muovevano appena; seguivano con lo sguardo i nuovi venuti, ma con lentezza e con indifferenza. Nondimeno, il loro numero e il loro silenzio fecero una certa impressione a K. Egli prese nuovamente sottobraccio Olga per spiegare così la sua presenza a quella gente. In un angolo si levò in piedi un uomo, un conoscente di Olga, e si apprestava ad andarle incontro, ma K. la spinse in un'altra direzione tirandola per il braccio. Nessuno se ne accorse, tranne lei che lasciò fare lanciandogli un'occhiata di lato e sorridendo.
La ragazza che serviva la birra era giovane e si chiamava Frieda. Una ragazzetta bionda, poco appariscente, con gli occhi tristi e le guance smunte, che tuttavia stupiva per il suo sguardo di particolare superiorità. Quando quello sguardo si posò su K., egli ebbe l'impressione che avesse già regolato cose che lo concernevano, di cui lui stesso ignorava l'esistenza, ma della cui esistenza quello stesso sguardo era la conferma. K. non smetteva di guardare Frieda di sottecchi, anche quando la ragazza si mise a parlare con Olga. Non pareva che fossero amiche, Frieda e Olga, si scambiarono solo poche parole, con freddezza. Volendo facilitare le cose, K. chiese a bruciapelo: «Conosce il signor Klamm?». Olga scoppiò a ridere. «Che hai da ridere?», chiese K. irritato. «Ma non rido», disse lei continuando a ridere. «Olga è proprio una gran bambina», disse K. sporgendosi al di sopra del banco per attirare di nuovo su di sé lo sguardo di Frieda. Ma lei lo tenne basso e disse sottovoce: «Vuol vedere il signor Klamm?». K. disse di sì. Frieda indicò una porta accanto a lei, a sinistra. «Lì c'è uno spioncino, può guardare dentro». «E questa gente?», chiese K. Frieda fece una smorfia e con una mano straordinariamente morbida tirò K. verso la porta. Attraverso lo spioncino, che evidentemente era stato praticato per permettere di osservare la sala, K. poteva vedere quasi tutta la stanza accanto.
A una scrivania nel mezzo della stanza, seduto in una comoda poltrona tonda, illuminato dalla luce cruda di una lampadina appesa davanti a lui, c'era il signor Klamm. Era un uomo di media statura, grasso, pesante. La faccia era ancora liscia ma il peso dell'età rendeva le guance già un po' cascanti. Aveva baffi neri, lunghi e appuntiti. Gli occhiali a stringinaso messi di sghembo riflettevano la luce e nascondevano gli occhi. Se il signor Klamm fosse stato seduto proprio di fronte al tavolo, K. ne avrebbe visto solo il profilo; ma poiché era rivolto quasi completamente verso di lui, lo vedeva in pieno viso. Il gomito sinistro riposava sul tavolo e la mano destra, che teneva un virginia, era appoggiata sul ginocchio. Sul tavolo c'era un bicchiere di birra; poiché il tavolo aveva un alto bordo, K. non riusciva a vedere se sul ripiano ci fossero delle carte, ma aveva l'impressione che fosse sgombro. Per sicurezza chiese a Frieda di guardare attraverso il foro e dirgli se lei ne vedeva. Ma essendo entrata poco prima nella stanza, la ragazza poté senz'altro confermare che di carte non ce n'erano. K. chiese a Frieda se doveva già andarsene, ma lei disse che poteva guardare finché ne aveva voglia. Adesso K. era solo con Frieda; con una rapida occhiata constatò che Olga aveva raggiunto il suo amico, si era seduta in cima a un barile e dondolava le gambe. «Frieda», sussurrò K., «lei conosce molto bene il signor Klamm?». «Oh, sì», disse lei. «Benissimo». Si era appoggiata al fianco di K. e si aggiustava giocherellando - K. lo notò solo ora - la camicetta scollata color crema, di stoffa leggera, che stonava decisamente sul suo povero corpo. Poi disse: «Non si ricorda la risata di Olga?». «Sì, che maleducata», disse K. «Be'», disse lei in tono conciliante, «c'era motivo di ridere. Lei aveva chiesto se conoscevo Klamm, e io sono...», a questo punto si raddrizzò un poco, involontariamente, e posò di nuovo su K. quel suo sguardo trionfante, senza rapporto alcuno con quello che si stava dicendo, «io sono la sua amante». «L'amante di Klamm», disse K. Lei annuì. «Allora», disse K. sorridendo perché il discorso non prendesse una piega troppo seria, «lei per me è una persona molto rispettabile». «Non solo per lei», disse Frieda gentilmente, ma senza restituirgli il sorriso. K. conosceva un rimedio per rintuzzare la sua superbia e ne fece uso; chiese: «È già stata al castello?». Ma non funzionò, perché lei rispose: «No, ma non basta che io stia qui al banco di mescita?». Era chiaramente di un'ambizione folle e pareva aver scelto K. per soddisfarla. «Certamente», disse K., «qui, in questa sala, lei fa il lavoro del padrone». «Proprio così», disse lei, «e ho cominciato come ragazza di stalla alla Locanda del Ponte». «Con queste mani delicate», disse K. in tono quasi interrogativo, e non capiva nemmeno lui se era solo adulazione o se magari ne era realmente sedotto. Le sue mani erano davvero piccole e delicate, ma si sarebbero anche potute dire deboli e insignificanti. «Allora nessuno ci badava», disse, «e anche adesso...». K. la guardò interrogativamente. Lei scosse il capo e non volle continuare. «Lei ha i suoi segreti», disse K., «è naturale, e non va a parlarne con uno che conosce da mezz'ora e che non ha ancora avuto modo di raccontarle un po' di sé». Questa osservazione si rivelò inopportuna, fu come se egli avesse destato Frieda da un sopore di cui lui avrebbe potuto approfittare. Dal borsellino appeso alla cintura la ragazza prese un pezzetto di legno con cui tappò lo spioncino e disse a K., sforzandosi visibilmente di nascondergli il suo cambiamento d'umore: «Io so già tutto quello che la riguarda, lei è il signor agrimensore», poi aggiunse: «Ora però devo tornare al lavoro», e andò al suo posto dietro al banco mentre alcuni clienti si alzavano per farsi riempire il bicchiere. K. volle parlare ancora una volta con lei senza dare nell'occhio, prese quindi dalla scansia un bicchiere vuoto e le si avvicinò. «Un'ultima domanda, signorina Frieda», disse, «arrivare a servire dietro un banco di mescita quando si è cominciato come ragazza di stalla, è una cosa straordinaria e richiede un'energia fuori dal comune, ma una persona che è riuscita a tanto può dire con ciò di aver raggiunto il suo scopo definitivo? Domanda sciocca. I suoi occhi, non rida di me, signorina Frieda, parlano non tanto delle lotte passate quanto di quelle future. Ma le resistenze del mondo sono forti, diventano più forti a misura che la meta si fa più elevata, e non è una vergogna assicurarsi l'aiuto di una persona magari umile, per nulla influente, ma che lotta come lei. Forse una volta potremmo parlare in pace, senza tutti questi occhi puntati addosso». «Non capisco cosa vuole», disse lei, e questa volta, dalla sua voce trasparivano, contro la sua stessa volontà, non i trionfi ma le infinite delusioni della sua vita. «Vuol forse portarmi via a Klamm? Santo cielo!», e congiunse le mani. «Ha indovinato», disse K. come affaticato da tanta diffidenza, «era esattamente la mia segreta intenzione. Deve lasciare Klamm e diventare la mia amante. E adesso posso andare. Olga!», gridò K. «Andiamo a casa». Olga, ubbidiente, si lasciò scivolare giù dal barile, ma non riuscì a liberarsi subito dagli amici che la circondavano. Allora Frieda disse sottovoce, guardando minacciosamente K.: «Quando posso parlare con lei?». «Posso dormire qui stanotte?», chiese K. «Sì», disse Frieda. «Posso restare fin d'ora?». «Esca con Olga, così posso mandar via questa gente. Ritorni fra un momento». «Bene», disse K. e aspettò Olga con impazienza. Ma i contadini non la lasciavano andare, avevano inventato un ballo, il cui centro era Olga, le danzavano attorno in cerchio e a un grido che emettevano tutti insieme uno di loro si avvicinava a Olga, le cingeva i fianchi con un braccio e la trascinava in giri vorticosi, la ridda si faceva sempre più veloce, le grida, avide, rantolanti, formavano a poco a poco un solo grido continuo. Olga, che in un primo tempo aveva cercato di spezzare il cerchio, passava ormai barcollando dall'uno all'altro, con i capelli sciolti. «Ecco la gente che mi mandano qui», disse Frieda mordendosi irosamente le labbra sottili. «Chi sono?», chiese K. «La servitù di Klamm», disse Frieda. «Ogni volta si porta appresso questa gentaglia che mi fa saltare i nervi con la sua presenza. Ricordo a malapena quello che le ho detto questa sera, signor agrimensore; se è stata qualche cattiveria mi perdoni, la colpa è di questa gente qui, sono quanto di più spregevole e disgustoso io conosca, e mi tocca riempire di birra i loro bicchieri. Quante volte ho pregato Klamm di lasciarli a casa; già devo sopportare la servitù di altri signori, almeno lui potrebbe avere dei riguardi per me, ma ogni preghiera è stata inutile, un'ora prima che arrivi lui fanno irruzione qui dentro come bestie nella stalla. Ma adesso devono tornare davvero nella stalla, è il loro posto. Se non ci fosse qui lei, spalancherei la porta e Klamm stesso dovrebbe cacciarli fuori». «Ma lui non li sente?», chiese K. «No», disse Frieda. «Dorme». «Come!», esclamò K. «Dorme? Quando ho guardato nella stanza, però, era ancora sveglio, seduto alla scrivania». «È ancora seduto lì», disse Frieda, «anche quando l'ha visto lei dormiva già. Crede che altrimenti l'avrei lasciata guardar dentro? Quella è la sua posizione per dormire, i signori dormono moltissimo, non si capisce bene perché. D'altra parte, se non dormisse tanto, come farebbe a sopportare questa gente? Adesso però li caccerò fuori io stessa». Prese da un angolo una frusta e con un unico balzo, alto e non molto sicuro, un po' come quello di un agnellino, piombò sui ballerini. Dapprima questi si voltarono verso di lei come se fosse arrivata una nuova ballerina, e infatti per un istante parve che Frieda stesse per lasciar cadere la frusta, ma subito la risollevò. «In nome di Klamm», gridò, «nella stalla! Tutti nella stalla!». Ora capirono che faceva sul serio; in preda a una paura che a K. riusciva incomprensibile, cominciarono ad accalcarsi in fondo alla sala, sotto la spinta dei primi si spalancò una porta. Soffiò dentro l'aria della notte, tutti scomparvero con Frieda che evidentemente li stava spingendo ad attraversare il cortile e ad entrare nella stalla.
Ma nel silenzio che improvvisamente seguì, K. udì dei passi provenienti dal corridoio. Per mettersi in qualche modo al sicuro, saltò dietro al banco di mescita, che era l'unico nascondiglio possibile. Non gli era vietato trattenersi nella mescita, ma se voleva passare la notte lì doveva evitare che lo vedessero ancora lì a quell'ora. Perciò, quando la porta si aprì davvero, scivolò sotto il banco. A dire il vero c'era qualche rischio anche a essere scoperto lì, ma egli poteva addurre una scusa abbastanza plausibile, e cioè che si era nascosto per sfuggire a quei contadini scatenati. Era l'oste. Chiamò: «Frieda!», e andò su e giù per la stanza un paio di volte.
Per fortuna Frieda arrivò subito e non fece parola di K., si lagnò solo dei contadini e, preoccupata di trovare K., passò dietro il banco. Allora K. poté toccarle un piede e da quel momento si sentì al sicuro. Poiché Frieda non faceva menzione di K., toccò all'oste parlarne. «E dov'è l'agrimensore?», disse. In fondo doveva essere un uomo tutto sommato cortese, che aveva imparato le buone maniere frequentando di continuo e con relativa libertà persone di posizione molto più elevata, ma a Frieda parlava in tono particolarmente rispettoso, cosa che colpiva tanto più in quanto egli non smetteva con questo di essere un datore di lavoro che si rivolge a una sua dipendente, una dipendente, per giunta, piuttosto sfrontata. «Me ne sono completamente dimenticata, dell'agrimensore», disse Frieda e pose il suo piccolo piede sul petto di K. «Se ne dev'essere già andato da un pezzo». «Io però non l'ho visto», disse l'oste, «eppure sono rimasto quasi tutto il tempo nel corridoio». «Eppure qui non c'è», disse Frieda con freddezza. «Magari si è nascosto», disse l'oste, «mi ha dato l'impressione di essere capace di questo e altro». «Non oserà fare una cosa simile», disse Frieda e premette più forte il piede su K. C'era in lei qualcosa di allegro, di libero, che K. prima non aveva notato, e che prese del tutto inaspettatamente il sopravvento quando, d'un tratto, scoppiò a ridere e con le parole: «Forse è nascosto qui sotto», si chinò su K., gli diede un rapido bacio, si raddrizzò di colpo e con aria desolata disse: «No, qui non c'è». Ma anche l'oste destò lo stupore di K. quando disse: «Trovo molto seccante non sapere con certezza se è andato via o no. Non si tratta soltanto del regolamento. Il regolamento vale per lei, signorina Frieda quanto per me. Di questa sala risponde lei, io m'incarico di cercare nel resto della casa. Buona notte, dorma bene!». Non doveva ancora aver lasciato la stanza che Frieda aveva già spento la luce elettrica ed era sotto il banco insieme a K. «Amore! Amore mio!», bisbigliò, ma senza toccare affatto K., pareva svenuta per la forza dell'amore e rimase distesa supina, con le braccia allargate; il tempo doveva sembrare infinito al suo amore felice; più che cantare sospirava una canzonetta. Poi ebbe un sussulto di spavento, perché K. rimaneva immerso, silenzioso, nei suoi pensieri e si mise a tirarlo come avrebbe fatto una bambina: «Vieni, qui sotto si soffoca!». Si abbracciarono, quel piccolo corpo bruciava nelle mani di K.; in un oblìo di sé dal quale K. tentava di sottrarsi continuamente ma invano, rotolarono alcuni passi più in là, urtarono con un rumore sordo contro la porta di Klamm, poi si ritrovarono distesi fra pozze di birra e altro sudiciume di cui il pavimento era coperto. Passarono così delle ore, ore di respiri mescolati, di cuori che battevano insieme, ore durante le quali K. aveva la sensazione costante di smarrirsi o di essersi inoltrato in un paese straniero come nessun uomo prima di lui, in un paese dove l'aria stessa non aveva un solo elemento in comune con l'aria del paese natale, dove il sentimento di estraneità toglieva il respiro e tuttavia non si poteva far altro, in mezzo a quelle seduzioni insensate, che andare avanti e smarrirsi ancor di più. Quindi, almeno in un primo tempo, non fu spaventato ma piuttosto consolato da un ritorno alla coscienza quando dalla stanza di Klamm una voce profonda, tra indifferente e imperiosa, chiamò Frieda. «Frieda», disse K. all'orecchio della ragazza, trasmettendole la chiamata. Per innato spirito d'obbedienza, Frieda fece per saltar su, ma poi ricordò dove si trovava, si stirò, rise silenziosamente e disse: «Non ci vado mica da lui, non ci andrò mai più». K. volle obiettare, insistere perché andasse da Klamm, cominciò a raccogliere i resti della sua camicetta, ma non riuscì a dir nulla, era troppo felice di tenere Frieda fra le sue mani, troppo ansiosamente felice, poiché gli pareva che se Frieda lo abbandonava, lo avrebbe abbandonato tutto quello che possedeva. E Frieda, come rinfrancata dall'approvazione di K., strinse il pugno, lo picchiò sulla porta e gridò: «Sono con l'agrimensore! Sono con l'agrimensore!». Allora Klamm tacque. Ma K. si alzò, s'inginocchiò accanto a Frieda e si guardò attorno nella grigia luce del crepuscolo mattutino. Che cosa era successo? Dov'erano le sue speranze? Che cosa poteva aspettarsi da Frieda, ora che tutto era tradito? Invece di procedere con la cautela che l'importanza del nemico e dello scopo richiedeva, era rimasto lì una notte a rotolarsi nelle pozze di birra, il cui odore adesso stordiva. «Che cosa hai fatto?», disse come fra sé. «Siamo perduti tutti e due». «No», disse Frieda, «solo io sono perduta, però ti ho conquistato. Stai calmo. Ma guarda come ridono quei due». «Chi?», chiese K. voltandosi. Sul banco sedevano i suoi due aiutanti, un po' assonnati ma allegri; era la gioia che viene dal dovere compiuto. «Che cosa fate qui?», gridò K., come se la colpa di tutto fosse loro. Cercò lì attorno la frusta che Frieda aveva impugnato la sera prima. «Dovevamo pur cercarti», dissero gli aiutanti, «dal momento che non sei sceso tu alla locanda; allora ti abbiamo cercato da Barnabas e finalmente ti abbiamo trovato. Siamo rimasti seduti qui tutta la notte. Non è facile il nostro servizio». «Ho bisogno di voi di giorno, non di notte», disse K., «toglietevi di torno». «Ma adesso è giorno», dissero senza muoversi. Era giorno, infatti, la porta del cortile si aprì, i contadini e Olga, che K. aveva completamente dimenticata, fecero irruzione nella sala. Olga aveva la stessa vivacità della sera prima, anche se i suoi vestiti e i suoi capelli erano in uno stato pietoso, fin dalla soglia i suoi occhi cercarono K. «Perché non sei venuto a casa con me?», disse quasi in lacrime. «Per una donna come quella!», aggiunse, e lo ripeté più volte. Frieda, che era scomparsa un istante, tornò con un piccolo fagotto di biancheria. Olga si fece in disparte con aria triste. «Ora possiamo andare», disse Frieda; ovviamente intendeva dire che sarebbero andati alla Locanda del Ponte. Si formò il corteo, K. e Frieda in testa e gli aiutanti dietro. I contadini mostrarono un gran disprezzo per Frieda, era comprensibile dal momento che finora li aveva fatti rigare dritto; uno prese addirittura un bastone e fece il gesto di non lasciarla passare a meno che lei lo superasse con un salto; ma bastò uno sguardo della ragazza per farlo arretrare. Fuori, nella neve, K. respirò più liberamente. La felicità di trovarsi all'aperto era tale da rendergli questa volta sopportabili le difficoltà del cammino; se K. fosse stato solo avrebbe camminato ancora meglio. Arrivato alla locanda, andò subito in camera sua e si sdraiò sul letto, Frieda si preparò un giaciglio lì accanto, sul pavimento. Gli aiutanti si erano introdotti in camera con loro, furono scacciati, ma rientrarono dalla finestra. K. era troppo stanco per cacciarli via un'altra volta. L'ostessa salì apposta per salutare Frieda, che la chiamò «mammina»; ci furono effusioni incomprensibilmente calorose, con baci e lunghi, forti abbracci. Del resto, in quella piccola stanza di tranquillità ce n'era poca, le serve entrarono più di una volta a prendere o portare qualcosa facendo un gran fracasso con i loro stivali da uomo. Se avevano bisogno di uno dei numerosi oggetti che ingombravano il letto, lo sfilavano di sotto a K. senza troppi riguardi. Frieda le salutava come fosse una di loro. Nonostante quel trambusto, K. rimase a letto tutto il giorno e tutta la notte. Frieda gli rendeva dei piccoli servizi. Quando infine, il mattino seguente, si alzò fresco e riposato, era già il suo quarto giorno in quel paese.

4 • PRIMA CONVERSAZIONE CON L'OSTESSA

Egli avrebbe voluto parlare da solo a solo con Frieda, ma gli aiutanti, con i quali del resto di tanto in tanto Frieda scherzava e rideva, glielo impedivano con la loro semplice presenza invadente. Certo, non avevano molte pretese, si erano sistemati per terra in un angolo, su due vecchie gonne. Si facevano un punto d'onore, come ripeterono a Frieda, di non disturbare il signor agrimensore e di occupare il minor spazio possibile; fecero vari tentativi in tal senso (non senza ridacchiare e parlottare) incrociando braccia e gambe, rannicchiandosi l'uno contro l'altro, tanto che nella penombra non si vedeva nel loro angolo che un grosso gomitolo. Ma purtroppo si sapeva dall'esperienza fatta alla luce del giorno che erano osservatori attentissimi, con lo sguardo sempre fisso su K., sia che giocassero in modo apparentemente infantile a fare canocchiale con le proprie mani e altre simili sciocchezze, sia che si limitassero a spiare con un occhio socchiuso lasciando credere di essere intenti soprattutto alla cura delle proprie barbe, a cui tenevano moltissimo e che confrontavano a ogni istante, facendo giudicare a Frieda quale fosse la più lunga e più folta.
Spesso, dal suo letto, K. guardava i traffici di quei tre con assoluta indifferenza.
Quando si sentì abbastanza in forze per lasciare il letto, accorsero tutti a servirlo. K. non era ancora abbastanza in forze da rifiutare i loro servizi; notò che così facendo cadeva in una sorta di dipendenza che poteva avere spiacevoli conseguenze, ma dovette lasciar fare. Non era poi così spiacevole sedersi a tavola e bere il buon caffè che Frieda era andata a prendere, scaldarsi alla stufa che lei aveva accesa, far correre su e giù dalle scale gli aiutanti, premurosi e maldestri, per farsi portare acqua, sapone, pettine e specchio, e infine, avendo egli espresso un vago desiderio che si poteva interpretare in tal senso, persino un bicchierino di rhum.
A un certo punto, mentre impartiva ordini e si faceva servire, K. disse, più perché era di buon umore che non nella speranza di farsi obbedire: «Adesso andatevene, voi due, per il momento non ho più bisogno di nulla e voglio parlare da solo con la signorina Frieda». E poiché sui loro visi non lesse un'aperta opposizione, aggiunse per compensarli: «Dopo andremo tutti e tre dal sindaco, aspettatemi sotto, nella sala». Stranamente, essi obbedirono, ma prima di andarsene dissero: «Possiamo anche aspettare qui». E K. rispose: «Lo so, ma non voglio».
Tuttavia K. fu seccato - ma in un certo senso anche contento - che Frieda, venuta a sedersi sulle sue ginocchia appena gli aiutanti se ne furono andati, gli dicesse: «Che cos'hai contro gli aiutanti, caro? Non dobbiamo avere segreti per loro. Sono leali». «Leali», disse K., «mi spiano in continuazione, è una cosa stupida, ma insopportabile». «Credo di capirti», disse lei buttandogli le braccia al collo, e stava per aggiungere qualcosa ma non riuscì più a parlare; e poiché la seggiola era vicina al letto, essi vacillarono e si ritrovarono sdraiati. E lì rimasero, ma con meno abbandono della notte precedente. Lei cercava qualcosa, lui cercava qualcosa, ciascuno, furiosamente, contraendo il viso in smorfie, affondando la testa nel petto dell'altro, cercava, e gli abbracci, i corpi che s'inarcavano non facevano dimenticare loro il dovere di cercare ma anzi glielo ricordavano; come i cani frugano disperatamente la terra così essi frugavano l'uno il corpo dell'altro; e smarriti, delusi, per cogliere un'ultima felicità lambivano a volte con la lingua il viso dell'altro. Solo la stanchezza li lasciò immobili e pieni di mutua gratitudine. Poi sopraggiunsero le serve. «Guarda quei due sul letto», disse una e per compassione li coprì con un lenzuolo.
Quando più tardi K. si liberò da quel lenzuolo e si guardò attorno, vide, senza stupirsi, che gli aiutanti erano di nuovo nel loro angolo; indicando K. con il dito, si esortavano l'un l'altro a stare seri e gli fecero un saluto militare; ma seduta vicino al letto c'era anche l'ostessa, faceva la calza, e quel lavoretto mal si adattava alla sua mole gigantesca che quasi oscurava la stanza. «È un pezzo che aspetto», disse sollevando il viso largo, solcato da rughe d'età, eppure, nella sua grande massa, ancora liscio, e che forse un tempo era stato bello. Le sue parole suonarono come un rimprovero, e del tutto fuori luogo, perché non gliel'aveva chiesto K. di venire. Egli si limitò quindi ad annuire con il capo e si levò a sedere. Si alzò anche Frieda, ma lasciò K. per andare ad appoggiarsi alla sedia dell'ostessa. «Signora», disse K. distrattamente, «non si potrebbe rimandare quello che ha da dirmi a quando tornerò dalla visita al sindaco? Ho un colloquio importante con lui». «È più importante questo, mi creda, signor agrimensore», disse l'ostessa, «probabilmente là non si tratterà che di lavoro, ma qui si tratta di un essere umano, di Frieda, la mia cara servetta». «Oh allora», disse K., «quand'è così; solo non vedo perché non lasciare a noi due la faccenda». «Per affetto, per preoccupazione», disse l'ostessa attirando a sé la testa di Frieda che, in piedi, arrivava appena alla spalla dell'ostessa seduta. «Dal momento che Frieda ha una tal fiducia in lei», disse K., «non posso non averne anch'io. E se Frieda ha detto poco fa che i miei aiutanti sono leali, vuol dire che siamo fra amici. Quindi le posso dire, signora ostessa, che a mio parere la cosa migliore sarebbe che Frieda e io ci sposassimo, e molto presto, anche. Purtroppo questo non basterà a ricompensare Frieda di quello che ha perduto a causa mia, il posto all'Albergo dei Signori e l'amicizia di Klamm». Frieda sollevò il viso, gli occhi pieni di lacrime non avevano più nulla di trionfante. «Perché io? Perché sono stata scelta proprio io?». «Come?», chiesero insieme K. e l'ostessa. «È confusa, povera bambina», disse l'ostessa, «confusa dalla coincidenza di troppa felicità e troppa disgrazia». E come per confermare queste parole, Frieda si gettò su K. e lo baciò selvaggiamente, come se nella stanza non ci fosse nessuno, e poi, piangendo e continuando a tenerlo abbracciato, cadde in ginocchio davanti a lui. Mentre accarezzava con le due mani i capelli di Frieda, K. disse all'ostessa: «Mi pare che lei mi dia ragione». «Lei è un galantuomo», disse l'ostessa, anche lei aveva il pianto nella voce, pareva un po' invecchiata e respirava a fatica; ma trovò ancora la forza di continuare: «Ora però bisognerà pensare a certe garanzie che lei deve dare a Frieda, perché, anche se lei m'ispira la massima stima, è pur sempre un forestiero, non ha referenze, qui nessuno conosce la sua situazione privata. Quindi qualche garanzia è necessaria, lei comprenderà, caro signor agrimensore, giacché lei stesso ha messo l'accento su quello che Frieda ha perso legandosi a lei». «Certo, garanzie, è naturale», disse K., «la cosa migliore sarà fornirle dinnanzi a un notaio, ma forse altri servizi del conte se ne immischieranno. Tra l'altro, anch'io devo assolutamente sbrigare alcune cose prima del matrimonio. Bisogna che parli con Klamm». «È impossibile», disse Frieda sollevandosi un poco e stringendosi a K., «che idea!». «È necessario», disse K. «Se non posso riuscirci io, dovrai incaricartene tu stessa». «Io non posso, K., non posso», disse Frieda, «Klamm non parlerà mai con te. Come puoi credere che Klamm voglia parlare con te?». «E con te parlerebbe?», chiese K. «Nemmeno», disse Frieda, «né con te né con me, sono cose semplicemente impossibili». Si voltò verso l'ostessa con le braccia allargate: «Senta un po' che pretese, signora ostessa!». «Lei è ben strano, signor agrimensore», disse l'ostessa, e faceva paura a vederla lì seduta diritta, le gambe divaricate, le ginocchia possenti che sporgevano sotto la veste sottile. «Lei chiede l'impossibile». «Perché è impossibile?», chiese K. «Glielo spiego io», disse l'ostessa, e dal tono si sarebbe detto che questa spiegazione non era un ultimo favore che lei gli faceva, bensì la prima punizione che gl'infliggeva, «glielo spiego subito. Io non appartengo al castello, sono soltanto una donna, e un'ostessa, di una locanda di ultima categoria - ultima no, ma poco ci manca - può darsi, quindi, che lei dia scarsa importanza alla mia spiegazione, ma in vita mia ho sempre tenuto gli occhi aperti e ho avuto a che fare con molta gente e ho portato da sola tutto il peso degli affari, perché mio marito è un bravo ragazzo, questo sì, ma non è certo un oste e che cosa voglia dire responsabilità non lo capirà mai. Lei, per esempio, deve solo alla sua negligenza - io quella sera ero già crollata dalla stanchezza - se si trova qui in paese, se può starsene seduto comodo e tranquillo su questo letto». «Come?», chiese K., scuotendosi da una certa distrazione, mosso più dalla curiosità che dall'irritazione. «Lo deve solo alla sua negligenza!», gridò di nuovo l'ostessa con il dito puntato su K. Frieda cercò di rabbonirla. «Che cosa vuoi?», disse l'ostessa voltandosi con un rapido movimento di tutto il corpo. «Il signor agrimensore mi ha fatto una domanda e io gli devo rispondere. Altrimenti come può capire quello che per noi è del tutto naturale, vale a dire che il signor Klamm non vorrà mai parlare con lui, cosa dico "vorrà", non potrà mai parlare con lui. Stia a sentire, signor agrimensore! Il signor Klamm è un signore del castello, il che già di per sé significa, lasciando stare la carica che abitualmente occupa, una posizione molto elevata. Che cos'è lei, invece, lei a cui chiediamo con tanta umiltà di acconsentire a questo matrimonio! Lei non è del castello, lei non è del paese, lei non è nulla. Eppure, purtroppo, qualcosa lei è, un forestiero, uno che è sempre in mezzo ai piedi a dare impiccio, uno che vi procura continui fastidi, che vi costringe a far sloggiare le serve, uno di cui s'ignorano le intenzioni, uno che ha sedotto la nostra cara piccola Frieda e a cui, purtroppo, si deve darla in moglie. Di tutto questo, in fondo, non le faccio rimprovero. Lei è quello che è; nella mia vita ne ho già viste troppe per non sopportare di vedere anche questa. Ma s'immagini un po' che razza di pretese sono le sue. Un uomo come Klamm dovrebbe parlare con lei! Ho appreso con dolore che Frieda le ha permesso di guardare dallo spioncino; quando lo ha fatto era già sedotta da lei. Ma dica un po', come ha potuto reggere la vista di Klamm? Non c'è bisogno che mi risponda, lo so, l'ha retta benissimo. Lei non è in grado di vedere realmente Klamm, la mia non è presunzione, perché nemmeno io ne sono capace. Klamm parlare con lei? Ma non parla neanche con la gente del paese, mai ha parlato di persona con qualcuno del paese. Era il grande onore di Frieda, un onore di cui sarò orgogliosa fino alla morte, che egli avesse l'abitudine di pronunciare almeno il nome di Frieda quando la chiamava, e che lei potesse parlargli a suo piacimento e avesse anche ottenuto il permesso di guardare dallo spioncino, eppure Klamm non ha mai parlato nemmeno con lei. E se qualche volta chiamava Frieda, questo non ha necessariamente il significato che gli si vorrebbe attribuire, semplicemente egli gridava «Frieda» - chi conosce le sue intenzioni? Se poi Frieda, come naturale, accorreva, questo era affar suo, e se veniva ammessa alla sua presenza, era per bontà di Klamm, ma nessuno può affermare che egli l'avesse proprio chiamata. Certo ormai quello che è stato è finito per sempre. Forse Klamm griderà ancora il nome di Frieda, questo è possibile, ma sicuramente Frieda non sarà più ammessa alla sua presenza: una ragazza che si è messa con lei! E una cosa, una sola la mia povera testa non arriva a capire, che una ragazza di cui si diceva che era l'amante di Klamm - trovo del resto che sia un termine assolutamente eccessivo - si sia lasciata anche solo toccare da lei».
«Certo, è molto strano», disse K. prendendo in grembo Frieda che lasciò subito fare, sebbene a testa bassa, «ma a mio avviso dimostra che anche il resto non sta esattamente come lei crede. Così lei ha certamente ragione, per esempio, quando dice che di fronte a Klamm io sono una nullità; e se io ora pretendo di parlare con Klamm e non mi lascio dissuadere nemmeno dalle sue spiegazioni, non è ancor detto che sia in grado di reggere la vista di Klamm senza una porta che ci separi, né che io non scappi dalla stanza non appena si mostrerà. Ma questo timore, anche se fondato, non è ancora per me una ragione sufficiente per non rischiare. Ma se sono capace di tenergli testa, non c'è neanche bisogno che lui mi parli, mi basta vedere l'effetto che gli fanno le mie parole, e se non gliene faranno o se non le udirà nemmeno, io avrò comunque il vantaggio di aver parlato con franchezza dinnanzi a un potente. Ma lei, signora, con la sua grande conoscenza della vita e degli uomini, e Frieda, che ancora ieri era l'amante di Klamm - non vedo il motivo di rinunciare a questo termine -, non avrete certo difficoltà a procurarmi un'occasione di parlare con Klamm; se non è possibile altrimenti, andrei all'Albergo dei Signori, può darsi che egli sia ancora lì oggi».
«È impossibile», disse l'ostessa, «e vedo che le manca la capacità di capirlo. Ma mi dica un po', di che cosa vuol parlare a Klamm?». «Di Frieda, naturalmente», disse K.
«Di Frieda?», chiese l'ostessa senza capire. «Hai sentito, Frieda? Lui vuole parlare di te con Klamm. Con Klamm!».
«Andiamo, signora ostessa», disse K., «lei è una donna intelligente, che ispira rispetto, eppure si spaventa per un nonnulla. Ma via, gli voglio parlare di Frieda, non c'è niente di così mostruoso, anzi, è del tutto naturale. E lei certo si sbaglia se crede che Frieda, dall'istante in cui sono comparso io, ha perso la sua importanza agli occhi di Klamm. Lei gli fa torto, se crede questo. Mi rendo ben conto che è presunzione da parte mia volerle insegnare queste cose, ma devo pur farlo. Nei rapporti tra Klamm e Frieda non può essere cambiato niente per causa mia. O non esisteva una relazione importante - come dicono appunto quelli che negano a Frieda il titolo onorifico di amante -, e allora non esiste nemmeno oggi; oppure questa relazione c'era, e allora come potrei turbarla io, io che sono una nullità agli occhi di Klamm, come lei giustamente ha detto? Sono cose che si pensano in un primo momento di paura, ma basta un minimo di riflessione per rettificarle. Del resto, sentiamo che cosa ha da dire in proposito Frieda».
Con lo sguardo vagante nel vuoto, la guancia contro il petto di K., Frieda disse: «È certamente come dice mammina: Klamm non ne vorrà più sapere di me. Ma non perché sei arrivato tu, tesoro, niente di simile avrebbe potuto scuoterlo. Io credo, piuttosto, che è opera sua se ci siamo incontrati là sotto il banco; sia benedetta, non maledetta, quell'ora». «Se è così», disse K. lentamente (perché le parole di Frieda erano dolci, ed egli chiuse qualche secondo gli occhi per lasciarsene penetrare), «se è così, c'è ancor meno motivo di temere una spiegazione con Klamm».
«Davvero», disse l'ostessa guardando K. dall'alto in basso, «a volte lei mi ricorda mio marito, è proprio ostinato e puerile come lui. È qui da un paio di giorni e già pretende di saperne più della gente del paese, più di una vecchia come me, più di Frieda, che all'Albergo dei Signori ne ha viste e sentite tante. Non nego che sia possibile qualche volta ottenere una cosa contraria al regolamento e alla tradizione; io non ho mai visto nulla di simile, sembra però che ci siano stati dei precedenti, e può darsi; ma di certo non la si ottiene nel modo in cui fa lei, dicendo sempre "no, no" e facendo di testa sua senza ascoltare i consigli meglio intenzionati. Crede forse che io mi dia pensiero per lei? Mi sono mai preoccupata di lei finché era solo? Anche se sarebbe stato un bene e avrebbe potuto evitare tante cose. Tutto quello che allora ho detto su di lei a mio marito è stato: "Tienti lontano da quell'uomo". Ancora oggi mi sarei comportata così se Frieda non fosse ormai legata al suo destino. Le piaccia o no, lei deve a Frieda la cura che mi prendo di lei, anzi la considerazione che le porto. E non può permettersi di mettermi da parte, perché lei è strettamente responsabile verso di me, la sola persona che vegli con premura materna sulla piccola Frieda. Può darsi che Frieda abbia ragione e che tutto questo sia successo per volontà di Klamm; ma di Klamm non so nulla, ora; con lui non parlerò mai, mi è assolutamente inaccessibile; lei invece è qui, e se la mia Frieda è nelle sue mani, lei - perché dovrei nasconderlo? - è nelle mie. Io, sì; provi un po' infatti, giovanotto, se la caccio da qui, a trovare alloggio da qualche parte in paese, fosse anche nella cuccia di un cane».
«Grazie», disse K., «questo è parlar chiaro, e io le credo perfettamente. Così insicura, dunque, è la mia posizione, e per conseguenza anche quella di Frieda».
«No!», interruppe furiosa l'ostessa. «La posizione di Frieda, sotto questo aspetto, non ha niente a che vedere con la sua. Frieda fa parte della mia casa, e nessuno ha il diritto di dire che la sua posizione qui è insicura».
«Va bene, va bene», disse K., «le do ragione anche in questo, tanto più che Frieda, per motivi a me sconosciuti, pare avere troppa paura di lei per intervenire. Limitiamoci dunque a parlare di me, per il momento. La mia posizione è estremamente insicura, lei non lo nega, anzi, si sforza di dimostrarlo. Come tutto quello che lei dice, anche questo è per la maggior parte vero, ma non completamente. Per esempio, so di poter disporre di un'ottima sistemazione per la notte».
«Ma dove? Dove?», gridarono Frieda e l'ostessa all'unisono e con avidità, come se avessero lo stesso motivo di fare quella domanda. «Da Barnabas», disse K.
«Furfanti!», esclamò l'ostessa. «Furfanti matricolati! Da Barnabas! Sentite, voi...», e si voltò verso l'angolo, ma gli aiutanti si erano già fatti avanti da un pezzo e, tenendosi a braccetto, stavano dietro l'ostessa, che ora, quasi avesse bisogno di un appoggio, afferrò la mano di uno dei due, «sentite dove va a intrufolarsi questo signore, nella famiglia di Barnabas! Certo, là troverà da dormire, ah, fosse rimasto lì invece di andare all'Albergo dei Signori. Ma dov'eravate voi?».
«Signora», disse K. prima ancora che gli aiutanti rispondessero, «questi sono i miei aiutanti, ma lei li tratta come se invece fossero i suoi aiutanti e i miei custodi. Su tutto il resto sono disposto, se non altro, a discutere serenamente le sue opinioni, ma non a proposito dei miei aiutanti, perché qui la cosa è troppo chiara! La prego pertanto di non parlare con i miei aiutanti e, non dovesse bastare la mia preghiera, proibirò agli aiutanti di risponderle».
«Dunque non mi è permesso parlare con voi», disse l'ostessa, e risero tutti e tre, l'ostessa con ironia, ma molto più blanda di quanto K. si aspettasse, gli aiutanti nel loro solito modo che significava tutto e niente, e li scaricava di ogni responsabilità.
«Non ti arrabbiare, adesso», disse Frieda, «devi capire la nostra agitazione. Se si vuole, lo dobbiamo unicamente a Barnabas se ora siamo legati l'uno all'altra. Quando ti vidi per la prima volta alla locanda - tu entrasti a braccetto di Olga - qualcosa già sapevo di te, ma in fondo mi eri assolutamente indifferente. Be', non solo tu, quasi tutto, quasi tutto mi era indifferente. Già allora ero scontenta di molte cose, e molte altre m'irritavano, ma che scontentezza era quella, che irritazione! Per esempio, un cliente dell'osteria mi offendeva, già mi stavano sempre dietro - hai visto che tipi c'erano, e ne venivano anche di ben peggiori, i servi di Klamm non erano il peggio -, dunque, uno mi offendeva, ma che m'importava? Per me era come se questo fosse successo molti anni prima, o non fosse successo a me, o l'avessi solo sentito raccontare oppure me ne fossi già dimenticata io stessa. Ma non riesco a descriverlo, non riesco nemmeno più a immaginarlo, a tal punto tutto è cambiato dal momento che Klamm mi ha lasciata».
E Frieda interruppe il suo racconto, chinò tristemente il capo, tenendo in grembo le mani giunte.
«Ecco», esclamò l'ostessa, e non sembrava parlare lei ma soltanto prestare la sua voce a Frieda, infatti le si accostò e le sedette vicinissima, «ecco, signor agrimensore, le conseguenze delle sue azioni, e che vedano e imparino anche i suoi aiutanti, con i quali del resto non mi è permesso parlare! Lei ha strappato Frieda alla massima felicità che le sia mai stata concessa, e ci è riuscito soprattutto perché Frieda, mossa da una compassione infantile ed eccessiva, non poteva sopportare di vederla a braccetto con Olga, in balìa, così pareva, della famiglia di Barnabas. Frieda ha salvato lei sacrificando se stessa. E ora che questo è successo e Frieda ha dato tutto in cambio della felicità di sedere sulle sue ginocchia, ora arriva lei e crede di tirar fuori l'asso dalla manica perché ha la possibilità di dormire da Barnabas. Con questo lei vuol forse dimostrare di non dipendere da me. Certo, se lei avesse davvero passato la notte da Barnabas, dipenderebbe così poco da me che dovrebbe lasciare immediatamente la mia casa, ma di corsa».
«Io non conosco i peccati della famiglia di Barnabas», disse K., e intanto sollevò cautamente Frieda, che era come inanimata, la depose adagio sul letto e si alzò in piedi, «forse in questo ha ragione lei, ma di certo avevo ragione io quando l'ho pregata di lasciare che delle nostre faccende, mie e di Frieda, ce ne occupassimo noi. Lei allora parlava di preoccupazione e di amore, ma io non ne ho poi riscontrato molto, piuttosto ho notato odio, sarcasmo, ho sentito parlare di cacciare di casa. Se lei aveva in mente di allontanare Frieda da me o me da Frieda, ha agito molto abilmente; ma non ci riuscirà, credo, e se dovesse riuscirci - permetta anche a me, per una volta, di farle un'oscura minaccia - se ne pentirà amaramente. Per quanto riguarda l'alloggio che lei mi concede - e non può che riferirsi a questo buco immondo - non è affatto sicuro che lei lo faccia spontaneamente, sembra piuttosto che ci sia un ordine in tal senso delle autorità comitali. Io comunicherò a queste autorità che da qui mi si manda via, e se mi assegneranno un'altro alloggio, lei tirerà un sospiro di sollievo, ma ancor di più io. E ora vado dal sindaco per questa e altre faccende; lei faccia il piacere, almeno, di occuparsi di Frieda che i suoi discorsi cosiddetti materni hanno ridotto in un bello stato».
Poi si rivolse agli aiutanti. «Venite!», disse, staccò dal chiodo la lettera di Klamm e fece per andarsene. L'ostessa era rimasta a guardarlo in silenzio, solo quando egli aveva già la mano sul saliscendi, disse: «Signor agrimensore, voglio darle ancora qualcosa su cui riflettere strada facendo, perché lei può fare i discorsi che vuole, può offendermi, povera vecchia che sono, come le pare, ma resta pur sempre il futuro marito di Frieda. Solo per questo motivo le dico che lei è spaventosamente all'oscuro di come stanno le cose dalle nostre parti, uno rimane sbigottito a sentirla parlare e a confrontare mentalmente quel che lei pensa e dice con la situazione reale. Questa sua ignoranza non si può correggere tutta in una volta e forse non si può correggere affatto; ma molte cose migliorerebbero se lei mi credesse almeno un poco e tenesse sempre presente la sua ignoranza. Allora, per esempio, lei sarebbe più giusto nei miei riguardi e comincerebbe a capire la paura che ho passato - e ne subisco ancora le conseguenze - quando mi sono accorta che la mia cara piccola aveva lasciato, per così dire, l'aquila per unirsi alla biscia, ma la situazione reale è ben peggiore, e io devo fare continui sforzi per dimenticarla, altrimenti non potrei rivolgerle una sola parola calma. Ecco, adesso si è arrabbiato di nuovo. No, non se ne vada, ascolti ancora questa preghiera: dovunque lei vada, tenga sempre bene a mente che qui è lei a saperne meno di tutti, e sia prudente; qui da noi, dove la presenza di Frieda la protegge da ogni danno, potrà dare libero sfogo al suo animo, potrà per esempio mostrarci come ha intenzione di parlare a Klamm; ma nella realtà, la prego, nella realtà non lo faccia!».
Si alzò un po' barcollante per l'emozione, andò verso K., gli afferrò la mano e lo guardò con aria implorante. «Signora», disse K., «io non capisco perché per una cosa simile lei si abbassi a supplicarmi. Se, come lei dice, non mi è possibile parlare con Klamm, vuol dire che non ci riuscirò, che mi si implori o no. Se invece fosse possibile, perché non dovrei farlo, tanto più che, venendo a cadere la sua obiezione principale, anche gli altri suoi timori diventano molto discutibili. Certo, io sono ignorante, questa rimane una verità in ogni caso, ed è molto triste per me; ma c'è anche il vantaggio che l'ignorante osa di più, e perciò intendo sopportare ancora un poco l'ignoranza e le sue conseguenze, certo spiacevoli, finché mi reggono le forze. Queste conseguenze, tuttavia, colpiscono essenzialmente me solo, e quindi non capisco soprattutto perché lei m'implori. A Frieda provvederà di certo sempre lei, e se io sparissi completamente dal suo orizzonte, lei lo riterrebbe solo una fortuna. Che cosa teme, dunque? Non avrà per caso paura... all'ignorante tutto pare possibile», e così dicendo K. apriva già la porta, «non avrà paura per Klamm?». L'ostessa lo seguì con lo sguardo, in silenzio, mentre egli scendeva rapidamente le scale seguito dagli aiutanti.

5 • DAL SINDACO

Il colloquio con il sindaco non preoccupava molto K., ed egli stesso se ne stupiva. Cercò di spiegarselo con la considerazione che, stando alle sue precedenti esperienze, i rapporti ufficiali con le autorità comitali erano stati per lui molto semplici. Questo dipendeva in parte dal fatto che nei suoi confronti era stata palesemente adottata, una volta per tutte, una linea di condotta ben determinata che esteriormente gli era molto favorevole, e in parte dall'ammirevole coordinamento dei servizi che s'indovinava perfetto proprio là dove pareva far difetto. Se talvolta pensava a queste cose, K. non era lontano dal trovare la sua situazione soddisfacente, sebbene dopo tali accessi di contentezza subito si dicesse che appunto lì stava il pericolo.
I rapporti diretti con le autorità non erano poi così difficili, perché le autorità, per quanto ben organizzate, avevano sempre e solo da difendere, in nome di lontani, invisibili signori, cose altrettanto invisibili e lontane, mentre K. lottava per qualcosa di molto vivo e vicino, per se stesso, e inoltre, almeno nei primissimi tempi, di sua spontanea volontà, poiché l'attaccante era lui; e poi non si batteva da solo per sé, altre forze si battevano, che egli forse non conosceva ma alle quali poteva credere, a giudicare dalle misure che le autorità avevano adottate. Ma assecondandolo largamente fin dal principio in cose di poco conto - finora non si era trattato d'altro - esse gli toglievano la possibilità di piccole, facili vittorie e con tale possibilità anche la relativa soddisfazione e la ben fondata sicurezza che gliene sarebbe derivata per altre più importanti lotte. Invece lasciavano che K. se ne andasse dove voleva, purché all'interno del villaggio, e in tal modo lo viziavano e lo fiaccavano, rimuovevano qualsiasi conflitto relegandolo per contro in un'esistenza al di fuori dell'ufficialità, del tutto confusa, torbida, strana. In questo modo, se non stava sempre all'erta, poteva benissimo succedere che un giorno, nonostante la gentilezza dell'autorità e benché egli adempisse perfettamente tutti i suoi doveri ufficiali, doveri di una facilità tanto esagerata, si lasciasse ingannare dal favore che in apparenza gli si dimostrava e conducesse la sua vita privata con tale imprudenza da cadere in fallo e che l'autorità, pur con la mitezza e la cortesia di sempre, quasi controvoglia ma in nome di un ordine pubblico a lui sconosciuto, dovesse intervenire per sbarazzarsi di lui. E che cos'era, in fondo, questa sua vita privata? K. non aveva mai visto da nessuna parte carica ufficiale e vita così strettamente intrecciate come qui, così intrecciate da parere talvolta essersi scambiati i posti. Che cos'era per esempio il potere, fin qui solo formale, che Klamm esercitava sul servizio ufficiale di K., paragonato a quello che aveva molto realmente nella camera da letto di K.? Ecco perché qui una condotta un po' più disinvolta, una certa rilassatezza, andava bene solo nei diretti confronti delle autorità, mentre per il resto era necessario usare una grande cautela, guardarsi ben bene attorno prima di ogni passo.
Il concetto che K. si era fatto delle autorità locali trovò piena conferma nella sua prima visita al sindaco. Questi, un uomo grosso, ben rasato, dai modi gentili, era malato, aveva un violento attacco di gotta e ricevette K. a letto. «E così, questo è il nostro signor agrimensore», disse, cercò di tirarsi su per salutare, ma non ci riuscì e si lasciò ricadere sui cuscini indicando, con un gesto di scusa, le sue gambe. Una donna silenziosa, quasi spettrale nella penombra di quella stanza dalle finestre piccole che le tende rendevano ancora più buia, portò una sedia per K. e la sistemò accanto al letto. «Si sieda, si sieda, signor agrimensore», disse il sindaco, «e mi dica che cosa desidera». K. gli lesse la lettera di Klamm e vi aggiunse qualche osservazione. Di nuovo ebbe l'impressione che i rapporti con le autorità fossero straordinariamente facili. Sopportavano letteralmente ogni fardello, si poteva scaricare su di loro ogni cosa rimanendo liberi e immuni. Il sindaco, come se a modo suo avesse anche lui quell'impressione, si girò nel letto, a disagio. Infine disse: «Come lei avrà notato, signor agrimensore, io ero al corrente di ogni cosa. Se non ho ancora preso inziative di persona, ciò è dovuto in primo luogo alla mia malattia e poi al fatto che lei ha tardato a venire da me per cui pensavo già che avesse rinunciato alla cosa. Ma ora che lei ha la gentilezza di farmi visita personalmente, sono costretto a dirle tutta la sgradevole verità. Lei è assunto in qualità di agrimensore, come dice; ma purtroppo un agrimensore a noi non serve. Qui per lei non c'è il minimo lavoro. I confini dei nostri piccoli poderi sono tracciati, tutto è regolarmente registrato. I cambi di proprietà sono rari, e le piccole controversie in materia di confini le risolviamo da noi. Che ce ne faremmo quindi di un agrimensore?». Senza che ci avesse riflettuto prima, dentro di sé K. fu convinto di essersi aspettato una notizia di questo genere. Proprio per questo poté subito dire: «Sono molto sorpreso. Questo manda all'aria tutti i miei calcoli. Posso solo sperare che ci sia un malinteso». «Purtroppo no», disse il sindaco, «è così come le dico». «Ma come è possibile!», esclamò K. «Non ho certo fatto questo interminabile viaggio per vedermi spedito indietro!». «Questa è un'altra questione», disse il sindaco, «che non spetta a me decidere, posso però spiegarle come è stato possibile quel malinteso. In un apparato amministrativo così esteso come quello del conte può succedere che una sezione disponga questo, un'altra quello, senza che l'una sappia dell'altra; il controllo superiore è estremamente preciso, ma per sua stessa natura arriva troppo tardi, e così può sempre nascere una piccola confusione. Ma si tratta solo di assolute piccolezze, come il caso suo, per esempio. Nelle cose importanti non mi risulta finora che sia stato commesso un errore, ma anche le piccolezze sono spesso piuttosto incresciose. Per quanto riguarda il suo caso, le dirò francamente, senza farne un segreto d'ufficio - non sono abbastanza burocrate per questo, sono, e rimango, un contadino - come si sono svolte le cose. Molto tempo fa - ero sindaco da pochi mesi appena - arrivò un decreto, non so più da quale sezione, in cui si comunicava, nel modo categorico che contraddistingue quei signori, che si doveva far venire un agrimensore e che il comune aveva l'incarico di tenere pronti i progetti e i disegni necessari per i suoi lavori. Naturalmente questo decreto non poteva riguardare lei, perché risale a molti anni fa, e io non me ne sarei ricordato se ora non fossi malato e non avessi tutto il tempo, a letto, di riflettere sulle cose più ridicole... Mizzi», disse, interrompendo improvvisamente il racconto, rivolgendosi alla donna che seguitava a muoversi veloce per la stanza, presa in un'incomprensibile attività, «per favore, guarda nell'armadio se trovi il decreto». «Le dirò, risale ai miei primi tempi», spiegò a K., «allora conservavo tutto». La donna aprì subito l'armadio sotto lo sguardo di K. e del sindaco. L'armadio era zeppo di documenti. Nell'aprirlo caddero fuori due grossi fascicoli di documenti legati in rotoli, come si fa con la legna da ardere; la donna balzò da parte, spaventata. «Sotto, potrebbe essere sotto», disse il sindaco dando le direttive dal letto. Ubbidiente, la donna afferrò gl'incartamenti con entrambe le braccia e buttò tutto fuori dell'armadio, per arrivare a quelli che stavano più sotto. Le carte coprivano già metà della stanza. «È stato fatto un bel po' di lavoro», disse il sindaco approvando con il capo, «e questa è solo una piccola parte. Il grosso l'ho riposto nel granaio, ma veramente la maggior parte è andata perduta. Come si fa a conservare tutto? Nel granaio però c'è ancora molta roba». «Ce la farai a trovare il decreto?», disse rivolto di nuovo alla donna. «Devi cercare l'incartamento con la parola "agrimensore" sottolineata in blu». «È troppo buio qui», disse la donna, «vado a prendere una candela», e uscì dalla stanza scavalcando le carte. «Mia moglie», disse il sindaco, «mi è di grande appoggio in questo gravoso lavoro d'ufficio, che tuttavia per me è solo marginale. Per le scritture ho un altro aiuto, il maestro, eppure è impossibile sbrigare tutto, rimane sempre una quantità di pratiche arretrate; sono raccolte lì, in quel mobile», e indicò un altro armadio. «Ora poi che sono ammalato il lavoro si accumula», disse e si appoggiò all'indietro, stanco ma pieno d'orgoglio. «Non potrei aiutare sua moglie?», disse K. quando la donna rientrò con la candela e, in ginocchio davanti all'armadio, si mise a cercare il decreto. Il sindaco scosse la testa sorridendo: «Come ho già detto, non ho segreti d'ufficio per lei; ma lasciarla cercare da sé fra i documenti sarebbe troppo». Ora nella stanza si fece silenzio, si poteva udire solo il fruscìo delle carte, forse il sindaco si era appisolato. Due leggeri colpi alla porta fecero voltare K. Erano gli aiutanti, naturalmente. Almeno erano un po' più educati, non irruppero subito nella stanza ma sussurrarono attraverso la porta socchiusa: «Abbiamo troppo freddo, qui fuori». «Chi è?», chiese il sindaco svegliandosi di soprassalto. «Sono solo i miei aiutanti», disse K., «non so dove farli aspettare, fuori fa troppo freddo e qui dentro infastidiscono». «A me non danno nessun disturbo», disse gentilmente il sindaco. «Li faccia entrare. E poi li conosco. Sono vecchie conoscenze». «Ma a me danno fastidio», disse K. apertamente, andò con lo sguardo dagli aiutanti al sindaco e di nuovo a quelli e trovò che i loro tre sorrisi erano assolutamente identici. «Ormai che siete qui», disse poi tanto per provare, «rimanete e aiutate la signora a cercare un incartamento con la parola "agrimensore" sottolineata in blu». Il sindaco non fece obiezioni. Quello che non era permesso a K. era permesso agli aiutanti; essi si gettarono subito sulle carte, ma più che cercare frugavano alla rinfusa nei mucchi, e mentre uno sillabava una scritta, l'altro gli strappava di mano il documento. La donna invece stava in ginocchio davanti all'armadio vuoto, sembrava aver smesso di cercare, ad ogni modo la candela era molto distante da lei.
«Gli aiutanti», disse il sindaco con un sorriso compiaciuto, come se tutto derivasse dalle sue disposizioni senza però che nessuno fosse in grado anche solo di supporlo. «Così, le danno fastidio, eppure sono i suoi aiutanti». «No», disse freddamente K., «me li hanno appioppati solo qui». «Come, appioppati?», disse il sindaco. «Le sono stati assegnati, vorrà dire». «E va bene, assegnati», disse K. «ma potrebbero altrettanto essermi piovuti dal cielo, tanto quest'assegnazione è stata fatta senza riflettere. «Qui non si fa nulla senza riflettere», disse il sindaco dimenticando i dolori al piede e levandosi a sedere. «Nulla», disse K., «e la mia nomina, allora?». «Anche la sua nomina è stata ben ponderata», disse il sindaco, «ma sono intervenute delle circostanze secondarie a complicare le cose, glielo proverò documenti alla mano». «I documenti non si troveranno», disse K. «Non si troveranno?», esclamò il sindaco. «Mizzi, per favore, cerca un po' più in fretta! Ad ogni modo posso raccontarle la storia fin d'ora, anche senza i documenti. A quel decreto di cui le dicevo noi rispondemmo, ringraziando, che di agrimensori non avevamo bisogno. Ma pare che la risposta non sia giunta alla sezione di provenienza, che chiamerò A, bensì, erroneamente, a un'altra sezione B. La sezione A rimase quindi senza risposta, ma purtroppo anche la sezione B non ricevette una risposta completa; vuoi che il contenuto del plico sia rimasto qui da noi, vuoi che sia andato smarrito per strada - non certo nell'ufficio della sezione, questo lo garantisco io -, sta di fatto che alla sezione B arrivò soltanto un plico con la semplice annotazione che il documento in esso contenuto, ma in realtà purtroppo mancante, concerneva la nomina di un agrimensore. Intanto la sezione A aspettava la nostra risposta; aveva, sì, preso nota della faccenda, ma come è comprensibile che spesso accada, e anche legittimo, tenuto conto della precisione di queste procedure, il relatore contava su una nostra risposta e sul fatto che lui poi avrebbe nominato l'agrimensore, oppure, se necessario, avrebbe continuato a corrispondere con noi in merito alla cosa. Di conseguenza, trascurò le sue note e finì per dimenticare tutto. Nella sezione B il plico vuoto giunse nelle mani di un relatore famoso per la sua coscienziosità, Sordini, un italiano; persino io, che pure sono addentro alle cose, non mi spiego come mai si lasci un uomo con le sue capacità in una posizione quasi subalterna. Naturalmente questo Sordini ci mandò indietro il plico vuoto perché lo completassimo. Ma ormai da quel primo scritto della sezione A erano già passati molti mesi, o addirittura anni; e si capisce, poiché se una pratica imbocca la strada giusta, com'è la regola, arriva alla sua sezione al più tardi entro le ventiquattr'ore e viene sbrigata il giorno stesso; ma se per caso sbaglia strada - e data la perfetta organizzazione deve mettercela proprio tutta per cercare la strada sbagliata, altrimenti non la trova - allora, certo, la cosa va molto per le lunghe. Perciò, quando ricevemmo la nota di Sordini, avevamo un ricordo solo molto confuso della faccenda, a quel tempo eravamo soltanto in due a svolgere il lavoro, Mizzi e io, il maestro non mi era ancora stato assegnato e conservavamo una copia solo degli affari più importanti; in breve, potemmo solo rispondere molto vagamente che non sapevamo nulla di quella nomina e che qui da noi non c'era bisogno di un agrimensore».
«Ma», s'interruppe a questo punto il sindaco come se nella foga del racconto si fosse spinto troppo oltre o, almeno, come se fosse possibile che l'avesse fatto, «forse questa storia l'annoia».
«No», disse K., «mi diverte».
E il sindaco: «Non gliela racconto perché si diverta».
«Mi diverto solo perché mi dà un'idea del ridicolo imbroglio che in certe circostanze può decidere della vita di un uomo».
«Lei non s'è fatta ancora nessuna idea», disse gravemente il sindaco, «e io posso raccontarle dell'altro. Naturalmente, uno come Sordini non si accontentava della nostra risposta. Ammiro quell'uomo, anche se è il mio tormento. Infatti non si fida di nessuno; anche se, per esempio, ha potuto appurare infinite volte che una persona è degna della massima fiducia, alla prossima occasione ne diffida come se nemmeno la conoscesse, o più esattamente come se la considerasse un mascalzone. Io trovo che sia giusto, un funzionario deve agire così; purtroppo la mia natura m'impedisce di attenermi a questa regola; come ben vede, a lei, che pure è uno straniero, dico tutto apertamente, non so fare altrimenti. A Sordini, invece, la nostra risposta destò subito sospetto. Ne nacque allora una fitta corrispondenza. Sordini chiese come mai mi era venuta d'un tratto l'idea che non si doveva assumere nessun agrimensore; io risposi, con l'aiuto dell'eccellente memoria di Mizzi, che l'iniziativa era venuta dall'ufficio stesso (che si trattasse di un'altra sezione l'avevamo naturalmente dimenticato da un pezzo). Sordini ribatté: come mai nomina soltanto ora quel dispaccio dell'amministrazione? Io risposi: perché me ne sono ricordato solo ora. Sordini: la cosa è molto strana. Io: non è affatto strana dato che la faccenda si trascina da tanto tempo. Sordini: e invece è strana, perché il dispaccio di cui lei si ricorda non esiste. Io: naturale che non esiste, visto che tutto l'incartamento è andato perduto. Sordini: dovrebbe però esserci una registrazione di quel primo dispaccio, e invece non c'è. A questo punto mi bloccai, non osando affermare né credere che nella sezione di Sordini si fosse commesso un errore. Forse lei, signor agrimensore, rimprovera tacitamente a Sordini di non essersi informato presso altre sezioni tenendo conto di quello che affermavo. Ma, appunto, non sarebbe stato giusto, io non voglio che su quell'uomo rimanga una macchia, non voglio che lei nemmeno lo pensi. Una regola di lavoro imposta dall'amministrazione è quella di non contemplare mai una possibilità d'errore. Questa regola è giustificata dall'eccellente organizzazione d'insieme, ed è necessaria perché le pratiche siano sbrigate con la massima rapidità. Sordini, quindi, non poteva assolutamente informarsi presso altre sezioni, e d'altronde queste non gli avrebbero nemmeno risposto perché si sarebbero subito accorte che si trattava d'indagare su una possibilità d'errore».
«Mi permetta d'interromperla con una domanda, signor sindaco», disse K., «lei prima non aveva parlato di un ufficio di controllo? Stando alla sua descrizione del sistema amministrativo c'è da sentirsi male all'idea che questo controllo possa mancare».
«Lei è molto severo», disse il sindaco. «Ma moltiplichi per mille la sua severità e non sarà ancora niente in confronto a quella che l'autorità applica a se stessa. Solo un forestiero poteva fare una domanda come la sua. Se c'è un ufficio di controllo? Ci sono solo uffici di controllo. Certo, il loro compito non è scoprire degli errori nel senso grossolano della parola, perché errori non se ne commettono e anche quando se ne commette uno, come nel suo caso, chi può dire alla fin fine che sia un errore?».
«Sarebbe proprio nuova!», esclamò K.
«Per me è una cosa molto vecchia», disse il sindaco. «Io sono convinto quanto lei che ci sia stato un errore, e Sordini ne è stato così disperato da ammalarsi gravemente, e i primi uffici di controllo a cui dobbiamo di aver scoperto l'origine dell'errore riconoscono l'errore anche in questo. Ma chi può affermare se i secondi uffici di controllo giudicheranno allo stesso modo, e così i terzi e i successivi?».
«Sarà», disse K., «ma preferisco non immischiarmi in simili considerazioni, inoltre è la prima volta che sento parlare di uffici di controllo e naturalmente non sono ancora in grado di capirli. Solo credo che qui si debbano distinguere due cose: primo, ciò che avviene all'interno dell'amministrazione degli uffici e che può essere interpretato, amministrativamente, in un modo o nell'altro, e secondo, la mia persona reale, io, che sono esterno all'amministrazione e a cui essa minaccia di arrecare un torto così insensato che ancora non riesco a credere alla serietà del pericolo. Al primo punto si riferisce probabilmente quello che lei, signor sindaco, mi ha raccontato con straordinaria, sbalorditiva competenza, ma ora vorrei sentire qualche parola a mio riguardo».
«Vengo anche a questo», disse il sindaco, «ma lei non capirebbe se non avessi fatto alcune premesse. Già il mio accenno agli uffici di controllo è stato prematuro. Torno dunque al contrasto con Sordini. Come dicevo, la mia difesa si fece man mano più debole. Ma quando Sordini ha il sia pur minimo vantaggio su qualcuno, ha già vinto, perché allora moltiplica la sua attenzione, la sua energia, la sua presenza di spirito; ed è uno spettacolo spaventoso per chi è attaccato ma stupendo per i nemici dell'attaccato. Solo perché in altri casi ho fatto quest'ultima esperienza, posso parlare così di lui. D'altronde non sono mai riuscito a vederlo con i miei occhi, lui non può venire quaggiù, è sovraccarico di lavoro, il suo ufficio - me l'hanno descritto - ha le pareti nascoste da pile di voluminosi incartamenti, e sono soltanto le pratiche a cui Sordini sta lavorando al momento, e poiché dagli incartamenti vengono costantemente tolti e aggiunti dei documenti, sempre in gran fretta, le pile crollano di continuo, e proprio quel fracasso che si ripete a brevi intervalli è diventato la caratteristica dell'ufficio di Sordini. Eh sì, Sordini è un gran lavoratore e dedica pari cura ad ogni caso, al più piccolo come al più grande».
«Signor sindaco», disse K., «lei continua a dire che il mio caso è uno dei più piccoli, eppure se ne sono occupati tanti funzionari, e anche se all'inizio era un caso piccolissimo, lo zelo di funzionari del genere del signor Sordini lo ha fatto diventare grande. Purtroppo, e assolutamente contro la mia volontà, poiché la mia ambizione non è quella di far crescere e crollare grandi pile di pratiche che mi riguardano, ma di poter svolgere in tutta tranquillità il mio piccolo lavoro di agrimensore dietro a un piccolo tavolo da disegno».
«No», disse il sindaco, «non è un grande caso. Sotto questo aspetto lei non ha motivo di lagnarsi, è uno dei più piccoli fra i piccoli casi. La quantità di lavoro non determina l'importanza del caso, lei è ancora ben lontano dal capire l'amministrazione, se crede questo. Ma anche se la quantità di lavoro fosse determinante, il suo sarebbe uno dei casi di minor conto; i casi ordinari, dunque quelli senza i cosiddetti errori, danno molto più lavoro e certo un lavoro di gran lunga più fruttuoso. D'altronde lei non sa ancora nulla del vero lavoro che il suo caso ha richiesto, e di questo appunto le voglio parlare. In un primo tempo, dunque, Sordini mi lasciò da parte, ma ogni giorno all'Albergo dei Signori arrivarono i suoi impiegati; ebbero luogo gl'interrogatori verbalizzati dei notabili del comune. Quasi tutti si schierarono dalla mia parte, solo alcuni esitavano; la questione dell'agrimensore tocca da vicino i contadini, essi subodoravano qualche accordo segreto, qualche ingiustizia, per giunta trovarono un capo, e dalle loro dichiarazioni Sordini dovette convincersi che, se io avessi portato la questione dinnanzi al consiglio comunale, non tutti sarebbero stati contrari alla nomina di un agrimensore. Così, una cosa ovvia - e cioè che non c'era bisogno di un agrimensore - divenne per lo meno discutibile. In questa occasione si distinse particolarmente un certo Brunswick, lei forse non lo conosce, non dev'essere cattivo, ma è uno stupido e un esaltato, è un cognato di Lasemann».
«Del conciatore?», chiese K. e descrisse l'uomo barbuto che aveva visto da Lasemann.
«Sì, è lui», disse il sindaco.
«Conosco anche sua moglie», disse K. un po' a casaccio.
«Può darsi», disse il sindaco e ammutolì.
«È bella», disse K., «ma un po' pallida e malaticcia. È originaria del castello?». Era una domanda ma anche un'affermazione.
Il sindaco guardò l'orologio, versò della medicina in un cucchiaio e l'inghiottì in fretta.
«Mi pare che lei del castello conosce solo gli uffici», disse K. villano.
«Sì», disse il sindaco con un sorriso ironico eppure riconoscente. «Del resto sono la cosa più importante. E in quanto a Brunswick, se potessimo escluderlo dalla comunità ne saremmo quasi tutti felici, a cominciare da Lasemann. Ma a quel tempo Brunswick acquistò una certa influenza, di sicuro non è un oratore, ma è uno che sbraita forte, e per molti questo basta. Fu così che mi vidi costretto a sottoporre la cosa al consiglio comunale, e fu questo del resto, in un primo tempo, l'unico successo di Brunswick, perché naturalmente il consiglio espresse a larga maggioranza di non volerne sapere di un agrimensore. Anche questi fatti risalgono a molti anni fa, ma in tutto questo tempo la cosa non si è mai sopita, in parte per la scrupolosità di Sordini che cercò di appurare con accuratissime indagini i motivi sia della maggioranza che dell'opposizione, e in parte per la stupidità e l'ambizione di Brunswick che ha diverse relazioni personali con le autorità e le smuove con sempre nuove trovate della sua fantasia. Sordini non si lasciava certo ingannare da Brunswick, come potrebbe Brunswick trarre in inganno Sordini? Ma proprio per non farsi ingannare Sordini aveva bisogno di nuove indagini, e ogni volta, prima ancora che fossero arrivate a termine, Brunswick aveva già escogitato qualcosa di nuovo, perché è molto versatile, questo fa parte della sua stupidità. Ora vengo a una caratteristica del nostro apparato amministrativo. Nella misura stessa in cui è preciso, questo apparato è di una grande sensibilità. Quando una questione è stata ponderata a lungo, può accadere, anche prima che si sia terminato di vagliarla, che, in un luogo imprevisto e in seguito non più rintracciabile, spunti una soluzione improvvisa e fulminea e liquidi la faccenda in modo per lo più giusto ma comunque arbitrario. È come se l'apparato amministrativo non sopportasse più la tensione, l'eccitazione causata per anni sempre dalla stessa faccenda, anche se in sé irrilevante, e avesse preso la decisione da solo, senza l'aiuto dei funzionari. Naturalmente non è accaduto un miracolo, e certo qualche funzionario ha messo per iscritto una soluzione o ha preso una decisione verbale, ma ad ogni modo non è possibile stabilire - per lo meno non possiamo farlo noi, da quaggiù, e neppure su negli uffici - quale funzionario abbia preso una decisione in questo caso, e per quali motivi. Solo i servizi di controllo lo stabiliranno molto più tardi; ma noi non ne sapremo più nulla, e d'altronde la cosa non interesserebbe più a nessuno. Ora, come ho già detto, quelle soluzioni sono per lo più ottime; il loro solo inconveniente è che, dato come vanno le cose, le si viene a conoscere troppo tardi, e quindi si seguita a discutere appassionatamente di questioni che sono già state risolte da un pezzo. Non so se nel suo caso sia stata presa una decisione del genere - alcune cose lo fanno credere altre no - ma se fosse andata così la nomina le sarebbe stata inviata, e lei avrebbe fatto tutto questo viaggio per arrivare qui, molto tempo sarebbe trascorso, e intanto Sordini avrebbe continuato a lavorare per questa stessa faccenda fino allo sfinimento, Brunswick avrebbe seguitato a intrigare e io sarei stato tormentato da tutti e due. Sto soltanto accennando a questa possibilità, ma so con certezza questo: nel frattempo un ufficio di controllo ha scoperto che molti anni fa dalla sezione A è stata mandata al comune una richiesta concernente un agrimensore senza che finora sia pervenuta una risposta. Recentemente mi hanno interpellato e così si è chiarita tutta la faccenda, la sezione A si è accontentata della mia risposta, cioè che non c'era bisogno di un agrimensore, e Sordini ha dovuto riconoscere che non era competente in quel caso e, certo senza colpa, aveva fatto tutto quel lavoro inutile e snervante. Se non fossimo stati sommersi da nuovo lavoro, come al solito, se il suo non fosse stato quel piccolissimo caso che era - si può quasi dire il più piccolo fra i piccoli casi - avremmo potuto respirare di sollievo tutti, persino Sordini, credo. Solo Brunswick se l'è avuta a male, ma questo era semplicemente ridicolo. Ora s'immagini la mia delusione, signor agrimensore, quando, dopo che tutta la faccenda si è conclusa felicemente - e anche da allora è passato un bel po' di tempo - salta fuori improvvisamente lei e la cosa ha tutta l'aria di voler ricominciare da capo. Lei mi capirà senz'altro se sono fermamente deciso, per quanto sta in me, a impedirlo ad ogni costo».
«Certo», disse K., «ma capisco ancora meglio che qui si commette un terribile abuso nei confronti miei e forse anche delle leggi. Io, per conto mio, saprò difendermi».
«E come?», chiese il sindaco.
«Non posso rivelarlo», disse K.
«Non vorrei essere invadente», disse il sindaco, «ma tengo a segnalarle che lei ha in me, non dico un amico, perché siamo totalmente estranei l'uno all'altro, ma in un certo senso un socio. Solo che non permetto che lei venga assunto come agrimensore; ma per il resto lei potrà sempre rivolgersi a me con fiducia, nei limiti del mio potere, s'intende, che non è grande».
«Lei seguita a parlare di una mia eventuale nomina come agrimensore», disse K., «ma io sono già assunto. Ecco qui la lettera di Klamm».
«La lettera di Klamm», disse il sindaco. «Ha valore e merita rispetto per la firma di Klamm, che pare autentica, ma quanto al resto... non oso però pronunciarmi da solo su questo punto. Mizzi!», chiamò, e poi: «Ma che state facendo?».
Mizzi e gli aiutanti, che erano rimasti tutto quel tempo senza sorveglianza, non avevano evidentemente trovato il documento che cercavano, e volendo perciò richiudere tutto nell'armadio non erano riusciti a contenere quell'ammasso disordinato. Gli aiutanti dovevano allora aver avuto l'idea che stavano mettendo in atto. Avevano adagiato l'armadio sul pavimento, ficcato dentro tutte le pratiche, poi si erano seduti insieme a Mizzi sulle porte dell'armadio e ora stavano cercando di chiuderlo facendo lentamente pressione.
«Il documento dunque non si è trovato», disse il sindaco. «Peccato, ma ormai la storia la conosce, in fondo il documento non ci serve più, d'altronde lo si ritroverà certamente, forse è dal maestro, insieme a moltissimi altri. Ma vieni qui con la candela, Mizzi, e leggimi questa lettera».
Mizzi si avvicinò e sembrò ancora più grigia e insignificante quando si fu seduta sul bordo del letto, stretta a quell'uomo robusto e pieno di vita che la teneva abbracciata. Alla luce della candela si notava ora solo il suo viso, piccolo, con i tratti netti, severi, addolciti soltanto dai segni della vecchiaia. Appena ebbe dato un'occhiata alla lettera congiunse leggermente le mani: «Di Klamm!», disse. Poi lessero insieme la lettera, bisbigliarono un po' fra di loro e infine, proprio mentre gli aiutanti, che erano riusciti a chiudere l'armadio, gridavano «Evviva!» e Mizzi lanciava loro uno sguardo di muta riconoscenza, il sindaco disse:
«Mizzi è esattamente della mia opinione, che ora dunque posso osare di esprimere. Questa lettera non è assolutamente uno scritto ufficiale, bensì privato. Lo si può chiaramente dedurre dalla soprascritta "Egregio Signore!". Inoltre non vi si fa parola della sua nomina ad agrimensore, si parla piuttosto in generale di servizi dell'amministrazione comitale, e anche questo non è detto in modo vincolante, lei è assunto solo "come le è noto", cioè sta a lei dimostrare di essere assunto. Infine, dal punto di vista amministrativo, lei farà riferimento esclusivamente a me, sindaco, come suo immediato superiore che deve comunicarle tutti i particolari, cosa che del resto in gran parte è già avvenuta. Per uno che sa leggere i documenti ufficiali e che di conseguenza legge ancora meglio le lettere non ufficiali, tutto questo è fin troppo chiaro. Che lei, un forestiero, non se ne renda conto, non mi stupisce. Insomma, la lettera significa soltanto che Klamm intende occuparsi personalmente di lei, nel caso che lei venga assunto al servizio del conte».
«Lei interpreta così bene la lettera, signor sindaco», disse K., «che alla fine non ne rimane altro che una firma su un foglio bianco. Non si accorge, così facendo, di svilire il nome di Klamm, che vuol far credere di rispettare?».
«Questo è un malinteso», disse il sindaco. «Io non misconosco l'importanza della lettera, non la sminuisco con la mia interpretazione, tutt'altro. Una lettera privata di Klamm ha naturalmente molta più importanza di un documento amministrativo; solo non ha quel significato che lei gli attribuisce».
«Conosce Schwarzer?», chiese K.
«No», disse il sindaco, «forse tu, Mizzi? Nemmeno lei. No, non lo conosciamo».
«Strano», disse K., «è il figlio di un sottocustode del castello».
«Caro signor agrimensore», disse il sindaco, «come posso conoscere tutti i figli di tutti i sottocustodi del castello?».
«Bene», disse K., «allora deve credermi sulla parola. Il giorno stesso del mio arrivo ho avuto con questo Schwarzer una scena incresciosa. Si è poi informato per telefono da un sottocustode di nome Fritz e ha avuto la conferma della mia nomina ad agrimensore. Come se lo spiega, signor sindaco?».
«Semplicissimo», disse il sindaco, «è che lei non è mai entrato in contatto con la nostra amministrazione. Tutti
questi contatti sono soltanto apparenti, ma lei li considera reali per la sua ignoranza della situazione. Quanto al telefono: vede, da me, che davvero ho abbastanza a che fare con l'amministrazione, non c'è telefono. Negli alberghi e altri luoghi simili il telefono può rendere buoni servizi, come una pianola, per esempio, ma niente di più. Lei ha già telefonato in questo paese, vero? Bene, allora forse mi capirà. Al castello il telefono funziona in modo perfetto, si sa; a quel che mi dicono, là si usa in continuazione il telefono, il che naturalmente sveltisce molto il lavoro. Queste telefonate incessanti noi le sentiamo nei telefoni del paese come un canto e un brusio, che anche lei avrà di certo udito. Ma quel brusio e quel canto sono l'unica cosa esatta e degna di fede che i nostri telefoni ci trasmettono, tutto il resto è menzogna. Non esiste un collegamento telefonico preciso con il castello, né un centralino che inoltri le nostre chiamate; se da qui si chiama qualcuno del castello, lassù squillano tutti i telefoni delle sezioni subalterne, o piuttosto squillerebbero, se non avessero disinserito, come so per certo, la soneria in quasi tutti gli apparecchi. Ma di tanto in tanto qualche funzionario, stremato dal lavoro, avverte il bisogno di distrarsi un poco, soprattutto di sera o di notte, e inserisce la soneria; allora noi otteniamo una risposta, ma questa risposta, per la verità, è soltanto una presa in giro. Del resto si capisce. Chi può pretendere che le sue piccole preoccupazioni private gli diano il diritto di far squillare un telefono nel bel mezzo di lavori importantissimi e d'interromperne il ritmo febbrile? Non capisco inoltre come uno, anche se forestiero, possa credere che quando chiama, per esempio, Sordini, sia veramente Sordini a rispondere. È più probabile che si tratti di un piccolo archivista di tutt'altra sezione. In compenso, in certe rare occasioni può succedere che, chiamando quel piccolo archivista, risponda Sordini in persona. In tal caso però è meglio allontanarsi di corsa dal telefono prima che ne esca una sola parola».
«Devo dire che non ho visto la cosa in questo modo», disse K., «non potevo conoscere questi particolari; non ho mai avuto molta fiducia in queste conversazioni telefoniche e sono sempre stato convinto che ad avere reale importanza sono solo le cose che si vengono a sapere o si ottengono al castello stesso».
«No», disse il sindaco fissandosi su una parola, «una reale importanza quelle risposte telefoniche ce l'hanno, eccome. Vuole che un'informazione data da un funzionario del castello sia senza importanza? L'ho già detto a proposito della lettera di Klamm; tutte quelle dichiarazioni non hanno alcuna importanza ufficiale; se lei gliela attribuisce, sbaglia; in compenso, la loro importanza privata, come segno di amicizia o di ostilità, è grandissima, molto più grande, di solito, di quanto possa mai essere un'importanza ufficiale».
«Bene», disse K., «ammettendo che le cose stiano così, io dovrei avere una folla di buoni amici al castello; a ben vedere, già l'idea che molti anni fa era venuta a quella sezione di far venire un agrimensore era un gesto d'amicizia nei miei confronti, e, in seguito, vi fu una successione di gesti del genere fino a quando, malauguratamente, mi hanno attirato qui per poi minacciarmi di sbattermi fuori».
«C'è del vero in questo suo modo di vedere le cose», disse il sindaco, «ha ragione, non si deve prendere alla lettera quello che dicono al castello. Ma la prudenza è necessaria dappertutto, non solo qui, ed è tanto più necessaria quanto più importante è la comunicazione di cui si tratta. Non capisco però che cosa intendeva dire con quell'attirare. Se lei avesse seguito meglio i miei chiarimenti, dovrebbe sapere che la questione della sua nomina è troppo difficile per poterla esaurire qui, nel corso di una breve conversazione».
«E così», disse K., «quello che ne risulta è che tutto è oscuro e insolubile, a parte il fatto che mi si caccia via».
«Chi oserebbe cacciarla via, signor agrimensore?», disse il sindaco. «Proprio l'oscurità delle questioni preliminari le garantisce il trattamento più cortese, ma lei dà l'impressione di essere troppo suscettibile. Nessuno la trattiene, ma questo non significa che la si cacci via».
«Oh, signor sindaco», disse K., «adesso è lei che vede le cose troppo chiare. Le voglio enumerare alcune delle ragioni che mi trattengono qui: il sacrificio che ho fatto nell'allontanarmi da casa, il viaggio lungo e faticoso, le speranze che ho nutrito a proposito della mia assunzione qui, la mia totale mancanza di risorse, l'impossibilità di ritrovare al mio paese un lavoro equivalente, e infine, ragione che non è la meno importante, la mia fidanzata, che è di qui».
«Ah, Frieda», disse il sindaco senza la minima sorpresa. «Lo so. Ma Frieda la seguirebbe ovunque. Quanto al resto, le concedo che bisogna ancora ponderare le cose, e io ne informerò il castello. Se si venisse a una decisione o ci fosse bisogno di interrogarla ancora una volta, la manderò a chiamare. È d'accordo?».
«Niente affatto», disse K., «non voglio favori dal castello, voglio ciò a cui ho diritto».
«Mizzi», disse il sindaco alla moglie che era ancora seduta lì, stretta a lui - e giocava trasognata con la lettera di Klamm, di cui aveva fatto una barchetta; spaventato, K. gliela tolse di mano -«Mizzi, la gamba ricomincia a farmi molto male, dovremo rinnovare l'impacco».
K. si alzò. «Allora toglierò il disturbo», disse.
«Sì», disse Mizzi, che aveva già preparato una pomata, «c'è troppa corrente qui». K. si voltò; gli aiutanti, nella loro premura sempre inopportuna, alle parole di K. avevano subito aperto i battenti della porta. Per proteggere la camera dell'ammalato dalle folate di freddo, K. poté fare al sindaco solo un frettoloso inchino. Poi, trascinandosi dietro gli aiutanti, lasciò di corsa la stanza e chiuse in fretta la porta.

6 • LA SECONDA CONVERSAZIONE CON L'OSTESSA

Dinnanzi alla locanda lo aspettava l'oste. Non avrebbe osato parlare senza essere interrogato, quindi K. gli chiese che cosa volesse. «Hai trovato un nuovo alloggio?», chiese l'oste guardando a terra. «Me lo chiedi per conto di tua moglie», disse K., «ti fa fare quel che vuole, eh?». «No», disse l'oste, «non lo chiedo per conto suo. Ma è così agitata e infelice a causa tua, non riesce a lavorare, si è messa a letto e continua a sospirare e a lamentarsi». «Vuoi che vada da lei?», chiese K. «Sì, te ne prego», disse l'oste, «sono già venuto a cercarti dal sindaco per portarti qui, ho ascoltato alla porta, ma stavate discorrendo, non volevo disturbare, e poi ero in ansia per mia moglie, sono corso indietro, ma lei non mi ha lasciato entrare nella stanza, così non mi rimaneva altro che aspettarti». «Allora vieni, svelto», disse K., «ci metterò poco a calmarla». «Speriamo», disse l'oste.
Attraversarono la cucina chiara dove tre o quattro ragazze, distanti l'una dall'altra e intente alle loro rispettive occupazioni, rimasero letteralmente impietrite alla vista di K. Fin dalla cucina si udivano i sospiri dell'ostessa. Era coricata in uno stanzino senza finestre, separato dalla cucina da un sottile tramezzo di legno. C'era spazio solo per per un grande letto matrimoniale e un armadio. Il letto era sistemato in modo che, da coricati, si poteva vedere tutta la cucina e sorvegliare il lavoro. Dalla cucina invece non si vedeva quasi nulla dello stanzino. Questo era completamente buio, unica macchia luminosa era la coperta del letto bianca e rossa. Solo una volta entrati e quando gli occhi si erano abituati all'oscurità si cominciavano a distinguere i particolari.
«Finalmente è venuto», disse con voce fievole l'ostessa. Era coricata supina, evidentemente respirava a fatica, aveva buttato indietro il piumino. Pareva molto più giovane a letto che vestita, ma la cuffietta da notte di delicato merletto che aveva in testa, anche se era troppo piccola e malferma sui capelli, rendeva pietosa la decadenza del viso. «Come avrei potuto venire?», disse K. con dolcezza. «Lei non mi ha fatto chiamare». «Non avrebbe dovuto farmi aspettare tanto», disse l'ostessa con l'ostinazione dei malati. «Si sieda», disse indicando il bordo del letto, «voialtri, invece, andatevene!». Oltre agli aiutanti si erano intanto introdotte nello stanzino anche le serve. «Me ne vado anch'io, Gardena», disse l'oste. K. udiva per la prima volta il nome di quella donna. «Certo», disse lei con lentezza, e aggiunse distrattamente, come se fosse immersa in altri pensieri: «perché dovresti rimanere proprio tu?». Ma quando tutti si furono ritirati in cucina - questa volta anche gli aiutanti ubbidirono subito, ma per la verità stavano correndo dietro a una delle serve - Gardena ebbe abbastanza presenza di spirito per accorgersi che dalla cucina si sentiva tutto quel che si diceva nello stanzino poiché non c'era porta, quindi ordinò a tutti di andarsene anche dalla cucina, cosa che fecero subito.
«Signor agrimensore», disse quindi Gardena, «nell'armadio, subito davanti, c'è appeso uno scialle, me lo dia, per favore, che voglio coprirmi, non sopporto il piumino, faccio una tal fatica a respirare». E quando K. le ebbe dato lo scialle, disse: «Guardi, è bello questo scialle, vero?». A K. pareva uno scialle di lana qualunque, lo tastò ancora una volta solo per compiacenza ma non disse nulla. «Sì, è un bello scialle», disse Gardena e vi si avvolse dentro. Adesso stava distesa tranquilla; tutta la sofferenza sembrava esser scomparsa, si accorse persino che il cuscino l'aveva spettinata, si levò un momento a sedere e aggiustò un po' i capelli tutt'intorno alla cuffia. Aveva una ricca capigliatura.
K. si spazientì e disse: «Signora, lei mi ha fatto chiedere se avevo già un altro alloggio». «Fatto chiedere?», disse l'ostessa. «No, si sbaglia». «Me lo ha chiesto poco fa suo marito». «Lo credo», disse l'ostessa, «quell'uomo è la mia croce. Quando non volevo averla qui, lui ha voluto che restasse, ora che sono contenta che lei alloggia da noi la caccia via. Fa sempre così». «Dunque», disse K., «lei ha cambiato opinione su di me a tal punto? In un'ora o due?». «Non ho cambiato opinione», disse l'ostessa e il tono della sua voce si fece di nuovo più fievole, «mi dia la mano. Così. E ora mi prometta di essere sincero fino in fondo, e io farò lo stesso con lei». «Va bene», disse K., «ma chi comincia?». «Io», disse l'ostessa. Non dava l'impressione di voler essere gentile con K., ma piuttosto di bruciare dalla voglia di parlare per prima.
Tirò fuori da sotto il cuscino una fotografia e la porse a K. «Guardi questa fotografia», disse in tono di preghiera. Per vederla meglio K. fece un passo nella cucina, ma nemmeno lì era facile distinguervi qualcosa, perché era sbiadita dagli anni, strappata in più punti, sgualcita e piena di macchie. «Non è precisamente in buono stato», disse K. «No, purtroppo», disse l'ostessa, «va a finire così, a furia di portarsela appresso per anni. Ma se la guarda bene distinguerà lo stesso tutto, ne sono sicura. Del resto posso aiutarla io, mi dica quel che vede, mi piace molto sentir parlare di questa fotografia. Allora?». «Un giovane», disse K. «Esatto», disse l'ostessa, «e che cosa fa?». «È sdraiato, mi pare, su un'asse, si stira e sbadiglia». L'ostessa rise. «Tutto sbagliato», disse. «Eppure, questa è l'asse, e qui c'è lui», insistette K. «Ma osservi meglio», disse l'ostessa irritata, «è proprio sdraiato?». «No», disse ora K., «non è sdraiato, è sospeso in aria e questa non è un'asse, adesso lo vedo, pare piuttosto un filo, e il giovane sta facendo un salto in alto». «Oh, ecco», disse l'ostessa soddisfatta, «sta saltando, è così che si allenano i messaggeri dell'amministrazione. Lo sapevo che ci sarebbe arrivato. Vede anche il suo viso?». «Del viso vedo pochissimo», disse K., «è evidente che sta facendo un grande sforzo, la bocca è aperta, gli occhi stretti e i capelli svolazzanti». «Benissimo», disse l'ostessa approvando. «A meno di averlo visto personalmente, di più non si può dire. Era un bel giovane, però; io l'ho visto solo una volta di sfuggita e non lo dimenticherò mai». «Ma chi era?», domandò K. «Era», disse l'ostessa, «il messaggero che Klamm mi ha mandato per farmi andare da lui la prima volta».
K. non riusciva ad ascoltare bene, era distratto da un tintinnare di vetri. Scoprì subito la causa di quel disturbo. Gli aiutanti erano là fuori nel cortile, e saltellavano da un piede all'altro nella neve. Facevano mostra di essere felici di rivedere K.; per la contentezza se lo additavano l'un l'altro e picchiettavano continuamente ai vetri della cucina. A un gesto minaccioso di K. smisero subito, cercarono di spingersi via a vicenda ma l'uno sfuggiva subito all'altro e si ritrovavano sempre davanti alla finestra. K. s'affrettò a tornare nello stanzino. Ma anche lì quel tintinnare dei vetri, leggero e come supplichevole, lo perseguitò ancora a lungo.
«Di nuovo gli aiutanti», disse all'ostessa per scusarsi e indicò fuori. Ma la donna non gli badava, gli aveva preso di mano la fotografia e l'aveva rimirata e lisciata prima di tornare a infilarla sotto il cuscino. I suoi gesti si erano fatti più lenti, non per la stanchezza ma per il peso del ricordo. Aveva voluto raccontare la sua storia a K. e nel raccontare si era dimenticata di lui.
Giocava con le frange dello scialle. Dopo un po' di tempo alzò lo sguardo, si passò la mano sugli occhi e disse: «Anche questo scialle è di Klamm. E anche la cuffia. La fotografia, lo scialle e la cuffia sono i tre ricordi che ho di lui. Io non sono giovane come Frieda, non sono ambiziosa come lei, e nemmeno così sensibile, lei è sensibilissima; insomma, so adattarmi alla vita, ma devo confessare che senza queste tre cose non avrei resistito tanto a lungo qui, anzi, con tutta probabilità non avrei resistito un solo giorno. Forse a lei questi tre ricordi paiono poca cosa, ma vede, Frieda, che ha frequentato per tanto tempo Klamm, non possiede di lui il minimo ricordo, gliel'ho chiesto, è troppo esaltata e anche troppo esigente; io invece, che sono stata da Klamm solo tre volte - in seguito non mi ha più mandata a chiamare, non so perché - mi sono portata via questi tre ricordi, come se avessi presagito che il mio tempo sarebbe stato breve. Certo bisogna provvedere da sé, Klamm non dà nulla spontaneamente, ma se uno vede da lui una cosa che gli va può chiedere di portarsela via».
K. si sentiva a disagio nell'ascoltare quelle storie, anche se lo riguardavano da vicino.
«Quanto tempo è passato da allora?», chiese sospirando.
«Più di vent'anni», disse l'ostessa. «Molto più di vent'anni».
«Dunque si rimane fedeli a Klamm per tanto tempo», disse K. «Ma si rende conto, signora ostessa, che se penso al mio futuro matrimonio, queste sue confessioni mi preoccupano seriamente?».
L'ostessa trovò scorretto che K. venisse a immischiarsi nelle sue faccende private e gli lanciò, stizzita, un'occhiata di sbieco.
«Non si arrabbi, signora», disse K. «Non ho detto niente contro Klamm, ma per forza di cose fra me e Klamm esistono ormai certi legami; questo non lo può negare nemmeno il suo più fervido ammiratore. È dunque... Di conseguenza, ogni volta che si nomina Klamm penso anche a me stesso, non posso farci nulla. Del resto, signora», e qui K. le prese la mano esitante, «pensi a come è finita male la nostra ultima conversazione, questa volta cerchiamo di separarci da buoni amici».
«Lei ha ragione», disse l'ostessa chinando il capo, «ma cerchi di capirmi. Non sono più sensibile di altri, al contrario, tutti hanno dei punti sensibili, io ho soltanto questo».
«Purtroppo è anche il mio», disse K., «ma saprò certo dominarmi; ora però mi deve spiegare, signora, come farò a sopportare nel matrimonio questa spaventosa fedeltà nei confronti di Klamm, supposto che Frieda in questo le somigli».
«Spaventosa fedeltà?», ripeté l'ostessa con astio. «È fedeltà quella? Fedele lo sono a mio marito, ma a Klamm... Klamm ha fatto di me una volta la sua amante, posso mai perdere questo rango? E mi chiede come farà lei a sopportarlo da Frieda? Ah, signor agrimensore, ma chi è lei per osare una domanda simile?».
«Signora...», disse K. in tono ammonitore.
«Lo so», disse l'ostessa arrendevole, «ma mio marito non ha mai fatto di queste domande. Non so chi si debba dire più infelice, io allora o Frieda adesso: Frieda che ha lasciato di sua volontà Klamm, oppure io che Klamm non ha più mandato a chiamare. Forse Frieda, anche se lei non pare ancora averlo capito in pieno. Ma allora la mia disgrazia occupava ben più esclusivamente i miei pensieri, poiché non potevo fare a meno d'interrogarmi di continuo, e in fondo nemmeno oggi ho smesso di pormi la stessa domanda: perché è successo? Tre volte Klamm ti ha mandata a chiamare, e non c'è più stata una quarta volta, non ci sarà mai più una quarta volta! Che cosa mi occupava di più la mente allora? Di che altro potevo parlare con mio marito, che sposai poco tempo dopo? Di giorno non c'era tempo, avevamo rilevato questa osteria in uno stato disastroso e dovevamo cercare di rimetterla in sesto, ma di notte? Per anni i nostri discorsi notturni hanno girato unicamente intorno a Klamm e alle ragioni del suo mutato atteggiamento. E se durante queste conversazioni mio marito si addormentava, lo svegliavo e continuavamo a parlare».
«Adesso, se lei permette», disse K., «le farò una domanda molto indelicata».
L'ostessa tacque.
«Dunque non mi autorizza a fargliela», disse K., «anche questo mi basta».
«Certo», disse l'ostessa, «anche questo le basta, e soprattutto questo. Lei fraintende tutto, anche il silenzio. Non può fare diversamente. Le permetto di farmi la sua domanda».
«Se fraintendo tutto», disse K., «forse fraintendo anche la mia domanda, forse non è poi così indelicata. Volevo solamente sapere come ha conosciuto suo marito e come è venuta in possesso di questa locanda».
L'ostessa aggrottò la fronte, ma disse pacatamente: «È una storia molto semplice. Mio padre faceva il fabbro, e Hans, il mio attuale marito, che era stalliere in una grande fattoria, veniva spesso da lui. Fu dopo il mio ultimo incontro con Klamm, io ero molto infelice e in realtà non avrei dovuto esserlo perché tutto si era svolto in modo corretto, e se non potevo più incontrarmi con Klamm, era perché Klamm aveva deciso così, dunque era corretto; ma le ragioni erano oscure, né io potevo indagarle, però non avrei dovuto essere infelice. Eppure lo ero e non riuscivo a lavorare e me ne stavo seduta nel giardinetto davanti a casa nostra, tutto il giorno. Hans mi vedeva lì, qualche volta sedeva accanto a me, io con lui non mi lamentavo, ma lui sapeva come stavano le cose, e poiché era un giovane buono capitava che si mettesse a piangere insieme a me. E quando un giorno l'oste di allora, che avendo perso la moglie doveva abbandonare l'attività - del resto era già vecchio - passò davanti al nostro giardinetto e ci vide lì seduti, si fermò e ci offrì così, sui due piedi, la locanda in affitto, non volle nessun anticipo perché si fidava di noi e stabilì un affitto molto basso. Io non volevo essere di peso a mio padre, tutto il resto mi era indifferente, perciò, pensando alla locanda e al nuovo lavoro che forse mi avrebbe un po' distratto, concessi la mia mano a Hans. Ecco la storia».
Ci fu un momento di silenzio, poi K. disse: «È stato un bel gesto quello dell'oste, ma incauto, a meno che avesse dei motivi particolari per fidarsi di voi due».
«Conosceva bene Hans», disse l'ostessa, «era suo zio».
«Be', allora», disse K. «La famiglia di Hans doveva tenere dunque molto al vostro matrimonio?».
«Forse», disse l'ostessa, «non lo so, non me ne sono mai preoccupata».
«Ma sarà senz'altro stato così», disse K., «se la famiglia era disposta a fare questo sacrificio e ad affidarle la locanda così, semplicemente, senza una garanzia».
«Non è stato incauto, lo si è visto in seguito», disse l'ostessa. «Mi buttai nel lavoro, ero robusta, la figlia del fabbro, non avevo bisogno di serve e neanche di garzoni; ero dappertutto, nella sala, in cucina, nella stalla, in cortile, cucinavo così bene che ho portato via clienti persino all'Albergo dei Signori. Lei non è mai stato nella nostra sala a mezzogiorno, non conosce i nostri clienti del mezzogiorno, allora ce n'erano anche di più, in seguito ne abbiamo persi parecchi. E il risultato fu che non solo siamo riusciti a pagare regolarmente l'affitto, ma dopo qualche anno abbiamo acquistato tutto e oggi non abbiamo quasi più debiti. L'altro risultato, però, è che io mi sono distrutta, mi sono ammalata di cuore e ormai sono una vecchia. Lei crederà che io sia molto più anziana di Hans, ma in realtà lui ha solo due o tre anni meno di me e certo non invecchierà mai, perché con il lavoro che fa - fumare la pipa, stare ad ascoltare i clienti, poi svuotare la pipa e qualche volta andare a prendere una birra -, con il lavoro che fa non s'invecchia».
«Quello che lei ha fatto è ammirevole», disse K., «non c'è dubbio, ma stavamo parlando del periodo precedente al suo matrimonio, allora sarebbe stato strano che la famiglia di Hans spingesse al matrimonio facendo dei sacrifici finanziari o quanto meno assumendosi un rischio così grande come quello di affidarvi la locanda, sperando nella sua capacità di lavoro, che ancora non conosceva, e in quella di Hans, di cui doveva essersi già accorta che era inesistente».
«Ma sì», disse l'ostessa stanca, «so dove vuole andare a parare e anche quanto si sbaglia. In tutto questo Klamm non c'entrava minimamente. Perché avrebbe dovuto preoccuparsi di me, o più esattamente come avrebbe potuto preoccuparsi di me? Di me non sapeva più nulla. Se non mi aveva più mandata a chiamare era segno che mi aveva dimenticata. Le persone che non manda più a chiamare le dimentica totalmente. Non volevo parlarne in presenza di Frieda. Ma non è soltanto dimenticanza, è di più. Perché quando si è dimenticato qualcuno, si può sempre fare di nuovo la sua conoscenza. Con Klamm questo non è possibile. Le persone che non manda più a chiamare sono totalmente dimenticate non solo per il passato ma addirittura per l'avvenire. Facendo un grosso sforzo posso immaginare i suoi pensieri, signor agrimensore, pensieri che avranno senso nel paese straniero da cui lei viene ma qui da noi sono assurdi. Forse lei spinge la sua follia fino a credere che Klamm mi abbia dato per marito il mio Hans proprio perché io non incontrassi troppi ostacoli ad andare da lui se in futuro mi avesse mandata a chiamare. Bene, è veramente il colmo della follia. Ma quale marito potrebbe impedirmi di correre da Klamm se Klamm mi facesse un segno? Assurdo, semplicemente assurdo; a scherzare con queste sciocchezze ci si confonde da sé le idee».
«No», disse K., «vediamo di non farci confondere le idee, non mi ero ancora spinto fino al punto che crede lei con i miei pensieri, sebbene, a dire la verità, fossi sulla strada per arrivarci. Ma per il momento mi stupivo semplicemente che i parenti si aspettassero tanto da questo matrimonio e che queste speranze siano state davvero esaudite, anche se lei ci ha rimesso il cuore e la salute. Certo, l'idea che fra questi fatti e Klamm vi fosse un nesso mi si era imposta, non però, o forse non ancora, nella forma sfacciata che le ha dato lei, all'unico scopo, evidentemente, d'inveire ancora una volta contro di me, perché la cosa la diverte. E si diverta pure! Ma il mio pensiero era questo: innanzi tutto, è chiaramente Klamm la causa del matrimonio. Senza Klamm lei non sarebbe stata infelice, non se ne sarebbe rimasta seduta senza far nulla nel giardinetto, senza Klamm Hans non l'avrebbe vista lì, senza la sua tristezza il timido Hans non avrebbe mai osato rivolgerle la parola, senza Klamm non si sarebbe ritrovata in lacrime insieme a Hans, senza Klamm quel bravo vecchio zio della locanda non vi avrebbe mai visti tranquillamente seduti lì, lei e Hans, senza Klamm la vita non le sarebbe divenuta indifferente, dunque lei non avrebbe sposato Hans. Be', mi sembra che in tutto questo di Klamm ce ne sia già abbastanza. E invece c'è di più. Se lei non avesse cercato di dimenticare non avrebbe certamente lavorato come ha fatto, senza risparmiare se stessa, e non avrebbe rimesso in piedi così bene la locanda. Dunque, anche qui Klamm. Ma a parte questo, Klamm è anche la causa della sua malattia, perché il suo cuore era logorato già prima del matrimonio dalla passione infelice. Resta solo da chiedersi che cosa allettasse tanto i parenti di Hans, in questo matrimonio. Lei stessa una volta ha detto che essere l'amante di Klamm significa accedere a un rango che non si perde più; ebbene, forse è proprio questo che li ha allettati. Ma oltre a ciò anche la speranza, credo, che la buona stella che l'aveva portata a Klamm - ammesso che di buona stella si trattasse, ma è lei che lo afferma - le appartenesse, dovesse quindi continuare ad accompagnarla senza abbandonarla così presto e così all'improvviso come aveva fatto Klamm».
«Lo pensa sul serio?», chiese l'ostessa.
«Sul serio», disse rapidamente K., «ma credo che i parenti di Hans non avessero né del tutto torto né del tutto ragione a nutrire quelle speranze, e credo anche di capire l'errore che hanno commesso. In apparenza sembra che tutto sia riuscito. Hans è sistemato bene, ha una moglie prestante, è stimato da tutti, la locanda non è gravata da debiti. Ma in realtà non tutto è riuscito, Hans sarebbe sicuramente più felice con una ragazza semplice di cui egli fosse stato il primo grande amore; se, come lei gli rimprovera, ogni tanto se ne sta in mezzo alla sala con aria persa, è perché si sente perso davvero - senza essere infelice, s'intende, lo conosco già abbastanza -, ma è altrettanto certo che quel bel giovanotto intelligente con un'altra donna sarebbe stato più felice, e con ciò intendo anche più indipendente, più attivo, più virile. E certo nemmeno lei è felice; senza quei tre ricordi, come mi diceva, non vorrebbe continuare a vivere, e poi è malata di cuore. I parenti, dunque, nutrivano a torto quelle speranze? Non credo. La benedizione stava sopra di lei, ma non si è stati capaci di farla discendere».
«Che cosa si doveva fare?», chiese l'ostessa. Ora era distesa sul dorso e teneva gli occhi rivolti al soffitto.
«Chiedere a Klamm», disse K.
«E così torniamo a lei», disse l'ostessa.
«O a lei», disse K. «I nostri casi confinano l'uno con l'altro».
«Che cosa vuole dunque da Klamm?», chiese l'ostessa.Si era levata a sedere, aveva picchiato sui cuscini per potersi appoggiare, e guardava K. dritto negli occhi. «Io le ho raccontato francamente il mio caso, dal quale lei avrebbe avuto di che imparare. Ora lei mi dica altrettanto francamente che cosa vuol chiedere a Klamm. Ho faticato a convincere Frieda a salire in camera sua e rimanerci; temevo che in presenza della ragazza lei non avrebbe parlato con sufficiente franchezza».
«Non ho nulla da nascondere», disse K. «Ma innanzi tutto voglio farle notare una cosa. Klamm, lei mi diceva, dimentica subito. Questo mi sembra, in primo luogo, molto inverosimile, e in secondo impossibile da dimostrare, probabilmente è solo una leggenda nata dalla mente di qualche ragazza che al momento era nelle grazie di Klamm. Mi stupisco che lei dia credito a una tale fandonia».
«Non è una leggenda», disse l'ostessa, «è piuttosto il frutto dell'esperienza comune».
«Dunque la si può confutare con una nuova esperienza. Ma c'è un'altra differenza fra il caso suo e quello di Frieda. In un certo senso, non è vero che Klamm non ha più chiamato Frieda, al contrario, l'ha chiamata, ma lei non ha obbedito. È persino possibile che la stia ancora aspettando».
L'ostessa taceva e osservava K. dalla testa ai piedi. Poi disse: «Ascolterò con calma tutto quello che lei ha da dire. Parli pure francamente e non abbia riguardi per me. Ma una cosa le chiedo. Non nomini Klamm. Lo chiami "lui", lo chiami come vuole, ma non per nome».
«Volentieri», disse K., «ma quello che voglio da lui è difficile da dire. Innanzi tutto voglio vederlo da vicino, poi voglio sentire la sua voce, poi voglio sapere come la pensa sul nostro matrimonio. Quanto a ciò che forse gli chiederò in seguito, dipende dalla piega che avrà preso il nostro colloquio. Possono venire nel discorso tante cose, ma l'essenziale per me è trovarmi di fronte a lui. Finora non ho mai parlato direttamente con un vero funzionario. Pare che riuscirci sia più difficile di quanto io credessi. Ma ora ho il dovere di parlargli come privato, e a mio avviso questo è molto più facile da ottenere. Come funzionario posso parlargli soltanto nel suo ufficio, forse inaccessibile, al castello o, cosa già dubbia, all'Albergo dei Signori. Come privato invece posso farlo dappertutto, in casa, per la strada, dovunque mi riesca d'incontrarlo. Se poi dovessi trovarmi di fronte anche il funzionario, me ne farò una ragione, ma non è il mio primo scopo».
«Bene», disse l'ostessa affondando la faccia nei cuscini come se stesse dicendo qualcosa d'indecente. «Se con le mie conoscenze riesco a far inoltrare a Klamm la sua richiesta di colloquio, mi promette di non fare nulla di testa sua prima che arrivi la risposta?».
«Non posso prometterlo», disse K., «per quanto sia desideroso di esaudire la sua preghiera o il suo capriccio. Il fatto è che la cosa si è fatta urgente, soprattutto dopo l'esito sfavorevole del mio colloquio con il sindaco».
«Questa obiezione non tiene», disse l'ostessa, «il sindaco è un personaggio che non conta nulla. Non l'ha notato? Non manterrebbe la sua carica un solo giorno se non ci fosse la moglie a mandare avanti tutto».
«Mizzi?», chiese K. L'ostessa annuì. «C'era anche lei», disse K.
«Ha espresso la sua opinione?», chiese l'ostessa.
«No», disse K., «ma non ho avuto l'impressione che ne fosse capace».
«Eh già», disse l'ostessa, «lei ha una visione sbagliata di tutto, qui. Ad ogni modo, quello che ha deciso il sindaco nei suoi confronti non ha alcuna importanza, e con la moglie eventualmente parlerò io. E se ora le prometto che la risposta di Klamm arriverà al più tardi fra una settimana, mi sembra che lei non abbia più motivo di tener duro con me».
«Tutto questo non vuol dir nulla», disse K. «La mia decisione è presa e cercherei di metterla in atto anche se dovessi ricevere una risposta negativa. Ma dal momento che ho già in partenza questa intenzione, non posso certo sollecitare prima un colloquio. Quello che in assenza di una richiesta di colloquio rimane un tentativo forse ardito ma certo in buona fede, dopo una risposta negativa costituirebbe aperta ribellione. Ovviamente sarebbe molto peggio».
«Peggio?», disse l'ostessa. «È ribellione in ogni caso. E ora faccia come vuole. Mi dia quel vestito».
Senza imbarazzarsi per K. infilò il vestito e corse in cucina. Già da un bel po' si sentiva del movimento in sala. C'erano stati dei colpi contro il finestrino. A un certo momento gli aiutanti l'avevano spalancato gridando che avevano fame. Vi si erano allora affacciate altre facce. Si udiva anche un canto, non molto forte ma a più voci.
Il colloquio con l'ostessa aveva ovviamente molto ritardato la preparazione del pranzo, non c'era ancora niente di pronto, ma i clienti erano già radunati. Tuttavia nessuno aveva osato infrangere il divieto dell'ostessa ed entrare in cucina. Ma non appena quelli che osservavano al finestrino annunciarono che l'ostessa stava arrivando, le serve si precipitarono in cucina, e quando K. entrò nella sala, un numero sorprendente di persone, più di venti, uomini e donne, vestiti da provinciali ma non da contadini, si staccarono dal finestrino intorno al quale si erano radunati e affluirono verso i tavoli per assicurarsi un posto. Solo a un piccolo tavolo d'angolo sedeva già una coppia con alcuni bambini; l'uomo, un signore simpatico, con gli occhi azzurri, capelli e barba grigi e scarmigliati, stava in piedi e si chinava sui bambini, e con un coltello segnava il tempo al loro canto sforzandosi sempre di tenerlo basso; forse voleva far dimenticare loro la fame facendoli cantare. L'ostessa si scusò di fronte a tutti i clienti con qualche parola lanciata in tono indifferente, nessuno le fece dei rimproveri. Cercò con lo sguardo l'oste, ma quello doveva aver preso la fuga già da un pezzo per sottrarsi alla difficile situazione. Poi se ne andò pian piano in cucina; per K., che correva in camera a raggiungere Frieda, non ebbe più un solo sguardo.

7 • IL MAESTRO

Su in camera, K. trovò il maestro. La stanza non era quasi più riconoscibile, tanto Frieda si era data da fare, e faceva piacere a vederla. L'aria era stata cambiata, la stufa ben alimentata, il pavimento lavato, il letto rifatto, le cose delle serve - quelle loro odiose porcherie, ritratti compresi - erano sparite, il tavolo che prima, con il suo ripiano incrostato di sporcizia, saltava sempre agli occhi, dovunque ci si voltasse, era coperto da una tovaglia bianca lavorata ai ferri. Adesso era già possibile ricevere degli ospiti; la poca biancheria di K., che Frieda doveva aver lavato al mattino, era stesa ad asciugare sopra la stufa ma non disturbava troppo. Il maestro e Frieda erano seduti al tavolo e quando K. entrò si alzarono in piedi. Frieda salutò K. con un bacio, il maestro s'inchinò leggermente. K., distratto e ancora agitato dalla conversazione avuta con l'ostessa, cominciò a scusarsi di non aver ancora fatto visita al maestro; pareva convinto che il maestro fosse venuto da lui per l'impazienza di non vederlo comparire. Ma il maestro, con i suoi modi compassati, parve ricordarsi solo allora, lentamente, che una volta fra lui e K. era stata convenuta una specie di visita. «Ah già, signor agrimensore», disse lentamente, «lei è il forestiero con cui ho parlato qualche giorno fa nella piazza della chiesa». «Sì», disse K. seccamente; quello che aveva tollerato allora, solo com'era, non era tenuto a sopportarlo qui, nella sua stanza. Si rivolse a Frieda e si consigliò con lei su un'importante visita che doveva fare subito e per la quale ci teneva ad essere vestito il meglio possibile. Frieda, senza fare altre domande, chiamò gli aiutanti che erano occupati a esaminare la nuova tovaglia, e ordinò loro di prendere gli abiti e gli stivali di K., che questi cominciò subito a togliersi, e di andare a pulirli per bene in cortile. Lei stessa prese dalla corda una camicia e scese di corsa in cucina a stirarla.
K. si ritrovò solo con il maestro, che era tornato a sedersi al tavolo in silenzio; lo lasciò aspettare ancora un poco, si tolse la camicia e cominciò a lavarsi nel catino. Solo allora, voltandogli la schiena, gli chiese il motivo della sua venuta. «Vengo da parte del signor sindaco», disse il maestro. K. era disposto ad ascoltare. Ma poiché il rumore dell'acqua rendeva poco comprensibili le parole di K., il maestro dovette accostarsi e si appoggiò alla parete accanto a lui. K. si scusò di lavarsi e di essere inquieto, dicendo che la visita che si apprestava a fare era urgente. Il maestro fece come se non avesse udito e disse: «Lei è stato scortese con il signor sindaco, quel vecchio rispettabile, pieno di meriti e di esperienza». «Non sapevo di essere stato scortese», disse K. asciugandosi, «ma è esatto che avevo altro a cui pensare che alle belle maniere, perché si trattava della mia esistenza, minacciata da una gestione amministrativa vergognosa che non ho bisogno di illustrarle nei particolari perché lei stesso è un membro attivo di quei servizi. Il sindaco si è lagnato di me?». «Con chi avrebbe dovuto lagnarsi?», disse il maestro. «E anche se avesse avuto qualcuno con cui farlo, si sarebbe mai lagnato? Io ho semplicemente steso sotto sua dettatura un piccolo verbale del colloquio e questo mi è bastato per constatare la bontà del signor sindaco e il modo in cui lei gli ha risposto».
Mentre K. cercava il pettine che Frieda doveva aver riposto chissà dove, disse: «Come? Un verbale? Steso in un secondo tempo in mia assenza da uno che non era nemmeno presente al colloquio? Andiamo bene! E perché poi un verbale? Era forse un atto ufficiale?». «No», disse il maestro, «ufficioso, anche il verbale è ufficioso; è stato fatto soltanto perché da noi deve regnare l'ordine più rigoroso in tutto. Ad ogni modo, ormai esiste e non le fa onore». K., avendo finalmente trovato il pettine che era scivolato nel letto, disse più calmo: «Esista pure. È venuto per avvertirmi di questo?». «No», disse il maestro, «ma io non sono un automa e dovevo dirle quello che penso. Il mio incarico invece è un'ulteriore prova della bontà del signor sindaco; tengo a sottolineare che questa bontà mi resta incomprensibile e che eseguo il mio incarico solo perché me lo impone la mia posizione e per la venerazione che nutro nei confronti del signor sindaco». Lavato e pettinato, K. era adesso seduto al tavolo in attesa della camicia e degli abiti; era poco incuriosito da quello che il maestro gli riferiva, e poi era influenzato dalla scarsa opinione che l'ostessa aveva del sindaco. «Sarà già passato mezzogiorno, vero?», chiese pensando alla strada che aveva da fare, poi si riprese e disse: «Lei voleva dirmi qualcosa da parte del sindaco?». «Eh sì», disse il maestro alzando le spalle come per scrollarsi di dosso ogni personale responsabilità. «Il signor sindaco teme che, se si tarda troppo a trovare una soluzione del suo caso, lei possa fare di testa sua e compiere qualche imprudenza. Da parte mia non so perché lo tema; il mio parere è che lei faccia tutto quel che vuole. Non siamo i suoi angeli custodi e non siamo tenuti a correrle dietro ogni volta che lei si muove. Comunque, il signor sindaco la pensa in modo diverso. Naturalmente non può affrettare la decisione, che compete alle autorità comitali. Ma per quanto sta in lui è intenzionato a prendere una decisione temporanea che è davvero generosa, sta a lei accettarla: le offre provvisoriamente un posto di bidello». In un primo tempo K. non prestò attenzione a quello che gli veniva offerto, ma il fatto stesso che gli offrissero qualcosa gli parve non privo d'importanza. Indicava che il sindaco lo riteneva capace, per difendersi, di fare delle cose da cui il comune doveva salvaguardarsi ricorrendo, se necessario, a certe spese. E come prendevano sul serio la faccenda! Il maestro, che l'aveva aspettato per un certo tempo e che prima ancora aveva steso il verbale, doveva esser stato spedito lì di tutta fretta dal sindaco. Quando il maestro vide che le sue parole avevano avuto il solo effetto di rendere pensoso K., proseguì: «Io ho sollevato delle obiezioni. Ho fatto notare che finora non c'è stato bisogno di un bidello; la moglie del sacrista viene a far le pulizie di tanto in tanto, e la signorina Gisa, la maestra, sorveglia il lavoro. Io ho già abbastanza da tribolare con i bambini, non voglio seccature anche per un bidello. Il signor sindaco ha replicato che a scuola c'è però una gran sporcizia. Io ho ribattuto che, a dire il vero, non era poi così terribile. Sarà poi meglio, ho aggiunto, quando avremo preso quell'uomo per bidello? No di certo. A parte il fatto che di questi lavori non se ne intende proprio, la scuola ha solo due grandi aule senza annessi, quindi il bidello con la sua famiglia dovrebbe abitare in una delle aule, dormirci, magari cucinarci, e questo non andrebbe certo a vantaggio della pulizia. Ma il signor sindaco ha ribattuto che per lei quel lavoro significava la salvezza in un momento difficile e quindi lei avrebbe messo tutte le sue energie nell'adempierlo come si deve; inoltre il signor sindaco ha pensato che alle sue si sommeranno le energie di sua moglie e dei suoi aiutanti, così che non soltanto la scuola ma anche il giardino potranno essere tenuti in modo esemplare. A tutto questo mi è stato facile ribattere. Infine il signor sindaco non ha più saputo trovare argomenti a suo favore, ha riso e ha detto soltanto che dopotutto lei è un agrimensore e quindi saprà tracciare le aiuole in giardino particolarmente bene. Be' a uno scherzo non si può obiettare, ed ecco che sono venuto qui da lei a trasmetterle la proposta». «Lei si fa delle preoccupazioni inutili, signor maestro», disse K. «Non ci penso nemmeno ad accettare quel posto». «Perfetto», disse il maestro, «perfetto, lei declina l'offerta senza riserve», prese il cappello, fece un inchino e uscì.
Subito dopo arrivò Frieda con la faccia sconvolta, riportava la camicia senza averla stirata, e non rispose alle domande; per distrarla K. le raccontò del maestro e della sua offerta; immediatamente, Frieda gettò la camicia sul letto e corse via di nuovo. Ritornò subito, ma insieme al maestro che aveva l'aria seccata e non salutò affatto. Frieda lo pregò di avere un po' di pazienza - evidentemente l'aveva già fatto più volte mentre lo conduceva lì -, poi attirò K., per una porticina di cui egli ignorava l'esistenza, nella soffitta attigua e lì, con il fiato mozzo per l'agitazione, gli raccontò quello che le era successo. L'ostessa, furente per essersi abbassata a fare delle confessioni a K. e, peggio ancora, per avergli ceduto riguardo al colloquio con Klamm senza ottenere altro, a suo dire, che un rifiuto freddo e per di più insincero, era decisa a non tollerare più K. in casa sua; se lui aveva degli appoggi al castello, si sbrigasse a servirsene, quel giorno stesso, quell'istante stesso doveva lasciare la locanda e aggiungeva che lo avrebbe accolto di nuovo solo se costretta da un ordine diretto dell'amministrazione; ma sperava che non si sarebbe giunti a quel punto, perché anche lei aveva delle relazioni al castello e avrebbe saputo farle valere. Del resto K. si trovava nella locanda solo per la negligenza dell'oste e inoltre non era affatto in difficoltà giacché quella mattina stessa si era vantato di poter disporre di un posto dove passare la notte. Frieda naturalmente doveva restare; se se ne fosse andata insieme a K., l'ostessa ne avrebbe avuto un gran dolore; al solo pensiero, giù in cucina, quella povera donna malata di cuore si era accasciata in lacrime davanti ai fornelli! Ma che altro poteva fare ora che era in gioco - così almeno s'immaginava - l'onore della memoria di Klamm? Così stavano le cose per quanto riguardava l'ostessa. Frieda, s'intende, avrebbe seguito lui, K., dovunque gli fosse piaciuto, nella neve e nel ghiaccio, non c'era nemmeno bisogno di dirlo, naturalmente, ma la situazione di loro due era in ogni caso molto brutta, per questo lei aveva accolto con gioia la proposta del sindaco: certo non era un posto adatto a K., ma era soltanto provvisorio, questo era stato detto espressamente, loro avrebbero guadagnato tempo e sarebbe stato facile trovare altre possibilità, anche se la decisione finale fosse stata sfavorevole. «Alla peggio», esclamò infine Frieda già appesa al collo di K., «lasceremo il paese, che cosa ci trattiene qui? Ma per il momento accettiamo l'offerta, vero caro? Io ho fatto tornare qui il maestro, tu gli dici "accetto", nient'altro, e ci trasferiamo nella scuola».
«È seccante», disse K., ma senza pensarlo troppo seriamente, perché dell'alloggio gl'importava poco e inoltre, mezzo svestito com'era, aveva un gran freddo lì, in quella soffitta che, sprovvista di parete e di finestra su due lati, era attraversata da una forte corrente d'aria fredda, «proprio adesso che hai sistemato così bene la stanza dobbiamo andarcene! Accetterei molto, molto controvoglia quel posto; già l'umiliazione momentanea davanti a quel piccolo maestro mi è penosa, e ora diventerebbe il mio superiore. Se potessimo rimanere qui ancora un pochino, forse la mia situazione cambierà entro questo pomeriggio. Se almeno potessi rimanere almeno tu, si potrebbe aspettare e dare una risposta vaga al maestro. Per me, un posto per passare la notte lo trovo sempre; se necessario, davvero da Bar...». Frieda gli tappò la bocca con la mano. «Questo no», disse spaventata, «ti prego, non dirlo più. Per il resto, ti ubbidirò in tutto. Se vuoi rimarrò qui da sola, per quanto triste sia. Se vuoi rifiutiamo la proposta, anche se a mio parere è uno sbaglio. Perché, vedi, se tu trovassi un'altra possibilità, anche oggi stesso, è ovvio che quel posto a scuola lo lasceremmo subito, nessuno ce lo impedirà. Quanto all'umiliazione di fronte al maestro, lascia fare a me e vedrai che non ci sarà, gli parlerò io stessa, tu non dovrai dire una parola, e sarà così anche in seguito, non sarai mai obbligato a parlargli se non lo vuoi, in realtà sarò solo io la sua sottoposta, anzi nemmeno io lo sarò perché conosco le sue debolezze. In questo modo nulla è perduto se accettiamo il posto, ma molte cose lo sono se lo rifiutiamo; soprattutto, se entro oggi non ottieni qualcosa dal castello, in paese non troverai davvero da nessuna parte, nemmeno per te solo, una sistemazione per la notte, almeno non una di cui io, come tua futura moglie, non debba vergognarmi. E se non trovi una sistemazione, non pretenderai che io dorma qui al caldo, in questa stanza, sapendoti in giro di notte al gelo». K., che per tutto il tempo aveva tenuto le braccia incrociate sul petto battendosi le mani sulla schiena per scaldarsi un po', disse: «Allora non ci resta che accettare. Vieni!».
Nella stanza, corse subito alla stufa; non si curò del maestro; questi era seduto al tavolo e tirando fuori l'orologio disse: «Si è fatto tardi». «Ma almeno ora noi siamo perfettamente d'accordo, signor maestro», disse Frieda. «Accettiamo il posto». «Bene», disse il maestro, «ma il posto è stato offerto al signor agrimensore. Deve pronunciarsi lui stesso». Frieda venne in aiuto di K. «Certo che accetta il posto», disse, «non è vero, K.?». Così K. poté limitare la sua dichiarazione a un semplice «sì», che non si rivolgeva nemmeno al maestro ma a Frieda. «Allora, signor agrimensore», disse il maestro, «non mi resta che indicarle i suoi doveri, così su questo punto rimaniamo intesi una volta per tutte; lei dovrà fare le pulizie e accendere le stufe nelle due aule ogni giorno, eseguire piccole riparazioni nell'edificio scolastico, nonché al materiale didattico e agli attrezzi ginnici, tenere sgombro dalla neve il vialetto di accesso, fare le commissioni per me e per la signorina maestra e, nella bella stagione, provvedere ai lavori di giardinaggio. In compenso avrà il diritto di abitare in una delle due aule, a sua scelta; ma, quando non c'è lezione in entrambe le aule contemporaneamente, se lei occupa l'aula in cui c'è lezione, s'intende che dovrà trasferirsi nell'altra. Non le è permesso cucinare a scuola, però lei e i suoi consumeranno i pasti qui alla locanda a spese del comune. Un uomo della sua educazione non ignora di certo che il suo contegno deve essere conforme alla dignità della scuola e in particolare che i bambini, soprattutto durante le lezioni, non devono mai essere testimoni di spiacevoli scene famigliari, quindi glielo ricordo solo per inciso. A questo proposito le faccio notare che insistiamo affinché lei regoli quanto prima i suoi rapporti con la signorina Frieda. Queste disposizioni e qualche altro dettaglio, saranno contemplate in un contratto che lei dovrà firmare quando si trasferirà nella scuola». Tutto ciò pareva a K. senza importanza, come se non lo riguardasse o, in ogni caso, non lo impegnasse affatto; ma lo irritava la prosopopea del maestro, perciò disse con noncuranza: «E va bene, sono le solite condizioni». Per mitigare un po' quelle parole Frieda s'informò sullo stipendio. «Se sarà corrisposto uno stipendio», disse il maestro, «verrà deciso dopo un mese di prova». «È duro per noi», disse Frieda. «Dovremo sposarci quasi senza soldi, metter su casa con niente in tasca. Non potremmo, signor maestro, fare una richiesta al comune per ottenere subito un piccolo stipendio? Lei ce lo consiglia?». «No», disse il maestro, che nel parlare si rivolgeva sempre a K. «Una richiesta del genere verrebbe accolta soltanto se io mi pronunciassi a favore, e io non lo farò. Averle concesso questo posto è già un gesto di compiacenza nei suoi confronti, e se si è coscienti della propria responsabilità pubblica non si deve spingere troppo oltre la compiacenza». Questa volta però K. s'intromise, quasi contro la sua volontà. «Quanto a compiacenza, signor maestro», disse, «credo che lei si sbagli. La compiacenza sarebbe piuttosto da parte mia». «No», disse il maestro sorridendo, perché almeno aveva costretto K. a parlare. «Su questo sono bene informato. Abbiamo urgenza di un bidello press'a poco come di un agrimensore. Bidello e agrimensore sono entrambi un peso morto per noi. Non mi sarà facile trovare il modo di giustificare la spesa di fronte al comune. La cosa migliore e più vicina alla verità sarebbe dichiarare apertamente la nostra richiesta senza nemmeno motivarla». «È quello che voglio dire anch'io», disse K., «lei mi deve assumere contro la sua volontà. Questo la obbliga a gravi riflessioni, eppure mi deve assumere. Ora, quando qualcuno è costretto ad assumere un altro e questo altro si lascia assumere, è il secondo che si mostra compiacente». «Strana idea», disse il maestro, «che cosa crede che ci obblighi ad assumerla? Il buon cuore, l'eccessivo buon cuore del signor sindaco, ecco che cosa ci obbliga. Vedo bene, signor agrimensore, che lei deve abbandonare qualche fantasia prima di diventare un buon bidello. E queste sue affermazioni non creano certo un clima favorevole a concederle un eventuale stipendio. Noto anche, purtroppo, che il suo contegno mi darà molto da fare; tutto questo tempo lei è rimasto a discutere con me - continuo a guardarla ma stento a crederci - in camicia e mutande». «Sì», esclamò K. ridendo e battendo le mani, «dove sono finiti quegli spaventosi aiutanti?». Frieda corse alla porta; il maestro, vedendo che ormai K. non gli avrebbe più dato retta, chiese a Frieda quando si sarebbero trasferiti nella scuola. «Oggi», disse Frieda. «Allora passo domani mattina per un sopralluogo», disse il maestro, salutò con un cenno della mano e fece per uscire dalla porta che Frieda aveva aperta per uscire lei stessa, ma si scontrò con le serve che già arrivavano con la loro roba per riprendere possesso della stanza. Dovette sgusciare in mezzo a quelle, che non sarebbero retrocesse di fronte a nessuno. Frieda lo seguì. «Che fretta avete», disse K., che per una volta era molto contento di loro, «ci siamo ancora qui noi, e dovete già invadere la stanza?». Le ragazze non risposero e rigirarono in mano, imbarazzate, i loro fagotti, dai quali K. vide penzolar fuori i luridi stracci che ben conosceva. «Si direbbe che non l'abbiate mai lavata, la vostra roba», disse K., non con cattiveria, anzi con una certa simpatia. Le serve se ne accorsero, aprirono simultaneamente le loro bocche dure mostrando i bei denti forti e animaleschi, e risero silenziosamente. «Su, venite», disse K., «sistematevi pure, dopotutto è la vostra stanza». Ma poiché esitavano ancora - la stanza doveva parer loro troppo cambiata - K. ne prese una per il braccio per farla avanzare. Ma la lasciò subito, tanto era stupefatto lo sguardo che le due, dopo essersi brevemente consultate, non gli tolsero più di dosso. «Ora mi avete guardato abbastanza», disse K., difendendosi da una sorta di sensazione sgradevole, prese gl'indumenti e le scarpe che Frieda, timidamente seguita dagli aiutanti, gli aveva appena portati, e si vestì. Gli era sempre stata incomprensibile, e tanto più lo fu ora, la pazienza di Frieda con gli aiutanti. Avrebbero dovuto pulire gli abiti in cortile, invece dopo lunghe ricerche lei li aveva trovati tranquillamente seduti a tavola dove stavano pranzando, con gl'indumenti non puliti ammucchiati in grembo, e le era toccato fare tutto da sé; eppure, lei che sapeva farsi obbedire da gentaglia, non li aveva affatto rimproverati, anzi, in loro presenza raccontava di quella grave trascuratezza come di un piccolo scherzo, e diede addirittura a uno dei due un buffetto sulla guancia, quasi una carezza. K. si ripromise di farle osservazione quanto prima. Ma adesso era proprio tempo di andare. «Gli aiutanti resteranno qui a darti una mano nel trasloco», disse K. A dire il vero quelli non erano d'accordo; ben pasciuti e allegri com'erano, avrebbero fatto volentieri un po' di moto. Ubbidirono solo quando Frieda disse: «Certo, voi restate qui». «Sai dove vado?», chiese K. «Sì», disse Frieda. «E non mi trattieni dunque più?», chiese K. «Troverai talmente tanti ostacoli», disse lei, «che importanza avrebbe quel che dico?». Diede un bacio a K. e, poiché egli a mezzogiorno non aveva mangiato, gli mise in mano un pacchetto con del pane e salame che aveva portato su per lui, gli ricordò di non ritornare lì ma di andare direttamente a scuola, e tenendogli una mano sulla spalla lo accompagnò alla porta.

8 • ASPETTANDO KLAMM

Sulle prime K. fu contento di essere sfuggito a quella ressa di serve e aiutanti nel caldo della stanza. E poi stava quasi gelando, la neve era più dura, si camminava meglio. Ma cominciava già a imbrunire, e K. accelerò il passo.
Il castello, i cui contorni cominciavano già a dissolversi, era silenzioso come sempre, mai K. aveva scortò lassù il minimo segno di vita, forse da quella distanza non era assolutamente possibile distinguere qualcosa, eppure gli occhi lo esigevano, e non tolleravano quella calma. Quando K. guardava il castello, aveva talvolta l'impressione di osservare qualcuno che se ne stesse seduto tranquillo con lo sguardo rivolto dinnanzi a sé, non già immerso nei suoi pensieri e quindi isolato da tutto il resto, ma libero e incurante, come se fosse solo e nessuno lo osservasse; eppure poteva non accorgersi che lo stavano osservando ma la cosa non turbava in modo assoluto la sua tranquillità; e realmente - non si sapeva se fosse la causa o la conseguenza - gli sguardi dell'osservatore non potevano fissarsi e scivolavano via. Quel giorno l'impressione era rafforzata dall'oscurità precoce; quanto più egli guardava tanto meno distingueva, e tutto sprofondava nella penombra.
Proprio mentre K. arrivava all'Albergo dei Signori, che non era ancora illuminato, al primo piano si aprì una finestra, e un giovane signore in pelliccia, grasso e con il viso rasato, si sporse fuori e rimase poi lì. Al saluto di K. non parve rispondere neanche con un minimo cenno del capo. Nell'ingresso e nella sala di mescita K. non incontrò nessuno, l'odore di birra stantia era ancora più forte dell'altra volta, di certo alla Locanda del Ponte una cosa del genere non succedeva. K. andò dritto alla porta attraverso la quale la volta prima aveva osservato Klamm, abbassò cautamente la maniglia, ma la porta era chiusa; allora cercò a tastoni il punto dov'era il foro dello spioncino, ma evidentemente questo era stato otturato così bene che in quel modo non lo si riusciva a trovare, perciò accese un fiammifero. Ci fu allora un grido che lo spaventò. Nell'angolo fra la porta e la credenza, vicino alla stufa stava accovacciata una ragazza e lo fissava con occhi assonnati che faticava a tenere aperti. Doveva essere la ragazza che aveva preso il posto di Frieda. Ritrovò subito il controllo, girò la chiavetta della luce elettrica, il suo viso aveva ancora un'espressione irritata, poi riconobbe K. «Ah, il signor agrimensore», disse sorridendo, gli tese la mano e si presentò: «Mi chiamo Pepi». Era piccola, rossa, piena di salute; la folta capigliatura d'un biondo rossiccio, trattenuta in una grossa treccia, s'increspava intorno al viso; portava un vestito tutto dritto che non le stava molto bene, la stoffa era di un grigio brillante, in basso stretto in modo goffo e infantile da un nastro di seta annodato a fiocco che la impacciava nei movimenti. S'informò di Frieda, chiese se non sarebbe tornata presto. Era una domanda che rasentava la cattiveria. «Mi hanno fatta venir qui in tutta fretta», disse poi, «appena Frieda se n'è andata, perché questo è un posto che non si può dare alla prima che capita; prima facevo la cameriera, ma non ci ho guadagnato nel cambio, io. Qui c'è un gran lavoro, di sera e di notte, è molto stancante, non ce la farò a lungo, non mi stupisce che Frieda abbia mollato». «Frieda era contentissima del suo posto», disse K. per farle finalmente notare la differenza che passava tra lei e Frieda, e che Pepi trascurava. «Non le creda», disse Pepi. «Frieda sa controllarsi come pochi altri. Quello che non vuole confessare non lo confessa, e anzi non ci si accorge nemmeno che avrebbe qualcosa da confessare. Io lavoro qui con lei già da qualche anno, abbiamo sempre dormito nello stesso letto, eppure non sono amica intima, sono sicura che lei non mi pensa già più. La sua sola amica è forse la vecchia ostessa della Locanda del Ponte, e anche questo è significativo». «Frieda è la mia fidanzata», disse K. e intanto cercava il foro nella porta. «Lo so», disse Pepi, «apposta le dico queste cose. Sennò non gliene importerebbe niente». «Capisco», disse K. «Lei intende dire che posso essere orgoglioso di aver conquistato una ragazza così riservata». «Sì», disse Pepi e rise soddisfatta, come se avesse portato K. a una connivenza segreta riguardante Frieda.
Ma in realtà non erano le sue parole che occupavano K. e lo distraevano in parte dalla sua ricerca, era la sua persona e la sua presenza in quel luogo. Certo, Pepi era molto più giovane di Frieda, quasi ancora una bambina, ed era vestita in modo ridicolo, evidentemente aveva adattato il suo abbigliamento alle idee esagerate che si faceva dell'importanza di una ragazza che serve al banco. E queste idee erano in certo modo giustificate, perché quel posto, per il quale non era ancora adatta, era senza dubbio insperato, immeritato e l'aveva avuto solo provvisoriamente, non le avevano nemmeno affidato il borsellino di cuoio che Frieda portava sempre alla cintura. E il malcontento che ostentava per quel posto non era altro che presunzione. Eppure, malgrado la sua infantile mancanza di buon senso, anche lei probabilmente era in rapporto con il castello; aveva pur fatto, se non mentiva, la cameriera; senza avere idea del bene che possedeva, passava i giorni sonnecchiando lì dentro, ma un abbraccio di quel piccolo corpo grassottello dalla schiena un po' tonda, senza togliere a lei il suo bene, poteva scuotere K. e dargli coraggio per la difficile impresa. Allora, forse non era diverso con Frieda? Oh no, era diverso. Bastava pensare allo sguardo di Frieda per capirlo. Mai K. avrebbe toccato Pepi. Eppure per un momento dovette coprirsi gli occhi, tanto bramosamente la guardava.
«Non c'è bisogno di tenere acceso», disse Pepi e spense la luce, «ho acceso soltanto perché lei mi ha fatto un tale spavento. Che cosa cerca qui? Frieda ha dimenticato qualcosa?». «Sì», disse K. indicando la porta, «nella stanza qui accanto, una tovaglia, è bianca, lavorata ai ferri». «Ah sì, la sua tovaglia», disse Pepi, «mi ricordo, un bel lavoro, l'ho aiutata anch'io a farla, ma in quella stanza non ci dev'essere». «Frieda crede di sì. Chi ci abita?», chiese K. «Nessuno», disse Pepi. «È la stanza dei signori, è lì che mangiano e bevono; cioè, la stanza è fatta per questo ma quasi tutti rimangono su nelle loro camere». «Se fossi certo», disse K., «che adesso non c'è nessuno, vorrei entrare a cercare la tovaglia. Ma appunto non si sa mai; Klamm, per esempio, viene spesso a sedersi lì». «Klamm non c'è di sicuro in questo momento», disse Pepi, «sta andando via, la slitta aspetta già in cortile».
Immediatamente, senza una parola di spiegazione, K. uscì dalla sala; nell'ingresso, invece di andare verso l'uscita si diresse verso l'interno della casa e in pochi passi fu in cortile. Com'era bello lì, e che calma! Un cortile quadrato, delimitato su tre lati dalla casa e verso la strada - una strada secondaria che K. non conosceva - da un alto muro bianco con un grande, pesante portone che in quel momento era aperto. Qui, dalla parte del cortile, la casa sembrava più alta che sulla facciata, per lo meno la costruzione del primo piano era completamente terminata ed esso aveva un aspetto più imponente, poiché tutt'intorno vi correva una galleria di legno chiusa ad eccezione di una piccola fessura all'altezza degli occhi. Di fronte a K., ma di lato, nell'angolo formato dal corpo centrale con l'ala laterale opposta, c'era un'apertura senza porta che dava all'interno. Lì davanti aspettava una slitta chiusa, di colore scuro, a due cavalli. A parte il cocchiere, che a quella distanza e nella penombra K. indovinava più che non distinguesse, non c'era nessuno in vista.
Le mani in tasca, guardandosi attorno con circospezione e camminando rasente al muro, K. percorse due lati del cortile fino a raggiungere la slitta. Il cocchiere, uno dei contadini che K. aveva visto quella sera nella mescita, era infagottato nella sua pelliccia e lo aveva guardato avvicinarsi con indifferenza, come si segue il percorso di un gatto. Anche quando K. gli fu vicino e lo salutò, e persino i cavalli diedero segno d'inquietudine dinnanzi a quell'uomo emerso dall'oscurità, egli rimase assolutamente imperturbabile. K. ne fu molto contento. Appoggiato al muro tirò fuori il suo pasto, rivolse un pensiero riconoscente a Frieda per quelle buone provviste, e intanto spiò dentro la casa. Una scala svoltando ad angolo retto scendeva fino a incrociare un corridoio basso ma apparentemente lungo; tutto era pulito, dipinto di bianco, netto e rettilineo.
L'attesa durava più a lungo di quanto K. avesse previsto. Egli aveva finito di mangiare da un pezzo, il freddo si faceva sentire, la penombra aveva fatto posto a un'oscurità completa, e Klamm non arrivava. «Può durare ancora molto», disse all'improvviso una voce grossa, così vicina a K. da farlo sobbalzare. Era il cocchiere che si stirava e sbadigliava rumorosamente, come se si fosse svegliato in quel momento. «Che cosa può durare molto?», chiese K., non senza una certa gratitudine per quell'intrusione, poiché il silenzio ininterrotto e la tensione si erano fatti pesanti. «Fino a che lei se ne vada via», disse il cocchiere. K. non capì, ma non aggiunse domande, convinto che fosse il modo migliore per indurre quell'arrogante a parlare. Lì, in quell'oscurità, non rispondere era quasi una provocazione. E infatti, dopo qualche istante il cocchiere domandò: «Vuole del cognac?». «Sì», disse K. senza riflettere, troppo allettato dalla proposta poiché rabbrividiva per il freddo. «Allora apra la slitta», disse il cocchiere, «nella tasca laterale ci sono delle bottiglie, ne prenda una, beva e poi me la passi. Io, con questa pelliccia, farei troppa fatica a scendere». K. era seccato di dovergli rendere questo servizio, ma poiché ormai si era impegolato nel discorso con il cocchiere, ubbidì, a rischio di essere sorpreso da Klamm. Aprì la larga portiera, e avrebbe potuto tirar subito fuori la bottiglia dalla tasca applicata sulla parte interna della portiera, ma quando questa fu aperta si sentì così attratto a entrare nella slitta che non poté resistere, voleva sedersi lì solo un istante. Scivolò dentro. Nella slitta faceva un caldo straordinario, che non se ne andava benché la porta fosse rimasta spalancata, poiché K. non osava chiuderla. Non si capiva se si era seduti su una panca, tanti erano i cuscini, le coperte e le pellicce su cui ci si poteva adagiare; da qualunque parte ci si voltasse e allungasse, si sprofondava sempre nel morbido e nel caldo. Le braccia allargate, la testa sostenuta da cuscini che erano sempre a disposizione, K. guardò dal fondo della slitta verso l'edificio scuro. Perché Klamm tardava tanto a uscirne? Quasi stordito dal calore dopo essere rimasto tutto quel tempo in piedi nella neve, K. si augurava che Klamm finalmente arrivasse. L'idea che sarebbe stato meglio se Klamm non lo vedesse in quella situazione si presentava alla sua coscienza solo vagamente, come un leggero fastidio. Quel suo stato di dimenticanza di sé era rafforzato dal contegno del cocchiere, il quale lo sapeva dentro la slitta eppure ve lo lasciava senza nemmeno reclamare il cognac. Era un atteggiamento riguardoso, ma K. voleva senz'altro servirlo. Pigramente, senza cambiare posizione, allungò la mano cercando la tasca, ma non nella portiera aperta, che era troppo distante, bensì dietro di sé, in quella chiusa, tanto era lo stesso, anche lì c'erano delle bottiglie. Ne prese una, svitò il tappo, annusò, e senza volere sorrise, tanto l'odore era dolce, carezzevole, come quando si ascoltano degli elogi e delle buone parole dalla bocca di una persona molto cara senza capire esattamente di che cosa stia parlando, e senza nemmeno volerlo capire, felici soltanto di sapere che è lei a parlare così. «E questo sarebbe cognac?», si chiese K. dubbioso, e per curiosità lo assaggiò. Strano, ma era proprio cognac, bruciava e riscaldava. Ma come si trasformava bevendolo: da qualcosa che era quasi soltanto supporto di un dolce profumo in una bevanda da cocchiere! «È possibile?», si chiese K., quasi rimproverando se stesso, e bevve ancora.
All'improvviso - K. era nel bel mezzo di una lunga sorsata - tutto s'illuminò, la luce elettrica si accese, all'interno, sulla scala, nel corridoio, nell'ingresso e, fuori, al di sopra dell'ingresso. Si udirono dei passi scendere le scale, la bottiglia sfuggì di mano a K. e il cognac si rovesciò su una pelliccia, K. saltò fuori dalla slitta; aveva appena fatto in tempo a richiudere, con un gran tonfo sordo, la portiera, quando un signore uscì lentamente dalla casa. La sola cosa rassicurante era che non si trattava di Klamm, o forse proprio di quello ci si doveva rammaricare. Era il signore che K. aveva già visto alla finestra del primo piano. Un signore giovane, con un ottimo aspetto, bianco e rosso, ma molto serio. Anche K. lo guardò cupamente, ma quello sguardo era rivolto a se stesso. Avrebbe fatto meglio a mandare i suoi aiutanti; di comportarsi come aveva fatto lui, sarebbero stati capaci anche loro. Di fronte a K. il signore taceva ancora, come se non avesse abbastanza fiato nel suo petto straordinariamente ampio per quello che aveva da dire. «È spaventoso», disse poi spingendo un po' indietro il cappello. Come? Il signore ignorava, probabilmente, che K. si era trattenuto nella slitta e tuttavia c'era qualcosa che trovava spaventoso? Forse il fatto che K. era penetrato fin nel cortile? «Che cosa fa lei qui?», chiese a voce già più bassa, lasciando andare il respiro, rassegnato all'ineluttabile. Che domande! Che risposte! C'era forse bisogno che K. confermasse espressamente a quel signore che il passo da lui intrapreso con tanta speranza era stato inutile? Invece di rispondere K. si voltò verso la slitta, l'aprì e prese il berretto che aveva dimenticato all'interno. Si accorse con imbarazzo che il cognac gocciolava sul predellino.
Poi si voltò di nuovo verso il signore; non aveva più scrupoli ormai a lasciargli capire di essere salito nella slitta, d'altronde non era quello il peggio; se fosse stato interrogato, ma solo in quel caso, non intendeva tacere che il cocchiere stesso l'aveva spinto, se non altro, ad aprire la slitta. Ma la cosa davvero grave era che il signore lo aveva sorpreso, non lasciandogli il tempo di nascondersi per poi aspettare indisturbato Klamm, oppure che non aveva avuto abbastanza presenza di spirito per rimanere nella slitta, chiudere la portiera e, adagiato fra le pellicce, aspettare Klamm, o almeno per non uscirne fintanto che quel signore si fosse trattenuto nelle vicinanze. Certo, prima non poteva sapere se non era magari Klamm stesso che stava arrivando, nel qual caso sarebbe stato naturalmente molto meglio accoglierlo fuori della slitta. Sì, ci sarebbero state alcune cose su cui riflettere, ma ormai non era più il caso, tutto era finito.
«Venga con me», disse il signore, non in tono di comando, però; la perentorietà non era nelle parole ma in un breve cenno della mano, volutamente indifferente, che le accompagnava. «Aspetto una persona», disse K., senza speranza di successo, ma solo per il principio. «Venga», ripeté imperturbabile il signore, come per dimostrare di non aver mai dubitato che K. stesse aspettando qualcuno. «Ma così non vedrei la persona che aspetto», disse K. con uno scatto delle spalle. Nonostante tutto quello che era successo, K. aveva la sensazione che quanto aveva fino allora ottenuto rappresentasse una specie di bene che egli possedeva; certo, lo deteneva solo apparentemente, ma non era obbligato a restituirlo sottostando a un ordine qualsiasi. «Non la vedrà in ogni caso, che lo aspetti o che se ne vada», disse il signore; aveva parlato bruscamente dal suo punto di vista, ma in modo stranamente accomodante rispetto al ragionamento di K. «Allora preferisco non vederlo aspettandolo», disse K. ostinato, non si sarebbe certo lasciato cacciar via dalle semplici parole di quel giovanotto. Il signore chiuse gli occhi per un istante con il capo rovesciato all'indietro e sul viso un'espressione di superiorità, come se dall'insensatezza di K. volesse tornare alla propria ragione, si passò la punta della lingua tutt'intorno alla bocca semiaperta, poi disse al cocchiere: «Stacchi i cavalli».
Il cocchiere, ubbidiente agli ordini del signore ma con un'occhiata torva a K., fu obbligato a scendere nonostante la sua pelliccia, e cominciò, con grande esitazione, come se aspettasse non un contrordine del signore ma un ripensamento di K., a far retrocedere i cavalli e la slitta verso l'ala laterale, dove evidentemente, dietro un grosso portone, c'erano la stalla e la rimessa. K. si vedeva rimaner solo; da una parte si allontanava la slitta, dall'altra, seguendo il cammino da cui lui era venuto, il giovane signore; entrambi si muovevano molto lentamente, però, come per lasciar intendere a K. che stava ancora in suo potere farli tornare.
Forse K. aveva questo potere, ma non gli sarebbe servito a nulla; far tornare la slitta significava cacciarsi via da solo. Così rimase impassibile, unico padrone del campo, ma era una vittoria che non dava gioia. Seguiva alternativamente con lo sguardo il signore e il cocchiere. Il signore, che aveva già raggiunto la porta dalla quale K. era passato per entrare nel cortile, si girò a guardare ancora una volta - K. credette di vederlo scuotere la testa dinnanzi a tanta ostinazione - poi si voltò con un movimento rapido, risoluto e definitivo ed entrò nel corridoio scomparendo immediatamente. Il cocchiere rimase più a lungo nel cortile, aveva un gran daffare con la slitta, doveva spalancare il pesante portone della stalla, far entrare a ritroso la slitta e sistemarla al suo posto, staccare i cavalli e condurli alla mangiatoia; fece tutto questo con serietà, chiuso in se stesso, senza alcuna speranza di una prossima corsa; quel silenzioso affaccendarsi senza mai gettare un'occhiata a K. parve a quest'ultimo un rimprovero ben più duro che il contegno del signore. E quando poi, terminato il lavoro nella stalla, il cocchiere attraversò il cortile con il suo passo lento e ciondolante, chiuse il grande portone e tornò indietro, tutto questo sempre con lentezza e guardando solo le sue orme nella neve, poi si chiuse nella stalla e spense anche tutte le luci elettriche - per chi avrebbero dovuto rimanere accese? - e quando là in alto restò illuminata soltanto la fessura della galleria di legno a catturare un momento lo sguardo vagante, parve a K. che ogni legame con lui fosse stato tagliato; certo, adesso era più libero che mai, e poteva attendere in quel luogo finora proibito tutto il tempo che voleva, e aveva lottato per quella libertà come nessun altro avrebbe saputo e nessuno aveva il diritto di toccarlo o cacciarlo via, e nemmeno di rivolgergli la parola, ma allo stesso tempo gli pareva - e questa convinzione era almeno altrettanto forte - che nulla fosse più insensato, più disperato di quella libertà, quell'attesa, quell'invulnerabilità.

9 • LOTTA CONTRO L'INTERROGATORIO

E si staccò da quel luogo per rientrare nella casa, questa volta non lungo il muro, ma tagliando dritto attraverso la neve; nell'ingresso incontrò l'oste, che lo salutò senza parlare indicandogli la porta della sala, ed egli obbedì al cenno perché aveva freddo e voleva veder gente, rimase però molto deluso vedendo, seduto a un tavolino che dovevano aver messo lì apposta - perché di solito ci si accontentava dei barili - il giovane signore e in piedi dinnanzi a lui - una vista demoralizzante per K. - la padrona della Locanda del Ponte. Pepi, tutta fiera, con la testa buttata all'indietro, l'eterno sorriso sulle labbra, conscia della propria irrefutabile dignità, facendo volare la treccia ogni volta che si girava, correva su e giù; portò della birra, e poi dell'inchiostro e una penna perché il signore, spiegate delle carte sul tavolo dinnanzi a lui, andava confrontando i dati che trovava ora in questo ora in quel documento, alternativamente alle due estremità del tavolo, e si apprestava a scrivere.
L'ostessa l'osservava dall'alto, in silenzio, sporgendo un po' le labbra con l'aria di rilassarsi, come se avesse già detto tutto quel che c'era da dire e questo fosse stato ben accolto. «Il signor agrimensore, finalmente», disse il signore all'arrivo di K. sollevando per un istante gli occhi, poi tornò a immergersi nelle sue carte. Anche l'ostessa sfiorò appena K. con uno sguardo indifferente, per niente sorpreso. Pepi invece parve accorgersi di K. solo quando lui si avvicinò al banco e ordinò un cognac.
K. si appoggiò al ripiano, premette la mano sugli occhi e non si curò di nulla. Poi bagnò le labbra nel suo cognac ma subito lo spinse via dicendo che era imbevibile. «Tutti i signori lo bevono», disse Pepi seccamente, versò via quel che rimaneva, lavò il bicchierino e lo mise sullo scaffale. «I signori ne hanno anche di migliore», disse K. «Può darsi», disse Pepi, «ma io no». Con questo aveva liquidato K. e si era messa di nuovo agli ordini del signore, che però non aveva bisogno di nulla; allora si accontentò di descrivere degli archi dietro di lui tentando rispettosamente di gettare un'occhiata sulle carte al di sopra delle sue spalle; ma era una finta curiosità, una bravata, che anche l'ostessa disapprovava aggrottando le sopracciglia.
Ma a un tratto l'ostessa tese l'orecchio e, tutta concentrata nell'ascolto, guardò fissamente nel vuoto. K. si voltò, non udiva niente di particolare, nemmeno gli altri parevano udire qualcosa, ma l'ostessa corse a grandi passi sulla punta dei piedi verso la porta di fondo che dava nel cortile, guardò dal buco della serratura, poi si voltò verso gli altri con gli occhi sgranati e il volto in fiamme, fece un cenno del dito perché gli altri si avvicinassero ed essi si misero a guardare a turno; all'ostessa era lasciata la parte più grande ma anche Pepi non era dimenticata, il più indifferente era il signore. Pepi e il signore tornarono presto ai loro posti, solo l'ostessa continuò a fare ogni sforzo per guardare; piegata su se stessa, quasi in ginocchio, si aveva quasi l'impressione che stesse solo scongiurando il buco della serratura di lasciarla passare, poiché da un pezzo ormai non doveva esserci più nulla da vedere. Quando finalmente si rialzò, si passò le mani sul viso, si ravviò i capelli, fece un profondo respiro, e sembrò risolversi a malincuore a riabituare gli occhi alla sala e alla gente che vi si trovava; non per farsi confermare ciò che sapeva, ma per prevenire un attacco che quasi temeva, tanto era vulnerabile ormai, K. disse: «Klamm è già partito, dunque?». L'ostessa gli passò accanto senza una parola, ma dal suo tavolino il signore disse: «Sì, certo. Poiché lei ha smesso di far la guardia, Klamm ha potuto andarsene. È straordinario, però, com'è sensibile Klamm. Ha notato, signora ostessa, come si guardava attorno inquieto?». L'ostessa non pareva averlo notato, ma il signore proseguì: «Be', per fortuna non si vedeva più niente, il cocchiere aveva cancellato con la scopa persino le orme sulla neve». «La signora non ha notato nulla», disse K., e lo disse senza aspettarsene qualcosa ma semplicemente perché era irritato dall'affermazione del signore, che voleva suonare definitiva e inappellabile. «Forse in quel momento non stavo guardando dal buco», disse dapprima l'ostessa per prendere le difese del signore, ma poi volle dar ragione anche a Klamm e aggiunse: «Veramente io non credo a tutta questa sensibilità di Klamm. Noi temiamo per lui, è vero, e cerchiamo di proteggerlo e quindi supponiamo che sia di una sensibilità estrema. È bene che sia così, ed è certamente quello che vuole Klamm. Ma come stiano in realtà le cose non lo sappiamo. È sicuro che Klamm non parlerà mai a qualcuno con cui non vuol parlare, per quanti sforzi faccia questo qualcuno e per quanto fastidiosa sia la sua invadenza; ma è già sufficiente che Klamm non parli mai con lui né lo ammetta mai alla sua presenza, perché dovrebbe in realtà trovare insopportabile la vista di qualcuno? Quanto meno non è possibile dimostrarlo perché non si arriverà mai a fare la prova». Il signore s'affrettò ad approvare con la testa. «In fondo la penso come lei, naturalmente», disse, «se mi sono espresso in un modo un po' diverso è stato per farmi capire dal signor agrimensore. Ma che Klamm, uscendo all'aperto, si sia guardato intorno più volte è vero». «Forse cercava me», disse K. «Può darsi», disse il signore, «non ci ero arrivato». Tutti risero, e Pepi, che di quei discorsi non aveva capito niente, più rumorosamente degli altri.
«Dal momento che siamo qui riuniti in allegria», disse poi il signore, «la pregherei vivamente, signor agrimensore, di completare con alcuni dati le mie pratiche». «Si scrive molto, qui», disse K. guardando da lontano le carte. «Sì, una brutta abitudine», disse il signore e rise di nuovo, «ma forse lei non sa ancora chi sono io. Sono Momus, il segretario di Klamm per il paese». A queste parole tutti in sala si fecero seri; sebbene l'ostessa e Pepi naturalmente conoscessero il signore, restarono come interdette quando egli enunciò il suo nome e la sua carica. E persino il signore, come se avesse detto troppo per le sue stesse capacità intellettuali e volesse almeno mettersi al riparo da ogni eventuale solennità insita nelle sue parole, s'immerse nelle sue carte e incominciò a scrivere, così che nella sala si sentì soltanto il rumore della penna. «Che cosa significa: segretario per il paese?», chiese K. dopo un po'. Invece di Momus, che dopo essersi presentato non riteneva ormai più opportuno dare certe spiegazioni di persona, parlò l'ostessa: «Il signor Momus è segretario di Klamm come qualsiasi altro segretario di Klamm, ma la sua sede ufficiale come pure, se non erro, l'ambito delle sue funzioni...», Momus sporse la testa dalle carte scuotendola vivacemente, e l'ostessa si corresse, «no, soltanto la sua sede, non l'ambito delle sue funzioni, è limitata al paese. Il signor Momus assicura per Klamm la redazione delle scritture che si rendono necessarie in paese ed è il primo a ricevere tutte le richieste rivolte a Klamm che dal paese provengono». Poiché K., ancora poco impressionato da queste cose, la guardava con occhi vuoti, l'ostessa aggiunse a metà imbarazzata: «L'organizzazione è questa, tutti i signori del castello hanno i loro segretari di paese». Momus, che ascoltava molto più attentamente di K., disse all'ostessa per completare l'informazione: «Quasi tutti i segretari di paese lavorano per un solo signore, io invece per due, per Klamm e per Vallabene». «Sì», disse l'ostessa, che ora ricordava anche lei, e si voltò verso K. «Il signor Momus lavora per due signori, per Klamm e per Vallabene, quindi è due volte segretario di paese». «Due volte addirittura», disse K., e rivolse a Momus, che ora era quasi chino in avanti e lo guardava in faccia, un cenno del capo come si fa con un bambino di cui si è appena udito tessere gli elogi. Se in quel cenno vi era un certo disprezzo, o non fu notato o era addirittura voluto. Proprio dinnanzi a K., che non era nemmeno degno di essere visto da Klamm, sia pure per caso, si descrivevano con minuzia i meriti di un uomo che faceva parte della ristretta cerchia di Klamm con la manifesta intenzione di provocare il suo apprezzamento e il suo elogio. Eppure K. non poteva capire queste cose; lui, che si adoperava con tutte le sue forze di catturare uno sguardo di Klamm, non stimava un gran che, per esempio, la posizione di un Momus cui era concesso vivere sotto gli occhi di Klamm, era ben lungi dal provare ammirazione o tantomeno invidia, poiché egli non ambiva alla vicinanza di Klamm per se stessa, ma ad avvicinare Klamm lui, K., soltanto lui, e nessun altro, con le sue richieste, e non quelle di un altro, e avvicinarlo non per restargli accanto ma per passargli avanti e giungere al castello.
E K. disse, guardando l'orologio: «È ora che torni a casa». La situazione cambiò subito a favore di Momus. «Sì, certo», disse questi, «i suoi doveri di bidello la chiamano. Ma deve concedermi ancora un minuto. Solo qualche breve domanda». «Non ne ho voglia», disse K. e fece per andare alla porta. Momus sbatté un incartamento sul tavolo e si alzò in piedi: «In nome di Klamm le intimo di rispondere alle mie domande». «In nome di Klamm?», ripeté K. «S'interessa alle mie faccende?». «Questo non lo posso giudicare», disse Momus, «e men che meno lei, perciò lasciamo tranquillamente che sia lui a farlo. Ma, in virtù delle funzioni di cui Klamm mi ha investito, le chiedo di restare e di rispondermi». «Signor agrimensore», s'intromise l'ostessa, «me ne guardo bene dal darle altri consigli; lei ha respinto con un atteggiamento inaudito quelli che le ho dato finora con le migliori intenzioni del mondo, e se sono venuta qui dal signor segretario - non ho niente da nascondere, io - è solo per mettere debitamente al corrente l'amministrazione della sua condotta e delle sue intenzioni e garantirmi una volta per sempre dal doverla di nuovo alloggiare; così stanno le cose fra noi, e non credo che cambieranno più, quindi, se ora dico la mia opinione, non creda che lo faccia per aiutarla, ma per alleggerire un poco al signor segretario il difficile compito di trattare con un uomo come lei. Tuttavia, proprio per la mia assoluta franchezza - parlando con lei non posso che essere franca, e anche così lo faccio controvoglia - lei può trarre profitto dalle mie parole, basta che lo voglia. Nel caso presente, le faccio dunque notare che per lei l'unica via che conduca a Klamm passa per questi verbali del signor segretario. Ma non voglio esagerare, forse questa via non conduce fino a Klamm, forse si ferma molto prima, la facoltà di deciderlo spetta al signor segretario. Ma ad ogni modo è l'unica via che possa condurla almeno in direzione di Klamm. E lei vuol rinunciare a quest'unica via senza una ragione, per semplice puntiglio?». «Ah, signora», disse K., «questa non è l'unica via per giungere a Klamm, né è migliore di altre. Ed è lei, signor segretario, a decidere se quello che dirò qui potrà giungere fino a Klamm oppure no?». «Ma certo», disse Momus abbassando orgoglioso gli occhi e guardando a destra e a sinistra, dove non c'era niente da vedere, «perché sarei segretario, se no?». «Vede dunque, signora», disse K., «non mi serve una via che mi conduca da Klamm, ma in primo luogo una che mi conduca dal signor segretario». «È questa via che le volevo aprire io», disse l'ostessa. «Stamattina non le avevo forse proposto d'inoltrare la sua richiesta a Klamm? L'avrei fatto passando per il signor segretario. Ma lei ha rifiutato, eppure ora non le rimane altra via. Certo, dopo il suo numero di oggi, dopo il tentativo di sorprendere Klamm, le sue probabilità di successo sono ancora diminuite. Ma quest'ultima piccolissima, infinitesima, a dire il vero inesistente speranza è la sola che lei abbia». «Come mai, signora», disse K., «all'inizio lei ha tanto cercato d'impedirmi di giungere fino a Klamm, e ora prende così sul serio la mia richiesta e pare in certo modo considerarmi perduto qualora i miei progetti fallissero? Se prima mi si poteva sconsigliare in tutta sincerità di aspirare a incontrare Klamm, com'è possibile che ora con altrettanta, pare, sincerità, mi si spinga addirittura sulla via che conduce a Klamm, pur ammettendo che può anche non portarmi fino a lui?». «Sono io che la spingo?», disse l'ostessa. «Come sarebbe, se le sto dicendo che i suoi tentativi sono senza speranza? Il colmo della sfacciataggine, ecco cos'è, voler scaricare su di me la sua responsabilità in questo modo. Forse è la presenza del signor segretario che gliene fa venir la voglia. No, signor agrimensore, io non la spingo proprio a nulla. Una cosa però le confesso, quando l'ho vista per la prima volta credo di averla un po' sopravvalutata. La sua rapida vittoria su Frieda mi aveva spaventata, non sapevo di che altro potesse essere capace, volevo evitare altre sciagure e credevo che l'unico modo possibile fosse cercare di scuoterla con preghiere e minacce. Nel frattempo ho imparato a reagire su tutta la faccenda con più calma. Faccia pure quel che le pare. Le sue imprese lasceranno forse tracce profonde là fuori, nella neve del cortile, ma niente di più». «La contraddizione non mi pare del tutto chiarita», disse K., «ma mi accontenterò di averla segnalata. Ma ora la prego, signor segretario, di dire se è giusto quello che afferma la signora, e cioè che il verbale che lei intende stendere insieme a me potrebbe avere fra le sue conseguenze che io ottenga il diritto di comparire dinnanzi a Klamm. Se è così, sono pronto a rispondere alle domande. In questa prospettiva sono pronto assolutamente a tutto». «No», disse Momus, «non esiste correlazione fra le due cose. Si tratta solo di arrivare a stendere una descrizione esatta di questo pomeriggio per gli archivi di paese di Klamm. Questa descrizione è già pronta, restano due o tre lacune che lei dovrà colmare, per una questione di ordine; altri scopi non ce ne sono e nemmeno se ne possono raggiungere». K. guardò in silenzio l'ostessa. «Perché mi guarda?», chiese l'ostessa. «Ho forse detto qualcosa di diverso? Sempre così quest'uomo, signor segretario, sempre così. Distorce le informazioni che gli si danno e poi sostiene di aver avuto informazioni sbagliate. Gli ho detto e ridetto, oggi e fin dall'inizio, che non ha la minima probabilità di esser ricevuto da Klamm; allora, se una probabilità non esiste, non sarà nemmeno questo verbale a dargliela. Si può essere più chiari? Inoltre, dico che questo verbale è l'unico vero legame ufficiale che egli possa avere con Klamm; anche questo è abbastanza chiaro e incontestabile. Ma se non mi crede, se continua a sperare - non so perché né a quale scopo - di poter arrivare fino a Klamm, allora, restando nel suo ordine d'idee, gli può essere utile soltanto l'unico vero legame ufficiale che egli ha con Klamm, cioè questo verbale. Solo questo gli ho detto, e chi afferma una cosa diversa distorce con malevolenza le mie parole». «Se è così, signora ostessa», disse K., «le chiedo scusa, vuol dire che non avevo capito; dalle sue precedenti parole ho creduto - a torto, come si dimostra - d'intendere che una sia pur minima speranza per me ci fosse». «Certo», disse l'ostessa, «è quel che penso. Lei sta di nuovo travisando le mie parole, ma questa volta in senso inverso. A mio parere quella minima speranza esiste, e si fonda unicamente sul verbale. Ma questo non vuol dire che lei possa semplicemente aggredire il signor segretario chiedendogli: "Potrò vedere Klamm se rispondo alle domande?". Se una domanda così la fa un bambino si ride, ma se la fa un adulto si tratta di un'offesa all'amministrazione, cosa che il signor segretario le ha solo benevolmente celato dietro il garbo della sua risposta. Ma la speranza di cui parlo è per l'appunto che grazie al verbale lei abbia una specie di legame, magari una specie di legame con Klamm. Non è forse sperare abbastanza? Se le chiedessero quali meriti la rendono degno del regalo che rappresenta una simile speranza potrebbe esibirne uno, anche piccolissimo? Certo non si può dire nulla di più preciso di questa speranza, e in particolare, il signor segretario, nella sua veste ufficiale, non vi potrà mai fare la minima allusione. Per lui si tratta solo, come ha detto, della descrizione degli avvenimenti di questo pomeriggio per una questione di ordine; di più non dirà, nemmeno se lei lo interrogasse sull'istante riferendosi alle mie parole». «Signor segretario», chiese K., «Klamm leggerà questo verbale?». «No», disse Momus, «perché mai? Klamm non può certo leggere tutti i verbali, anzi non ne legge nemmeno uno. "Non seccatemi con i vostri verbali!" dice sempre». «Signor agrimensore», si lamentò l'ostessa. «lei mi sfinisce con le sue domande. È forse necessario, o anche solo auspicabile, che Klamm legga questo verbale e sia informato, parola per parola, di ogni nonnulla della sua vita; non preferisce chiedere molto umilmente che si nasconda quel verbale a Klamm, richiesta che sarebbe del resto insensata quanto la prima - chi potrebbe nascondere qualcosa a Klamm? -, ma che rivelerebbe in lei un tratto più simpatico? E poi, è forse necessario per quel che lei chiama la sua speranza? Non ha dichiarato lei stesso che si accontenterebbe di aver l'occasione di parlare davanti a Klamm, anche se lui non dovesse guardarla né ascoltarla? E, grazie a questo verbale, lei non ottiene almeno questo, e forse molto di più?». «Molto di più?», chiese K. «In che modo?». «Lei è come un bambino!», esclamò l'ostessa. «Possibile che voglia sempre tutto servito sul piatto? Chi può dar risposta a queste domande? L'ha sentito, il verbale sarà depositato negli archivi di Klamm, di più non si può dire con certezza. Ma allora, capisce l'importanza del verbale, del signor segretario, degli archivi? Sa che cosa significa essere interrogato dal signor segretario? Forse, o probabilmente, non lo sa nemmeno lui. Se ne sta lì tranquillo e fa il suo dovere, per una questione d'ordine, come ha detto. Ma pensi che l'ha nominato Klamm, che lavora in nome di Klamm, che quello che fa, anche se non perviene mai a Klamm, ha l'approvazione di Klamm a priori. E come può qualcosa avere l'approvazione di Klamm senza essere impregnata del suo spirito? Lungi da me l'idea di volere, dicendo questo, adulare pesantemente il signor segretario, sarebbe lui il primo a non tollerarlo, ma io non parlo della sua personalità propria, parlo di ciò che egli rappresenta quando ha l'approvazione di Klamm, come per l'appunto in questo momento: in tali circostanze egli è uno strumento su cui è posata la mano di Klamm, e guai a chi non gli obbedisce».
K. non temeva le minacce dell'ostessa, ed era stanco delle speranze con cui cercava di catturarlo. Klamm era lontano. Una volta l'ostessa l'aveva paragonato a un'aquila e K. aveva trovato la cosa ridicola, ma ora non più; pensava alla sua lontananza, alla sua dimora inespugnabile, al suo mutismo, interrotto forse soltanto da grida quali K. non aveva mai udite, al suo sguardo che gravava addosso dall'alto e non si poteva mai provare, mai confutare, ai cerchi, troppo alti perché K. li potesse distruggere, che egli descriveva lassù secondo leggi incomprensibili, visibili solo per pochi istanti: tutto questo era comune a Klamm e all'aquila. Ma questo non aveva sicuramente nulla a che fare con il verbale sopra il quale ora Momus stava spezzando una ciambella salata con cui accompagnava la sua birra, cospargendo tutte le carte di sale e di semi di cumino.
«Buona notte», disse K., «ho un'avversione per ogni interrogatorio», e questa volta andò davvero verso la porta. «Ma se ne va», disse Momus quasi allarmato all'ostessa. «Non oserà», disse questa, K. non udì altro, era già nel corridoio. Faceva freddo e tirava un forte vento. Da una porta di fronte a K. uscì l'oste, evidentemente era rimasto a sorvegliare il corridoio da uno spioncino. Era costretto a stringersi attorno al corpo le falde della giacca, tanto il vento le faceva sbattere lì nel corridoio. «Va già via, signor agrimensore?», disse. «Se ne stupisce?», domandò K. «Sì», disse l'oste. «Non le fanno l'interrogatorio?». «No», disse K. «Non mi sono lasciato interrogare». «Perché no?», domandò l'oste. «Non vedo perché», disse K., «dovrei farmi interrogare, perché dovrei sottostare a uno scherzo o a un capriccio dell'amministrazione. Forse un'altra volta l'avrei fatto, per scherzo o per capriccio, ma oggi no». «Certo, certo», disse l'oste, ma approvava per cortesia, non per convinzione. «Adesso devo lasciar entrare i servitori nella sala», aggiunse, «è ora già da un pezzo. Ma non volevo disturbare l'interrogatorio». «Lo riteneva così importante?», chiese K. «Oh sì», disse l'oste. «Allora non avrei dovuto rifiutarmi», disse K. «No», disse l'oste, «non avrebbe dovuto». Poiché K. taceva, aggiunse, sia per consolarlo che per sbarazzarsi più in fretta di lui: «Su, su, non per questo pioverà zolfo dal cielo». «No», disse K., «dal tempo non si direbbe proprio». E si separarono ridendo.

10 • IN STRADA

K. uscì sulla scalinata dove il vento soffiava furiosamente e guardò nell'oscurità. Davvero un tempaccio. Per una certa associazione d'idee pensò agli sforzi dell'ostessa perché egli accettasse il verbale e al modo in cui lui aveva resistito. Quegli sforzi, a dire il vero, non erano sinceri, sotto sotto l'ostessa lo aveva distolto dal sottoporsi all'interrogatorio; alla fine non si capiva più se K. avesse resistito o ceduto. Una natura intrigante, che agiva come il vento, senza alcun senso apparente, secondo direttive lontane e sconosciute, che non era dato indagare.
Aveva fatto appena qualche passo sulla strada, quando vide lontano due luci oscillanti; quel segno di vita lo mise di buon animo ed egli si affrettò verso di esse che a loro volta gli venivano incontro fluttuando. Non capì perché fu così deluso quando riconobbe gli aiutanti. Eppure erano venuti a cercarlo, forse mandati da Frieda, e le lanterne, che lo liberarono da quell'oscurità da cui tutt'attorno gli giungevano rumori, erano proprietà sua, tuttavia era deluso, si era aspettato degli sconosciuti, non quelle vecchie conoscenze che gli erano un peso addosso. Ma gli aiutanti non erano soli, dall'oscurità in mezzo a loro emerse Barnabas. «Barnabas!», esclamò K. e gli tese la mano, «stai venendo da me?». La sorpresa di rivederlo gli fece dimenticare sul momento l'irritazione che Barnabas gli aveva causato la volta prima. «Da te», disse Barnabas con la gentilezza di sempre. «Con una lettera di Klamm». «Una lettera di Klamm!», disse K. gettando indietro la testa, e gliela prese in fretta di mano. «Fate luce!», disse agli aiutanti che si strinsero contro di lui da una parte e dall'altra e sollevarono le lanterne. K. dovette ripiegare più volte il grande foglio per proteggerlo dal vento. Poi lesse: «Al signor agrimensore, Locanda del Ponte. I lavori di agrimensura da Lei eseguiti finora incontrano la mia approvazione. Anche i lavori degli aiutanti meritano un elogio. Lei sa bene come incitarli al lavoro. Non allenti il Suo zelo! Porti a buon fine i lavori. Un'interruzione mi contrarierebbe. Per il resto stia tranquillo, la questione dello stipendio sarà decisa quanto prima. Io non La perdo di vista». K. staccò gli occhi dalla lettera solo quando gli aiutanti, che leggevano molto più lentamente di lui, per festeggiare le buone notizie lanciarono tre urrà e agitarono le lanterne. «Calma, voialtri», disse, e rivolto a Barnabas: «È uno sbaglio». Barnabas non capiva. «È uno sbaglio», ripeté K., e lo riprese la stanchezza del pomeriggio, la scuola gli pareva così lontana, e dietro a Barnabas compariva tutta la sua famiglia, e gli aiutanti continuavano a stargli addosso tanto che egli dovette spingerli via a gomitate; come aveva potuto, Frieda, mandarglieli incontro quando egli aveva dato ordine che restassero con lei? La strada per tornare a casa l'avrebbe trovata anche da solo, e più facilmente da solo che in quella compagnia. Adesso, per giunta, uno dei due si era avvolto intorno al collo una sciarpa, le cui estremità svolazzavano nel vento e avevano ripetutamente colpito K. in viso; è vero che ogni volta l'altro aiutante l'aveva subito allontanata dal viso di K. con il suo dito lungo e appuntito che non stava mai fermo, ma questo non migliorava le cose. Entrambi sembravano anzi trovar gusto in quel movimento alternato, così come erano entusiasti del vento e del trambusto di quella notte. «Via di qui!», gridò K. «Già che mi siete venuti incontro, perché non mi avete portato il mio bastone? Con che cosa vi caccio a casa, ora?». I due si nascosero dietro a Barnabas, ma non erano spaventati al punto di rinunciare a mettere le lanterne, una a destra e una a sinistra, sulle spalle del loro protettore, che però se ne liberò subito con uno scossone. «Barnabas», disse K., e aveva il cuore pesante a vedere che Barnabas non lo capiva, che nei momenti tranquilli la sua giacca era bella lucente, ma quando le cose si facevano serie non si trovava in lui alcun aiuto, solo muta resistenza, una resistenza contro la quale non si poteva lottare, poiché Barnabas stesso era senza difesa, soltanto il suo sorriso splendeva, ma contro la bufera che soffiava quaggiù esso non vi aiutava più delle stelle su in cielo. «Guarda che cosa mi scrive il signore», disse K. e gli mise la lettera davanti agli occhi. «Il signore è male informato. Io non faccio nessun lavoro di agrimensore, e quanto agli aiutanti, lo vedi da te quel che valgono. E il lavoro che non faccio non lo posso certo interrompere, non posso nemmeno essere causa di contrarietà per il signore, come potrei meritare la sua approvazione? Tranquillo, poi, non potrò mai esserlo». «Riferirò», disse Barnabas che per tutto il tempo aveva guardato al di sopra della lettera; del resto non avrebbe nemmeno potuto leggerla tanto l'aveva vicino agli occhi. «Ah», disse K., «mi prometti di riferirlo, ma posso davvero crederti? Quanto avrei bisogno di un messaggero di fiducia, ora più che mai». K. si morse le labbra per l'impazienza. «Padrone», disse Barnabas piegando morbidamente il collo - per poco K. non si sarebbe lasciato sedurre di nuovo e gli avrebbe creduto -,«riferirò certamente; anche quello che mi hai incaricato di dire l'ultima volta, stai certo che lo riferirò». «Come!», esclamò K. «Non l'hai ancora riferito? Non sei andato al castello il giorno dopo?». «No», disse Barnabas, «mio padre è vecchio, l'hai visto anche tu, e c'è stato molto lavoro da fare, dovevo aiutarlo, uno di questi giorni, però, tornerò al castello». «Ma che cosa fai, creatura incomprensibile?», esclamò K. battendosi la fronte. «Gli affari di Klamm non hanno forse la precedenza su tutto il resto? Tu hai l'alto incarico di messaggero e lo adempi in questo modo vergognoso? Che importa il lavoro di tuo padre? Klamm aspetta le notizie e tu, invece di precipitarti a gambe levate, preferisci portar fuori il letame dalla stalla». «Mio padre fa il calzolaio», disse Barnabas senza scomporsi, «aveva delle ordinazioni da Brunswick, e io sono il suo lavorante». «Calzolaio. Ordinazioni. Brunswick», esclamò K. con rabbia, come per rendere ognuna di quelle parole inservibile una volta per tutte. «E a chi servono le scarpe, qui, se le strade sono sempre vuote? E sai che me ne importa di scarpe e calzolai; ti ho affidato un'ambasciata non perché tu la dimentichi e la ingarbugli davanti al tuo panchetto da calzolaio ma perché tu la trasmetta subito a Klamm». A questo punto K. si calmò un poco pensando che probabilmente Klamm, durante tutto il tempo, non era stato al castello ma all'Albergo dei Signori; Barnabas però lo irritò di nuovo mettendosi a recitare il primo messaggio di K. per dimostrare che se lo ricordava bene. «Basta, non voglio saper niente», disse K. «Non prendertela con me, padrone», disse Barnabas e, come se inconsciamente volesse punire K., distolse da lui lo sguardo e abbassò gli occhi, senza dubbio sconcertato dalle grida di K. «Non me la prendo con te», disse K. la cui agitazione volgeva ora contro lui stesso. «Con te no, ma è molto seccante per me non avere un altro messaggero per le cose importanti».
«Vedi», disse Barnabas, come se, per difendere il suo onore di messaggero, dicesse più di quanto non avrebbe voluto, «Klamm non aspetta notizie, anzi s'infastidisce quando arrivo io. "Ancora notizie", ha detto una volta; e di solito, quando da lontano mi vede arrivare, si alza, va nell'altra stanza e non mi riceve. Del resto non è una regola che io debba andar subito da lui ogni volta che ho un messaggio, se così fosse naturalmente ci andrei subito, ma non esistono regole in materia, e se non andassi mai da lui nessuno mi richiamerebbe al dovere. Se porto un'ambasciata lo faccio di mia spontanea volontà».
«Bene», disse K. osservando Barnabas e distogliendo apposta lo sguardo dagli aiutanti che a turno si sporgevano da dietro le spalle di Barnabas come se riaffiorassero da una botola e, fingendo spavento alla vista di K., sparivano di nuovo veloci con un fischio leggero che imitava il vento. Il gioco durò a lungo. «Come stiano le cose con Klamm non lo so; dubito che tu sia capace di vederci ben chiaro quando sei là, e anche se tu ne fossi capace non potremmo farci nulla. Ma di portare un'ambasciata sei capace, ed è questo che ti chiedo di fare. Un'ambasciata brevissima. Vuoi portarla domani stesso e darmi una risposta immediata o almeno riferirmi come sei stato accolto? Puoi farlo, vuoi farlo? Sarebbe molto prezioso, per me. E forse troverò l'occasione di ringraziarti adeguatamente; a meno che tu non abbia già un desiderio che io possa soddisfare». «Certo che eseguirò il tuo incarico», disse Barnabas. «E ti darai da fare per eseguirlo il meglio possibile, trasmetterlo a Klamm in persona, ottenere la risposta direttamente da lui, e il tutto subito, domani stesso, in mattinata, vuoi?»
«Farò del mio meglio», disse Barnabas, «ma è quel che faccio sempre». «Ora basta discuterne», disse K. «L'ambasciata è questa: L'agrimensore K. prega il signor caposezione di concedergli un colloquio personale; accetta fin d'ora ogni condizione eventualmente posta a tale permesso. Egli è costretto a formulare tale richiesta in quanto fino a questo momento tutti gli intermediari hanno fallito nel loro compito, ne è prova il fatto che egli non ha ancora eseguito il minimo lavoro di agrimensura e che, stando alle parole del sindaco, mai ne eseguirà; ecco perché ha letto con vergogna e disperazione l'ultima lettera del signor caposezione e soltanto un colloquio personale con lo stesso potrà rimediare a una simile situazione. L'agrimensore sa, così facendo, di chiedere molto, ma farà ogni sforzo per ridurre al minimo il disturbo che causerà al signor caposezione, si assoggetta a qualsiasi restrizione di tempo, e se si ritiene necessario fissare il numero di parole che egli avrà il diritto di usare nel corso del colloquio non solleva obiezioni e pensa che già dieci gli possano bastare. È con profondo rispetto e con la massima impazienza che resta in attesa di una decisione». K. aveva parlato in una sorta di rapimento, come se si trovasse dinnanzi alla porta di Klamm e si rivolgesse all'usciere. «È diventato molto più lungo di quel che pensavo», disse poi, «ma tu devi riferirlo a voce, non voglio scrivere una lettera, finirebbe per seguire di nuovo l'interminabile trafila burocratica». Così K. scarabocchiò il suo messaggio su un pezzo di carta, solo per Barnabas, appoggiandosi alla schiena di uno degli aiutanti mentre l'altro gli faceva luce, ma poté già scriverlo sotto dettatura di Barnabas che ricordava tutto e lo ripeteva con l'esattezza di uno scolaro senza badare ai suggerimenti sbagliati degli aiutanti. «Hai una memoria straordinaria», disse K. dandogli il foglietto, «ma adesso, ti prego, dimostrati straordinario anche nel resto. E i tuoi desideri? Non ne hai? Confesso francamente che mi sentirei un po' più tranquillo sulla sorte del mio messaggio se tu ne avessi». Dapprima Barnabas rimase zitto, poi disse: «Le mie sorelle ti mandano i loro saluti». «Le tue sorelle», disse K., «sì, le due ragazze alte e robuste». «Ti salutano tutte e due, ma in particolare Amalia», disse Barnabas, «è lei che mi ha portato oggi questa lettera per te dal castello». K. trattenne soprattutto quest'ultima informazione, e chiese: «Non potrebbe portare al castello anche la mia ambasciata? O non potreste andarci tutti e due e tentare ognuno la propria fortuna?». «Amalia non ha il permesso di entrare negli uffici», disse Barnabas, «altrimenti lo farebbe certo molto volentieri». «Forse domani verrò da voi», disse K., «intanto tu portami la risposta. Ti aspetto a scuola. Salutami anche le tue sorelle». Barnabas parve felicissimo di questa promessa; dopo aver stretto la mano di K. per accomiatarsi, gli sfiorò anche la spalla. Quasi che tutto fosse tornato come allora, quando Barnabas era comparso per la prima volta in tutto il suo splendore fra i contadini della locanda, K. accolse quel contatto, seppure con un sorriso, come una distinzione onorifica. Raddolcito, lasciò che sulla strada del ritorno gli aiutanti facessero quel che volevano.

11 • A SCUOLA

Arrivò a casa completamente gelato, faceva buio dappertutto, le candele nelle lanterne si erano consumate; guidato dagli aiutanti che già conoscevano il luogo attraversò a tastoni un'aula. «È la prima volta che vi meritate un elogio», disse K. ricordando la lettera di Klamm; ancora mezzo addormentata, Frieda gridò da un angolo: «Lasciate dormire K.! Non disturbatelo, su!». Dunque K. occupava i suoi pensieri anche se, vinta dal sonno, non era riuscita ad aspettarlo. Fu accesa la luce, ma non si poté alzare molto il lucignolo perché c'era pochissimo petrolio. La recente sistemazione era ancora molto incompleta. La stufa era stata accesa, ma la grande stanza che veniva utilizzata anche come palestra - gli attrezzi erano sparsi all'intorno o pendevano dal soffitto - aveva già consumato tutta la provvista di legna, c'era stato un piacevole caldo, come assicurarono a K., ma purtroppo l'ambiente si era di nuovo completamente raffreddato. In uno sgabuzzino c'era una grossa scorta di legna, ma lo sgabuzzino era chiuso e la chiave l'aveva il maestro il quale consentiva di prelevare la legna solo per riscaldare durante le ore di lezione. Se ci fossero stati dei letti in cui potersi infilare, sarebbe stato sopportabile. E invece non c'era che un solo pagliericcio, che Frieda con apprezzabile senso di pulizia aveva coperto con uno scialle di lana, ma senza piumino e con due sole coperte ruvide e dure che non tenevano per niente caldo. Eppure gli aiutanti divoravano con gli occhi persino quel misero pagliericcio, ma senza naturalmente avere la speranza di poterlo mai occupare. Frieda guardò ansiosamente K.; alla Locanda del Ponte aveva dimostrato di saper rendere abitabile una stanza, anche la più misera, ma qui, priva di ogni mezzo com'era, non aveva potuto far di meglio. «L'unico ornamento della nostra stanza sono gli attrezzi da ginnastica», disse fra le lacrime sforzandosi di sorridere. Ma alle lacune più gravi, la mancanza di letti e di riscaldamento, promise con fermezza di porre rimedio l'indomani stesso e pregò K. di aver pazienza fino ad allora. Non una parola, non un accenno, non un'espressione del viso permisero di concludere che Frieda provasse la minima amarezza nei confronti di K., eppure lui, doveva ammetterlo con se stesso, l'aveva strappata prima all'Albergo dei Signori e ora alla Locanda del Ponte. Perciò K. si sforzò di trovare tutto sopportabile, cosa che non gli riuscì troppo difficile perché col pensiero seguiva Barnabas e ripeteva parola per parola il suo messaggio, non così come l'aveva affidato a Barnabas ma come credeva che sarebbe risuonato alle orecchie di Klamm. Intanto però si rallegrava sinceramente per il caffè che Frieda gli stava preparando su un fornello a spirito, e seguiva, appoggiato alla stufa ormai quasi fredda, i movimenti agili, esperti, con cui la ragazza stendeva sulla cattedra l'inevitabile tovaglia bianca e vi disponeva sopra una tazza a fiori, pane e lardo, e persino una scatola di sardine. Adesso tutto era pronto, nemmeno Frieda, per aspettare K., aveva ancora mangiato. C'erano due seggiole, Frieda e K. sedettero a tavola, gli aiutanti ai loro piedi, sulla pedana, ma non rimasero tranquilli un istante, disturbavano anche mentre si mangiava. Sebbene avessero avuto abbondantemente la loro parte di tutto e fossero ancora lontani dall'aver finito, di tanto in tanto si alzavano per vedere se c'era dell'altro sulla tavola e se potevano aspettarsi ancora qualcosa. K. non ci badava, solo il riso di Frieda richiamò la sua attenzione su di loro. Posò la sua mano su quella che Frieda teneva sulla tavola, e chiese sottovoce alla ragazza perché fosse tanto indulgente con quei due, al punto di tollerare con gentilezza anche le loro cattive maniere. Così non ci si sarebbe mai liberati di loro, mentre trattandoli con modi un po' più energici e del resto veramente conformi al loro comportamento, si sarebbe riusciti a domarli oppure, cosa ancor più probabile e anche da preferirsi, a render loro così insopportabile quel posto che avrebbero finito per sgomberare il campo. Il soggiorno in quella scuola non si prospettava troppo piacevole ma, insomma, non sarebbe durato a lungo, e si sarebbe badato poco a tutte le sue pecche se gli aiutanti se ne fossero andati e loro due fossero rimasti soli nella casa tranquilla. Non notava anche lei che gli aiutanti diventavano di giorno in giorno più insolenti, come se li incoraggiasse la presenza stessa di Frieda e la speranza che dinnanzi a lei K. non sarebbe intervenuto con tanta fermezza come in sua assenza. D'altronde, forse c'erano dei mezzi semplicissimi di sbarazzarsi di loro senza tanti complimenti, forse Frieda, al corrente della situazione locale, li conosceva. Agli aiutanti, poi, si faceva probabilmente solo un piacere cacciandoli via, poiché quella che conducevano lì non era una gran bella vita, e anche l'andazzo da fannulloni che si erano finora concessi sarebbe finito, in parte almeno, perché sarebbero stati obbligati a lavorare, mentre Frieda avrebbe dovuto riguardarsi dopo le emozioni degli ultimi giorni e lui, K., si sarebbe dato da fare per trovare una via d'uscita da quella situazione critica. Tuttavia, se gli aiutanti se ne fossero andati, lui avrebbe provato un tal sollievo che non gli sarebbe costata fatica svolgere le mansioni di bidello accanto a tutto il resto.
Frieda, che aveva ascoltato con attenzione, gli accarezzò lentamente il braccio e disse che condivideva in pieno la sua opinione, ma che forse egli dava troppa importanza alle cattive maniere degli aiutanti: erano dei ragazzi, d'umore allegro e un po' sempliciotti, che si trovavano per la prima volta al servizio di un forestiero, liberi dalla rigida disciplina del castello e quindi sempre un po' eccitati e stupiti, e in quello stato a volte commettevano per l'appunto qualche sciocchezza che naturalmente irritava, ma di cui era più ragionevole ridere. A volte lei non poteva trattenersi dal ridere. Eppure era pienamente d'accordo con K. che il meglio sarebbe stato mandarli via e rimanere loro due soli. Si fece più vicina a K. e nascose il viso contro la sua spalla. E lì disse, in modo così poco comprensibile che K. dovette chinarsi su di lei, di non conoscere però a quali mezzi ricorrere per liberarsi degli aiutanti e di temere il fallimento di tutti quelli che K. aveva proposti. Per quanto ne sapeva lei, era stato K. stesso che li aveva richiesti, e adesso li aveva e se li sarebbe tenuti. La cosa migliore era prenderli semplicemente per quei senza cervello che erano, sarebbe stato più facile sopportarli.
K. non fu soddisfatto della risposta; fra il serio e lo scherzoso, disse che lei aveva l'aria di essere in combutta con quei due o quanto meno di provare per loro una forte simpatia; dopotutto erano due bei ragazzi. Ma non c'è nessuno di cui con un po' di buona volontà non ci si riesca a liberare, e lui gliel'avrebbe dimostrato a proposito dei due aiutanti.
Frieda disse che se ci fosse riuscito gliene sarebbe stata molto grata. Intanto, fin da quel momento non avrebbe più riso degli aiutanti né rivolto loro una sola parola più del necessario; a dire il vero non la facevano più ridere, non era una cosa da niente essere continuamente osservata da due uomini, e lei aveva imparato a guardare quei due con gli occhi di K. Ed effettivamente ebbe un lieve sussulto quando ora gli aiutanti si alzarono di nuovo, in parte per passare in rassegna quel che restava da mangiare, in parte per comprendere il motivo di quel continuo bisbigliare.
K. ne approfittò per renderglieli odiosi, attirò a sé Frieda e finirono di mangiare strettamente abbracciati. Adesso sarebbe stata ora di andare a dormire, e tutti erano stanchi, uno degli aiutanti si era persino addormentato mangiando; la cosa divertì molto l'altro, che avrebbe voluto che i padroni guardassero l'espressione stupida del dormiente, ma non ci riuscì, K. e Frieda rimasero seduti al loro posto, imperturbabili. Il freddo era diventato così insopportabile che non si decidevano nemmeno a coricarsi; alla fine K. dichiarò che bisognava riaccendere la stufa, altrimenti non sarebbe stato possibile dormire. Guardò se si trovava in giro un'accetta, gli aiutanti sapevano dove ce n'era una, gliela portarono e insieme si diressero verso la legnaia. La porta era sottile e in breve cedette; estasiati, come se non avessero mai visto niente di così bello in vita loro, gli aiutanti si misero a trasportare la legna nell'aula, cacciandosi via l'un l'altro a spintoni; presto ce ne fu una catasta, venne accesa la stufa, tutti vi si accamparono intorno, gli aiutanti ricevettero una sola coperta per avvolgersi, ed era sufficiente perché fu convenuto che uno dei due, a turno, dovesse rimanere sveglio per alimentare il fuoco; ben presto fece talmente caldo vicino alla stufa, che non ci fu più bisogno della coperta, venne spenta la lampada e, felici di quel caldo e di quella quiete, K. e Frieda si sdraiarono per dormire.
Quando nel mezzo della notte K. fu svegliato da un rumore e in un primo incerto movimento del dormiveglia allungò la mano verso Frieda, si accorse di aver accanto, al posto della ragazza, uno degli aiutanti. Fu questo, probabilmente a causa dello stato di eccitabilità in cui bastò a metterlo il brusco risveglio, lo spavento più grande che K. aveva provato da quando era in quel paese. Si sollevò a metà con un grido e, senza riflettere, assestò un tal pugno all'aiutante che quello cominciò a piangere. Ma la cosa si chiarì subito. Frieda era stata svegliata - così almeno le era parso - da un grosso animale, probabilmente un gatto, che le era balzato sul petto e poi era subito scappato via. Si era alzata e aveva cercato l'animale per tutta la stanza alla luce di una candela. Uno degli aiutanti ne aveva approfittato per godersi un pochino il pagliericcio, e ora lo scontava amaramente. Frieda però non riuscì a trovar nulla, forse se l'era soltanto immaginato, tornò da K. e nel passare, come se avesse scordato il discorso della sera prima, accarezzò i capelli dell'aiutante, che piagnucolava tutto rannicchiato, per consolarlo. K. non disse nulla; si limitò a ordinare all'aiutante di non alimentare più il fuoco perché ormai quasi tutta la catasta di legna era stata consumata e faceva fin troppo caldo.
Al mattino, quando si svegliarono tutti, i primi scolari erano già arrivati e facevano cerchio curiosi attorno a quell'accampamento. Era sgradevole perché a causa del gran caldo - che però verso il mattino aveva di nuovo fatto il posto a un freddo pungente - si erano spogliati tutti fino a rimanere in camicia e proprio mentre incominciavano a rivestirsi comparve alla porta Gisa, la maestra, una bella ragazza alta e bionda, solamente un po' rigida. Si vedeva che era preparata a incontrare il nuovo bidello e doveva anche aver ricevuto direttive dal maestro, perché già sulla soglia esclamò: «Questo non posso tollerarlo. Voi avete semplicemente il permesso di dormire in quest'aula, ma io non sono tenuta a far lezione nella vostra camera da letto. La famiglia di un bidello che sta a poltrire nel letto la mattina, vergogna!». Be', ci sarebbe qualcosa da ridere, in particolare sulla famiglia e sui letti, pensò K., mentre con Frieda - gli aiutanti era come non averli: sdraiati per terra guardavano a bocca aperta la maestra e gli scolari - spostava in tutta fretta le parallele e il cavallo, e gettandovi sopra una coperta delimitava un piccolo spazio nel quale ci si poteva almeno vestire al riparo dagli sguardi dei bambini. Ma non ci fu un momento di pace, la maestra cominciò a protestare perché nel catino non c'era acqua pulita; K. stava appunto pensando di andare a prendere il catino per sé e per Frieda, ma vi rinunciò per il momento, non volendo irritare troppo la maestra; tuttavia la rinuncia non servì a nulla perché poco dopo si udì un gran fracasso: ci si era malauguratamente dimenticati di sgombrare la cattedra dai resti della cena, la maestra spinse via tutto quanto con la riga e ogni cosa volò a terra; poco importava alla maestra che l'olio delle sardine e gli avanzi di caffè si spargessero sul pavimento e che la caffettiera andasse in frantumi, tanto c'era il bidello che avrebbe subito risistemato tutto. Appoggiati alle parallele, K. e Frieda, che non avevano ancora finito di vestirsi, assistettero alla distruzione dei loro pochi beni; gli aiutanti, che evidentemente non pensavano affatto a vestirsi, facevano capolino da sotto le coperte con gran divertimento dei bambini. Frieda, naturalmente, fu dispiaciuta soprattutto per la perdita della caffettiera; solo quando K. per consolarla le assicurò che sarebbe andato subito dal sindaco per chiedere e ottenere un risarcimento, si riprese al punto di correr fuori dal piccolo recinto in camicia e sottoveste per riprendersi almeno la coperta e impedire che la si sporcasse ancora di più. E ci riuscì, sebbene la maestra per intimidirla martellasse tutto il tempo il tavolo con la riga, in un modo che faceva saltare i nervi. Quando K. e Frieda furono pronti, dovettero non soltanto spronare a vestirsi gli aiutanti che erano come intontiti dagli avvenimenti, alternando ordini e spintoni, ma perfino vestirli in parte loro stessi. Poi, quando tutti furono in ordine, K. distribuì i primi lavori: gli aiutanti dovevano andare a prendere la legna e accendere le stufe, prima però quella dell'aula accanto, da dove minacciavano altri grossi pericoli, perché il maestro era senz'altro già lì. A Frieda toccava pulire il pavimento, e K. avrebbe portato l'acqua e riordinato il resto; per il momento non c'era da pensare a far colazione. Ma per sapere quale fosse in generale l'umore della maestra, K. volle uscire per primo, gli altri l'avrebbero seguito solo quando li avesse chiamati; K. prese questa precauzione, da una parte per non lasciare che gli aiutanti peggiorassero subito la situazione con le loro stupidaggini, e dall'altra per risparmiare il più possibile Frieda, che aveva ambizione, e lui nessuna, era suscettibile, e lui no, badava soltanto agli squallidi particolari del momento, mentre lui pensava a Barnabas e all'avvenire. Frieda eseguì puntualmente i suoi ordini, senza quasi staccare gli occhi da lui. Non appena egli comparve, la maestra, fra le risate dei bambini che dal quel momento non cessarono più, disse: «Dormito bene?», e siccome K., non reagiva a quella che in fondo non era una vera domanda, ma continuava ad andare verso il lavabo, la maestra gli chiese: «Che cos'ha fatto alla mia micetta?». Un gattone vecchio e grasso era pigramente sdraiato sul tavolo e la maestra gli stava esaminando una zampa che pareva leggermente ferita. Dunque Frieda non si era sbagliata, il gatto forse non le era saltato addosso perché di certo non ce la faceva più a saltare, ma le era passato sopra, si era spaventato di trovare delle persone in quella casa solitamente vuota, era corso a nascondersi e, muovendosi con insolita rapidità, si era ferito. K. cercò di spiegarlo pacatamente alla maestra, ma quella badò soltanto al risultato e disse: «Eh sì, l'avete ferita, bel modo di presentarvi, il vostro. Guardi qui!», e chiamò K. alla cattedra, gli mostrò la zampa, e, quando meno K. se l'aspettava, gli graffiò il dorso della mano con gli artigli dell'animale; gli artigli erano ormai smussati, ma la maestra, questa volta senza alcun riguardo per la gatta, aveva premuto con tanta forza che sulla mano restarono delle striature sanguinanti. «E adesso si metta al lavoro», disse spazientita e tornò a chinarsi sulla gatta. Frieda, che con gli aiutanti aveva assistito alla scena da dietro le parallele, alla vista del sangue cacciò uno strillo. K. mostrò la mano ai bambini e disse: «Guardate che cosa mi ha fatto una gattaccia ipocrita». Non lo diceva di certo per i bambini, le cui grida e risate continuavano ormai spontaneamente senza aver più bisogno di pretesti o motivi esterni e senza che una parola potesse penetrarle o influenzarle. Ma siccome anche la maestra rispose all'offesa solo con una breve occhiata di traverso, continuando ad occuparsi della gatta, e mostrando così che il suo primo impeto di furore era stato placato dalla sanguinosa punizione, K. chiamò Frieda e gli aiutanti, e il lavoro ebbe inizio.
K. andò a vuotare il secchio con l'acqua sporca, ne portò di pulita, e infine cominciò a spazzare l'aula; a quel punto un ragazzino sui dodici anni uscì dal banco, toccò la mano di K. e disse qualcosa che in mezzo a quel baccano risultò incomprensibile. Poi, di colpo il baccano cessò, K. si volse. Ciò che aveva paventato per tutta la mattina era accaduto. Sulla porta c'era il maestro, quel piccoletto teneva per il bavero i due aiutanti, uno per parte; doveva averli sorpresi mentre si rifornivano di legna perché gridò con voce possente, facendo una pausa dopo ogni parola: «Chi ha osato forzare la porta della legnaia? Dov'è quell'individuo, che lo faccio a pezzetti?». Allora Frieda, che stava lavando il pavimento ai piedi della maestra, si alzò, guardò in direzione di K. quasi volesse prender forza, e disse, con un po' della sua vecchia aria di superiorità nello sguardo e nell'atteggiamento: «Sono stata io, signor maestro. Era l'unica soluzione. Se al mattino le aule dovevano essere riscaldate, bisognava aprire la legnaia; di notte non ho osato venire da lei a prendere la chiave; il mio fidanzato era all'Albergo dei Signori, era anche possibile che vi passasse la notte, così ho dovuto decidermi da sola. Se ho sbagliato, perdoni la mia inesperienza; il mio fidanzato mi ha già sgridata abbastanza quando ha visto cos'era successo. Anzi, mi ha addirittura proibito di accendere le stufe stamattina, perché pensava che lei, chiudendo a chiave la legnaia, avesse fatto intendere di non volere che le aule fossero riscaldate prima del suo arrivo. Se non abbiamo acceso, quindi, è colpa di K., ma se la legnaia è stata aperta è colpa mia». «Chi ha forzato la porta?», chiese il maestro agli aiutanti che cercavano ancora, senza riuscirci, di liberarsi dalla sua presa. «Il padrone», dissero i due, e indicarono K. con il dito perché non vi fossero dubbi. Frieda rise e quel riso pareva ancora più probante delle loro parole, poi incominciò a torcere nel secchio lo straccio con cui aveva lavato il pavimento, come se la sua spiegazione avesse chiuso l'incidente e quello che avevano dichiarato gli aiutanti fosse soltanto uno scherzo aggiunto in un secondo tempo; solo quando fu di nuovo in ginocchio, pronta a riprendere il lavoro, disse: «I nostri aiutanti sono dei bambini, che malgrado la loro età dovrebbero ancora sedere su questi banchi. Verso sera ho aperto da sola la porta con l'accetta, è stato facilissimo, non avevo bisogno degli aiutanti per farlo, avrebbero soltanto dato impiccio. Quando poi a notte tarda è arrivato il mio fidanzato ed è andato fuori per esaminare il danno e, se possibile, ripararlo, gli aiutanti gli sono corsi dietro, forse perché avevano paura di rimanere qui da soli, hanno visto il mio fidanzato lavorare alla porta danneggiata, e perciò ora dicono... be', sono dei bambini».
Durante la spiegazione di Frieda gli aiutanti seguitarono a scuotere la testa, a indicare K. e a cercare, con una mimica silenziosa, di far cambiare opinione a Frieda; ma poiché non ci riuscirono, finirono per rassegnarsi, presero le parole di Frieda per un ordine e a una nuova domanda del maestro non risposero più. «Ah, è così», disse il maestro, «allora avete mentito? O quanto meno incolpato alla leggera il bidello?». I due seguitavano a tacere, ma il loro tremito e i loro sguardi spaventati parevano tradire la loro cattiva coscienza. «Allora, sarete subito bastonati», disse il maestro e mandò un bambino nell'altra stanza a cercare la canna. Come fece il gesto di sollevarla, Frieda gridò: «Gli aiutanti hanno detto la verità», gettò, disperata, lo straccio nel secchio facendo schizzare l'acqua attorno e corse a nascondersi dietro le parallele. «Razza di bugiardi!», disse la maestra che aveva appena terminato di fasciare la zampa della gatta, poi prese in grembo la bestia, che quasi non ci stava tanto era grassa.
«Resta dunque il signor bidello», disse il maestro, spinse via gli aiutanti e si voltò verso K. che per tutto il tempo era rimasto ad ascoltare appoggiato alla scopa: «Questo signor bidello, che per vigliaccheria permette tranquillamente che si accusino a torto gli altri delle sue furfanterie». «Be'», disse K. accorgendosi che l'intervento di Frieda aveva mitigato la prima, incontrollata esplosione di collera del maestro, «se gli aiutanti si fossero presi qualche bastonata, non mi sarei dispiaciuto; le hanno scampate in dieci occasioni in cui le meritavano, per una volta possono anche prenderle a torto. Ma a parte questo, sarei stato contento di evitare uno scontro diretto fra noi due, signor maestro, e forse lo sarebbe stato anche lei. Ma dal momento che Frieda mi ha sacrificato agli aiutanti...», qui K. fece una pausa, nel silenzio si udì singhiozzare Frieda dietro le coperte, «la cosa va ovviamente chiarita». «Inaudito», disse la maestra. «Sono assolutamente d'accordo con lei, signorina Gisa», disse il maestro. «Lei, bidello, è licenziato sui due piedi per questa vergognosa infrazione; mi riservo di decidere la punizione che ne seguirà, ma intanto lei sgomberi immediatamente da qui con tutta la sua roba. Sarà un vero sollievo per noi, e le lezioni potranno finalmente iniziare. Allora, si sbrighi!». «Da qui non me ne vado», disse K. «Lei è un mio superiore, ma non quello che mi ha dato il posto, che è il signor sindaco, e io mi lascio licenziare solo da lui. Ma non mi ha certo dato il posto perché io muoia di freddo con i miei, bensì - come lei stesso ha detto - per impedire un gesto disperato da parte mia. Licenziarmi di punto in bianco sarebbe quindi andare decisamente contro la sua intenzione; finché non sento affermare il contrario dalla sua bocca, non ci credo. Del resto, probabilmente va tutto a suo vantaggio se non obbedisco a un licenziamento fatto alla leggera». «Dunque lei non obbedisce?», chiese il maestro. K. scrollò la testa. «Ci rifletta bene», disse il maestro, «le sue decisioni non sono sempre le migliori; pensi per esempio al pomeriggio di ieri, quando ha rifiutato di farsi interrogare». «Perché tirare fuori questo, adesso?». «Perché mi va di farlo», disse il maestro, «e ora le ripeto per l'ultima volta: fuori di qui!». Ma poiché nemmeno questo ebbe effetto, il maestro andò alla cattedra e si consigliò sottovoce con la maestra; questa parlò di polizia, ma il maestro respinse la proposta, alla fine si misero d'accordo, il maestro ordinò ai bambini di passare nella sua aula, dove avrebbero fatto lezione insieme agli altri allievi. Tutti furono contenti del cambiamento, l'aula si svuotò subito fra grida e risate, per ultimi uscirono il maestro e la maestra. Questa portava il registro e sopra di esso, indifferente nella sua pinguedine, la gatta. Il maestro l'avrebbe lasciata volentieri dov'era, ma l'allusione che fece in tal senso si urtò contro un deciso rifiuto della maestra che lo motivò con la crudeltà di K., il quale, così, oltre all'irritazione, infliggeva ora quel gatto al maestro. La cosa dovette influenzare le ultime parole che questi rivolse a K. dalla porta: «La signorina è costretta a lasciare quest'aula con i suoi allievi perché lei si rifiuta di considerarsi licenziato da me e perché nessuno può pretendere che una ragazza giovane faccia lezione in mezzo alla sporcizia sua e della sua famiglia. Resti dunque qui da solo e faccia pure i suoi comodi in lungo e in largo, senza timore di offendere la vista della gente perbene. Ma non durerà a lungo, glielo garantisco io!». E con questo se ne andò sbattendo la porta.

12 • GLI AIUTANTI

Appena tutti se ne furono andati, K. disse agli aiutanti: «Uscite!». Sconcertati da quell'ordine inaspettato, i due obbedirono, ma quando K. chiuse a chiave la porta dietro di loro, vollero tornare e si misero a piagnucolare là fuori picchiando alla porta. «Siete licenziati!», gridò K. «Non vi riprenderò mai più al mio servizio». Gli aiutanti, naturalmente, non intendevano sottomettersi e tempestarono la porta di calci e di pugni. «Vogliamo tornare da te, padrone!», gridavano, come se K. fosse la terraferma e loro stessero per affogare tra i flutti. Ma K. fu senza pietà, aspettava con impazienza che quell'intollerabile baccano costringesse il maestro a intervenire. E la cosa non tardò. «Li faccia entrare, i suoi maledetti aiutanti!», urlò il maestro. «Li ho licenziati!», urlò K. di rimando; la risposta ebbe anche l'effetto, non intenzionale, di mostrare al maestro come vanno le cose quando si è abbastanza energici non per annunciare semplicemente un licenziamento, ma anche per applicarlo. Il maestro cercò allora di calmare gli aiutanti con le buone: che aspettassero lì tranquilli e K. avrebbe finito senz'altro per lasciarli entrare. Poi se ne andò. E la calma sarebbe forse tornata se K. non avesse ricominciato a gridare che gli aiutanti erano definitivamente licenziati e non avevano la minima speranza di essere riassunti. Al che i due ripresero il baccano di prima. Tornò il maestro, ma questa volta non intavolò trattative e li scacciò dalla scuola, evidentemente con la sua temuta canna.
Di lì a poco comparvero dietro le finestre della palestra, bussarono ai vetri e gridarono, ma le parole non si capivano più. Tuttavia non restarono a lungo nemmeno lì, nella neve alta non potevano saltellare come esigeva la loro agitazione. Corsero quindi alla cancellata del giardino e balzarono sulla sua base di pietra da dove potevano veder meglio, anche se da lontano, nell'aula; tenendosi alle sbarre, si misero a correre avanti e indietro, ogni tanto si fermavano e tendevano imploranti le mani giunte verso K. Continuarono così per un pezzo, senza preoccuparsi dell'inutilità dei loro sforzi; erano come abbacinati, non dovettero smetterla nemmeno quando K. abbassò le tende per liberarsi della loro vista.
Nella stanza ora in penombra, K. andò verso le parallele a cercare Frieda. Sotto il suo sguardo lei si alzò, si ravviò i capelli, asciugò il viso e cominciò in silenzio a preparare il caffè. Sabbene Frieda fosse già al corrente di tutto, K. le annunciò formalmente di aver licenziato gli aiutanti. Lei si limitò ad annuire con la testa. K. si sedette su un banco e osservò i suoi movimenti stanchi. Era sempre stata la freschezza, la disinvoltura, a render bello il suo corpo insignificante; ora quella bellezza era scomparsa. Pochi giorni di vita comune con K. erano bastati a ottenere quel risultato. Il lavoro all'Albergo dei Signori non era stato facile, ma evidentemente le si confaceva di più. A meno che la vera causa del suo declino non fosse l'allontanamento da Klamm. Era la vicinanza di Klamm che le aveva conferito un potere di seduzione folle, K., sedotto, l'aveva attirata a sé, e lei ora, fra le sue braccia, sfioriva.
«Frieda», disse K. La ragazza posò subito il macinino e venne a sedersi nel banco accanto a lui. «Sei arrabbiato con me?», gli chiese. «No», disse K. «Credo che tu non possa far diversamente. Vivevi felice all'Albergo dei Signori. Avrei dovuto lasciarti là». «Sì», disse Frieda guardando tristemente dinnanzi a sé, «avresti dovuto lasciarmi là. Non sono degna di viverti accanto. Se tu ti liberassi di me, forse potresti ottenere tutto quello che vuoi. Per riguardo verso di me ti sottometti a quel maestro tirannico, accetti questo posto miserabile, cerchi faticosamente di ottenere un colloquio con Klamm. Tutto questo per me, e io ti ricompenso così male». «No», disse K., e la cinse con un braccio per confortarla. «Queste sono cose da nulla, che non mi fanno del male, e se voglio vedere Klamm non è solo a causa tua. Pensa poi a tutto quello che hai fatto per me! Prima di conoscerti, qui ero su una strada sbagliata. Nessuno mi accoglieva, e quando costringevo qualcuno a farlo, mi mandava via subito. E se riuscivo a trovar pace presso qualcuno, era gente da cui fuggivo via io, come la famiglia di Barnabas». «Tu li hai sfuggiti, vero? È vero? Oh, caro!», interruppe Frieda vivacemente, e dopo un «sì» esitante di K. ripiombò nella sua spossatezza. Ma nemmeno K. aveva più l'energia di spiegare in che modo la sua relazione con Frieda aveva cambiato le cose in bene per lui. Ritirò lentamente il braccio e per qualche istante rimasero seduti in silenzio, finché Frieda, come se il braccio di K. le avesse dato un calore di cui ora non poteva più fare a meno, disse: «Io non sopporterò questa vita. Se vuoi che resti con te dobbiamo lasciare questo paese, andare da qualche parte, nel sud della Francia, in Spagna». «Non posso andar via», disse K., «sono venuto qui per rimanerci. E rimarrò». E con una contraddizione che non si diede affatto la pena di spiegare, aggiunse come parlando a se stesso. «Che cosa avrebbe potuto attirarmi in questo paese desolato se non il desiderio di rimanerci?». Poi disse: «Anche tu però vuoi rimanere qui, è il tuo paese. Solo di Klamm senti la mancanza e questo ti porta a pensieri disperati». «Io, sentire la mancanza di Klamm?», disse Frieda. «Klamm è fin troppo presente, qui, fin troppo; è per sfuggirgli che voglio andar via. Sei tu che mi manchi, non Klamm, è per causa tua che vorrei andarmene; perché non posso saziarmi di te qui, dove tutti mi vogliono avere. Preferirei che mi strappassero questa bella maschera, preferirei che il mio corpo sfiorisse, pur di vivere in pace al tuo fianco». Di tutto questo K. aveva udito una cosa sola. «Klamm è ancora in relazione con te?», chiese subito. «Ti chiama?». «Non so niente di Klamm», disse Frieda, «parlo di altri, per esempio degli aiutanti». «Ah, gli aiutanti!», disse K. stupito. «T'importunano?». «Non l'hai notato?», chiese Frieda. «No», disse K. cercando inutilmente di ricordare qualche particolare, «certo, sono dei ragazzi invadenti e lascivi, ma non ho mai notato che abbiano osato avvicinarti». «No?», disse Frieda. «Non hai notato che alla Locanda del Ponte non c'era modo di farli uscire dalla nostra camera, che ci sorvegliavano gelosamente, che questa notte uno dei due si è coricato al mio posto sul pagliericcio, che poco fa hanno testimoniato contro di te per cacciarti via, per rovinarti, e rimanere soli con me? Tutto questo, non l'hai notato?». K. guardò Frieda senza rispondere. Queste accuse rivolte agli aiutanti erano senz'altro giuste, ma potevano essere spiegate molto più innocentemente con il carattere ridicolo, puerile, svagato, impulsivo di quei due. E queste accuse non erano forse smentite anche dal fatto che essi avevano sempre cercato di seguire K. dappertutto invece di restare a casa con Frieda? K. vi fece allusione. «Ipocrisie», disse Frieda, «non hai capito il loro gioco? Ma allora perché li hai cacciati via, se non è per questo?». E Frieda andò alla finestra, scostò appena la tenda, guardò fuori, e chiamò K. Gli aiutanti erano sempre là, attaccati alla cancellata; benché fossero ormai visibilmente stanchi, di tanto in tanto, raccogliendo le ultime forze, allungavano le braccia verso la scuola in gesto di supplica. Uno dei due, per non doversi sempre reggere alla cancellata, aveva infilzato il dietro della giacca alla punta di una sbarra.
«Poveretti! Poveretti!», disse Frieda.
«Perché li ho cacciati via, chiedi?», esclamò K. «Sei stata tu la causa immediata». «Io?», chiese Frieda senza smettere di guardar fuori. «Il modo troppo gentile con cui li trattavi», disse K., «il modo in cui perdonavi le loro cattive maniere, in cui ridevi di loro, ne accarezzavi i capelli, ti lasciavi ogni volta impietosire - "poveretti, poveretti", dici anche adesso - e infine quest'ultimo incidente in cui, per risparmiare loro le bastonate, io non ti parevo un prezzo troppo alto da pagare». «Ma appunto», disse Frieda, «è proprio di questo che parlo, è questo che mi rende infelice, che mi allontana da te, mentre non conosco felicità maggiore del rimanerti accanto, sempre, senza interruzione, senza fine; e invece mi sogno che su questa terra non c'è un posto tranquillo per il nostro amore, né qui in paese né altrove, e m'immagino perciò una tomba, profonda e stretta; lì ci teniamo abbracciati, come in una morsa, io nascondo il mio viso contro di te, tu nascondi il tuo contro di me, e nessuno ci vedrà mai più. Qui invece... guarda gli aiutanti! Non è a te che si rivolgono a mani giunte, è a me». «E non sono io che li guardo», disse K., «sei tu». «Io, certo», disse Frieda quasi stizzita, «è di questo che continuo a parlare. Altrimenti che cosa m'importerebbe di averli sempre dietro; anche se fossero inviati di Klamm». «Inviati di Klamm», disse K. molto sorpreso da quell'appellativo, che tuttavia gli parve subito naturale. «Inviati di Klamm, certo», disse Frieda, «anche se lo sono, rimangono lo stesso due stupidotti che hanno ancora bisogno di essere raddrizzati a suon di botte. Come sono brutti, neri! Che contrasto orribile fra le loro facce, che si potrebbero dire da adulti, da studenti quasi, e il loro comportamento puerile e scriteriato. Credi che non lo veda? Mi vergogno di loro. Ma è appunto questo, non provo ripugnanza per loro, ma vergogna. Non posso fare a meno di guardarli in continuazione. Quando sarebbe il caso di arrabbiarsi con loro, mi viene da ridere. Quando li vogliono picchiare, non posso impedirmi di accarezzare loro i capelli. E la notte, quando sono coricata al tuo fianco, non riesco a dormire, e devo guardarli, al di sopra di te, l'uno che dorme tutto avvolto nella sua coperta, l'altro inginocchiato davanti allo sportello aperto della stufa per alimentarla, e non posso fare a meno di chinarmi in avanti a rischio di svegliarti. E non è il gatto che mi fa paura - ah, li conosco i gatti e conosco anche che cosa significa dormire nella sala della Locanda, di un sonno inquieto e continuamente disturbato -, non è il gatto che mi fa paura, sono io che faccio paura a me stessa. E non c'è bisogno di quel mostro di gatto per spaventarmi, ogni minimo rumore mi fa trasalire. Una volta ho paura che tu ti svegli e che tutto sia finito, un'altra mi alzo di scatto e accendo la candela perché tu ti svegli subito e mi possa proteggere». «Non sapevo niente di tutto questo», disse K., «ne avevo solo un vago sospetto, ecco perché li ho scacciati; ma ora se ne sono andati, ora forse andrà tutto bene». «Sì, finalmente se ne sono andati», disse Frieda, ma il suo viso era angosciato, senza gioia, «non sappiamo chi sono, però. Nei miei pensieri li chiamo inviati di Klamm, così per gioco, ma forse lo sono davvero. I loro occhi, quegli occhi semplici eppure sfavillanti, mi ricordano in qualche modo gli occhi di Klamm, sì, ecco cos'è: è lo sguardo di Klamm che a volte mi fissa attraverso i loro occhi. E perciò non era esatto quando dicevo che mi vergogno di loro. Io vorrei soltanto che fosse così. Io so che altrove e in altre persone lo stesso comportamento sarebbe stupido e sconveniente, ma in loro non lo è. È con rispetto e ammirazione che li osservo fare le loro sciocchezze. Ma se sono inviati di Klamm, chi ce ne libererà? E sarebbe poi una buona cosa esserne liberati? Non dovresti in questo caso correre a chiamarli ed essere felice se accettassero di tornare?». «Vuoi che li faccia rientrare?», chiese K. «No, no», disse Frieda, «non c'è niente che io voglia meno. Vederli rientrare a precipizio, vedere la loro gioia di ritrovarmi, il loro saltellare attorno come bambini e tendere le braccia come uomini, tutto questo non potrei sopportarlo, credo. Ma quando poi penso che tu, mantenendoti duro con loro, forse impedisci a Klamm stesso di venirti incontro, voglio cercare con ogni mezzo di preservarti dalle conseguenze di un simile atteggiamento. E allora voglio che tu li faccia tornare. E che tornino presto, K.! Non aver riguardi per me, che m'importa! Io mi difenderò come posso; dovessi perdere, ebbene avrò perso, ma con la coscienza che anche questo è avvenuto per te». «Tu non fai che confermarmi nel mio giudizio sugli aiutanti», disse K. «Non entreranno mai con il mio consenso. Il fatto che li ho cacciati fuori dimostra che in certi casi è possibile dominarli e che di conseguenza non hanno a che fare niente d'importante con Klamm. Non più tardi di ieri sera ho ricevuto una lettera di Klamm dalla quale risulta evidente che egli è male informato sul loro conto, e da questo si deve nuovamente concludere che gli aiutanti gli sono del tutto indifferenti, poiché, se così non fosse, Klamm avrebbe certo potuto procurarsi informazioni esatte su di loro. Ma che tu veda in loro Klamm non dimostra nulla, giacché, purtroppo, sei ancora sotto l'influenza dell'ostessa e vedi Klamm dappertutto. Sei ancora l'amante di Klamm, sei ancora lontana dall'essere mia moglie. A volte questo pensiero mi rattrista, è come se avessi perso tutto, ho la sensazione di essere appena arrivato in questo paese, ma non pieno di speranze come lo ero allora nella realtà, bensì consapevole che mi aspettano soltanto delusioni e che dovrò assaporarle una dopo l'altra, fino alla feccia. Ma questo mi succede solo ogni tanto», aggiunse K. con un sorriso vedendo che Frieda si accasciava sotto le sue parole, «e in fondo, prova una cosa buona, e cioè che tu sei importante per me. E se ora m'inviti a scegliere fra te e gli aiutanti, questi hanno già bell'e perduto. Che idea, scegliere fra te e gli aiutanti! Ma ora voglio sbarazzarmi definitivamente di loro, non parlarne e non pensarci più. E poi, chissà se la debolezza che ci ha presi entrambi non dipenda dal non aver fatto colazione». «Può darsi», disse Frieda con un sorriso stanco e si mise al lavoro. Anche K. riprese in mano la scopa.

13 • HANS

Un momento dopo si udì bussare leggermente alla porta: «Barnabas!», esclamò K. gettando via la scopa, e in due balzi fu alla porta. Spaventata da quel nome più che da ogni altra cosa, Frieda lo guardò. Con le mani che tremavano, K. non riuscì ad aprire subito la vecchia serratura. «Apro, apro», continuava a ripetere invece di chiedere chi fosse. E così, quand'ebbe spalancato la porta, vide entrare non già Barnabas ma il ragazzino che il mattino stesso aveva cercato di rivolgergli la parola. Ma K. non aveva nessuna voglia di ricordarsi di lui. «Che cosa vuoi qui?», disse. «La lezione si fa nell'aula accanto». «Vengo da lì», disse il ragazzino alzando tranquillamente su K. i grandi occhi scuri, e rimase lì dritto, con le braccia strette al corpo. «Che vuoi allora? Sbrigati!», disse K. e si chinò un poco perché il ragazzino parlava a voce bassa. «Posso aiutarti?», chiese il ragazzino. «Vuole aiutarci», disse K. a Frieda, e poi rivolto al ragazzo: «Come ti chiami?». «Hans Brunswick», disse il ragazzo, «allievo della classe quarta, figlio di Otto Brunswick, calzolaio nella Madeleinegasse». «Ma guarda, ti chiami Brunswick», disse K. e si fece più gentile con lui. Si scoprì che Hans si era tanto commosso per i graffi sanguinanti impressi dalla maestra sulla mano di K., che aveva deciso di venirgli in aiuto. Di propria iniziativa, a rischio di una grave punizione, era uscito di soppiatto dall'aula accanto come un disertore. Doveva essere guidato soprattutto da fantasie di quel genere, fantasie da ragazzino. Vi corrispondeva anche la serietà che improntava ogni suo gesto. Solo all'inizio la timidezza lo aveva reso impacciato, ma presto si abituò a K. e Frieda, e quand'ebbe bevuto del buon caffè caldo si animò, prese confidenza, e le sue domande si fecero fitte e pressanti come se egli volesse venire a sapere l'essenziale nel più breve tempo possibile, per prendere poi lui stesso delle decisioni per K. e per Frieda. C'era anche un che di autoritario nel suo modo di essere, ma così mescolato a innocenza infantile che ci si assoggettava volentieri, un po' sul serio, un po' per scherzo. Ad ogni modo, egli accaparrava tutta l'attenzione, il lavoro si era interrotto, la colazione non finiva più. Sebbene fosse seduto in un banco, mentre K. sedeva alla cattedra e Frieda su una seggiola lì accanto, pareva che il maestro fosse Hans, che egli stesse interrogando e giudicando le risposte; un leggero sorriso sulla sua bocca morbida pareva suggerire che egli sapeva benissimo che si trattava di un gioco, ma proprio per questo era maggiore la serietà che ci metteva; forse non era nemmeno un sorriso quello che sfiorava le sue labbra, ma soltanto la felicità dell'infanzia. Solo dopo molto tempo, stranamente, aveva ammesso di conoscere già K., da quella volta che era entrato in casa di Lasemann. K. ne fu contento. «Eri tu che giocavi ai piedi della signora?», chiese K. «Sì», disse Hans, «era mia madre». Gli chiesero allora di parlare della madre, ma egli lo fece con esitazione e solo dopo ripetute insistenze; ci si rendeva conto che era proprio un ragazzino, per bocca del quale a volte, soprattutto nelle sue domande, forse perché presentiva il futuro, ma forse anche semplicemente a causa dell'illusione dei sensi di cui era vittima il suo interlocutore inquieto e curioso, sembrava quasi parlare un uomo energico, assennato, lungimirante, ma che subito dopo, senza transizione, tornava a essere uno scolaretto che non capiva affatto certe domande, ne fraintendeva altre, che, con un'infantile mancanza di riguardo, parlava troppo piano anche se gli si faceva spesso notare questo difetto, e che infine, come per sfida verso certe domande insistenti, taceva, e questo senza alcun imbarazzo, come un adulto avrebbe mai saputo fare. Era come se ritenesse di essere il solo ad avere il diritto di far domande e che le domande degli altri fossero infrazioni a qualche regola e spreco di tempo. Allora restava a lungo in silenzio, col corpo eretto, il capo chino, il labbro inferiore sporto in avanti. Questo piaceva tanto a Frieda, che spesso gli chiedeva qualcosa nella speranza di farlo ammutolire in quel modo; e qualche volta ci riuscì, ma K. s'irritava. Nel complesso si venne a sapere ben poco. La madre non era in buona salute, ma di che malattia si trattasse rimase nel vago; il bambino che la signora Brunswick teneva sulle ginocchia era la sorella di Hans e si chiamava Frieda (quando apprese che la donna che lo interrogava aveva lo stesso nome, Hans reagì scontrosamente), abitavano tutti in paese, ma non da Lasemann, erano andati lì solo in visita, per fare il bagno, perché Lasemann aveva quella grande tinozza nella quale i bambini piccoli, di cui Hans non faceva parte, si divertivano un mondo a sguazzare. Del padre, Hans parlava con rispetto o timore, ma solo quando il discorso non toccava allo stesso tempo la madre; evidentemente di fronte all'importanza della madre quella del padre era minima; per il resto, tutte le domande sulla vita di famiglia, comunque si cercasse di formularle, restarono senza risposta. Dell'attività del padre si seppe che era il primo calzolaio del paese, nessuno era bravo come lui. Hans lo ripeté più di una volta anche rispondendo a tutt'altre domande; dava persino lavoro ad altri calzolai, per esempio anche al padre di Barnabas, in quest'ultimo caso Brunswick lo faceva senza dubbio solo per grazia speciale, così almeno lasciò intendere Hans con un movimento fiero della testa che indusse Frieda a saltar giù verso di lui per dargli un bacio. Alla domanda se fosse mai stato al castello, Hans rispose solo dopo che gli venne più volte ripetuta, e disse di no; alla stessa domanda riferita alla madre non rispose affatto. Alla fine K. si stancò; anche a lui tutte quelle domande parevano inutili, in questo dava ragione al ragazzino, e poi c'era qualcosa di umiliante nel cercar di conoscere dei segreti di famiglia per vie traverse, servendosi di un bambino innocente, e doppiamente umiliante il non cavarne un bel nulla nemmeno così. E quando K., per finire, chiese al ragazzo in che cosa si offriva di aiutarlo, non si stupì di sentir dire che Hans voleva soltanto dargli una mano sul lavoro, perché il maestro e la maestra non lo rimproverassero più in quel modo. K. spiegò a Hans che quell'aiuto non era necessario, che faceva senz'altro parte del carattere del maestro l'aver sempre dei rimproveri da fare, e non sarebbe stato possibile evitarli nemmeno eseguendo il proprio lavoro alla perfezione, che quel lavoro in sé non era pesante e soltanto delle circostanze accidentali quella mattina lo avevano ritardato; K. aggiunse che i rimproveri del maestro non producevano su di lui lo stesso effetto che avevano su un suo allievo, lui se li scrollava di dosso, gli erano quasi indifferenti, del resto sperava di poter ben presto sfuggire completamente al maestro. Poiché dunque si trattava soltanto di aiutarlo contro questo maestro, K. ringraziava infinitamente Hans, che poteva tornare in classe, con la speranza che fosse ancora in tempo a evitare una punizione. Sebbene K. non avesse sottolineato, ma anzi indicato appena involontariamente, il fatto che soltanto nei confronti del maestro non gli occorreva aiuto, lasciando però aperta la questione di un altro aiuto, Hans capì benissimo e chiese se per caso K. avesse bisogno che lo si aiutasse in qualcos'altro; lo avrebbe aiutato molto volentieri, e se non ne fosse stato in grado lui stesso, avrebbe pregato di farlo sua madre, che certo ci sarebbe riuscita. Anche suo padre, quando aveva delle preoccupazioni, si rivolgeva a lei per avere aiuto. E del resto sua madre aveva già chiesto una volta di K., lei non usciva quasi mai di casa, quel giorno era venuta da Lasemann in via eccezionale; ma lui, Hans, ci andava piuttosto spesso per giocare con i figli di Lasemann e perciò la madre gli aveva chiesto se per caso l'agrimensore fosse stato di nuovo lì. Ma non bisognava inquietare inutilmente sua madre, che era molto debole e stanca, perciò Hans aveva semplicemente detto di non averlo visto e non se n'era più parlato; ma quando poi lo aveva trovato lì a scuola, si era sentito in dovere di rivolgergli la parola per poter riferire alla madre. Perché la cosa che più amava sua madre era che venissero soddisfatti i suoi desideri senza doverne dare espressamente ordine. Dopo qualche istante di riflessione, K. rispose che non gli occorreva aiuto, che aveva tutto quel che gli serviva, ma che era stato molto gentile da parte di Hans volerlo aiutare, ed egli lo ringraziava della buona intenzione; magari un giorno avrebbe avuto bisogno di qualcosa e allora si sarebbe rivolto a lui, l'indirizzo ce l'aveva. In compenso, K. poteva forse, questa volta, essere lui di qualche aiuto, gli dispiaceva che la madre di Hans non stesse bene e che, evidentemente, nessuno lì capisse il suo male; quando si trascurano così le cose, può succedere che un male di per sé trascurabile si aggravi seriamente. Ora, K. aveva alcune nozioni di medicina e, quel che più conta, una certa esperienza nel curare i malati. Più di una volta, là dove erano falliti i medici, era riuscito lui. A casa, per i suoi effetti terapeutici, lo avevano sempre chiamato «erba amara». Ad ogni modo con molto piacere avrebbe visto la madre di Hans e le avrebbe parlato. Forse poteva darle un buon consiglio, ne sarebbe stato lieto, non fosse che per Hans. A quell'offerta gli occhi di Hans in un primo tempo s'illuminarono, inducendo K. a farsi più insistente, ma il risultato fu deludente perché a diverse domande Hans rispose, senza nemmeno mostrarsi troppo triste, che nessun estraneo poteva far visita a sua madre, perché lei aveva bisogno di molti riguardi; sebbene quel giorno K. le avesse quasi parlato appena, lei era poi rimasta a letto parecchi giorni, cosa che, a dire il vero, accadeva di frequente. Suo padre si era allora molto arrabbiato con K., e certo non avrebbe mai autorizzato una visita di K. alla madre; anzi, aveva voluto andare a cercare K. per punirlo della sua condotta, solo sua madre lo aveva trattenuto. Ma, soprattutto, era lei stessa a non voler parlare con nessuno, e l'aver chiesto notizie di K. non significava un'eccezione alla regola, al contrario, nominando K. lei avrebbe potuto cogliere l'occasione per esprimere il suo desiderio di vederlo, ma non l'aveva fatto, manifestando così chiaramente la sua volontà. Quel che voleva era sentir parlare di K., e non parlare con lui. E poi, la sua non era una vera e propria malattia, sua madre conosceva benissimo la causa del proprio stato, e a volte vi faceva allusione: doveva essere l'aria del luogo che non tollerava; e tuttavia non voleva andarsene a causa del marito e dei figli, e del resto stava già meglio rispetto a una volta. Ecco press'a poco quello che K. venne a sapere; le facoltà intellettuali di Hans aumentavano visibilmente quando si trattava di proteggere sua madre da K., quello stesso K. che egli aveva dichiarato di voler aiutare; anzi, allo scopo di tener lontano K. da sua madre, arrivava a contraddire in alcuni punti quello che lui stesso aveva affermato in precedenza, per esempio a proposito della malattia. Eppure K. notava, anche ora, che Hans rimaneva ben disposto nei suoi confronti, solo che sua madre gli faceva dimenticare tutto il resto; chiunque venisse contrapposto a sua madre aveva subito torto, questa volta era stato K., ma avrebbe potuto anche essere suo padre, per esempio. K. volle fare la prova, e disse che il padre di Hans agiva sensatamente nell'evitare a sua madre ogni disturbo e se lui, K., avesse quel giorno anche solo immaginato qualcosa di simile, non avrebbe certo osato rivolgere la parola a sua madre, e pregava ora Hans di presentare ai suoi, anche se in ritardo, le proprie scuse. Non capiva, invece, perché il padre, se la causa del male era stata chiarita così bene come diceva Hans, impedisse alla madre di cambiare aria per rimettersi in salute; si era costretti a pensare che glielo impedisse, dal momento che lei non si allontanava se non per causa sua e dei bambini; ma i bambini avrebbe potuto benissimo portarli con sé, non c'era bisogno di rimaner via tanto tempo e nemmeno di andare molto lontano, già lassù al castello l'aria era ben diversa. Il padre non aveva motivo di temere le spese di quel soggiorno, era pur sempre il primo calzolaio del paese e certamente o lui o la madre avevano parenti o amici che l'avrebbero ospitata volentieri. Perché non la lasciava andar via? Non doveva sottovalutare un male di quel genere; K. aveva visto la madre solo di sfuggita, eppure era rimasto colpito dal suo pallore e dalla sua debolezza che l'avevano spinto a rivolgerle la parola; già allora si era meravigliato che il padre avesse permesso all'ammalata di trattenersi nell'aria di quella stanza, dove tutt'insieme facevano il bagno o il bucato, e che non avesse imposto a se stesso di moderare i propri discorsi rumorosi. Il padre di Hans indubbiamente non sapeva di che cosa si trattava; anche se negli ultimi tempi c'è forse stato un miglioramento, un male di quel genere è capriccioso, ma alla fine, se non lo si combatte, torna alla carica con tutte le sue forze, e allora non c'è più niente da fare. Se K. non poteva parlare con la madre di Hans, sarebbe stato forse bene che potesse parlare almeno con suo padre e richiamare la sua attenzione su tutto questo.
Hans aveva ascoltato con estrema attenzione, aveva capito quasi tutto e colto appieno la minaccia insita in quel resto che non era arrivato a capire. Tuttavia disse che K. non poteva parlare con suo padre, il quale aveva un'avversione nei suoi confronti e lo avrebbe probabilmente trattato come il maestro. Disse questo timidamente e sorridendo quando parlava di K., con rabbia e tristezza quando nominava il padre. Aggiunse però che forse K. poteva parlare con sua madre, ma solo all'insaputa del padre. Poi Hans rifletté un momento, con lo sguardo fisso, proprio come una donna che vuol fare qualcosa di proibito e cerca un modo di arrivare impunemente ai suoi fini, e disse che forse tra due giorni sarebbe stato possibile, che suo padre quella sera sarebbe andato all'Albergo dei Signori per incontrarvi qualcuno, e allora lui, Hans, sarebbe venuto a prendere K. per condurlo da sua madre, a condizione però che lei fosse d'accordo, cosa ancora molto improbabile. Innanzitutto sua madre non faceva nulla contro la volontà del padre, gli ubbidiva in tutto, anche in cose di cui lui stesso, Hans, si rendeva conto che erano irragionevoli. Realmente ora Hans cercava in K. un aiuto contro suo padre; era come se si fosse illuso quando aveva creduto di voler aiutare K., mentre in realtà, giacché nessuno della sua vecchia cerchia di conoscenze poteva soccorrerlo, aveva voluto indagare se per caso non ne fosse capace quel forestiero comparso all'improvviso e che ora persino sua madre nominava. Com'era chiuso, inconsciamente, quel ragazzo, quasi subdolo; fino a quel momento non lo si era potuto desumere dal suo aspetto e dalle sue parole; c'erano volute, per accorgersene, quelle confessioni, per così dire, supplementari, estorte casualmente o con intenzione. E ora discuteva a lungo con K. quali fossero le difficoltà da sormontare. Con tutta la buona volontà di Hans, erano difficoltà quasi insormontabili; assorto nei suoi pensieri e tuttavia cercando aiuto, teneva fissi su K. gli occhi, che sbattevano inquieti. A sua madre non doveva dir nulla prima che uscisse il padre, altrimenti questi lo sarebbe venuto a sapere e tutto era compromesso, dunque doveva parlarne solo dopo, ma anche allora, per riguardo alla madre, non all'improvviso e in fretta ma lentamente e al momento opportuno; solo allora doveva chiedere il consenso a sua madre, solo allora poteva venire a chiamare K.; ma a quel punto non sarebbe già stato troppo tardi? Non si correva il rischio che il padre stesse già tornando? No, non era possibile. K. invece dimostrò che impossibile non era. Non c'era da temere che il tempo non fosse sufficiente, bastava un breve incontro, una breve conversazione, e Hans non doveva venire a chiamare K. Lui lo avrebbe aspettato nascosto da qualche parte nelle vicinanze della casa, e a un segnale di Hans sarebbe arrivato subito. No, disse Hans, K. non doveva aspettare vicino a casa - di nuovo era guidato dalla sua sensualità per ciò che riguardava la madre -, K. non aveva il diritto di cominciare ad avviarsi all'insaputa della madre, Hans non poteva prendere un accordo del genere con K. di nascosto da sua madre; doveva venire a prendere K. a scuola, e non prima che sua madre lo sapesse e lo permettesse. Bene, disse K., allora sì che sarebbe stato rischioso e il padre poteva sorprenderlo dentro casa; e anche se questo non doveva succedere, la madre ne avrebbe avuto una tal paura che non gli avrebbe nemmeno permesso di venire, e così tutto sarebbe fallito a causa del padre. A sua volta Hans si difese contro questi argomenti, e così la discussione andò avanti per un bel pezzo.
Già da un po' K. aveva chiamato alla cattedra il ragazzino, l'aveva preso fra le sue ginocchia e di tanto in tanto lo accarezzava per rabbonirlo. Questa vicinanza contribuì a stabilire una certa intesa, nonostante la resistenza che Hans manifestava a momenti. Alla fine giunsero a questo accordo: Hans avrebbe cominciato col dire tutta la verità a sua madre; tuttavia, per facilitare il suo consenso, avrebbe aggiunto che K. voleva parlare anche con Brunswick, non però di lei ma dei suoi propri affari. Del resto era vero: nel corso della conversazione, a K. era venuto in mente che Brunswick, per quanto pericoloso e cattivo, non poteva essere veramente suo avversario, giacché, stando almeno a quel che aveva riferito il sindaco, era stato alla testa di quelli che, sia pure per motivi politici, avevano chiesto la nomina di un agrimensore. A Brunswick l'arrivo di K. in paese doveva quindi riuscire gradito; vero è che allora non si spiegavano la brusca accoglienza del primo giorno e l'avversione di cui parlava Hans; ma forse Brunswick si era offeso proprio perché K. non si era rivolto a lui fin da principio per chiedere aiuto, forse c'era qualche altro malinteso che si sarebbe potuto chiarire in due parole. Ma una volta chiarito tutto questo, K. avrebbe potuto trovare benissimo in Brunswick un appoggio contro il maestro, o addirittura contro il sindaco, tutto quell'imbroglio burocratico - che cos'altro era mai? -, grazie al quale il sindaco e il maestro lo tenevano lontano dal castello e lo confinavano in quel posto di bidello, avrebbe potuto essere smascherato; se si fosse arrivati a una ripresa del conflitto fra Brunswick e il sindaco a proposito di K., Brunswick avrebbe dovuto tirare K. dalla sua parte, K. sarebbe stato accolto come ospite in casa di Brunswick, avrebbe potuto disporre, a dispetto del sindaco, dei poteri di Brunswick; chissà dove si sarebbe arrivati, grazie a tutto questo, in ogni caso egli si sarebbe trovato spesso vicino a quella donna... così K. giocava con i suoi sogni, e i sogni con lui, mentre Hans, tutto occupato a pensare a sua madre, osservava pieno di apprensione il silenzio di K., come si fa con un medico assorto nei suoi pensieri per trovare un rimedio a un caso difficile. Quando K. propose di parlare con Brunswick del suo posto di agrimensore, Hans fu d'accordo, ma unicamente perché così sua madre si trovava protetta di fronte al padre, e perché si trattava soltanto di una soluzione d'emergenza alla quale si sperava di non dover ricorrere. Chiese semplicemente ancora a K. come avrebbe spiegato a suo padre l'ora tarda della sua visita, e alla fine si accontentò, pur facendo il viso scuro, della risposta di K.: questi avrebbe detto che l'intollerabile lavoro di bidello e il trattamento umiliante da parte del maestro, gettandolo in un'improvvisa disperazione, gli avevano fatto dimenticare il rispetto delle convenienze.
Quando tutto, fin dov'era possibile, fu previsto, e la probabilità di successo non parve più almeno esclusa, Hans, liberato dal peso della riflessione, divenne più allegro, chiacchierò ancora un poco con fare infantile, prima con K., poi anche con Frieda, che era rimasta a lungo come assorta in tutt'altri pensieri e solo ora tornò a prender parte alla conversazione. Fra le altre cose, Frieda gli chiese che cosa voleva fare da grande; Hans non rimase molto a riflettere e disse che voleva diventare un uomo come K. Quando gliene chiesero il motivo, però, non seppe rispondere, e alla domanda se volesse fare il bidello rispose con decisione di no. A forza d'interrogarlo si capì per quale percorso era arrivato a quel suo desiderio. La situazione attuale di K. non era affatto invidiabile, anzi era triste e spregevole, lo vedeva bene anche Hans, e per rendersene conto non aveva bisogno di osservare gli altri; lui stesso avrebbe preferito proteggere sua madre da ogni sguardo, da ogni parola di K. Eppure era venuto a cercare K., gli aveva chiesto aiuto ed era felice che K. accettasse di darglielo, anche in altre persone gli pareva di riconoscere la stessa reazione, e innanzi tutto sua madre stessa aveva parlato di K. Da questa contraddizione era sorto in lui il convincimento che per il momento K. si trovava ancora in una condizione bassa e ripugnante, ma che in un futuro, a dire il vero inconcepibilmente lontano, avrebbe superato tutti. E appunto quella lontananza addirittura folle e la superba evoluzione che doveva condurre fino ad essa seducevano Hans: a quel prezzo egli era anche disposto ad accettare K. così com'era oggi. Vi era in quel desiderio una mescolanza di matura saggezza e puerilità; essa consisteva nel fatto che Hans considerava K. dall'alto, come qualcuno di più giovane, il cui avvenire si estendeva oltre il suo, l'avvenire di un ragazzino. E parlava di queste cose, incalzato dalle domande di Frieda, con una specie di cupa gravità. K. lo rasserenò solo dicendo di sapere quello che Hans gl'invidiava, e cioè il suo bel bastone nodoso che era posato sul tavolo e con cui Hans, parlando, aveva distrattamente giocherellato. Bene, K. sapeva fare di quei bastoni, e se il loro piano fosse riuscito, ne avrebbe fatto uno ancor più bello per Hans. Non si capiva più, adesso, se Hans avesse avuto davvero in mente solo quel bastone, tanto fu contento della promessa di K. e si accomiatò allegramente, non senza aver stretto con forza la mano a K. dicendo: «A dopodomani, allora».

14 • IL RIMPROVERO DI FRIEDA

Era proprio ora che Hans se ne andasse, perché un istante dopo il maestro spalancò la porta e, vedendo K. e Frieda tranquillamente seduti a tavola, gridò: «Scusate il disturbo! Ma ditemi un po', quando vi decidete a sistemare qui? Di là ci tocca stare ammucchiati, e la lezione ne risente, mentre voi fate i vostri comodi in questa bella palestra, e per avere ancora più spazio avete anche mandato via gli aiutanti! Adesso però fate il piacere di alzarvi in piedi e di muovervi!». E rivolto solo a K.: «Tu, va' a prendermi la colazione alla Locanda del Ponte!».
Tutto questo fu gridato in tono furioso, ma le parole erano relativamente miti, persino quel «tu» già di per sé villano. K. era prontissimo a ubbidire; ma tanto per sondare il maestro disse: «Ma se sono licenziato!». «Licenziato o non licenziato, vammi a prendere la colazione», disse il maestro. «Licenziato o non licenziato, è proprio questo che vorrei sapere», disse K. «Ma cosa racconti?», disse il maestro. «Se non l'hai accettato il licenziamento». «E questo basta per annullarlo?», chiese K. «A me no», disse il maestro, «puoi credermi; ma pare che basti al sindaco, non si capisce perché. Adesso corri, però, altrimenti ti butto fuori davvero». K. era soddisfatto, il maestro aveva dunque parlato nel frattempo con il sindaco, o magari non gli aveva parlato affatto ma si era immaginata l'opinione del sindaco come conveniva a lui, e questa era favorevole a K. Allora K. volle sbrigarsi ad andare a prendere la colazione, ma il maestro lo richiamò prima che lasciasse il corridoio, sia che con quell'ordine preciso volesse soltanto mettere alla prova la docilità di K. per sapere come regolarsi in seguito, sia che l'avesse ripreso la voglia di comandare e ci provasse piacere a farlo partire di corsa per poi dargli l'ordine di un altrettanto rapido dietrofront, come a un cameriere di caffè. Da parte sua K. sapeva che cedendo troppo facilmente sarebbe diventato lo schiavo e il capro espiatorio del maestro, ma fino a un certo limite era ormai deciso a sopportarne pazientemente i capricci perché, se il maestro non poteva licenziarlo legalmente, come si era visto, di sicuro poteva rendergli impossibile la vita sul lavoro. Ma, per l'appunto, K. teneva ora a quel posto più di prima. La conversazione con Hans gli aveva dato nuove speranze, che erano certo inverosimili e del tutto prive di fondamento, ma che egli non avrebbe più potuto dimenticare; quasi relegavano sullo sfondo lo stesso Barnabas. Se inseguiva queste speranze, e non poteva far diversamente, doveva concentrare su di esse tutte le sue energie, non curarsi d'altro, né del cibo, né dell'alloggio, né delle autorità del paese e nemmeno di Frieda; e in fondo non si trattava che di Frieda, poiché ormai tutto il resto lo preoccupava soltanto in relazione a lei. Perciò doveva cercare di conservare quel posto che dava a Frieda un po' di sicurezza, e, avendo in vista quello scopo, non gli era concesso pentirsi di tollerare dal maestro più di quanto si sarebbe sentito di fare in altre circostanze. Tutto questo non era poi così penoso, rientrava nella serie ininterrotta delle piccole sofferenze della vita, non era niente al confronto di quello a cui K. aspirava, ed egli non era venuto lì per condurvi una vita di tranquillità e di onori.
E così, come era stato subito disposto a correre alla locanda, fu altrettanto pronto ad obbedire al contrordine di sistemare prima di tutto la stanza, in modo che la maestra potesse ritornarvi con la sua classe. Ma bisognava fare molto in fretta perché poi doveva andare lo stesso a prendere la colazione, e il maestro aveva già una gran fame e sete. K. assicurò al maestro che tutto sarebbe stato eseguito secondo i suoi desideri; per qualche minuto il maestro l'osservò sgomberare in tutta fretta i giacigli, rimettere al loro posto gli attrezzi, spazzare in un volo il pavimento, mentre Frieda lavava e fregava la pedana. Tanto zelo parve soddisfare il maestro; egli fece ancora presente che davanti alla porta era già pronta una catasta di legna per accendere le stufe - evidentemente non voleva più che K. entrasse nella legnaia - poi raggiunse di nuovo i bambini, con la minaccia di tornare presto per un controllo.
Dopo qualche momento di lavoro silenzioso, Frieda chiese perché adesso K. si mostrava tanto ubbidiente con il maestro. Era senz'altro una domanda piena di compassione e di sollecitudine, ma K., che stava pensando quanto poco fosse riuscita Frieda a proteggerlo, come in un primo tempo gli aveva promesso, contro gli ordini e le violenze del maestro, disse brevemente che, ormai che era diventato bidello, doveva pur adempiere al suo incarico. Poi ci fu di nuovo silenzio, finché quel breve scambio di parole ricordò a K. che Frieda era rimasta assorta per molto tempo nei suoi gravi pensieri, soprattutto durante gran parte della visita di Hans, e ora, trasportando la legna nella stanza, le chiese francamente che cosa la preoccupasse. Alzando adagio gli occhi su di lui, Frieda rispose che non era niente di preciso; stava solo pensando all'ostessa e alla verità di certe sue parole. Dietro insistenza di K., e dopo ripetuti rifiuti, si spiegò meglio, senza con ciò interrompere il lavoro, e questo non per zelo, perché intanto il lavoro non procedeva affatto, ma per non essere costretta a guardare K. Raccontò allora che in un primo tempo aveva ascoltato tranquillamente la sua conversazione con Hans, ma poi si era spaventata per certe parole di K., aveva incominciato ad afferrarne più nettamente il senso e da quel momento non aveva più potuto smettere di cogliere nelle parole di K. la conferma di un ammonimento di cui era debitrice all'ostessa, ma che lei finora non aveva voluto ritenere fondato. Irritato da quelle frasi generiche, e più infastidito che commosso dalla voce dolente e lacrimosa - soprattutto perché nella sua vita tornava a immischiarsi l'ostessa, se non altro nel ricordo, giacché di persona fino a quel momento non aveva avuto un gran successo - gettò a terra la legna che portava sulle braccia, vi sedette sopra e con voce grave impose a Frieda di parlar chiaro. «Più di una volta», incominciò Frieda, «e fin dall'inizio, l'ostessa si è sforzata di farmi dubitare di te, non ha mai affermato che tu mentissi, al contrario, diceva che sei sincero come un bambino, ma che la tua natura è così diversa dalla nostra che anche quando parli sinceramente noi stentiamo a crederti, e se una buona amica non ci salva in tempo, solo l'amara esperienza c'insegnerà a credere. Ci è passata anche lei, che pure ha una così profonda conoscenza degli uomini. Ma dopo il vostro ultimo colloquio alla Locanda del Ponte - mi limito a ripetere le sue parole cattive - ha scoperto i tuoi intrighi, e ormai non puoi più ingannarla, anche se cercassi di nascondere le tue intenzioni. "Ma lui non nasconde nulla", mi ripeteva sempre, e aggiungeva: "Sforzati di ascoltarlo davvero, alla prima occasione, non così superficialmente, no, ascoltalo davvero". È quello che ha fatto lei, né più né meno, e così ha scoperto, per quanto mi riguarda, press'a poco questo: tu mi hai abbordata - ha usato quest'espressione offensiva - soltanto perché mi sono trovata per caso sul tuo cammino e non ti sono dispiaciuta del tutto, e perché sei convinto, a torto, che una cameriera sia la vittima predestinata del primo cliente che allunghi la mano. Inoltre, come l'ostessa ha appreso dal padrone dell'Albergo dei Signori, tu avevi intenzione, per chissà quali motivi, di passare la notte all'Albergo, e questo lo potevi ottenere solo per mezzo mio. Tutto questo era stato motivo sufficiente a fare di te il mio amante per quella notte; ma per ottenere di più ci voleva di più, e questo di più era Klamm. L'ostessa non dice di sapere quello che vuoi da Klamm, dice soltanto che prima di conoscermi tu eri ansioso di avvicinare Klamm quanto lo sei ora. L'unica differenza sta in questo, che tu allora non avevi alcuna speranza, mentre ora credi di avere in me un mezzo sicuro per arrivare davvero e presto fino a Klamm, e anzi con un vantaggio su di lui. Che sgomento ho provato - ma è solo di sfuggita, senza un motivo più profondo - quando qui, a un certo punto, hai detto che prima di conoscermi eri su una strada sbagliata. Forse sono le stesse parole che ha usato l'ostessa; anche lei dice che soltanto da quando mi conosci sai quel che vuoi. E questo, a suo avviso, viene dal fatto che eri convinto di aver conquistato in me un'amante di Klamm, e quindi di possedere un pegno che si può riscattare solo ad altissimo prezzo. Tutti i tuoi sforzi sarebbero volti a negoziare questo prezzo con Klamm. Per te io non sono nulla, il prezzo invece è tutto, quindi se si tratta di me sei disposto a ogni concessione, se si tratta del prezzo a nessuna. Ecco perché ti è indifferente che io perda il posto all'Albergo dei Signori, indifferente che debba lasciare anche la Locanda del Ponte, indifferente che sia tenuta a svolgere questi pesanti lavori di servizio a scuola. Non hai alcuna tenerezza, non hai più nemmeno tempo per me, mi abbandoni agli aiutanti, non sai cosa sia la gelosia, l'unico valore che ho ai tuoi occhi è che sono stata l'amante di Klamm, nella tua ignoranza ti sforzi di non lasciarmi dimenticare Klamm perché alla fine, quando sarà venuto il momento decisivo, io non sia troppo recalcitrante; eppure lotti anche contro l'ostessa, la sola che credi capace di strapparmi a te, per questo spingi agli estremi la lite con lei, per essere costretto a lasciare insieme a me la Locanda del Ponte; tu non hai il minimo dubbio che, per quel che dipende da me, io non sia in ogni circostanza una tua proprietà. Il colloquio con Klamm te lo immagini come una transazione, moneta per moneta. Calcoli tutte le possibilità; pur di ottenere il prezzo voluto, sei disposto a tutto; se Klamm mi vuole, mi cederai a lui; se vuole che tu resti con me, ci resterai; se vuole che tu mi cacci via, mi caccerai; ma sei anche disposto a far la commedia; se ne vedrai un vantaggio, fingerai di amarmi, cercherai di combattere la sua indifferenza sottolineando il fatto di essere una nullità e umiliandolo per esser stato tu il suo successore oppure riferendogli le confessioni che io ti ho realmente fatto del mio amore per lui e pregandolo di riprendermi, sempre a condizione che paghi il prezzo; e se non rimarrà altro mezzo, chiederai semplicemente l'elemosina in nome dei coniugi K. Ma quando poi ti accorgerai - così ha concluso l'ostessa - di esserti illuso in tutto, nelle tue supposizioni e nelle tue speranze, nell'idea che ti sei fatta di Klamm e dei suoi rapporti con me, allora per me incomincerà l'inferno, perché sarò davvero l'unico bene che possiederai, l'unica risorsa che ti rimarrà, ma allo stesso tempo un bene che si sarà rivelato privo di valore e che tratterai di conseguenza, perché tu per me non provi altro sentimento che quello del proprietario».
Teso, con la bocca serrata, K. era stato ad ascoltare, sotto di lui la legna era rotolata via ed egli si era quasi ritrovato per terra, ma non ci aveva badato; si alzò soltanto ora, andò a sedersi sulla pedana, prese la mano di Frieda, che tentò debolmente di sottrarsi, e disse: «Nel tuo racconto non sempre sono riuscito a distinguere la tua opinione da quella dell'ostessa». «Era solo l'opinione dell'ostessa», disse Frieda. «Io sono stata ad ascoltare l'ostessa perché la stimo; ma per la prima volta in vita mia respingevo in pieno la sua opinione. Mi sembrava tutto così meschino quello che diceva, così lontano dall'aver capito come stavano le cose fra noi. Mi pareva piuttosto che fosse vero precisamente il contrario di quello che diceva. Pensavo a quel triste mattino dopo la nostra prima notte, ti vedevo inginocchiato accanto a me con uno sguardo come se tutto fosse perduto. E pensavo che le cose avevano effettivamente preso una piega tale per cui, nonostante tutti i miei sforzi, non ti sono stata d'aiuto ma d'impedimento. Per causa mia l'ostessa è diventata la tua nemica, una nemica potente, che tu seguiti a sottovalutare; per causa mia, poiché dovevi provvedere a me, sei stato costretto a lottare per ottenere il tuo posto, ti sei trovato in una posizione di debolezza di fronte al sindaco, hai dovuto sottometterti al maestro, sei stato lasciato in balìa degli aiutanti, ma quel che è peggio per causa mia hai forse offeso Klamm. Il tuo desiderio costante di avvicinare Klamm non era che l'aspirazione impotente a rientrare in un modo o nell'altro nelle sue grazie. E mi dicevo che l'ostessa, che sicuramente sapeva tutto questo molto meglio di me, con le sue insinuazioni voleva soltanto risparmiarmi dei rimproveri troppo pesanti che avrei potuto farmi. Fatica sprecata, anche se l'intenzione era buona. Il mio amore per te mi avrebbe fatto superare ogni cosa, alla fine avrebbe spinto innanzi anche te, se non qui, nel paese, da qualche altra parte; del resto aveva già dato prova della sua forza salvandoti dalla famiglia di Barnabas». «Questa dunque era la tua opinione», disse K., «e che cos'è cambiato da allora?». «Non lo so», disse Frieda guardando la mano di K. che teneva la sua, «forse non è cambiato nulla; quando mi sei vicino come adesso e mi fai delle domande così tranquillamente, mi pare che non sia cambiato nulla. Ma in realtà...», ritirò la mano e, seduta di fronte a lui col busto eretto, pianse senza coprirsi il viso; gli mostrava apertamente quel viso inondato di lacrime, non come se piangesse su se stessa e quindi non avesse nulla da nascondere, ma come se piangesse sul tradimento di K. ed egli meritasse quindi lo strazio di quello spettacolo, «...in realtà è cambiato tutto da quando ti ho ascoltato parlare con il ragazzino. Con quanta innocenza hai incominciato, gli hai chiesto della sua situazione famigliare, di questo, di quello; avevo l'impressione che tu stessi entrando nella sala della locanda, affabile, sincero, cercando il mio sguardo con l'eccitazione di un bambino. Non c'era nessuna differenza con allora, e avrei desiderato soltanto che fosse presente l'ostessa, che ti ascoltasse e cercasse ancora d'insistere nella sua opinione, se ne era capace. Ma poi, d'un tratto, non so come, ho capito con quale intenzione parlavi al ragazzino. Con le tue parole piene di simpatia hai guadagnato una fiducia non facile a ottenersi, per poi puntare dritto allo scopo che mi appariva sempre più chiaro. Tu volevi arrivare a quella donna. Dai tuoi discorsi in apparenza dettati dalla preoccupazione traspariva che pensavi soltanto ai tuoi affari. Tu ingannavi quella donna ancora prima di averla conquistata. Le tue parole mi parlavano non solo del mio passato ma anche del mio futuro; era come se mi sedesse accanto l'ostessa e mi spiegasse ogni cosa, e io cercassi con tutte le mie forze di mandarla via, ma vedessi chiaramente che erano sforzi disperati, eppure non ero più io quella che ingannavi - io non ero nemmeno più ingannata -, era quella donna estranea. E quando mi riscossi e chiesi a Hans che cosa voleva fare da grande ed egli mi rispose che voleva diventare come te, mostrando quindi di appartenerti già completamente, c'era forse una gran differenza fra lui, il buon ragazzino di cui tu approfittavi, e me quella sera all'albergo?».
«Tutto quello che dici», rispose K. che, avendo fatta l'abitudine al rimprovero, si era ripreso, «tutto quello che dici è in un certo senso giusto; falso non è, ma certamente è ostile. Sono le idee dell'ostessa, la mia nemica, anche se tu credi che siano le tue, e questo mi consola. Tuttavia sono istruttive, da quella donna c'è ancora da imparare. A me non ha detto nulla di simile, anche se per il resto non mi ha risparmiato; è evidente che ti ha affidato quest'arma nella speranza che tu ne avresti fatto uso in un momento per me particolarmente difficile o decisivo. Se io approfitto di te, altrettanto fa lei. Ora però rifletti, Frieda: anche se tutto fosse esattamente come dice l'ostessa, sarebbe gravissimo solo in un caso, e cioè se tu non mi volessi bene. Allora, soltanto allora sarebbe vero che io ti ho conquistata per calcolo e con astuzia, allo scopo di trarre profitto da questo possesso. Forse rientrava già nel mio piano l'essermi presentato a te a braccetto di Olga per suscitare la tua compassione, e l'ostessa ha soltanto dimenticato di aggiungere anche questo al novero delle mie colpe. Ma se non è questo il caso, il caso grave, se non è una belva astuta quella che si è gettata su di te quel giorno, se invece tu mi sei venuta incontro come io sono venuto incontro a te e ci siamo trovati, dimenticando entrambi tutto il resto, dimmi, Frieda, come dobbiamo vedere la cosa, allora? Allora, io difendo la mia causa, difendo la tua; non c'è nessuna differenza, e solo una nemica può fare distinzioni. Questo vale per tutto, anche per Hans. Nel giudicare la conversazione con Hans la tua delicata sensibilità ti porta del resto ad esagerare molto le cose, perché se le mie intenzioni non coincidono esattamente con quelle di Hans, non vuol nemmeno dire che siano in opposizione; inoltre, al ragazzo non sono certo sfuggite le nostre divergenze, se tu credessi il contrario, sottovaluteresti decisamente la perspicacia di quell'ometto, e anche se non si fosse accorto di nulla, nessuno avrà a soffrirne, spero».
«È così difficile vederci chiaro, K.», disse Frieda con un sospiro. «Io non avevo certo nessuna diffidenza nei tuoi confronti, e se l'ostessa mi ha trasmesso un sentimento di questo genere, sarò felicissima di sbarazzarmene e di chiederti perdono in ginocchio, come del resto faccio in continuazione, anche se ti dico tutte queste cattiverie. Resta comunque vero che tu nascondi molte cose; vai e vieni senza che io sappia né dove vai né da dove vieni. Prima, quando Hans ha bussato alla porta, hai persino gridato il nome di Barnabas. Mi avessi chiamato una sola volta con il tono affettuoso con cui hai pronunciato, per un motivo che mi sfugge, quel nome che odio. Se non ho la tua fiducia, come può non nascere in me la diffidenza? Allora rimango in balia dell'ostessa, le cui parole paiono trovar conferma nel tuo comportamento. Non in tutto, non voglio dire che le confermi in tutto; non è forse per amor mio che hai cacciato via gli aiutanti? Ah, se sapessi quanto io desideri, in tutto quello che fai e dici, anche se mi fa soffrire, trovare un fondo buono per me». «Innanzi tutto, Frieda», disse K., «io non ti nascondo proprio nulla. Come mi odia l'ostessa, e quanto impegno mette nel tentativo di strapparti a me, a che mezzi spregevoli ricorre, e come le cedi tu, Frieda, come le cedi! Dimmi, che cosa ti ho mai nascosto? Che voglio arrivare a Klamm, lo sai, che in questo non puoi aiutarmi e quindi devo farcela con le mie forze, lo sai anche, che finora non ci sono riuscito, lo vedi da te. Devo umiliarmi doppiamente raccontandoti i tentativi inutili che già mi umiliano abbastanza nella realtà? Devo forse vantarmi di aver aspettato invano per tutto un pomeriggio vicino alla portiera della slitta di Klamm, morendo di freddo? Corro da te, felice di non dover più pensare a queste cose, e tu mi accogli ricordandomi tutto, come una minaccia. E Barnabas? Certo, lo sto aspettando. È il messaggero di Klamm; non gliel'ho dato io quell'incarico». «Ancora Barnabas!», esclamò Frieda. «Non posso credere che sia un buon messaggero». «Forse hai ragione», disse K., «ma è l'unico che mi abbiano mandato». «Appunto», disse Frieda, «dovresti diffidarne ancora di più». «Purtroppo finoranon me ne ha dato motivo», disse K. sorridendo. «Viene di rado, e quello che mi porta è irrilevante, ha il solo pregio di venire direttamente da Klamm». «Ma vedi», disse Frieda, «non è nemmeno più Klamm la meta a cui aspiri, forse è questo che m'inquieta maggiormente. Che tu abbia sempre cercato di arrivare a Klamm senza far caso a me era grave, ma molto più grave ancora è che tu adesso sembri staccarti da Klamm, è una cosa che nemmeno l'ostessa aveva prevista. Secondo l'ostessa la mia felicità - una felicità dubbia e tuttavia molto reale - finirà il giorno in cui ti renderai ben conto che la tua speranza di parlare con Klamm era vana. Ma ecco che non aspetti nemmeno più quel giorno; d'un tratto arriva un ragazzino e ti metti a lottare con lui per arrivare a sua madre, come se lottassi per l'aria che respiri». «Hai capito benissimo la mia conversazione con Hans», disse K. «Era proprio così. Ma dunque, per te, la tua vita passata è cancellata a tal punto dalla tua mente (a parte l'ostessa, s'intende, che non è possibile cancellare insieme al resto), che non sai più come sia necessario lottare per andare avanti, soprattutto quando si viene da molto in basso? Come occorra servirsi di tutto quello che alimenta qualche speranza? E quella donna viene dal castello, me l'ha detto lei stessa quando sono capitato in casa di Lasemann il primo giorno. Che cosa c'era di più naturale che chiederle consiglio, e magari aiuto; se l'ostessa conosce alla perfezione tutti gli ostacoli che m'impediscono di arrivare a Klamm, quella donna conosce probabilmente la strada che porta a lui, giacché lei stessa l'ha percorsa in senso inverso». «La strada che porta a Klamm?», chiese Frieda. «A Klamm, certo, a chi altri?», disse K. Poi si alzò di scatto: «Ma ora bisogna che vada subito a prendere la colazione». Frieda lo pregò di restare, con un'insistenza sproporzionata, come se soltanto rimanendo egli potesse confermare tutte le cose consolanti che le aveva detto. Ma K. le ricordò il maestro, indicò la porta che poteva spalancarsi con fracasso da un momento all'altro, promise di tornare presto e disse che non c'era bisogno di accendere la stufa, ci avrebbe pensato lui stesso al ritorno. Alla fine Frieda si rassegnò e tacque. K. uscì, e mentre arrancava nella neve - già da un pezzo si sarebbe dovuto spalare il vialetto, strano come il lavoro procedeva a rilento -, vide uno degli aiutanti che, morto di stanchezza, si teneva ancora aggrappato all'inferriata. Uno solo, e l'altro dov'era? K. era dunque riuscito almeno a spezzare la resistenza di uno dei due? Quello che era rimasto, ad ogni modo, aveva ancora un bell'ardore; lo si notò quando, animandosi alla vista di K., ricominciò subito a protendere le braccia e a stravolgere gli occhi con aria languida. «La sua costanza è esemplare», si disse K., che dovette però aggiungere: «e lo porta a morire assiderato attaccato a un'inferriata». Ma non diede a vedere nulla, fece solo un gesto minaccioso del pugno che escludeva ogni approccio, e l'aiutante indietreggiò spaventato d'un buon tratto. In quel momento Frieda aprì una finestra per cambiar l'aria prima di accendere la stufa, com'era convenuto con K. Subito l'aiutante si disinteressò di K. e sgattaiolò verso la finestra, irresistibilmente attratto. Frieda, con il viso stravolto da un'espressione di amorevolezza per l'aiutante e di supplica disperata rivolta a K., agitò leggermente la mano dalla finestra; non era nemmeno chiaro se fosse un rifiuto o un saluto, l'aiutante ad ogni modo non ne fu turbato e seguitò ad avvicinarsi. Allora Frieda richiuse in fretta la finestra esterna, ma restò dietro i vetri con la mano sulla maniglia, la testa reclinata di lato, gli occhi spalancati e un sorriso fisso. Sapeva che con quell'atteggiamento attirava l'aiutante invece di scoraggiarlo? Ma K. non si volse più a guardare, preferiva sbrigarsi e tornare presto.

15 • DA AMALIA

Per finire - faceva già buio, era tardo pomeriggio - K. aveva spalato il vialetto, ammassato ai due lati la neve in mucchi alti e ben battuti, e terminato così il suo lavoro quotidiano. Si fermò vicino al cancello del giardino, all'intorno non c'era anima viva. Da alcune ore aveva già cacciato via l'aiutante, inseguendolo per un bel tratto; poi quello si era nascosto chissà dove fra giardinetti e capanni sfuggendo a ogni ricerca, e non era più ricomparso. Frieda era rimasta dentro casa e faceva già il bucato o stava ancora lavando la gatta di Gisa; era stato un segno di grande fiducia da parte di Gisa affidare a Frieda quel compito, un compito a dire il vero stomachevole e poco decoroso, K. non avrebbe certo permesso che lo si accettasse se, in seguito a tante negligenze nel loro servizio, non fosse stato decisamente consigliabile approfittare di ogni occasione per guadagnarsi la riconoscenza di Gisa. Come avevano raccontato a K. alla Locanda del Ponte, Schwarzer, pur essendo figlio di un custode del castello, viveva in paese da molto tempo per amore di Gisa; grazie alle proprie conoscenze aveva ottenuto dal comune la nomina a maestro aggiunto, ma il suo modo di assolvere le sue funzioni consisteva sostanzialmente nel non mancare quasi mai a una lezione di Gisa, durante la quale sedeva in un banco in mezzo ai bambini o, di preferenza, sulla pedana ai piedi della maestra. La cosa non disturbava affatto, ormai i bambini ci avevano fatto l'abitudine da un pezzo, e questo forse tanto più facilmente in quanto Schwarzer non aveva alcun interesse né affetto per i bambini, rivolgeva loro a stento la parola, sostituiva Gisa soltanto nella lezione di ginnastica e per il resto si accontentava di vivere nella vicinanza, nell'aria, nel calore di Gisa. Il suo massimo piacere era di star seduto accanto a Gisa a correggere i compiti. È quello che stavano facendo anche ora, Schwarzer aveva portato una pila di quaderni, il maestro dava loro anche i suoi e, finché aveva fatto chiaro, K. li aveva visti lavorare a un tavolino presso la finestra, le teste accostate, immobili, ora laggiù non si vedeva più che due candele tremolanti. Era serio e taciturno l'amore che univa quei due; il tono lo dava Gisa, a volte la sua indole tarda e greve si scatenava e passava tutti i limiti anche se lei non avrebbe mai tollerato nulla di simile dagli altri in un altro momento; così anche il vivace Schwarzer doveva rassegnarsi e camminare lento, parlare adagio, tacere molto; ma si vedeva che era ampiamente ricompensato dalla semplice presenza silenziosa di Gisa. Con tutto ciò, forse Gisa non lo amava affatto; in ogni caso, i suoi occhi tondi, grigi, che non sbattevano letteralmente mai ma parevano piuttosto girare attorno alle pupille, non davano risposta a queste domande; tollerava Schwarzer senza obiettare, lo si vedeva, ma certo non sapeva apprezzare l'onore di essere amata dal figlio di un custode del castello, e portava in giro imperturbabile il suo corpo florido e pieno, sia che Schwarzer la seguisse con lo sguardo oppure no. Schwarzer invece le tributava il continuo sacrificio di rimanere in paese; i messaggeri del padre, che spesso venivano a cercarlo, Schwarzer li spediva via indignato, come se il semplice, breve ricordo del castello e dei suoi doveri filiali che la loro presenza suscitava fosse un grave, irrimediabile attacco alla sua felicità. Eppure aveva molto tempo libero, perché di solito Gisa si faceva vedere soltanto nelle ore di scuola e di correzione dei quaderni, non per calcolo ma perché più di tutto amava le proprie comodità e quindi la solitudine, e forse il massimo della felicità per lei era restarsene a casa, sdraiata in tutta libertà sul divano, con la gatta accanto che non disturbava poiché ormai quasi incapace di muoversi. Così Schwarzer gironzolava gran parte della giornata senza nulla da fare, ma anche questo gli piaceva perché vi era sempre la possibilità, e ne approfittava spesso, di andare nella Löwengasse dove abitava Gisa, salire fino alla sua soffitta, origliare alla porta sempre chiusa a chiave e poi allontanarsi in fretta dopo aver immancabilmente constatato che nella stanza c'era il più assoluto, incomprensibile silenzio. Tuttavia le conseguenze di quella vita si manifestavano talvolta anche in lui - mai però in presenza di Gisa - sotto forma di ridicoli accessi di un orgoglio professionale che si risvegliava a momenti e che, a dire il vero, mal si confaceva alla sua posizione attuale; per lo più la cosa non finiva molto bene, come anche K. aveva potuto vedere.
Lo strano era che, almeno alla Locanda del Ponte, si parlava lo stesso di Schwarzer con un certo rispetto, anche quando si trattava di cose più ridicole che rispettabili, e in questo rispetto era inclusa anche Gisa. Schwarzer aveva però torto di credersi molto al di sopra di K. in quanto maestro aggiunto, questa superiorità non esisteva affatto; per gl'insegnanti, e a maggior ragione per uno del genere di Schwarzer, il bidello è un personaggio importantissimo, che non si può impunemente disprezzare, e al quale il disprezzo, qualora per interessi gerarchici non vi si possa rinunciare, va almeno reso tollerabile con un'adeguata contropartita. K. si riprometteva di pensarci all'occasione, d'altronde Schwarzer era in debito con lui fin dalla prima sera, debito che i giorni successivi, giustificando di fatto l'accoglienza di Schwarzer, non avevano ridotto. Non bisognava dimenticare infatti che quell'accoglienza aveva forse orientato tutti gli eventi successivi. A causa di Schwarzer fin dal primo momento tutta l'attenzione delle autorità si era concentrata, in modo del tutto insensato, su K., quando lui, ancora completamente sconosciuto in paese, senza appoggi, senza un ricovero, sfinito dal lungo cammino, inerme sul suo pagliericcio, era in completa balìa del primo intervento delle autorità. Soltanto una notte più tardi tutto avrebbe potuto svolgersi in modo diverso, tranquillamente, quasi di nascosto; in ogni caso nessuno avrebbe saputo di lui, nessuno avrebbe nutrito sospetti, nessuno almeno avrebbe esitato ad accoglierlo per un giorno in casa propria come un lavoratore di passaggio; avrebbero visto che sapeva rendersi utile e che ci si poteva fidare di lui, ne avrebbero discusso nel vicinato, e forse in poco tempo egli avrebbe trovato un lavoro come servitore. Naturalmente non sarebbe sfuggito alle autorità. Ma una cosa era svegliare di soprassalto, in piena notte, l'ufficio centrale, o chiunque si fosse trovato all'altro capo del telefono, pretendere una decisione istantanea, pretenderla con apparente umiltà ma con fastidiosa insistenza, e per bocca di uno Schwarzer, per giunta, che lassù doveva essere decisamente malvisto, un'altra era invece andare lui, K., a bussare il giorno dopo, in orario di ufficio, alla porta del sindaco e presentarsi, secondo le regole, come un lavoratore di passaggio che ha già un posto per dormire presso un membro della comunità e l'indomani si rimetterà senz'altro in cammino; a meno che, per un caso straordinario, trovi lavoro in paese, ma solo per un paio di giorni, naturalmente, perché più a lungo non intende assolutamente fermarsi. Così press'a poco sarebbero andate le cose senza Schwarzer. Le autorità avrebbero continuato a occuparsi della faccenda, ma con calma, per via burocratica, non disturbate dall'impazienza dell'interessato, che doveva riuscir loro particolarmente detestabile. Di tutto questo K. non aveva nessuna colpa, la colpa era di Schwarzer, ma Schwarzer era il figlio di un custode del castello, e nella forma si era comportato correttamente, dunque soltanto K. doveva pagare. E il ridicolo motivo di tutto questo? Forse, nel corso della giornata, un malumore di Gisa, per cui quella notte Schwarzer si era messo a vagare insonne, e infine si era rifatto della sua pena ai danni di K. Da un altro punto di vista, si poteva però dire che K. doveva molto al contegno di Schwarzer. Aveva reso possibile qualcosa che da solo K. non avrebbe mai ottenuto e nemmeno osato ottenere, e che, da parte sua, l'autorità non avrebbe mai accordato, cioè affrontare subito, senza sotterfugi, apertamente, a faccia a faccia, l'autorità, almeno nei limiti da essa concessi. Eppure era un brutto regalo; certo, risparmiava a K. molte menzogne e sotterfugi, ma gli toglieva quasi ogni arma, in ogni caso lo metteva in svantaggio nella lotta e avrebbe potuto ridurlo, in questa prospettiva, alla disperazione, se egli non fosse stato costretto a dirsi che lo squilibrio tra le sue forze e quelle dell'autorità era talmente enorme che tutte le menzogne e tutte le astuzie di cui fosse stato capace non avrebbero potuto modificare sensibilmente a suo favore la differenza. Questo però era solo un pensiero con cui K. consolava se stesso, Schwarzer restava nondimeno in debito verso di lui, se allora aveva nuociuto a K., forse la prossima volta avrebbe potuto venirgli in soccorso, anche in seguito K. avrebbe avuto bisogno di aiuto fin nelle minime cose, nei primissimi preliminari: non sembrava forse che anche Barnabas venisse meno alla sua parola?
Per riguardo a Frieda, K. si era astenuto tutto il giorno dall'andare a prender notizie in casa di Barnabas; per non dover ricevere Barnabas in presenza di Frieda aveva lavorato in giardino, a quell'ora, e, terminato il lavoro, era rimasto fuori ad attenderlo, ma Barnabas non arrivava. Ora non restava altro da fare che andare dalle due sorelle, solo per qualche istante, avrebbe chiesto notizie senza nemmeno varcare la porta, sarebbe stato subito di ritorno. Piantò la pala nella neve e partì di corsa. Arrivò ansimante a casa di Barnabas, spalancò la porta dopo aver brevemente bussato e, senza nemmeno dare un'occhiata alla stanza, chiese: «Non è ancora arrivato Barnabas?». Solo allora si accorse che Olga non c'era, che i due vecchi, immersi in una specie di torpore, erano di nuovo seduti al tavolino in fondo alla stanza, non avevano ancora ben capito che cosa succedesse vicino alla porta e cominciavano solo ora, pian piano, a volgere il viso, e che infine Amalia era coricata sulla panca vicino alla stufa sotto delle coperte e all'apparire di K. si era levata di scatto spaventata e aveva portato una mano alla fronte per ricomporsi. Se ci fosse stata Olga avrebbe risposto subito e K. se ne sarebbe andato, così invece dovette fare i due passi che lo separavano da Amalia, porgerle la mano, che lei strinse in silenzio, e pregarla d'impedire che i genitori spauriti si mettessero in moto, cosa che lei fece con due parole. K. apprese che Olga era in cortile a spaccar legna, che Amalia, sfinita - non ne disse il motivo -, aveva dovuto coricarsi poco prima e che Barnabas non c'era ancora ma sarebbe arrivato presto perché di notte non rimaneva mai al castello. K. ringraziò per le informazioni, ora poteva andarsene, ma Amalia gli chiese se non voleva aspettare Olga; egli rispose che purtroppo non gli rimaneva tempo. Allora Amalia chiese se quel giorno aveva già parlato con Olga; stupito, K. disse di no e chiese se Olga doveva comunicargli qualcosa di particolare. Amalia ebbe come una piccola smorfia di dispetto, annuì in silenzio - era chiaramente un congedo - e tornò a coricarsi. Da quella posizione di riposo lo squadrò come se si stupisse di vederlo ancora lì. Il suo sguardo era freddo, chiaro, immobile come sempre; non era diretto esattamente su quello che osservava, ma passava un po' di lato - era una cosa fastidiosa -, in modo impercettibile ma molto netto; non pareva essere debolezza né imbarazzo né ipocrisia bensì un desiderio costante di solitudine, più forte di ogni altro sentimento, e di cui forse lei stessa prendeva coscienza solo in questo modo. K. credette di ricordare che quello sguardo aveva attratto la sua attenzione fin dalla prima sera, anzi, che l'impressione sgradevole prodotta su di lui, subito, da tutta la famiglia era dipesa interamente da quello sguardo, che di per sé non era sgradevole ma orgoglioso e, pur nella sua impenetrabilità, sincero. «Sei sempre così triste, Amalia», disse K., «c'è qualcosa che ti tormenta? Non puoi dirlo? Non ho mai visto una ragazza di campagna come te. In realtà me ne sono accorto solo oggi, solo adesso. Sei del paese? Sei nata qui?». Amalia fece cenno di sì come se K. avesse fatto solo la seconda domanda, poi disse: «Allora, vuoi aspettare Olga?». «Non so perché chiedi sempre la stessa cosa», disse K. «Non posso trattenermi, a casa mi aspetta la mia fidanzata».
Amalia si appoggiò sul gomito, non sapeva di questa fidanzata. K. disse il suo nome. Amalia non la conosceva. Chiese se Olga sapesse del fidanzamento; K. credeva di sì, Olga lo aveva visto insieme a Frieda, e poi in paese quel genere di notizie si diffondevano in fretta. Ma Amalia lo assicurò che Olga non lo sapeva e che la cosa l'avrebbe resa molto infelice poiché sembrava innamorata di K. Non ne aveva mai parlato apertamente essendo molto riservata, ma l'amore si tradisce senza volere. K. era convinto che Amalia si sbagliava. Amalia sorrise, e questo sorriso, sebbene triste, rischiarò il viso cupo e contratto, rese eloquente il mutismo, familiare l'estraneità, era la rivelazione di un segreto, la rinuncia a un possesso fino allora ben custodito, che certo si poteva riprendere ma mai più interamente. Amalia disse che era sicura di non sbagliare; anzi, sapeva di più, sapeva che anche K. aveva della simpatia per Olga e che le sue visite prendevano a pretesto i messaggi di Barnabas ma in realtà erano solo per lei. Ma ora che Amalia sapeva tutto, K. non aveva più bisogno di farsi dei riguardi e poteva venire spesso. Solo questo aveva voluto dirgli. K. scosse la testa e le ricordò il fidanzamento. Amalia non parve darsi troppo pensiero di quel fidanzamento, ciò che contava per lei era l'impressione diretta che aveva di K., e K. era lì da solo davanti a lei; chiese però quando aveva conosciuto quella ragazza, dal momento che era in paese solo da pochi giorni. K. raccontò della sua serata all'Albergo dei Signori, e Amalia replicò seccamente di esser stata molto contraria a che lo conducessero all'Albergo. Ne chiamò a testimonio Olga che entrava in quel momento con una bracciata di legna fresca, la pelle smangiata dall'aria gelida, vivace ed energica, come trasfigurata dal lavoro rispetto all'inerzia che mostrava di solito quando se ne stava in quella stanza. La ragazza buttò a terra la legna, salutò disinvoltamente K. e s'informò subito di Frieda. K. gettò un'occhiata d'intesa ad Amalia, ma questa non parve di ritenersi smentita. Un po' seccato, K. si dilungò a parlare di Frieda più di quanto non avrebbe fatto altrimenti, descrisse le difficili condizioni in cui lei, nella scuola, era riuscita a creare una parvenza di vita famigliare, e nella fretta del racconto - voleva andare a casa subito, no? - perse la testa al punto di rivolgere alle due sorelle, in forma di commiato, un invito a fargli visita. Ma subito prese spavento e si bloccò, mentre Amalia senza lasciargli il tempo di aggiunger parola dichiarò che accettava l'invito; ad Olga non restava che fare altrettanto, e così fece. Ma K., assillato dall'idea di doversi accomiatare in fretta e sentendosi poco tranquillo sotto lo sguardo di Amalia, non esitò a confessare senza troppi fronzoli di aver fatto quell'invito senza minimamente riflettere e ispirato soltanto da un suo personale sentimento, ma che purtroppo non poteva mantenerlo perché tra Frieda e la famiglia di Barnabas esisteva una grossa inimicizia, che egli d'altronde non sapeva proprio spiegarsi. «Non è inimicizia», disse Amalia alzandosi dalla panca e gettando dietro a sé le coperte, «non è una cosa così importante, è semplicemente ripetere a pappagallo l'opinione generale. E adesso va', va' dalla tua fidanzata, lo vedo che hai fretta. Non temere, non verremo, ho accettato subito solo per scherzo, per cattiveria. Ma tu vieni pure spesso da noi, non c'è niente che te lo impedisca, puoi sempre prendere la scusa dei messaggi di Barnabas. Per facilitarti la cosa, ti dirò che Barnabas, anche se porta un messaggio per te dal castello, non può arrivare fino a scuola per dartelo. Non può far tutta quella strada, povero ragazzo, si ammazza a fare questo servizio, dovrai venire tu stesso a prender notizie». K. non aveva mai sentito Amalia parlare tanto in una volta sola, e il suo discorso suonava diverso dal solito, vi era in esso qualcosa di elevato, percepito non soltanto da K. ma anche da Olga, che pure era abituata a sua sorella. Olga si teneva un po' in disparte, in piedi, le mani unite sul grembo, e aveva ritrovato la sua posizione consueta, le gambe divaricate, il corpo leggermente curvo, gli occhi erano puntati su Amalia, mentre questa guardava soltanto K. «Ti sbagli», disse K., «ti sbagli di grosso se credi che io non aspetti sul serio Barnabas. Sistemare le mie faccende con l'amministrazione è il mio più grande desiderio, anzi l'unico desiderio. E Barnabas deve aiutarmi, molte delle mie speranze sono riposte in lui. È vero che già una volta mi ha molto deluso; ma fu più colpa mia che sua, è stato nella confusione delle prime ore dopo il mio arrivo, allora io credevo di poter risolvere tutto con una passeggiatina serale, e quando l'impossibile si rivelò come tale me la sono presa con lui. E questo ha influenzato anche il mio giudizio sulla vostra famiglia, su di voi. Cose passate, ora credo di capirvi meglio, anzi voi siete...». K. cercò la parola giusta, non la trovò subito e si accontentò di un generico: «...siete forse più buoni di tutti gli altri abitanti del paese, per quanto li conosco finora. Ma adesso, Amalia, tu mi sconcerti di nuovo sminuendo, se non il servizio che tuo fratello svolge, almeno l'importanza che questo ha per me. Forse tu non sei introdotta negli affari di Barnabas, e allora va bene, non ne voglio parlare più, ma forse lo sei - e ho piuttosto questa impressione - e allora è grave, significherebbe che tuo fratello m'inganna». «Sta' tranquillo», disse Amalia, «io non sono introdotta nei suoi affari, niente potrebbe indurmi ad occuparmene, nemmeno la sollecitudine che ho per te, eppure per te farei molte cose giacché noi, come hai detto, siamo buoni. Ma gli affari di mio fratello riguardano lui, io ne so soltanto quello che ne sento dire qua e là, casualmente e contro il mio volere. Olga invece può fornirti ampie informazioni, è la sua confidente». E Amalia se ne andò, prima si avvicinò ai genitori con i quali parlò sottovoce, poi entrò in cucina; se n'era andata senza congedarsi da K., come se sapesse che egli si sarebbe trattenuto ancora a lungo e che non era il caso di salutarlo.

16

K. rimase lì con un'espressione di meraviglia, e Olga ne rise tirandolo a sedere sulla panca vicino alla stufa, pareva davvero felice di trovarsi sola con lui, ma era una felicità tranquilla, non certo offuscata dalla gelosia. E proprio questa assenza di gelosia e quindi di severità fece bene a K.; egli guardava con piacere in quegli occhi azzurri, che non volevano sedurre né dominare ma si posavano timidamente su di lui e timidamente sostenevano il suo sguardo. Era come se gli avvertimenti di Frieda e dell'ostessa lo avessero reso non più ricettivo a tutto questo, ma più attento e scaltro. E rise con Olga quando questa chiese stupita perché avesse definito buona proprio Amalia, Amalia era tutto quel che si voleva, ma certo non buona. K. dichiarò che il complimento era naturalmente rivolto a lei, Olga, ma Amalia era così dispotica che non solo si appropriava di tutto quello che veniva detto in sua presenza, ma chi parlava glielo attribuiva spontaneamente. «Questo è vero», disse Olga, facendosi seria, «più vero di quanto tu non creda. Amalia è più giovane di me, e anche di Barnabas, ma è lei che decide in famiglia, nel bene e nel male; certo, è lei anche a portare la parte maggiore e del bene e del male». K. trovò la cosa esagerata; Amalia non aveva appena detto, per esempio, che non si occupava degli affari del fratello mentre Olga invece sapeva tutto? «Come spiegarti?», disse Olga. «Amalia non si occupa né di Barnabas né di me, a dire il vero non si occupa di nessuno tranne che dei genitori, li cura giorno e notte, anche adesso ha chiesto se volevano qualcosa ed è andata a cucinare per loro, ha dovuto farsi forza per alzarsi perché era da mezzogiorno che non si sentiva bene e stava coricata qui sulla panca. Ma anche se non si occupa di noi, noi dipendiamo da lei come se fosse la maggiore, e se ci consigliasse nelle nostre cose le ubbidiremmo senz'altro, ma non lo fa, siamo degli estranei per lei. Tu che conosci bene gli uomini, che vieni da un paese lontano, non pare anche a te particolarmente intelligente?». «Particolarmente infelice, ecco come mi pare», disse K., «ma avete tanto rispetto per lei, come mai Barnabas svolge questo servizio di messaggero che Amalia disapprova, e forse addirittura disprezza?». «Se lui sapesse che cosa fare d'altro lascerebbe subito quel servizio che non lo soddisfa affatto». «Non ha fatto anche un tirocinio come calzolaio?», chiese K. «Sì, certo», disse Olga, «saltuariamente lavora anche per Brunswick, se volesse avrebbe lavoro giorno e notte, e guadagnerebbe molto bene». «Be', allora», disse K., «un lavoro per rimpiazzare quello di messaggero ce l'avrebbe». «Quello di messaggero?», chiese Olga stupita, «l'ha forse accettato per il guadagno?». «Può darsi», disse K., «ma l'hai detto tu che non lo soddisfa». «Non lo soddisfa, e per diversi motivi», disse Olga, «ma è un servizio del castello, è pur sempre una sorta di servizio del castello, almeno così si dovrebbe credere». «Come?», disse K. «Dubitate persino di questo?». «Be'», disse Olga, «veramente no; Barnabas entra negli uffici, tratta con gli inservienti da pari a pari, da lontano vede anche qualche funzionario, gli affidano delle lettere relativamente importanti e a volte anche dei messaggi orali, non è poca cosa e noi possiamo essere fieri che, in così giovane età, sia già arrivato a tanto». K. approvò col capo, ora non pensava più ad andarsene. «Ha anche una sua livrea?». «Parli della sua giacca?», disse Olga. «No, quella gliel'ha fatta Amalia prima che diventasse messaggero. Ma ti avvicini al punto dolente. Da un pezzo avrebbe dovuto ricevere non una livrea - al castello non ce ne sono - ma un abito ufficiale, gliel'hanno promesso, in questo genere di cose, però, al castello sono lentissimi, e il male è che non si sa mai che cosa significhi questa lentezza; può voler dire che la cosa sta seguendo il suo corso amministrativo, ma può anche voler dire che questo corso non ha affatto avuto inizio, che per esempio si vuole ancora mettere alla prova Barnabas, e infine può voler dire che la faccenda ha già seguito il suo corso e che, per una ragione o per l'altra, la promessa è stata ritirata e Barnabas non avrà mai il vestito. Non è possibile sapere qualcosa di più preciso, almeno per molto tempo. Qui da noi c'è un detto, forse lo conosci: le decisioni dell'amministrazione sono timide come ragazzine». «Ottima osservazione», disse K. prendendo la cosa ancora più seriamente di Olga, «ottima davvero, può darsi che le decisioni abbiano altre qualità in comune con le ragazzine». «Forse», disse Olga. «A dire il vero, non so che cosa intendi. Forse vuol essere un apprezzamento lusinghiero da parte tua. Ma quanto all'abito di Barnabas, questo è appunto uno dei suoi crucci, ed è anche il mio dal momento che noi, i nostri crucci, li dividiamo sempre. Inutilmente ci chiediamo perché egli non ottiene quell'abito. Ma l'intera faccenda non è così semplice. I funzionari per esempio non sembra che abbiano un abito ufficiale; a quanto ne sappiamo noi e a quanto racconta Barnabas, i funzionari vanno in giro con abiti belli sì, ma che non si differenziano dagli altri. Del resto hai pur visto Klamm. Ora Barnabas, naturalmente, non è un funzionario, nemmeno della categoria più subalterna, e non pretende di esserlo. Ma anche gl'inservienti di grado superiore, che a dire il vero qui in paese non si vedono mai, a detta di Barnabas non portano abiti speciali; piuttosto consolante, si potrebbe in un primo tempo pensare, ma ci s'ingannerebbe: Barnabas, infatti, è forse un inserviente di grado superiore? No, con tutto l'affetto per lui, questo non si può dire, non è un inserviente di grado superiore, il fatto stesso che viene in paese, anzi ci vive, prova il contrario, quegli inservienti sono ancora più riservati dei funzionari, forse a ragione, forse sono addirittura più in su di certi funzionari; alcune cose lo fanno credere: lavorano meno e, a sentir Barnabas, dev'essere uno spettacolo meraviglioso vedere quegli uomini, scelti fra quelli alti e robusti, passare lentamente nei corridoi, Barnabas gira sempre intorno a loro. Insomma, è escluso che Barnabas sia un inserviente di grado superiore. Dunque potrebbe far parte degli inservienti subalterni, ma questi hanno un abito ufficiale, almeno quando scendono in paese, non è una vera e propria livrea, e ci sono anche molte differenze, ma ad ogni modo un inserviente del castello lo si riconosce subito dall'abito, ne hai ben visti anche tu all'Albergo dei Signori. La cosa che più colpisce negli abiti degl'inservienti del castello è che di solito sono molto attillati, un contadino o un artigiano non potrebbe vestire così. Bene, un abito di quel genere Barnabas non ce l'ha; questo non è soltanto avvilente o degradante, il che si potrebbe sopportare, ma soprattutto, nei momenti di sconforto - talvolta ne abbiamo, Barnabas ed io, e nemmeno così raramente -, fa dubitare di tutto. Ci chiediamo allora se Barnabas è davvero al servizio del castello; certo, va negli uffici, ma gli uffici sono veramente il castello? E anche se alcuni uffici fanno parte del castello, sono poi quelli in cui Barnabas ha diritto di entrare? Lui ha accesso a certi uffici, ma non sono tutti, vi sono poi delle barriere, e dietro ad esse altri uffici. Non gli si vieta espressamente di andare più avanti, ma come può farlo una volta che ha trovato i suoi superiori ed essi l'hanno liquidato alla svelta e spedito via? Inoltre là dentro si è sempre osservati, o almeno così si crede. E anche se egli si spingesse più avanti, a che servirebbe, dal momento che lì non ha un incarico ufficiale e sarebbe un intruso? Non devi immaginarti queste barriere come una demarcazione precisa, me lo ricorda sempre anche Barnabas. Barriere ce ne sono anche negli uffici in cui lui può entrare; certe barriere dunque le oltrepassa, e non sono diverse dalle altre che non ha ancora superato, perciò non vi è ragione di supporre a priori che dietro queste ultime barriere si trovino uffici sostanzialmente diversi da quelli in cui Barnabas è già stato. Solo in quei momenti di sconforto, appunto, lo si crede. E allora il dubbio va più lontano, non ci si può difendere. Barnabas parla con i funzionari, gli vengono affidati dei messaggi. Ma di quali funzionari, di quali messaggi si tratta? Al presente dice di essere assegnato a Klamm, riceve gl'incarichi da lui personalmente. Ora questo sarebbe già molto, nemmeno gl'inservienti di grado superiore arrivano a tanto, sarebbe fin troppo, quasi, ed è questo che fa paura. Pensa, essere alle dirette dipendenze di Klamm, parlargli a tu per tu. Ma è davvero così? Sì, è così, ma perché allora Barnabas dubita che il funzionario che là chiamano Klamm sia veramente Klamm?». «Olga», disse K., «non vorrai scherzare, come si può avere dubbi sulla persona di Klamm? Lo sanno tutti che aspetto ha, io stesso l'ho visto». «No, certo, K.», disse Olga. «Non sono scherzi questi, sono le mie preoccupazioni più serie. Non te ne parlo, però, per alleggerirmi il cuore e rendere, forse, più pesante il tuo, ma perché tu hai chiesto di Barnabas, e Amalia mi ha dato l'incarico di parlartene, e perché ritengo che anche a te sia utile saperne di più. E lo faccio anche per Barnabas, per evitare che tu riponga in lui troppe speranze, e lui stesso, deludendoti, abbia a soffrire della tua delusione. È molto sensibile; questa notte per esempio non ha dormito perché ieri sera sei stato scontento di lui; devi aver detto che per te è molto seccante avere un messaggero come Barnabas. Queste parole gli hanno tolto il sonno. Tu non avrai quasi notato la sua emozione, i messaggeri del castello devono controllarsi molto. Ma il suo compito non è facile, nemmeno con te. Certo, dal tuo punto di vista tu non pretendi molto da lui, sei arrivato qui con delle idee precise sulle funzioni di un messaggero, e secondo quelle misuri le tue esigenze. Ma al castello hanno idee diverse, che non si possono conciliare con le tue, nemmeno se Barnabas si sacrificasse completamente al servizio, cosa a cui talvolta pare disposto, purtroppo. Bisognerebbe rassegnarsi, non si dovrebbe obiettare nulla, se non fosse che ci si chiede se egli stia veramente esercitando la funzione di messaggero. Di fronte a te naturalmente non può esprimere dei dubbi; farlo significherebbe rovinare la propria posizione, violare grossolanamente le leggi alle quali egli si ritiene ancora sottomesso, e nemmeno con me parla liberamente, devo strappargli i suoi dubbi con baci e carezze, e anche allora rifiuta di confessare che i suoi dubbi sono dubbi. Ha nel sangue qualcosa di Amalia. E di sicuro non mi dice tutto, anche se sono la sua confidente. Ma qualche volta parliamo di Klamm, io non ho mai visto Klamm - lo sai, Frieda ha poca simpatia per me e non mi avrebbe mai concesso di vederlo -, ma naturalmente in paese si conosce il suo aspetto, qualcuno l'ha visto, tutti hanno sentito parlare di lui, e dalle testimonianze, dalle dicerie e anche da certe falsificazioni intenzionali si è venuta formando un'immagine di Klamm che a grandi linee deve corrispondere. Ma solo a grandi linee. Per il resto, questa immagine varia, e forse non varia nemmeno tanto quanto l'aspetto reale di Klamm. Si dice che Klamm abbia un aspetto diverso quando arriva in paese e quando se ne va, prima di bere la sua birra e dopo, quando è sveglio e quando dorme, quando è solo e quando parla con altri, e, come ben si comprende dopo tutto ciò, quasi radicalmente diverso quando si trova su al castello. E all'interno stesso del paese le diversità di cui si parla sono piuttosto grandi, diversità di statura, di portamento, di corporatura, di barba, solo sul vestire le voci fortunatamente concordano: porta sempre lo stesso abito, una giacca nera a lunghe falde. Ora, tutte queste diversità non sono frutto di magia, ma sono molto comprensibili, dipendono dallo stato d'animo del momento, dal grado di emozione, dalle innumerevoli sfumature di speranza o disperazione in cui si trova lo spettatore, il quale oltretutto può vedere Klamm, di solito, solo per pochi istanti. Ti ripeto tutto questo così come Barnabas me l'ha più volte spiegato, e in generale, se non si è personalmente coinvolti nella cosa, questa spiegazione può rassicurare. Ma non noi, perché per Barnabas sapere se parla o no con il vero Klamm è una questione vitale». «Per me non lo è di meno», disse K., e si fecero ancora più vicini sulla panca della stufa.
K. era impressionato da tutte le cattive notizie che Olga gli aveva dato, ma ravvisava in gran parte un compenso in quell'incontro con delle persone che, almeno in apparenza, si trovavano in una situazione molto simile alla sua, con le quali poteva quindi legare e intendersi su molte cose, non su alcune soltanto, come con Frieda. Certo, a poco a poco stava perdendo la speranza in un successo del messaggio di Barnabas, ma più le cose andavano male per Barnabas su al castello e più K. se lo sentiva vicino laggiù, mai K. avrebbe pensato che nel paese stesso potessero nascere aspirazioni così infelici come quelle di Barnabas e di sua sorella. A dire il vero le spiegazioni erano tutt'altro che sufficienti e alla fine tutto poteva ancora volgersi nel suo contrario; non bisognava lasciarsi indurre da quella certa innocenza di Olga a credere troppo presto anche alla sincerità di Barnabas. «Le testimonianze sull'aspetto di Klamm», proseguì Olga, «Barnabas le conosce benissimo, ne ha raccolte e confrontate molte, forse troppe, lui stesso una volta ha visto o creduto di vedere Klamm in paese attraverso il finestrino di una carrozza, era quindi sufficientemente preparato a riconoscerlo, eppure - come te lo spieghi? - quando è entrato in un ufficio del castello e fra i molti funzionari gliene hanno indicato uno dicendo che era Klamm, non l'ha riconosciuto e per molto tempo in seguito non ha potuto abituarsi all'idea che quello fosse Klamm. Ma se chiedi a Barnabas in che cosa quell'uomo differisca dall'idea corrente che si ha di Klamm, non sa risponderti, o, piuttosto, risponde descrivendo il funzionario del castello, eppure la descrizione coincide esattamente con quella di Klamm che noi conosciamo. "Ma allora, Barnabas", gli dico, "perché dubiti, perché ti tormenti?". Al che lui, visibilmente imbarazzato, incomincia a enumerare le particolarità del funzionario del castello, ma si direbbe che se le inventi più che descriverle, e inoltre sono così irrilevanti - riguardano per esempio un certo modo di accennare con il capo, o anche solo un panciotto sbottonato - che è impossibile prenderle sul serio. Ancor più importante mi pare il modo in cui Klamm riceve Barnabas. Barnabas me lo ha spesso descritto, persino con disegni. Di solito Barnabas viene condotto in un grande ufficio, ma non è l'ufficio di Klamm, anzi non è l'ufficio di un singolo funzionario. Un unico alto leggìo attraversa questa stanza nel senso della lunghezza, da una parete all'altra, e la divide in due parti, l'una stretta, dove due persone riescono a malapena a non urtarsi, e questo è lo spazio dei funzionari, l'altra larga, ed è lo spazio delle parti convocate, del pubblico, degl'inservienti, dei messaggeri. Sul leggìo ci sono grossi libri aperti, uno accanto all'altro, e in piedi dinnanzi ad essi stanno di solito dei funzionari che li consultano. Questi non rimangono però sempre sullo stesso libro, solamente che invece di scambiarsi i volumi si scambiano il posto, e la cosa che più stupisce Barnabas è che in questo scambio di posto sono costretti a schiacciarsi gli uni contro gli altri, appunto per la mancanza di spazio. Sul davanti, accostati al leggìo, vi sono dei tavolini bassi ai quali siedono degli scrivani che scrivono sotto dettatura quando i funzionari lo desiderano. Barnabas si stupisce ogni volta nel vedere come avviene la cosa. Il funzionario non dà un ordine esplicito, nemmeno detta a voce alta, ci si accorge appena che sta dettando, ha piuttosto l'aria di leggere come prima, solo che intanto bisbiglia, e lo scrivano lo sente. Spesso il funzionario detta a voce così bassa che da seduto lo scrivano non riesce a sentire, allora è costretto ogni volta ad alzarsi per afferrare quel che viene dettato, sedersi in fretta e scriverlo, poi saltar di nuovo in piedi e così via. Com'è strano tutto questo. È quasi incomprensibile. Certo Barnabas ha tempo di osservare tutto, perché nello spazio riservato al pubblico egli rimane ore, a volte giorni interi, prima che lo sguardo di Klamm cada su di lui. E anche quando Klamm lo ha già visto e Barnabas s'è messo sull'attenti, niente è ancora deciso, perché Klamm può benissimo tornare a immergersi nel suo libro e dimenticarsi di lui; capita spesso. Ma che servizio di messaggero è quello, se ha così poca importanza? Mi viene una gran tristezza quando Barnabas al mattino dice che va al castello. Quella strada probabilmente inutile, quella giornata probabilmente perduta, quella speranza probabilmente vana. A che serve tutto questo? E intanto qui si accumula il lavoro che nessuno fa e che Brunswick sollecita». «E va bene», disse K., «Barnabas deve aspettare a lungo prima che gli affidino un incarico. Questo è comprensibile, si direbbe che qui vi sia un'eccedenza d'impiegati; non può essere che a ognuno di loro ogni giorno venga affidato un incarico, non dovete lamentarvene, capiterà a tutti. In fondo, però, a Barnabas qualche missione viene pure affidata, a me ha già portato due lettere». «Può darsi», disse Olga, «che abbiamo torto di lamentarci, soprattutto io che so tutto questo solo per sentito dire e che, essendo una ragazza, non posso capirlo bene come Barnabas, che del resto certe cose le tace. Ma ora sta a sentire come vanno le cose con le lettere, quelle indirizzate a te, per esempio. Quelle lettere non gli vengono consegnate direttamente da Klamm, ma dallo scrivano. Un giorno qualsiasi, a un'ora qualsiasi - perciò il servizio, per quanto sembri leggero, è faticosissimo, perché Barnabas è costretto a stare sempre all'erta - lo scrivano si ricorda di lui e gli fa un cenno. Non pare che l'iniziativa venga da Klamm, egli legge tranquillamente il suo libro; a volte però, ma questo lo fa di frequente, si pulisce gli occhiali proprio mentre Barnabas si avvicina, e magari, così facendo, lo guarda, ammesso che ci veda senza occhiali, Barnabas ne dubita, Klamm ha gli occhi semichiusi, pare che dorma e pulisca gli occhiali in sogno. Nel frattempo lo scrivano tira fuori una lettera per te dal mucchio di documenti e di corrispondenza che tiene sotto il tavolo; dunque non è una lettera appena scritta, da come si presenta la busta si direbbe piuttosto una lettera vecchissima che giace lì da molto tempo. Ma se è una vecchia lettera, perché fare aspettare Barnabas tutto quel tempo? E anche te? E in fondo anche la lettera, che ormai sarà sorpassata? In questo modo Barnabas si crea la reputazione di essere lento, di essere un cattivo messaggero. Lo scrivano non sta certo a preoccuparsene, consegna la lettera a Barnabas, dice: "Da Klamm per K.", e con ciò Barnabas è congedato. Bene, allora Barnabas arriva a casa, senza fiato, con la lettera finalmente conquistata sotto la camicia, sulla nuda pelle, e ci sediamo qui sulla panca come ora, lui racconta e insieme esaminiamo tutti i particolari e valutiamo quel che ha ottenuto, e alla fine troviamo che è pochissimo, e che quel poco è discutibile; allora Barnabas mette via la lettera e non ha voglia di consegnarla, ma nemmeno ha voglia di andare a dormire, si mette al suo lavoro di calzolaio e passa tutta la notte sullo sgabello. È così, K., questi sono i miei segreti, ora non ti meraviglierai più che Amalia rinunci a conoscerli». «E la lettera?», chiese K. «La lettera?», disse Olga. «Be', dopo un po' di tempo, quando ho insistito abbastanza - passano anche giorni, settimane - Barnabas prende la lettera e va a consegnarla. In queste formalità ho molto ascendente su di lui. Perché io, superata la prima impressione prodotta dal suo racconto, riesco a riprendermi, cosa che lui non è in grado di fare, forse proprio perché ne sa di più. E allora ogni volta posso dirgli, press'a poco: "Ma che cosa vuoi in fin dei conti, Barnabas? Quale carriera, quale meta sogni? Vuoi forse arrivare così lontano da dover abbandonare tutti noi, abbandonare me? È questo il tuo scopo? Come posso non crederlo? Non saprei spiegarmi altrimenti perché tu sia così terribilmente scontento di quanto hai già ottenuto. Guardati intorno e dimmi se qualcuno dei nostri vicini è già arrivato a tanto. Certo, la loro situazione è diversa dalla nostra, e non hanno alcun motivo di cercare di tirarsene fuori, ma anche senza fare dei confronti bisogna riconoscere che tu sei avviato benissimo. Ci sono ostacoli, incertezze, delusioni, ma questo significa soltanto quello che già sapevamo, che niente ti viene regalato, che anzi devi lottare per ogni minima cosa; ragione di più per essere fiero, e non abbattuto. E poi lotti anche per noi, no? Non significa proprio nulla per te questo? Non ti dà nuova energia? E il fatto che io sia felice di avere un fratello come te, e quasi me ne vanti, non ti dà sicurezza? In verità, tu mi deludi non per i risultati che ottieni al castello, ma per quelli che io ottengo da te. Hai il permesso di entrare nel castello, sei un frequentatore abituale degli uffici, passi giornate intere nella stessa stanza con Klamm, sei un messaggero pubblicamente riconosciuto, hai diritto a un abito ufficiale, ti vengono affidate delle lettere importanti da consegnare; sei tutto questo, puoi tutto questo e quando torni quaggiù, quando dovremmo gettarci nelle braccia l'uno dell'altra piangendo di gioia, sembra che al vedermi tutto il coraggio ti abbandoni; dubiti di ogni cosa, ti attirano soltanto i tuoi arnesi da calzolaio, e la lettera, questa garanzia del nostro avvenire, la getti in un angolo". È così che gli parlo, e dopo che gliel'ho ripetuto per giorni, arriva il momento che prende la lettera sospirando e va. Ma probabilmente non è l'effetto delle mie parole: egli si sente attirato verso il castello, e senza aver eseguito l'incarico non oserebbe andarci». «Eppure tutto quello che tu gli dici è giusto», disse K. «Hai riassunto ogni cosa in modo ammirevole. È straordinario come hai le idee chiare!». «No», disse Olga, «è un'illusione che ti do e forse illudo anche lui. Che cosa ha ottenuto Barnabas? Può entrare in un ufficio, ma non sembra nemmeno un ufficio, sembra piuttosto un'anticamera degli uffici, e forse neanche questo, forse una stanza dove vengono trattenuti tutti quelli che non hanno accesso nei veri uffici. Parla con Klamm, ma è poi Klamm? Non sarà qualcuno che somiglia un po' a Klamm? Magari un segretario, se va bene, uno che somiglia un po' a Klamm e si sforza di somigliargli ancora di più, e che poi si dà dell'importanza prendendo quella sua aria addormentata e sognante. Questo aspetto della sua personalità è il più facile da imitare, ci provano in molti, ma per il resto si astengono saggiamente dall'imitarlo. E un uomo come Klamm, che tanto spesso si desidera avvicinare e tanto raramente è raggiunto, nella fantasia della gente assume facilmente aspetti diversi. Per esempio, qui in paese Klamm ha un segretario di nome Momus. Ah sì? Lo conosci? Anche lui vive molto ritirato, ma io qualche volta l'ho visto. Un uomo giovane, robusto, vero? Dunque probabilmente non somiglia affatto a Klamm. Eppure in paese puoi trovare molta gente pronta a giurare che Momus non è altri che Klamm. Ecco come fa la gente a confondersi le idee da sola. E perché dovrebbe essere diverso al castello? Qualcuno ha detto a Barnabas che quel tale funzionario è Klamm, ed effettivamente c'è una certa somiglianza fra i due, ma una somiglianza che Barnabas seguita a mettere in dubbio. E tutto parla a favore dei suoi dubbi. Si dovrebbe credere che Klamm se ne stia lì pigiato con altri funzionari in una stanza comune, con la matita dietro l'orecchio? È assolutamente inverosimile. Barnabas qualche volta - e sono già i momenti in cui è d'umore fiducioso - dice un po' infantilmente: "Il funzionario somiglia molto a Klamm; se fosse in un ufficio suo, se sedesse a una sua scrivania, e sulla porta ci fosse il suo nome, non avrei più dubbi". Questo è infantile, ma anche comprensibile. Molto più comprensibile ancora sarebbe, a dire il vero, che Barnabas, quando è lassù, chiedesse subito a più persone come stanno realmente le cose; a quel che dice di gente ce n'è abbastanza in quell'ufficio. E anche se le loro informazioni non fossero più affidabili di quella dell'impiegato che gli ha indicato Klamm senza esserne richiesto, la loro molteplicità dovrebbe fornire almeno qualche punto di riferimento, di paragone. Non è un'idea mia, è un'idea di Barnabas, ma lui non osa metterla in atto; per paura di contravvenire involontariamente a qualche regola che ignora e perdere il posto, non si azzarda a rivolgere la parola a nessuno; tanto si sente insicuro; e questa mancanza davvero deplorevole di sicurezza m'illumina più di ogni racconto sulla sua situazione. Come gli deve apparire tutto incerto e minaccioso, lassù, se non osa nemmeno aprir bocca per fare una domanda così innocente. Quando ci penso, mi faccio una colpa di lasciarlo da solo in quelle sale sconosciute, dove succedono cose tali che persino lui, uno spericolato più che un vigliacco, trema, a quanto pare, di paura».
«Questo è il punto decisivo, credo», disse K. «È proprio così. Dopo tutto quello che hai detto, ora mi sembra di vederci chiaro. Barnabas è troppo giovane per questo incarico. Niente di quello che racconta può essere preso senz'altro sul serio. Se lui su al castello muore di paura, non è in grado di osservare niente, e se ciononostante lo si costringe a riferire quello che ha visto, si ottengono soltanto racconti fantastici e confusi. Non mi stupisce. Il rispetto dell'amministrazione è innato in voi, per tutta la vita ve l'inculcano da tutte le parti e in tutti i modi possibili, e voi stessi vi contribuite come meglio potete. Ma in fondo non ho niente contro; quando un'amministrazione è buona, perché non rispettarla? Solo non si ha il diritto allora di prendere un ragazzo ingenuo come Barnabas, che non ha mai superato il perimetro del paese, mandarlo d'un tratto al castello e pretendere poi da lui relazioni fedeli, studiare ogni sua parola come la parola d'un vangelo e far dipendere la felicità della propria vita dalla sua interpretazione. Niente di più sbagliato. Certo anch'io mi sono lasciato indurre in errore da Barnabas, esattamente come te, riponendo in lui delle speranze e ricevendo da parte sua delle delusioni, e sia le une che le altre erano fondate unicamente sulle sue parole, come dire quasi su nulla». Olga taceva. «Mi riesce penoso», disse K., «scuotere la fiducia che riponi in tuo fratello, perché vedo quanto lo ami e quello che ti aspetti da lui. Ma è necessario, e questo anche nell'interesse del tuo amore e delle tue speranze. Perché vedi, c'è sempre qualcosa - ignoro che cosa sia - che t'impedisce di riconoscere pienamente quello che Barnabas non ha ottenuto ma ha ricevuto in dono. Barnabas ha il diritto d'entrare negli uffici o, se vuoi, in un'anticamera; ammettiamo pure che sia un'anticamera, non ci sono pure porte che conducono altrove, barriere che, con un po' di abilità, si possono superare. A me per esempio quell'anticamera, almeno per ora, resta assolutamente inaccessibile. Non so con chi parli Barnabas quando è là, forse quello scrivano è l'ultimo degli inservienti, ma anche se è l'ultimo può condurre al penultimo, e se non può condurre a lui, può almeno dirne il nome, e se non può dirne il nome può indicare qualcuno che possa farlo. Il presunto Klamm non avrà nulla in comune con l'autentico, la somiglianza esisterà soltanto agli occhi di Barnabas accecati dall'emozione, egli sarà l'ultimo dei funzionari, magari non sarà nemmeno un funzionario, ma un compito qualunque, davanti a quel leggìo, l'assolve di certo, qualcosa legge in quel suo grosso libro, qualcosa sussurra allo scrivano, qualcosa pensa quando finalmente il suo sguardo cade su Barnabas, e anche se tutto questo non è vero, se le sue azioni non significano nulla, qualcuno l'ha pur messo lì e l'ha fatto con qualche intenzione. Voglio dire insomma che qualcosa c'è, che qualcosa a Barnabas viene offerto, almeno qualcosa, e se Barnabas non riesce a ricavarne che dubbi, paura e disperazione, la colpa è sua. Con ciò parto sempre dall'ipotesi più sfavorevole, che è anche molto improbabile. Perché abbiamo in mano delle lettere, lettere delle quali non mi fido molto, ma certo più che delle parole di Barnabas. Anche se sono vecchie lettere prive di valore, tirate fuori a casaccio da un mucchio di lettere altrettanto insignificanti, a casaccio e con lo stesso discernimento dei canarini alle fiere quando con il becco estraggono dal mucchio il foglietto della fortuna per consegnarlo a un tizio qualsiasi, non importa, ciò non toglie che quelle lettere abbiano almeno qualche rapporto con il mio lavoro; è evidente che sono destinate a me, anche se forse non per giovarmi; come hanno testimoniato il sindaco e sua moglie, sono redatte da Klamm, di suo pugno, e, sempre secondo il sindaco, hanno una grande importanza, seppure solo privata e poco comprensibile». «Ha detto così, il sindaco?», chiese Olga. «Sì, proprio così», rispose K. «Lo dirò a Barnabas», disse Olga in fretta, «lo incoraggerà molto». «Ma non ha bisogno d'incoraggiamento», disse K., «incoraggiarlo significherebbe dirgli che ha ragione, che continui pure come ha fatto finora, ma è proprio in questo modo che non otterrà mai niente. Puoi incoraggiare quanto vuoi chi ha gli occhi bendati a guardare attraverso la benda, non riuscirà mai a vedere qualcosa; ci vedrà soltanto quando gli verrà tolta la benda. A Barnabas serve aiuto, non incoraggiamento. Rifletti: lassù c'è l'amministrazione nella sua inestricabile grandezza - credevo di averne un'idea approssimativa, prima di arrivare qui; com'ero ingenuo! - lassù, dicevo, c'è l'amministrazione e Barnabas l'affronta, lui e nessun altro, penosamente solo; è fin troppo onore per lui non restarsene mortificato in un angolo buio degli uffici, e sparire per il resto della sua vita». «Non credere, K.», disse Olga, «che noi sottovalutiamo la difficoltà del compito che Barnabas si è assunto. Il rispetto per l'amministrazione non ci manca di certo, l'hai detto tu stesso». «Ma è un rispetto male indirizzato, un rispetto fuori di posto, tale d'avvilire il suo oggetto. Si può parlare ancora di rispetto quando Barnabas fa cattivo uso del regalo che gli fanno permettendogli di entrare in quel luogo, e vi passa le giornate senza far nulla, oppure quando, una volta tornato giù, sospetta e rimpicciolisce chi poco prima l'ha fatto tremare o quando, per disperazione o stanchezza, non consegna subito le lettere e non trasmette le ambasciate che gli sono state affidate? Questo non è più rispetto, direi. Ma il rimprovero va più in là, riguarda anche te, Olga; non te lo posso risparmiare. Con tutto il rispetto dell'amministrazione che credi di avere, hai mandato Barnabas al castello, malgrado fosse così giovane e debole e solo, o per lo meno non l'hai trattenuto».
«Il rimprovero che mi fai tu», disse Olga, «me lo sono fatto anch'io, da sempre. Ma non mi si deve rimproverare di aver mandato Barnabas al castello, non ce l'ho mandato io, è andato spontaneamente; avrei però dovuto trattenerlo con tutti i mezzi, con la forza, con l'astuzia, con la persuasione. Avrei dovuto trattenerlo, eppure se oggi fosse quel giorno, quel giorno decisivo, e io sentissi come allora e come oggi la miseria di Barnabas, la miseria della nostra famiglia, e se Barnabas come allora, chiaramente cosciente del pericolo e della sua responsabilità, si sciogliesse da me dolcemente, con un sorriso, nemmeno oggi lo tratterrei, nonostante le esperienze fatte nel frattempo e credo che al mio posto nemmeno tu potresti fare diversamente. Tu non conosci la nostra miseria, perciò sei ingiusto nei nostri riguardi, ma soprattutto Barnabas. Allora avevamo più speranza di oggi, ma anche allora la nostra speranza non era grande, grande era la nostra miseria, e tale è rimasta. Ma Frieda non ti ha mai detto nulla di noi?». «Solo accenni», disse K., «niente di preciso; ma basta il vostro nome per metterla in agitazione». «E non ha detto nulla nemmeno l'ostessa?». «No, nulla». «E nessun altro?». «Nessuno». «Ovvio. Come si potrebbe raccontare qualcosa? Tutti sanno qualcosa di noi: o la verità, per quanto è possibile che la capiscano, o almeno qualche diceria che fanno propria quando non la inventano loro stessi; e ognuno pensa a noi più del necessario, ma nessuno parla con franchezza, hanno paura a pronunciare certe cose. E hanno ragione. È difficile parlarne, anche con te, K., può anche darsi che, dopo avermi ascoltata, tu te ne vada e non voglia più saperne di noi, sebbene in apparenza la cosa ti riguardi poco. Allora ti avremo perduto, te che ormai, lo confesso, mi stai a cuore quasi più del servizio di Barnabas al castello. Eppure - questa contraddizione mi ha tormentata tutta la sera - tu devi sapere, altrimenti non ti farai un'idea della nostra situazione e continuerai a essere ingiusto nei confronti di Barnabas, il che mi farebbe soffrire molto; ci verrebbe a mancare quell'unione perfetta che è indispensabile, e tu non potresti né aiutarci né accettare il nostro aiuto, quello eccezionale. Ma resta una domanda: Vuoi davvero sapere?». «Perché me lo chiedi?», disse K. «Se è necessario voglio sapere; ma perché me lo chiedi?». «Per superstizione», disse Olga. «Ti troverai coinvolto negli affari nostri, innocentemente, senza molta più colpa di Barnabas». «Su, parla», disse K., «non ho paura. Con i tuoi timori di donna fai le cose peggiori di quel che sono».

17 • IL SEGRETO DI AMALIA

«Giudica tu stesso», disse Olga, «del resto la cosa sembra molto semplice quando la si racconta, non si capisce subito che possa avere tanta importanza. Al castello c'è un grosso funzionario che si chiama Sortini». «Ne ho già sentito parlare», disse K., «ha partecipato alla mia nomina». «Non credo», disse Olga, «Sortini non compare quasi mai in pubblico. Non ti confondi con Sordini, scritto con la "d"?». «Hai ragione», disse K. «era Sordini». «Sì», disse Olga, «Sordini è molto conosciuto, è uno dei funzionari più attivi, si parla molto di lui; Sortini invece vive molto ritirato e sono in pochi a conoscerlo. Più di tre anni fa lo vidi per la prima e l'ultima volta. Era il tre di luglio a una festa dell'associazione dei pompieri, aveva partecipato anche il castello e donato una pompa nuova. Sortini, che a quanto dicono si occupa anche di protezione contro gl'incendi (ma forse era lì semplicemente in rappresentanza di qualcuno - i funzionari si sostituiscono quasi sempre a vicenda, perciò è difficile riconoscere le competenze dell'uno o dell'altro), prese parte alla consegna della pompa; naturalmente era venuta altra gente dal castello, funzionari e inservienti, e Sortini - come è nel suo carattere - si teneva sullo sfondo. È un signore piccolo, gracile e pensoso; una cosa che colpiva tutti quelli che lo notavano era il modo in cui corrugava la fronte, tutte le rughe - ed erano numerosissime, sebbene egli non avesse più di quarant'anni - convergevano dritte a ventaglio verso la radice del naso, non ho mai visto una cosa simile. Dunque, c'era quella festa. Noi, Amalia e io, l'aspettavamo da settimane, i vestiti della domenica erano stati in parte accomodati, specialmente l'abito di Amalia era bellissimo, la camicetta bianca tutta arricciata sul davanti con una fila sopra l'altra di pizzi, nostra madre le aveva prestato tutti i suoi pizzi, io ero invidiosa e piansi metà della notte precedente la festa. Solo al mattino, quando la padrona della Locanda del Ponte venne a vederci...». «La padrona della Locanda del Ponte?», chiese K. «Sì», disse Olga, «eravamo grandi amiche; dunque venne a vederci e dovette ammettere che Amalia era in vantaggio, e allora, per consolarmi, mi prestò la sua collana di granati di Boemia. Ma quando fummo pronte ad uscire e Amalia, davanti a me, lasciò che noi tutti l'ammirassimo, e nostro padre disse: "Oggi, ricordatevelo, Amalia troverà un fidanzato" io, non so perché, mi tolsi la collana, di cui andavo così fiera, e la misi al collo di Amalia, senza più ombra di gelosia. M'inchinavo davanti alla sua vittoria, tutto qui, ed ero convinta che ognuno dovesse inchinarsi, forse allora eravamo stupiti di vederla diversa dal solito, perché veramente bella non lo era, ma il suo sguardo cupo, che da allora lei ha sempre conservato, passava alto al di sopra di noi, e davanti a lei ognuno s'inchinava quasi davvero, e involontariamente. Lo notarono tutti, anche Lasemann e sua moglie che erano venuti a prenderci». «Lasemann?», chiese K. «Sì, Lasemann», disse Olga. «La nostra famiglia era tenuta in grande considerazione, e la festa, per esempio, non avrebbe potuto incominciare senza di noi, perché nostro padre era terzo capo istruttore dei pompieri». «Era ancora così in gamba vostro padre?». «Mio padre?», chiese Olga come se non capisse bene. «Tre anni fa era ancora un giovanotto, per così dire; durante un incendio all'Albergo dei Signori, per esempio, ha portato fuori in spalla e a passo di corsa un funzionario, Galater, un uomo pesantissimo. Ero presente anch'io, a dire il vero non c'era nessun pericolo, semplicemente la legna secca vicino a una stufa aveva incominciato a far fumo, ma Galater si è spaventato, ha gridato aiuto dalla finestra, sono arrivati i pompieri, e mio padre ha dovuto portarlo fuori anche se il fuoco era già spento. Be', Galater si muove con difficoltà e in casi del genere dev'essere prudente. Ti racconto questo solo per dirti di mio padre, sono passati tre anni o poco più e guarda com'è ridotto». Solo allora K. si accorse che Amalia era tornata nella stanza, ma stava lontana, vicina al tavolo dei genitori, dava da mangiare alla madre che non riusciva a muovere le braccia per i reumatismi, e intanto si rivolgeva al padre chiedendogli di pazientare ancora un momento che sarebbe subito arrivata anche da lui. Ma le sue esortazioni non ebbero effetto perché il padre si buttava già avidamente sulla sua minestra e, vinta la propria debolezza, cercava ora di succhiarla dal cucchiaio, ora di berla direttamente dal piatto, brontolando arrabbiato perché non gli riusciva né una cosa né l'altra: il cucchiaio era già vuoto da un pezzo prima di arrivare alla bocca, e non erano mai le labbra ma solo i baffi spioventi che s'immergevano nella minestra, e questa gocciava e schizzava dappertutto tranne che in bocca. «Tre anni l'hanno ridotto così?», chiese K., ma continuava a non provare alcuna compassione per i due vecchi e tutto quell'angolo là in fondo, solo ribrezzo. «Tre anni», disse Olga lentamente, «o più esattamente un paio d'ore di festa. La festa si svolgeva su un prato fuori del paese, in riva al torrente, c'era già una gran folla quando arrivammo, era venuta molta gente anche dai paesi vicini, il rumore stordiva. Per prima cosa, naturalmente, nostro padre ci condusse alla pompa, quando la vide rise di gioia, quella pompa nuova lo rendeva felice, si mise a tastarla e a spiegarci com'era fatta, non tollerava di essere contraddetto né che altri mostrasse scarso entusiasmo; se sotto la pompa c'era qualcosa da vedere, dovevamo chinarci tutti e camminare quasi carponi; Barnabas, che si rifiutava di farlo, si prese delle botte. Solo Amalia non badava alla pompa, stava ritta lì vicino nel suo bel vestito, e nessuno osava dirle qualcosa, ogni tanto io correvo da lei e la prendevo a braccetto, ma lei taceva. Ancora oggi non riesco a spiegarmi come mai ci fermammo tanto tempo davanti alla pompa, e solo quando mio padre se ne staccò, scorgemmo Sortini, che nel frattempo doveva essere rimasto sempre dietro la pompa, appoggiato a una leva. Il baccano era, a dire il vero, spaventoso, non semplicemente quello che di solito c'è alle feste. Il castello aveva infatti regalato al corpo dei pompieri alcune trombe, speciali strumenti dai quali con il minimo sforzo - ne sarebbe stato capace un bambino - si potevano produrre i suoni più brutali; a sentirle si credeva che fossero arrivati i turchi, e non era possibile abituarsi, a ogni suono si faceva un balzo. E poiché le trombe erano nuove, tutti volevano provarle, e siccome era una festa popolare, li lasciavano fare. Proprio intorno a noi, forse attirati da Amalia, c'erano alcuni di questi suonatori; era difficile non perdere la testa, e se per giunta si doveva prestare attenzione anche alla pompa, come imponeva mio padre, era veramente il massimo che si potesse fare, ecco perché Sortini, che del resto non avevamo mai visto prima, era sfuggito alla nostra attenzione per un tempo così insolitamente lungo. "C'è Sortini", sussurrò infine Lasemann a mio padre, e io ero accanto a loro. Mio padre fece un profondo inchino e, molto eccitato, fece segno anche a noi d'inchinarci. Senza ancora conoscerlo, mio padre aveva sempre venerato in Sortini l'esperto in protezione contro gl'incendi e spesso a casa aveva parlato di lui, anche per noi fu dunque una grossa sorpresa e un avvenimento importante vedere Sortini in persona. Ma Sortini non badò a noi - non era una particolarità di Sortini, quasi tutti i funzionari paiono assenti quando sono in pubblico -, inoltre era stanco, solo il suo dovere professionale lo tratteneva ancora alla festa; non sono i funzionari peggiori quelli che trovano particolarmente opprimenti i loro doveri di rappresentanza; altri funzionari e inservienti, dal momento che erano già lì, si erano mescolati alla gente; lui invece era rimasto vicino alla pompa, respingendo con il suo silenzio chiunque cercasse di avvicinarlo per presentargli qualche richiesta o per adularlo. Quindi ci notò molto dopo che noi avevamo notato lui. Solo quando c'inchinammo rispettosamente e nostro padre cercò di scusarci, guardò verso di noi, ci guardò nell'ordine, l'uno dopo l'altro, con aria stanca; era come se sospirasse nel vedere che accanto a uno ce n'era sempre un altro, finché si fermò su Amalia, verso la quale dovette alzare gli occhi perché lei era molto più alta di lui. Ebbe un sussulto, poi saltò il timone per essere più vicino ad Amalia, noi sulle prime non capimmo e facemmo per andare verso di lui con nostro padre in testa, ma Sortini ci fermò levando la mano e ci fece poi cenno di andarcene. Questo fu tutto. Prendemmo in giro Amalia per un bel po', dicendole che si era trovata un fidanzato davvero; non avendo afferrato la situazione fummo molto allegri per tutto il pomeriggio, ma Amalia era più silenziosa che mai. "Ha perso completamente la testa per Sortini", diceva Brunswick, che è sempre un po' rozzo e non può capire una natura come quella di Amalia; ma questa volta la sua osservazione ci parve quasi giusta; quel giorno eravamo tutti un po' matti, e tutti, tranne Amalia, storditi dal vino dolce del castello quando arrivammo a casa dopo la mezzanotte». «E Sortini?», chiese K. «Già, Sortini», disse Olga, «Sortini, lo vidi ancora più di una volta passando di lì, stava seduto sul timone, le braccia incrociate sul petto, e rimase così finché venne a prenderlo la carrozza del castello. Non assistette nemmeno alle esercitazioni dei pompieri nelle quali mio padre, proprio nella speranza che Sortini lo vedesse, si distinse fra tutti gli uomini della sua età». «E non avete più sentito parlare di lui?», chiese K. «Sembra che tu abbia una grande venerazione per Sortini». «Venerazione, sì», disse Olga. «Sì, e abbiamo ancora sentito parlare di lui. Il mattino seguente un grido di Amalia ci svegliò dal sonno pesante dato dal vino; gli altri ricaddero subito nel letto, io invece ero completamente sveglia e corsi da Amalia. Lei era in piedi vicino alla finestra e teneva in mano una lettera che un uomo le aveva appena consegnata, l'uomo era ancora lì davanti alla finestra e aspettava una risposta. Amalia aveva già letto la lettera - era breve - e la teneva nella mano mollemente abbandonata; come le volevo bene quand'era così stanca. M'inginocchiai accanto a lei e lessi la lettera. Appena ebbi finito, Amalia, dopo avermi lanciato una breve occhiata, sollevò di nuovo la lettera, ma non trovò il coraggio di rileggerla, la strappò, gettò i pezzi in faccia all'uomo e chiuse la finestra. Ecco ciò che avvenne quel mattino decisivo. Io lo chiamo decisivo, ma altrettanto decisivo era stato ogni istante del pomeriggio che lo aveva preceduto». «E che cosa diceva la lettera?», chiese K. «Già, non l'ho ancora raccontato», disse Olga. «La lettera era di Sortini, indirizzata alla ragazza con la collana di granati. Non posso ripetere il contenuto. Era un invito a raggiungerlo all'Albergo dei Signori, e Amalia doveva andarci subito perché mezz'ora dopo Sortini sarebbe partito. La lettera era scritta in termini volgarissimi, che io non avevo mai uditi e che indovinavo solo a metà dal contesto. Chi, non conoscendo Amalia, avesse letto quella lettera, doveva ritenere disonorata la ragazza alla quale un uomo osava scrivere così, anche se nessuno l'aveva mai toccata. E non era una lettera d'amore, non conteneva una sola parola carina, anzi Sortini si mostrava seccato che la vista di Amalia lo avesse turbato, distolto dai suoi affari. In seguito ci spiegammo la cosa in questo modo: probabilmente Sortini aveva voluto tornare al castello la sera stessa, ma era rimasto in paese per Amalia e la mattina seguente, furente di non averla potuta dimenticare nemmeno durante la notte, aveva scritto quella lettera. Sulle prime una simile lettera non poteva che indignare, anche una donna di grande sangue freddo; ma poi, in un'altra che non fosse Amalia, di fronte a quel tono cattivo, minaccioso, la paura avrebbe forse prevalso; Amalia, che non conosce la paura né per sé né per gli altri, perdurò nell'indignazione. E mentre io tornavo a infilarmi nel letto ripetendo fra me la frase di chiusura lasciata in sospeso: "Vieni subito, dunque, altrimenti...!" Amalia rimase seduta sulla panca accanto alla finestra, e guardava fuori come se aspettasse altri messaggeri, pronta a trattarli tutti come il primo». «E questi sarebbero i funzionari», disse K. esitante, «begli esemplari si trovano fra loro. Che cos'ha fatto tuo padre? Spero che abbia vivamente protestato contro Sortini presso chi di dovere, a meno che non abbia preferito la via più rapida e sicura dell'Albergo dei Signori. La cosa più brutta di tutta la storia non è l'offesa ad Amalia, che si poteva facilmente riparare e non capisco perché tu le dia tanto peso; perché mai Sortini con una lettera simile dovrebbe aver compromesso per sempre Amalia? A sentire il tuo racconto si potrebbe crederlo, ma è proprio questo che non è possibile, era facile ottenere soddisfazione per Amalia, e in pochi giorni l'incidente sarebbe stato dimenticato; Sortini non ha compromesso Amalia ma se stesso. È Sortini che mi fa spavento, la possibilità di simili abusi di potere. Ciò che in questo caso è fallito, perché era dichiarato a tonde lettere e del tutto trasparente, e perché Sortini ha trovato in Amalia un'avversaria più forte, può riuscire pienamente in mille altri casi, basta che vi siano circostanze un po' meno sfavorevoli, e può sfuggire a ogni sguardo, anche allo sguardo di chi subisce il sopruso».
«Zitto», disse Olga, «Amalia ci guarda». Amalia aveva finito di dar da mangiare ai genitori e ora stava spogliando la madre; le aveva appena slacciato la gonna, si mise le braccia della madre attorno al collo e così la sollevò un poco, fece scivolare la gonna e la rimise delicatamente a sedere. Il padre, sempre scontento di veder la madre servita per prima, il che accadeva soltanto perché la donna aveva ancor più bisogno di lui di essere aiutata, cercò, forse anche per punire la lentezza della figlia, di spogliarsi da solo, ma anche se incominciò dalla cosa più inutile e più facile, cioè dalle enormi pantofole in cui i suoi piedi navigavano, non riuscì in alcun modo a levarsele; dovette rinunciarvi con un rantolo cupo e tornò ad appoggiarsi, rigido, allo schienale della sedia.
«Tu non cogli l'elemento decisivo», disse Olga, «avrai pure ragione in quello che dici, ma l'elemento decisivo fu che Amalia non andò all'Albergo dei Signori; passi ancora il modo in cui aveva trattato i messaggeri, questo si sarebbe potuto mettere a tacere; ma il fatto di non essere andata all'Albergo ha attirato la maledizione sulla nostra famiglia, e ora anche il trattamento inflitto al messaggero diventava imperdonabile, anzi, davanti all'opinione pubblica veniva messo in primo piano». «Come!», esclamò K. e abbassò subito la voce poiché Olga aveva alzato le mani in un gesto implorante. «Tu, sua sorella, non mi dirai che Amalia avrebbe dovuto obbedire a Sortini e correre all'albergo?». «No», disse Olga, «Dio mi guardi dall'essere sospettata di una cosa simile; come puoi pensarlo? Non conosco nessuno che agisca in modo così giusto come Amalia, in tutto quello che fa. Se fosse andata all'albergo, a dire la verità, le avrei dato ugualmente ragione; ma il non esserci andata è stato eroico. Per quanto mi riguarda, te lo confesso apertamente, se avessi ricevuto una lettera di quel genere, ci sarei andata. Non avrei retto la paura di quel che sarebbe successo, solo Amalia ne era capace. Qualche scappatoia c'era, un'altra per esempio si sarebbe fatta bella, e intanto sarebbe passato un po' di tempo, poi, arrivata all'albergo, avrebbe appreso che Sortini se n'era già andato, forse era partito subito dopo aver inviato il messaggero, cosa del resto probabilissima, perché i capricci dei signori durano poco. Ma Amalia non fece questo né nulla di simile, era troppo profondamente offesa, e rispose senza mezzi termini. Avesse in qualche modo anche solo finto di obbedire, avesse almeno varcato giusto in tempo la soglia dell'albergo, la maledizione avrebbe potuto essere stornata, noi abbiamo avvocati molto abili qui in paese, che da un nulla riescono a fare quel che si vuole, ma in questo caso non esisteva nemmeno quel nulla provvidenziale; al contrario, c'era l'affronto alla lettera di Sortini e l'offesa al messaggero». «Ma quale sventura», disse K., «quali avvocati? Non si poteva certo accusare o addirittura punire Amalia per la condotta criminale di Sortini». «E invece sì», disse Olga, «si poteva; non certo facendole un regolare processo, e non è nemmeno stata punita direttamente, l'hanno punita in un altro modo, lei e tutta la nostra famiglia, e quanto sia pesante questa punizione tu incominci forse solo ora a capirlo. A te pare una cosa ingiusta e mostruosa, ma in paese la tua resta un'opinione del tutto isolata, un'opinione che ci è favorevole e che dovrebbe confortarci, e sarebbe così infatti se non si fondasse visibilmente su degli errori. Mi è facile dimostrartelo, scusami se vengo a parlare di Frieda, ma tra Frieda e Klamm - a prescindere da come è andata in seguito - c'è stato qualcosa di molto simile a quello che è successo tra Amalia e Sortini, eppure, adesso trovi che sia giusto così, anche se sulle prime ne hai provato spavento. E non è perché tu ci sei abituato, l'abitudine non può rendere così ottusi quando si tratta di dare un giudizio tanto semplice, ma semplicemente perché ti sei sbarazzato dei tuoi errori». «No, Olga», disse K., «non so perché tiri in ballo Frieda, il suo caso è del tutto differente, non mescolare situazioni così radicalmente diverse e continua a raccontare». «Ti prego», disse Olga, «non avertene a male se insisto nel paragone; c'è ancora un residuo di errore anche riguardo a Frieda, se ritieni di doverla difendere da questo paragone. Frieda non è affatto da difendere, ma solo da elogiare. Quando confronto i due casi non dico che siano uguali; stanno l'uno all'altro come il bianco sta al nero, e il bianco è Frieda. Nel peggiore dei casi, di Frieda si può ridere, come ho fatto io nella sala, sgarbatamente - in seguito me ne sono molto pentita -, ma anche chi ride qui è già cattivo o invidioso, comunque ridere si può. Amalia invece, se non si è legati a lei da vincoli di sangue, si può solo disprezzarla. Perciò sono casi radicalmente diversi, come tu dici, eppure affini». «Non sono nemmeno affini», disse K. scuotendo la testa irritato, «lascia stare Frieda, Frieda non ha ricevuto quella bella lettera di Sortini, e poi Frieda ha amato veramente Klamm, e chi ne dubita può chiederlo a lei, lo ama ancor oggi». «Sono differenze così grandi?», chiese Olga. «Credi che Klamm non avrebbe potuto scrivere esattamente le stesse cose a Frieda? Quando i signori si alzano dalla loro scrivania sono così, non ci si ritrovano nel mondo, e allora nella loro distrazione dicono le cose più volgari, non tutti, ma molti. La lettera ad Amalia può esser stata buttata giù su carta solo nel pensiero, nel più totale disprezzo di ciò che è stato realmente scritto. Che ne sappiamo noi di quel che pensano i signori? Non hai sentito tu stesso, o udito raccontare, con che tono Klamm si rivolge a Frieda? Tutti sanno che Klamm è un gran villano; si dice che stia zitto per ore, poi d'un tratto se ne vien fuori con qualche volgarità da far rabbrividire. Di Sortini questo non si racconta, anche perché lui stesso è praticamente sconosciuto. In realtà, di lui si sa soltanto che il suo nome somiglia a quello di Sordini; se non fosse per questa somiglianza di nome, forse nessuno lo conoscerebbe. Anche come esperto in fatto d'incendi probabilmente lo scambiano con Sordini, che è il vero esperto e sfrutta la somiglianza del nome soprattutto per scaricare su Sortini i doveri di rappresentanza e dedicarsi indisturbato al suo lavoro. Quando un uomo ignaro del mondo come Sortini s'innamora all'improvviso di una ragazza di paese, la cosa prenderà naturalmente forme diverse che non se a innamorarsi fosse il garzone di falegname della porta accanto. Si deve anche pensare che fra un funzionario e la figlia di un calzolaio la distanza è grande, e in qualche modo bisogna colmarla, Sortini ci ha provato in questo modo, un altro farà diversamente. Dicono che apparteniamo tutti al castello e che non esiste distanza e non c'è niente da colmare, il che forse in generale è vero, ma purtroppo abbiamo avuto occasione di vedere che, al momento buono, non è vero affatto. In ogni caso, dopo tutto questo, il modo di agire di Sortini ti risulterà più comprensibile, meno mostruoso; ed effettivamente è molto più comprensibile, paragonato a quello di Klamm, e più sopportabile, anche per chi è direttamente coinvolto. Quando Klamm scrive una lettera tenera è più imbarazzante della lettera più grossolana di Sortini. Non fraintendermi, io non mi permetto di giudicare Klamm, faccio solo dei confronti perché tu li rifiuti. Con le donne Klamm è come un comandante, ingiunge ora a questa ora a quella di venire da lui, non ne sopporta a lungo nessuna, e come ordina di venire così ordina di andare. Oh, Klamm non si darebbe certo la pena di scrivere prima una lettera. E, al paragone, ti pare ancora mostruoso che Sortini, il riservatissimo Sortini, le cui relazioni con le donne sono per lo meno ignote, si segga lì e scriva con la sua bella scrittura di funzionario una lettera, anche se abietta? Se dunque non risulta alcuna differenza a favore di Klamm, anzi il contrario, credi che l'amore di Frieda potrebbe produrla? I rapporti delle donne con i funzionari sono, credimi, molto difficili o, piuttosto, sempre molto facili da giudicare. L'amore non manca mai. Non esiste l'amore infelice di un funzionario. Vista così, non è un elogio quando di una ragazza si dice - non sto parlando soltanto di Frieda, lungi da questo - che si è concessa a un funzionario solo perché lo amava. Lo amava e gli si è concessa, è stato così, però non c'è proprio niente da lodare. Ma Amalia, tu ribatti, non amava Sortini. Be', sì, forse non lo amava, ma forse invece lo amava, chi può dirlo? Nemmeno lei stessa. Come può credere di non averlo amato, se lo ha respinto energicamente come forse mai un funzionario è stato respinto? Barnabas dice che a volte lei trema ancora del gesto con cui tre anni fa ha chiuso quella finestra. Ed è vero, per questo non si ha il diritto di farle delle domande; con Sortini ha chiuso e altro non sa; se lo ama o no, non lo sa. Noi però sappiamo che le donne non possono fare a meno di amare i funzionari una volta che questi hanno posato lo sguardo su di loro; anzi, li amano ancor prima, per quanto lo neghino recisamente, e Sortini non ha solo posato lo sguardo su Amalia, ha addirittura saltato il timone della pompa quando l'ha vista, l'ha saltato con le sue gambe irrigidite dal lavoro sedentario. Ma Amalia è un'eccezione, dirai tu. Sì, lo è, lo ha dimostrato rifiutandosi di andare da Sortini, questo è abbastanza eccezionale; adesso poi, che non abbia nemmeno amato Sortini sarebbe troppo eccezionale, sarebbe addirittura incomprensibile. Quel pomeriggio noi eravamo sicuramente colpiti da cecità, tuttavia il fatto che, attraverso la nebbia, abbiamo creduto di notare vagamente che Amalia era innamorata, dimostra ancora un po' di lucidità. Ma se si confronta tutto questo, che differenza rimane tra Frieda e Amalia? Solo una, che Frieda ha fatto quello che Amalia ha rifiutato di fare». «Può darsi», disse K., «ma per me la differenza fondamentale è che Frieda è la mia fidanzata, mentre in fondo di Amalia m'importa solo in quanto è la sorella di Barnabas, il messaggero del castello, e il suo destino forse è legato al servizio di Barnabas. Se un funzionario le avesse fatto un torto così clamoroso, come all'inizio mi pareva dal tuo racconto, la cosa mi avrebbe interessato molto, ma sempre più come affare pubblico che come sofferenza personale di Amalia. Ora però, dopo il tuo racconto, il quadro è cambiato in un modo che non mi è del tutto chiaro ma che mi pare abbastanza attendibile perché sei tu che me lo presenti, e quindi sono disposto a sorvolare sulla faccenda, non sono un pompiere, che m'importa di Sortini. Di Frieda invece m'importa molto, e trovo strano che tu, nella quale ho riposto e voglio continuare a riporre la mia piena fiducia, cerchi continuamente di attaccarla per la via traversa di Amalia, e a rendermela sospetta. Non dico che lo fai con intenzione, e tanto meno con un'intenzione cattiva, altrimenti sarei stato costretto ad andarmene già da un pezzo. Non lo fai con intenzione, ti ci portano le circostanze; il tuo amore per Amalia ti spinge a elevarla al di sopra di tutte le donne, e poiché in Amalia stessa non trovi abbastanza elementi degni di elogio, cerchi di ottenere lo scopo sminuendo le altre donne. Il gesto di Amalia è fuori del comune, ma più ne parli e meno si può giudicare se sia stato grande o piccolo, saggio o folle, eroico o vile, i moventi sono chiusi nel petto di Amalia, nessuno glieli strapperà. Frieda invece non ha fatto proprio niente di straordinario, ha obbedito soltanto al cuore, chiunque voglia giudicare lo vede chiaramente, chiunque può verificarlo; non c'è spazio per i pettegolezzi. Ma io non voglio sminuire Amalia né difendere Frieda, voglio solo farti capire qual è il mio rapporto con Frieda e che ogni attacco a lei è un attacco alla mia stessa esistenza. Sono venuto qui di mia volontà e di mia volontà mi ci sono stabilito, ma tutto ciò che è successo dopo, e in primo luogo le mie prospettive future - che saranno buie finché vuoi, ma esistono -, tutto questo lo devo a Frieda, indiscutibilmente. Sono stato assunto come agrimensore, ma era solo un'apparenza, si sono presi gioco di me, mi hanno cacciato fuori da tutte le case, si prendono gioco di me ancora oggi, ma è molto più difficile, sono cresciuto di dimensioni, per così dire, e questo significa già qualcosa; non sarà un granché, ma ho già un posto dove abitare, un impiego e un vero lavoro, ho una fidanzata che mi sostituisce quando ho altri affari da sbrigare, la sposerò e diventerò un membro della comunità, infine oltre a quello ufficiale ho un rapporto personale con Klamm, di cui, a dire il vero, finora non mi è possibile approfittare. Non è poco, no? E quando vengo da voi, a chi fate buona accoglienza? A chi confidi la storia della tua famiglia? Da chi ti aspetti la possibilità, sia pur minima e improbabile, di un qualsiasi aiuto? Non certo da me, dall'agrimensore che, per esempio, solo una settimana fa Lasemann e Brunswick hanno cacciato a forza dalla loro casa, no, lo aspetti dall'uomo che ha già dei mezzi di pressione qualsiasi, ma quei mezzi di pressione io li devo a Frieda, Frieda che per modestia non ne vorrà sapere assolutamente nulla se cercherai d'interrogarla a questo proposito. Eppure, a giudicare da tutto ciò, sembra che Frieda con la sua innocenza abbia fatto più di Amalia con tutta la sua arroganza; perché, vedi, ho l'impressione che tu cerchi aiuto per Amalia. E da chi? Precisamente da Frieda». «Ho davvero parlato così male di Frieda?», disse Olga. «Non lo volevo e non credo nemmeno di averlo fatto, ma in fondo è possibile, la nostra situazione è tale che siamo in rotta col mondo e quando incominciamo a lamentarci ci lasciamo trascinare non sappiamo dove. D'altronde hai ragione, c'è una grande differenza adesso tra noi e Frieda, ed è bene sottolinearla una buona volta. Tre anni fa noi eravamo due ragazze della borghesia e Frieda, l'orfana, faceva la serva alla Locanda del Ponte; le passavamo accanto senza sfiorarla con lo sguardo; certo, eravamo troppo arroganti, ma ci avevano educate così. L'altra sera all'Albergo dei Signori, però, hai visto come stanno ora le cose: Frieda con la frusta in mano e io in mezzo alla servitù. Ma è peggio ancora. Frieda può ben disprezzarci, questo corrisponde alla sua posizione, lo vogliono le circostanze. Ma chi mai non ci disprezza! Chi si decide a disprezzarci si ritrova subito in grandissima compagnia. Conosci la ragazza che ha preso il posto di Frieda? Si chiama Pepi. Io l'ho conosciuta solo l'altro ieri sera; prima faceva la cameriera. Il suo disprezzo per me supera di sicuro quello di Frieda. Quando sono andata a prendere la birra mi ha visto dalla finestra, è corsa alla porta e l'ha sprangata. Ho dovuto pregarla a lungo e prometterle il nastro che avevo nei capelli, prima che mi aprisse. Ma quando poi gliel'ho dato, l'ha gettato in un angolo. Bene, mi disprezzi pure, in parte io sono in balìa dei suoi capricci, e lei serve in sala all'Albergo dei Signori; certo lo fa soltanto per qualche tempo e di sicuro non ha le doti necessarie per venire assunta stabilmente. Basta sentire come l'albergatore parla con Pepi e ricordarsi come parlava con Frieda. Ma questo non impedisce a Pepi di disprezzare anche Amalia, Amalia il cui sguardo basterebbe a far sparire dalla stanza la piccola Pepi, trecce e fiocchi compresi, a una velocità che non raggiungerebbe mai se dipendesse solo da quelle sue gambotte. Che chiacchiere indegne mi è toccato sentire da lei ancora ieri sul conto di Amalia, finché poi i clienti non hanno preso le mie parti, purtroppo nel modo che hai già potuto vedere una volta». «Come ti agiti», disse K., «ho soltanto messo Frieda al posto che le spetta, ma non intendevo sminuire voi, come adesso sembri credere. Anche per me la tua famiglia ha qualcosa di singolare, non l'ho mai nascosto; ma come questa singolarità possa dare adito al disprezzo non lo capisco». «Oh, K.», disse Olga, «finirai anche tu per capirlo, temo; non riesci proprio a vedere che la causa prima di questo disprezzo è stato il contegno di Amalia nei confronti di Sortini?». «Sarebbe ben strano», disse K., «si può ammirare o biasimare Amalia per questo; ma disprezzarla? E se per una ragione che io non posso capire Amalia viene davvero disprezzata, perché estendere il disprezzo a voi, alla famiglia innocente? Che Pepi ti disprezzi, per esempio, è proprio grossa, e la volta che tornerò all'Albergo dei Signori gliela farò pagare». «Eh, K.», disse Olga, «se tu volessi far cambiare opinione a tutti quelli che ci disprezzano, sarebbe una bella impresa, perché la cosa parte dal castello. Ricordo ancora con esattezza la mattina che seguì alla festa. Brunswick, che allora lavorava per noi, era venuto come ogni giorno, mio padre gli aveva dato il suo lavoro e l'aveva mandato a casa, poi ci eravamo seduti a tavola per far colazione; tutti, tranne Amalia e io, erano molto animati, mio padre non la finiva di raccontare della festa, aveva una quantità di progetti per il corpo dei pompieri, il castello infatti ha un suo corpo speciale che aveva anche mandato alla festa una delegazione con la quale erano state discusse diverse questioni; i signori del castello che erano presenti avevano preso atto della preparazione dei nostri pompieri, si erano espressi molto favorevolmente, avevano fatto un confronto con quella dei pompieri del castello, il risultato era stato a nostro vantaggio, si era parlato della necessità di una riorganizzazione del corpo del castello, a questo scopo sarebbe stato necessario far venire degli istruttori dal paese, c'erano già alcuni candidati, ma mio padre sperava che la scelta cadesse su di lui. Parlava dunque di questo e, poiché era sua abitudine mettersi ben comodo mangiando, occupava con le braccia metà della tavola, e quando guardava il cielo dalla finestra aperta il suo viso era così giovane, così felice e pieno di speranza! Non l'avrei mai più rivisto così. Fu allora che Amalia, con un'aria di superiorità che non conoscevamo ancora in lei, disse che non si doveva prestar molta fede a quei discorsi dei signori; in occasioni simili i signori amano dire cose che suonano gradite ma significano poco o niente, appena dette sono già dimenticate per sempre, ciò non toglie che alla prossima occasione ci si lasci di nuovo abbindolare. Nostra madre le rimproverò quei discorsi, nostro padre si limitò a ridere della sua consumata saggezza e grande esperienza, poi però trasalì, parve cercare qualcosa di cui solo ora notava la mancanza, ma non mancava nulla, ed egli disse che Brunswick aveva parlato di un messaggero e di una lettera stracciata, e chiese se per caso ne sapevamo qualcosa, a chi si riferiva la storia e com'era andata. Noi tacemmo, Barnabas, che allora era ancora giovane come un agnellino, disse qualcosa di particolarmente stupido o impertinente, si parlò d'altro e la cosa fu dimenticata».

18 • IL CASTIGO DI AMALIA

«Ma poco dopo fummo bersagliati da ogni parte di domande sulla storia della lettera, arrivarono amici e nemici, conoscenti ed estranei; non si fermavano a lungo, però, i migliori amici si congedavano per primi. Lasemann, di solito così lento e dignitoso, entrò come se avesse voluto soltanto prendere le misure della stanza, un'occhiata all'intorno e via; parve un orribile gioco di bambini quando Lasemann prese la fuga e mio padre si staccò dagli altri e lo rincorse fin sull'uscio di casa prima di desistere; venne Brunswick e annunciò a mio padre che si licenziava, disse molto sinceramente che intendeva mettersi in proprio, era un uomo astuto che sapeva sfruttare il momento; arrivarono dei clienti a riprendersi le scarpe che avevano lasciato in riparazione, dapprima mio padre tentò di indurli a cambiare idea - e ciascuno di noi gli diede man forte come meglio poteva -, poi vi rinunciò e in silenzio aiutò i clienti nelle loro ricerche, dal libro delle commissioni veniva cancellata una riga dopo l'altra, furono restituite le provviste di cuoio che la gente ci aveva lasciato in consegna, i debiti vennero saldati, tutto si svolse senza la minima discussione, la gente era contenta se riusciva a sciogliere alla svelta e completamente ogni legame con noi, anche perdendoci qualcosa, poco importava. E alla fine, com'era prevedibile, comparve Seemann, il comandante dei pompieri; vedo ancora la scena: Seemann, grande e grosso, ma un po' curvo e malato di polmoni, sempre serio, non sa ridere, è in piedi di fronte a mio padre, che ha ammirato, al quale nei momenti di confidenza ha fatto balenare la prospettiva di un posto di vicecomandante, e deve comunicargli che l'associazione dei pompieri lo congeda e chiede la restituzione del diploma. Le persone che si trovavano da noi in quel momento lasciarono i loro affari e si strinsero in cerchio intorno ai due uomini. Seemann non riesce a dir nulla, continua a battere sulla spalla a mio padre come per tirargli fuori a colpetti quelle parole che dovrebbe dire lui e non trova. Intanto non smette di ridere, probabilmente per rassicurare un po' se stesso e gli altri; ma poiché non sa ridere e mai l'hanno sentito ridere, a nessuno viene in mente che stia ridendo. Mio padre però, con la giornata che ha avuto, è troppo stanco e disperato per poter aiutare qualcuno, anzi sembra persino troppo stanco per chiedersi che cosa stia succedendo. Noi tutti eravamo altrettanto disperati, ma essendo giovani non potevamo credere a uno sfacelo così totale, pensavamo che fra tanti visitatori ne sarebbe finalmente arrivato uno a intimare l'alt e imporre un movimento all'indietro. Nella nostra ingenuità, Seemann ci pareva particolarmente adatto a far ciò. Attendemmo con ansia che da quel riso incessante si staccasse finalmente la parola chiara. Di che cosa si poteva ridere se non dello stupido torto che ci veniva fatto? Signor comandante, signor comandante, su, lo dica lei una buona volta a questa gente, pensavamo e ci stringevamo a lui con l'unico risultato d'indurlo a strani giri su se stesso. Finalmente incominciò a parlare, non per esaudire i nostri taciti desideri ma per rispondere alle esclamazioni d'incoraggiamento o di collera della gente. Noi speravamo ancora. Iniziò a fare grandi elogi di mio padre. Lo chiamò "vanto del nostro corpo", "inarrivabile esempio ai posteri", "elemento insostituibile del nostro corpo la cui dipartita ne avrebbe senz'altro causato la rovina". Tutte belle cose; si fosse fermato lì! Invece continuò. Se nonostante tutto questo l'associazione aveva deciso di chiedere a mio padre le dimissioni, provvisorie s'intende, bisognava riconoscere la gravità dei motivi che la costringevano a farlo. Forse senza le brillanti prestazioni di mio padre durante la festa del giorno prima non sarebbe stato necessario giungere a tanto, ma proprio quelle sue prestazioni avevano attirato l'attenzione delle autorità; ora all'associazione dei pompieri si trovava in piena luce e doveva preoccuparsi ancor più di prima della propria purezza. Dopo l'offesa al messaggero, all'associazione dei pompieri non restava altra via d'uscita, e lui, Seemann, si era assunto il gravoso compito di riferirlo. Mio padre era pregato di non rendergli la cosa ancora più difficile. Com'era felice Seemann del suo discorsetto! La sua soddisfazione gli fece persino accantonare ogni eccessivo riguardo, indicò il diploma appeso alla parete e fece un cenno con il dito. Mio padre annuì e andò a prenderlo, ma gli tremavano le mani e non riusciva a staccarlo dal gancio; io montai su una sedia e lo aiutai. Da quel momento fu tutto finito; mio padre non tolse nemmeno il diploma dalla cornice, ma diede tutto a Seemann così com'era. Poi andò a sedersi in un angolo, non si mosse più, non parlò più con nessuno, noi fummo costretti a trattare da soli, come meglio potevamo, con i clienti». «E dove vedi in tutto questo l'influsso del castello?», chiese K. «Finora non mi pare che sia intervenuto. Quello che hai raccontato fin qui si spiega con la paura superficiale della gente, il piacere che essa prova di fronte alle disgrazie del prossimo, un'amicizia su cui non si può contare, cose che s'incontrano dappertutto, e da parte di tuo padre - così almeno mi pare - una certa meschineria, perché quel diploma, che cos'era? Un attestato delle sue capacità, e quelle le conservava, se poi esse lo rendevano indispensabile tanto meglio, ed egli avrebbe reso veramente difficile le cose al comandante solo se gli avesse gettato ai piedi il diploma fin dalla seconda parola. Ma soprattutto mi sembra significativo che tu non nomini affatto Amalia; Amalia, che è la causa di tutto, probabilmente se ne stava tranquilla sullo sfondo e contemplava il disastro». «No», disse Olga, «nessuno merita un rimprovero, nessuno poteva agire diversamente, era tutta influenza del castello». «Influenza del castello», ripeté Amalia che era rientrata, senza esser vista, dal cortile; i genitori erano a letto da un pezzo. «Si raccontano storie del castello? Siete ancora seduti lì tutti e due? Volevi andartene via subito, K., e son già quasi le dieci. Ma t'interessano davvero queste storie? Qui c'è gente che se ne nutre; si siedono uno accanto all'altro, come voi due, e si rimpinzano a vicenda; ma non mi sembra che tu sia di quelli». «Invece sì», disse K., «sono proprio uno di quelli; per contro la gente che non s'interessa di queste storie e lascia semplicemente che se ne occupino gli altri non fa molta impressione su di me». «D'accordo», disse Amalia, «ma l'interesse della gente è di natura molto varia, una volta ho sentito parlare di un giovane che pensava giorno e notte al castello trascurando tutto il resto; si temeva per la sua ragione perché aveva la mente sempre lassù al castello. Ma alla fine risultò che in realtà non pensava al castello ma solo alla figlia di una donna che faceva le pulizie negli uffici, gliela diedero e tutto tornò a posto». «Quell'uomo mi piacerebbe, credo», disse K. «Dubito che ti piacerebbe lui», disse Amalia, «ma forse sua moglie sì. Ma non vi scomodate, io vado a dormire e sarò costretta a spegnere la luce, i miei genitori si addormentano subito e profondamente, ma dopo un'ora il vero sonno è già finito e basta un filo di luce a disturbarli. Buona notte». E infatti fu subito buio, Amalia si stava probabilmente preparando un posto dove dormire per terra, vicino al letto dei genitori. «Chi è il giovane di cui parlava?», chiese K. «Non lo so», disse Olga. «Forse Brunswick, anche se la storia non gli corrisponde del tutto, o forse un altro. Non è facile capir bene Amalia, perché spesso non si sa se fa dell'ironia o se parla sul serio. Di solito è seria, ma sembra ironica». «Lascia perdere le interpretazioni!», disse K. «Come sei arrivata a questa grande dipendenza nei suoi confronti? Era già così prima della grande disgrazia, o solo dopo? Non ti viene mai il desiderio di renderti indipendente? Questa tua dipendenza ha qualche fondato motivo? Lei è la più giovane e in quanto tale dovrebbe ubbidire. Colpevole o innocente, ha attirato la sventura sulla vostra famiglia. Invece di chiederne perdono ogni santo giorno a ciascuno di voi, va in giro a testa alta in mezzo a tutti, non si occupa di nulla, se non, per pura grazia, dei genitori, vuol tenersi fuori da ogni cosa, lo dice lei stessa, e se finalmente una volta vi rivolge la parola, "di solito è seria, ma sembra ironica". S'impone forse con la sua bellezza, di cui a volte tu parli? Be', vi somigliate molto tutti e tre, ma quello in cui lei si distingue da voi due è assolutamente a suo sfavore, fin dalla prima volta che l'ho vista mi ha spaventato quel suo sguardo opaco e senza amore. E poi sì, è la più giovane, ma a vederla non lo si direbbe proprio, è senza età apparente come quelle donne che non invecchiano ma che nemmeno sono mai state veramente giovani. Tu la vedi tutti i giorni, non noti la durezza del suo viso. Per questo, a ben pensarci, non riesco a prendere neppure troppo sul serio la passione di Sortini, magari con quella lettera voleva soltanto punirla, non farla venire da lui». «Non voglio parlare di Sortini», disse Olga. «Con i signori del castello tutto è possibile, si tratti della più bella ragazza o della più brutta. Ma quanto ad Amalia ti sbagli completamente. Guarda, io non ho nessun motivo di farti cambiare opinione su Amalia, e se tento di farlo è soltanto per il tuo bene. Amalia è stata in qualche modo la causa della nostra sventura, questo è certo, ma nemmeno mio padre che è stato il più duramente colpito e che mai, figurarsi poi in casa, ha saputo controllare le parole, nemmeno mio padre ha mai rivolto ad Amalia il minimo rimprovero, neanche nei momenti peggiori. E questo non perché egli avesse approvato la condotta di Amalia; come avrebbe potuto approvarla, lui, che venerava Sortini? Non la poteva neanche lontanamente capire; sarebbe stato lieto di sacrificare a Sortini se stesso e tutto ciò che possedeva, ma non certo, come è accaduto in realtà, sottomesso alla probabile collera di Sortini. Probabile collera, perché di Sortini non abbiamo più saputo nulla; se prima viveva ritirato, da quel momento fu come se non esistesse più. E avresti dovuto vedere Amalia a quel tempo. Noi sapevamo che non ci sarebbe stata una punizione formale per Amalia. Solo che tutti ci abbandonavano. La gente di qui come anche il castello. Ma se, naturalmente, l'abbandono da parte della gente si notava, da parte del castello non era possibile notare nulla. Anche prima non avevamo mai riscontrato che si facesse carico dei nostri problemi, come avremmo potuto ora accorgerci di un cambiamento? Quella calma era la cosa peggiore. L'abbandono dei conoscenti non era niente in confronto, essi non avevano certo agito per convinzione, forse non avevano niente di serio contro di noi, il disprezzo che ci portano oggi non c'era ancora, l'avevano fatto solo per paura e ora stavano a vedere come andava a finire. Non dovevamo nemmeno temere la miseria, tutti i debitori ci avevano pagato, i conti erano stati chiusi vantaggiosamente, se eravamo a corto di viveri ci venivano in aiuto di nascosto certi parenti, non c'erano difficoltà, perché era il periodo del raccolto; noi di terre non ne avevamo, d'altronde, e non ci prendevano a lavorare nei campi da nessuna parte, per la prima volta in vita nostra eravamo quasi condannati a non far nulla. E allora ce ne stavamo seduti insieme, con le finestre chiuse, nelle giornate torride di luglio e agosto. Non avvenne nulla. Non una convocazione, non una notizia, non un comunicato, non una visita, nulla». «Be'», disse K., «dal momento che non avveniva nulla e non c'era da aspettarsi una punizione formale, di che cosa avevate paura? Siete dei bei tipi!». «Come spiegarti?», disse Olga. «Non temevamo niente che dovesse avvenire, soffrivamo già del presente, eravamo in piena punizione. La gente in paese non aspettava altro che noi andassimo da loro, che mio padre riaprisse la bottega, che Amalia, la quale sapeva fare dei vestiti bellissimi, ma solo per i clienti più distinti, tornasse a prendere delle commissioni, il fatto è che erano tutti dispiaciuti di quello che avevano fatto; quando in paese una famiglia stimata viene improvvisamente messa al bando, tutti ne hanno qualche svantaggio; prendendo le distanze da noi essi avevano semplicemente creduto di fare il loro dovere, al loro posto noi non avremmo agito in modo diverso. Del resto ignoravano di che cosa esattamente si trattasse, si parlava solo di un messaggero che era tornato all'Albergo dei Signori con una manciata di pezzetti di carta. Frieda lo aveva visto uscire e poi tornare, aveva scambiato due parole con lui e immediatamente divulgato quel che aveva appreso; ma anche lei non per animosità nei nostri confronti, semplicemente per dovere, come sarebbe stato dovere di chiunque altro in un caso analogo. E ora, come dicevo, la gente avrebbe accolto con enorme piacere una felice soluzione della faccenda. Se noi ci fossimo all'improvviso presentati con la notizia che tutto era sistemato, che per esempio si era trattato di un malinteso ormai completamente chiarito o che un errore era stato effettivamente commesso ma era già stato riparato con i fatti o ancora - la gente si sarebbe accontentata anche di questo - che grazie alle nostre conoscenze al castello eravamo riusciti a soffocare la faccenda, ci avrebbero sicuramente accolti a braccia aperte, ci sarebbero stati baci, abbracci, festeggiamenti; ho assistito inoltre più volte a cose del genere. Anzi, non sarebbe stato nemmeno necessario dare una simile notizia; se solo fossimo riusciti a liberarci, se avessimo riannodato le vecchie relazioni senza nemmeno far accenno alla storia della lettera, sarebbe bastato, tutti avrebbero rinunciato con gioia a riparlare del caso; oltre che per la paura, infatti, si erano allontanati da noi soprattutto per l'imbarazzo che la faccenda creava, semplicemente per non sentirne nulla, non parlarne, non pensarci, non esservi in alcun modo coinvolti. Se Frieda aveva rivelato la cosa, non l'aveva fatto per rallegrarsene ma per preservare se stessa e tutti gli altri, per avvertire la comunità che era successo qualcosa da cui ci si doveva tener lontani. Non eravamo in questione noi come famiglia, ma il fatto in sé, e noi solo in quanto eravamo implicati in quel fatto. Dunque, se soltanto ci fossimo nuovamente fatti vedere lasciando stare il passato, se con il nostro comportamento avessimo dimostrato di aver superato, non importa come, la cosa, e l'opinione pubblica avesse così acquisito la convinzione che della faccenda, comunque si fosse svolta, non si sarebbe più riparlato, anche così tutto si sarebbe sistemato; noi avremmo trovato in ciascuno la vecchia solidarietà; anche se avessimo dimenticato la faccenda solo parzialmente, gli altri avrebbero capito e ci avrebbero aiutato a dimenticarla del tutto. Invece ce ne stavamo chiusi in casa. Non so che cosa aspettassimo, forse la decisione di Amalia, da quel giorno della lettera lei aveva preso il comando della famiglia e lo teneva saldamente. Senza speciali disposizioni, senza ordini, senza preghiere, quasi esclusivamente con il silenzio. Naturalmente noialtri avevamo molte cose da discutere, era un continuo bisbigliare dalla mattina alla sera, e talvolta mio padre mi chiamava, colto da un'improvvisa angoscia, e io passavo metà della notte accanto al suo letto. Altre volte Barnabas e io ci rintanavamo insieme, e Barnabas, che di tutta la faccenda allora capiva ben poco, esigeva febbrilmente spiegazioni, di continuo, sempre le stesse, sapeva senz'altro che gli anni spensierati, a cui i suoi coetanei vanno incontro, per lui erano finiti, e allora rimanevamo seduti vicini - proprio come noi due adesso, K. - e non ci accorgevamo che si faceva notte e poi nuovamente giorno. Nostra madre era la più debole di tutti noi, perché non soffriva soltanto del dolore comune ma anche del dolore di ciascuno, e così con spavento potevamo constatare su di lei quei cambiamenti che, lo presentivamo, attendevano tutta la nostra famiglia. Il suo posto preferito era l'angolo di un canapè (non l'abbiamo più da molto tempo, ora si trova in quella grande stanza di Brunswick), sedeva lì e - non si sapeva di preciso - sonnecchiava o, a giudicare dal movimento delle labbra, faceva lunghi soliloqui. Era così naturale che noi parlassimo in continuazione della storia della lettera, considerandola in lungo e in largo, in tutti i particolari certi e tutte le incerte possibilità, e che facessimo a gara nell'escogitare modi per arrivare a una felice soluzione, era così naturale e inevitabile, certo, ma non era un bene perché così facendo sprofondavamo sempre più in quello a cui volevamo sfuggire. E a che servivano quelle trovate sia pur geniali? Nessuna era attuabile senza Amalia, non erano che discussioni preliminari, prive di senso perché i risultati non arrivavano fino ad Amalia, e anche se le fossero arrivati si sarebbero scontrati con il suo mutismo. Adesso, per fortuna, capisco Amalia meglio di allora. Il suo fardello era più pesante del nostro; è inconcepibile che l'abbia potuto portare e viva ancor oggi in mezzo a noi. Nostra madre forse portava il dolore di noi tutti, lo portava perché si era abbattuto su di lei, ma non lo portò a lungo; non si può dire che in qualche modo lo porti ancor oggi, e già allora la sua mente era confusa. Amalia invece non soltanto portava il dolore ma aveva anche la capacità di comprenderlo, noi vedevamo unicamente le conseguenze, lei vedeva la causa, noi speravamo in qualche piccolo espediente, lei sapeva che tutto era deciso, noi potevamo mormorare, lei poteva soltanto tacere, guardava in faccia la verità e viveva e sopportava quella vita, allora come oggi. Come stavamo meglio noi, nonostante la nostra miseria. Fummo tuttavia costretti a lasciare la nostra casa; la occupò Brunswick, ci assegnarono questo tugurio, in pochi viaggi portammo qui i nostri averi con una carretta, Barnabas e io tiravamo, mio padre e Amalia aiutavano spingendo, mia madre, che avevamo portato qui per prima, ci accoglieva ogni volta con un sommesso piagnucolio, seduta su una cassa. Eppure ricordo che persino durante quei faticosi tragitti - che erano anche molto umilianti perché spesso incontravamo carri con il raccolto, i cui accompagnatori alla nostra vista ammutolivano distogliendo lo sguardo - noi due, Barnabas e io, persino durante quei tragitti, non potevamo smettere di parlare delle nostre preoccupazioni e dei nostri progetti; a volte nel discorrere ci fermavamo e solo un "ehi, là!" di nostro padre ci richiamava al dovere. Ma tutte quelle discussioni non cambiarono la nostra vita nemmeno dopo il trasloco, se non che incominciammo pian piano a sentire anche la povertà. Gli aiuti dei parenti cessarono, i nostri mezzi erano quasi alla fine, e proprio in quel periodo principiò a svilupparsi quel disprezzo per noi che tu conosci. Si accorsero che non avevamo la forza di tirarci fuori da quella storia della lettera, e ce ne fecero una colpa, non sottovalutavano la gravità della nostra sorte, pur senza conoscerla con esattezza, sapevano che loro stessi probabilmente non avrebbero superato la prova meglio di noi, ma appunto perciò ritenevano ancor più necessario fare un taglio netto con la nostra famiglia; se l'avessimo superata ci avrebbero stimati in misura corrispondente, ma poiché non ci eravamo riusciti resero definitivo l'atteggiamento che finora avevano tenuto solo provvisoriamente: ci esclusero dall'intera comunità. Non parlarono più di noi come di esseri umani, il nome della nostra famiglia non fu più pronunciato; quando dovevano parlare di noi ci chiamavano i Barnabas, dal nome del più innocente di noi, persino la nostra casa acquistò una cattiva fama e, se ci pensi bene, confesserai che anche tu, quando sei entrato qui per la prima volta, hai trovato giustificato questo disprezzo; in seguito, quando la gente ricominciò di tanto in tanto a venire da noi, arricciava il naso per cose assolutamente irrilevanti, per esempio perché la piccola lampada a olio era appesa laggiù sopra il tavolo. E dove avremmo dovuto appenderla se non sopra il tavolo? Ma alla gente questo pareva intollerabile. Se però spostavamo la lampada da un'altra parte, la loro riprovazione rimaneva immutata. Tutto quello che eravamo o avevamo incontrava lo stesso disprezzo».

19 • SUPPLICHE

«E che cosa facemmo noi intanto? Il peggio che si potesse fare, una cosa che avrebbe potuto attirarci il disprezzo ben più meritatamente di ciò per cui in realtà ne eravamo colpiti: tradimmo Amalia, ci sottraemmo dal suo muto comando, non potevamo più vivere così, non potevamo vivere senza speranza, e cominciammo, ognuno a suo modo, a supplicare o ad assediare il castello per ottenere il perdono. Sapevamo che non eravamo in grado di riparare, sapevamo anche che all'unico nostro appoggio nel castello sul quale potevamo fondare delle speranze, Sortini, il funzionario che aveva in simpatia mio padre, non potevamo ricorrere appunto in seguito agli avvenimenti, tuttavia ci mettemmo all'opera. Il primo fu mio padre, cominciarono gli inutili pellegrinaggi dal sindaco, dai segretari, dagli avvocati, dagli scrivani, per lo più non veniva ricevuto, e se con l'astuzia o per caso riusciva a farsi ricevere - che gioia a quella notizia, come ci fregavamo le mani! - lo spedivano via immediatamente e non lo ricevevano mai più. Era del resto fin troppo facile rispondergli, il castello ha sempre buon gioco. Che cosa voleva? Che cosa gli era successo? Di che cosa voleva essere perdonato? Quando e chi, al castello, aveva mai mosso un dito contro di lui? Certo, era caduto in miseria, aveva perso la clientela, e così via, ma quelli erano fatti di ogni giorno, incidenti del mestiere, legati al mercato; il castello doveva forse preoccuparsi di tutto? In realtà si occupava di tutto, ma non poteva intervenire con brutalità in tutti gli sviluppi, così, semplicemente e all'unico scopo di servire l'interesse di un singolo. Doveva forse mandare i suoi impiegati a rincorrere i clienti di mio padre e riportarglieli con la forza? Ma, obiettava allora mio padre - queste cose le discutevamo a casa, prima e dopo, minuziosamente, stretti in un angolo, di nascosto da Amalia che vedeva tutto e lasciava fare - ma, obiettava allora mio padre, lui non si lamentava di essere diventato povero, tutto quello che aveva perduto avrebbe fatto presto a recuperarlo, quelle erano cose secondarie purché gli fosse concesso il perdono. "Ma che cosa dovevano perdonargli?" gli rispondevano, denunce a suo carico finora non ne erano arrivate, o comunque non erano ancora registrate nei verbali, almeno non nei verbali che gli avvocati potevano consultare; di conseguenza, per quel che si poteva accertare, contro di lui non era stato intrapreso nulla né c'erano procedimenti in corso. Poteva citare qualche provvedimento ufficiale preso contro di lui? No, mio padre non poteva farlo. O forse era intervenuto qualche organo ufficiale? Mio padre non ne sapeva nulla. E allora, se non sapeva nulla e se nulla era accaduto, che cosa voleva? Che cosa avrebbero dovuto perdonargli? Al massimo d'importunare inutilmente gl'impiegati, come stava facendo, ma questo, per l'appunto, era imperdonabile. Mio padre non desisteva, a quell'epoca era ancora molto robusto e la forzata inattività gli lasciava tempo in abbondanza. "Restituirò l'onore ad Amalia, non ci vorrà molto", diceva a me e a Barnabas parecchie volte al giorno, ma abbassando la voce perché Amalia non doveva sentire; tuttavia lo diceva solo per Amalia, perché in realtà non pensava affatto alla restituzione dell'onore quanto al perdono. Ma per ottenere un perdono doveva prima stabilire la colpa; e questa gli veniva contestata negli uffici. Pensò quindi - e ciò dimostrava che la sua mente si era già indebolita - che gli nascondessero la colpa perché non pagava abbastanza, fino ad allora infatti aveva pagato solo le imposte dovute, che, almeno per le nostre possibilità, erano piuttosto alte. Ma ora credeva di dover pagare di più, e questo era sicuramente sbagliato, perché nei nostri uffici le mance vengono, sì, accettate, per semplicità e per evitare discussioni inutili, ma non servono a ottenere nulla. Se questa però era la speranza di nostro padre noi non volevamo interferire. Vendemmo quel che ci restava - erano quasi tutte cose indispensabili - per procurare a nostro padre i mezzi per le sue indagini, e per molto tempo ogni giorno avevamo la soddisfazione di vedere che nostro padre, quando la mattina usciva di casa, aveva almeno qualche moneta in tasca da far tintinnare. Certo, noi facevamo la fame tutto il giorno, e l'unico risultato che ottenevamo procurando i soldi a nostro padre, era di mantenerlo in umore allegro e fiducioso. Ma questo era un vantaggio solo fino a un certo punto. Quei tentativi erano un tormento per lui, e ciò che in mancanza di denaro avrebbe avuto termine in breve tempo, come meritava, andava invece per le lunghe. Poiché in cambio di quei pagamenti supplementari in realtà non era possibile fare nulla di straordinario, a volte uno scrivano cercava di fare qualcosa almeno in apparenza, prometteva ricerche, lasciava trapelare di aver già trovato certe tracce che sarebbero state seguite non per dovere ma per far piacere a mio padre, e mio padre, invece d'insospettirsi, era sempre più fiducioso. Tornava con quelle promesse chiaramente assurde come se riportasse già la piena benedizione sulla casa, ed era un tormento ogni volta vederlo alle spalle di Amalia accennare a lei con un sorriso storto e gli occhi sgranati, per darci a intendere che la salvezza di Amalia, salvezza che non avrebbe sorpreso più nessuno tranne lei, grazie ai suoi sforzi era imminente, ma era ancora un segreto e bisognava mantenerlo rigorosamente. Le cose sarebbero andate avanti così per un pezzo, se noi alla fine non ci fossimo trovati nell'assoluta impossibilità di dargli altro denaro. Nel frattempo Barnabas, dopo molte preghiere, era stato assunto come aiutante da Brunswick, ma a patto di andare a ritirare il lavoro di notte, col buio, e col buio tornare a consegnarlo - bisogna ammettere che a causa nostra Brunswick correva un certo rischio per i suoi affari, ma in compenso pagava pochissimo Barnabas, e il lavoro di Barnabas era perfetto - ma il salario bastava appena a non farci morire di fame. Con tutti i riguardi e dopo una lunga preparazione annunciammo a nostro padre che avremmo sospeso i nostri sostegni finanziari, ma lui accolse la notizia con molta calma. Con la ragione non arrivava più a capire l'inutilità dei suoi interventi, ma era stanco delle continue delusioni. Disse - non si esprimeva più bene come prima, una volta invece parlava fin troppo chiaramente - che gli sarebbe occorso ormai poco denaro, che l'indomani o forse quel giorno stesso sarebbe venuto a sapere ogni cosa, e ora tutto sarebbe stato fatto invano, sarebbe fallito solo per quel poco denaro, e così via, ma il tono in cui lo disse dimostrava che non ci credeva. Del resto aveva subito pronti nuovi progetti. Non essendo riuscito a provare la colpa e non potendo di conseguenza ottenere nient'altro per vie ufficiali, dovette rimettersi esclusivamente alle suppliche e presentarle di persona ai funzionari. Fra di essi ce n'erano di sicuro alcuni con un cuore tenero e pietoso al quale non potevano indulgere durante il servizio, ma fuori sì, purché li si sorprendesse al momento opportuno».
A questo punto K., che aveva ascoltato Olga con grande concentrazione, interruppe il racconto con la domanda: «E non pensi che sia vero?». Il seguito del racconto gli avrebbe dato la risposta, ma lui voleva saperlo subito.
«No», disse Olga, «non può essere questione di pietà o altro del genere. Benché giovani e inesperti noi lo sapevamo, e lo sapeva anche nostro padre, naturalmente, ma lo aveva dimenticato, insieme a quasi tutto il resto. Egli aveva concepito il progetto di appostarsi sulla strada in prossimità del castello dove passavano le carrozze dei funzionari e, se possibile, presentare la sua richiesta di perdono. Francamente, un progetto privo di ogni buon senso, anche se fosse accaduto l'impossibile e la richiesta fosse arrivata davvero all'orecchio di qualche funzionario. Un singolo funzionario ha forse il diritto di perdonare? Tutt'al più questo sarebbe spettato all'autorità riunita, ma probabilmente anch'essa non può perdonare, può soltanto condannare. Del resto, com'è possibile che un funzionario, anche se volesse scendere dalla carrozza e occuparsi della cosa, riesca a farsene un'idea da quel che gli borbotta un pover'uomo stanco e invecchiato come nostro padre? I funzionari hanno una cultura solida ma unilaterale; nel proprio campo a un funzionario basta una parola per cogliere immediatamente tutta una serie di concetti, ma le cose che si riferiscono a un'altra sezione gliele possono spiegare per ore, magari annuirà gentilmente con il capo, ma non ci capirà una parola. Ed è naturale; si provi un po' a capire da soli le piccole questioni d'ufficio, quelle d'interesse personale, inezie che un funzionario sbriga con un'alzata di spalle, si provi un po' a capirle a fondo e si avrà da fare per tutta una vita senza venirne a capo. Ma anche se nostro padre si fosse imbattuto in un funzionario competente, questi, senza documenti, non può risolvere nulla, soprattutto in mezzo a una strada, e non può, per l'appunto, concedere perdoni ma soltanto regolare le cose ufficialmente e quindi rinviare di nuovo alla trafila ufficiale, ma mio padre aveva già fallito in pieno nel tentativo di ottenere qualcosa per quella via. A che punto doveva essere arrivato per voler mettere in atto questo nuovo piano! Se esso presentasse anche la più remota probabilità di successo, la strada brulicherebbe di postulanti, ma poiché tale possibilità non esiste, come insegna la più elementare istruzione scolastica, è completamente vuota. Forse anche questo rafforzava le speranze di mio padre, tutto serviva ad alimentarle. E ce n'era un gran bisogno; una mente sana non avrebbe avuto bisogno di grandi riflessioni, avrebbe chiaramente riconosciuto l'impossibilità fin dai particolari più esteriori. Quando i funzionari si recano in paese o fanno ritorno al castello, non sono viaggi di piacere, in paese o al castello li aspetta il lavoro, perciò viaggiano ad andatura velocissima. Non ci pensano neanche a guardar fuori dal finestrino per vedere se ci siano dei postulanti, tanto più che le carrozze sono stipate di documenti che essi studiano».
«Io però», disse K., «ho visto l'interno della slitta di un funzionario in cui non c'era neanche un documento». Il racconto di Olga gli schiudeva un mondo così vasto e quasi incredibile che egli non poteva fare a meno di confrontarlo con le sue piccole esperienze, per meglio convincersi e dell'esistenza di quel mondo e della sua.
«Può darsi», disse Olga, «ma allora è anche peggio, vuol dire che quel funzionario è incaricato di affari così importanti che i documenti sono troppo preziosi o troppo voluminosi per essere portati in giro. Quei funzionari fanno andare i cavalli al galoppo. Ad ogni modo, nessuno di loro ha tempo da dedicare a mio padre. Altra cosa: il castello ha più di un accesso. Ora è in voga l'uno, e la maggioranza passa di là, ora l'altro, e tutti vi si accalcano. Secondo quali regole avvengano questi cambiamenti non lo si è ancora scoperto. Alle otto del mattino tutti percorrono una strada, mezz'ora dopo tutti un'altra, dieci minuti più tardi di nuovo una terza, passa mezz'ora e magari sono tornati alla prima per restarci tutto il giorno, ma ad ogni istante è possibile un cambiamento. In prossimità del paese tutte le strade confluiscono, è vero, ma lì le carrozze vanno già di gran carriera, mentre vicino al castello la velocità si riduce un po'. Ma lo stesso ordine irregolare e incomprensibile che presiede alle uscite per quanto riguarda le strade vale anche per il numero delle vetture. Vi sono spesso giornate in cui non si vede una sola vettura, ma altre in cui tornano a circolare in massa. E di fronte a tutto questo, figurati nostro padre. Vestito del suo abito migliore - presto sarà anche l'unico - ogni mattina esce di casa accompagnato dai nostri auguri. Ha con sé un piccolo distintivo dei pompieri che si è tenuto, a dire il vero senza averne il diritto, e se lo appunta all'occhiello appena uscito dal paese, perché lì ha paura di mostrarlo, sebbene sia così piccolo che a due passi di distanza lo si vede appena, ma secondo lui potrebbe attrarre l'attenzione dei funzionari che passano in carrozza. Non lontano dall'ingresso del castello c'erano degli orti, appartenevano a un certo Bertuch, il quale rifornisce il castello di ortaggi; lì, sullo stretto basamento di pietra della cancellata, mio padre scelse il suo posto. Bertuch lo lasciava fare, perché una volta era stato amico di mio padre e uno dei suoi più affezionati clienti, ha un piede leggermente deforme ed era convinto che solo mio padre fosse in grado di fargli delle scarpe adatte. Dunque mio padre se ne stava seduto lì un giorno dopo l'altro, era un autunno tetro e piovoso, ma lui era indifferente al tempo; la mattina, all'ora stabilita, aveva la mano sul chiavistello e ci salutava, la sera rincasava completamente fradicio - pareva incurvarsi ogni giorno di più - e si gettava in un angolo. I primi tempi ci raccontava le sue piccole avventure, per esempio che Bertuch, per compassione e in ricordo della vecchia amicizia, gli aveva gettato una coperta al di sopra dell'inferriata, oppure che in una carrozza di passaggio aveva creduto di riconoscere questo o quel funzionario, o che di tanto in tanto un cocchiere lo riconosceva e per scherzo lo sfiorava con la frusta. In seguito smise di raccontarci queste cose, evidentemente non sperava più nulla, considerava ormai solo un suo dovere, una sua malinconica professione, andare là a passare la giornata. A quell'epoca cominciarono i suoi dolori reumatici, l'inverno si avvicinava, ci furono nevicate precoci, da noi la stagione fredda inizia molto presto, e lui se ne stava là, seduto sulla pietra bagnata di pioggia e, più tardi, sulla neve. Di notte si lamentava per i dolori, a volte la mattina era incerto se andare, ma poi si faceva forza e usciva. Nostra madre gli s'appendeva al collo e non voleva lasciarlo partire, e lui, forse diventato timoroso a causa delle membra che non gli obbedivano più, le permetteva di accompagnarlo, così anche mia madre fu presa dai dolori. Noi eravamo spesso con loro, portavamo da mangiare o andavamo semplicemente a trovarli o ancora cercavamo di convincerli a tornare a casa; quante volte li abbiamo trovati sfiniti, appoggiati l'uno all'altra su quello stretto sedile, raggomitolati in una coperta leggera che non arrivava ad avvolgerli, e tutt'intorno nient'altro che il grigiore della neve e della nebbia, e fin dove giungeva lo sguardo, per giorni interi, non un essere umano né una carrozza, che spettacolo, K., che spettacolo! Finché un mattino mio padre non riuscì a tirar giù dal letto le gambe irrigidite, era disperato, in un leggero delirio credeva di vedere una carrozza fermarsi lassù, davanti agli orti di Bertuch, e un funzionario scenderne, cercare di lui, mio padre, lungo la cancellata, poi risalire in carrozza scuotendo la testa irritato. Gettò allora tali grida che pareva volesse farsi notare lassù da quel funzionario e spiegare che la sua assenza non era dipesa da lui. E fu una lunga assenza, non tornò mai più lassù, dovette rimanere a letto per alcune settimane. Amalia si prese l'incarico di servirlo, curarlo, dargli le medicine, tutto, e, a dire il vero, con qualche intervallo, l'ha sempre mantenuto. Conosce certe erbe che calmano i dolori, ha bisogno di pochissimo sonno, non si spaventa mai, non ha paura di nulla, non perde mai la pazienza, sbriga tutto il lavoro per i genitori; e mentre noi, senza poter essere d'aiuto, ci aggiravamo per casa inquieti, lei restava fredda e tranquilla qualsiasi cosa accadesse. Ma quando il peggio fu passato e nostro padre fu in grado di alzarsi faticosamente dal letto, sorretto con cautela a destra e a sinistra, Amalia si tirò indietro e lasciò che ce ne occupassimo noi».

20 • I PROGETTI DI OLGA

«Ora si trattava di trovare un'occupazione qualunque per nostro padre, che lui fosse ancora capace di svolgere e che se non altro lo mantenesse nella convinzione di compiere qualcosa di utile per lavare l'onta della famiglia. Non era difficile trovare qualcosa di simile, in fondo tutto poteva servire allo scopo almeno quanto lo stare seduto davanti agli orti di Bertuch, ma io ebbi un'idea che diede persino a me qualche speranza. Ogni volta che negli uffici o in presenza degli scrivani o altrove si era parlato della nostra colpa, si faceva cenno soltanto all'offesa arrecata al messaggero di Sortini, più in là nessuno osava spingersi. Bene, mi dissi, se l'opinione generale, sia pure soltanto in apparenza, non conosce che la storia dell'offesa al messaggero, tutto si potrebbe aggiustare, sia pure solo in apparenza, riconciliandosi con questo messaggero. A quanto si afferma, non c'è stata denuncia e nessun ufficio ha ancora in mano la cosa, di conseguenza il messaggero è libero, per parte sua, di concedere il perdono, e in fondo si tratta solo di questo. Tutto ciò non poteva avere un'importanza decisiva, era solo apparenza e non poteva risultarne che apparenza, ma a mio padre avrebbe fatto piacere, e si sarebbero potute mettere con le spalle al muro molte persone informate che tanto lo avevano tormentato. Innanzi tutto, naturalmente, bisognava trovare il messaggero. Quando esposi il progetto a mio padre, dapprima egli si arrabbiò molto, era diventato cocciutissimo, in parte credeva - l'idea si era fatta strada durante la malattia - che noi avessimo sempre ostacolato la riuscita finale dei suoi piani, prima sospendendogli il nostro sostegno finanziario, ora trattenendolo a letto, e in parte non era più in grado di afferrare bene il pensiero degli altri. Non avevo ancora finito di parlare, e già il mio piano era stato respinto; mio padre pensava che doveva tornare ad aspettare davanti agli orti di Bertuch e poiché sicuramente non sarebbe più stato in grado di recarsi lassù ogni giorno, avremmo dovuto portarcelo noi con la carretta. Ma io non cedetti e a poco a poco egli si adattò all'idea, l'unica cosa che gli dava fastidio, però, era dover dipendere totalmente da me, perché io sola avevo visto il messaggero quel giorno, lui non lo conosceva. Certo, un servitore è uguale all'altro, e nemmeno io ero sicurissima di riuscire a riconoscere proprio quello. Incominciammo con l'andare all'Albergo dei Signori e cercare tra la servitù. Si trattava certamente di un servitore di Sortini, e Sortini non veniva più in paese, ma i signori cambiavano spesso i loro servitori, lo si poteva trovare nel gruppo di un altro signore e se non si riusciva a trovare lui in persona, si poteva ottenere dagli altri servitori qualche informazione sul suo conto. A tale scopo bisognava però passare tutte le sere all'Albergo dei Signori, e noi eravamo malvisti dappertutto, tanto più in un luogo come quello; non potevamo neanche presentarci come clienti che pagano. Ma si vide poi che a qualcosa potevamo servire; sai bene che tormento erano per Frieda tutti quei servitori; in fondo sono per lo più persone tranquille, rovinate e impigrite da un facile lavoro. "Che tu possa vivere come un servitore", è un augurio in uso fra i funzionari, ed effettivamente pare che, quanto a bella vita, i servitori siano i veri signori del castello, d'altronde sanno apprezzarlo, e mi è stato più volte confermato che al castello, dove obbediscono alle sue leggi, sono calmi e dignitosi; anche quaggiù si può trovare in loro qualche traccia di queste qualità, ma soltanto tracce, per il resto, giacché in paese le leggi del castello non hanno più lo stesso vigore, si trasformano completamente: un branco selvaggio, insubordinato, non più dominato dalle leggi ma dai propri insaziabili istinti. La loro sfrontatezza non ha limiti, è una fortuna per il paese che non possano lasciare l'Albergo dei Signori se non ne ricevono l'ordine, ma nell'albergo stesso bisogna cavarsela con loro come si può; per Frieda era molto difficile, e quindi fu felicissima di servirsi di me per tener calmi i servitori; da più di due anni, almeno due volte la settimana passo la notte nella stalla con i servitori. Prima mio padre, quando era ancora in grado di accompagnarmi all'Albergo dei Signori, dormiva nella sala dove capitava e aspettava le notizie che gli avrei portato al mattino. Era ben poco. A tutt'oggi non abbiamo ancora trovato il messaggero che cercavamo, pare che sia ancora al servizio di Sortini, il quale lo stima molto, e che lo abbia seguito quando Sortini si è ritirato in uffici più lontani. La maggior parte dei servitori non lo vede da quando non lo vediamo noi, e se qualcuno pretende di averlo visto nel frattempo, probabilmente si sbaglia. Il mio piano sarebbe dunque fallito, ma non completamente; certo, il messaggero non l'abbiamo trovato, le andate all'Albergo dei Signori, le notti passate lì, forse anche la compassione per me, se è ancora in grado di provarla, hanno dato a mio padre il colpo finale; sono quasi due anni che è nello stato in cui lo hai visto, e con tutto ciò sta ancora meglio di nostra madre di cui da un giorno all'altro ci aspettiamo la fine, ritardata solo dagl'immani sforzi di Amalia. Eppure all'Albergo dei Signori qualcosa ho ottenuto, e cioè un certo collegamento con il castello; non disprezzarmi se ti dico che non mi pento di quello che ho fatto. Che sarà mai questo gran collegamento con il castello, penserai tu. E hai ragione; non è un gran collegamento. Ora conosco molti servitori, quelli di quasi tutti i signori che sono venuti in paese negli ultimi anni, e se un giorno dovessi andare al castello, non mi sentirei sperduta. Certo, in paese sono soltanto dei servitori, al castello sono molto diversi e non riconoscono più nessuno e tanto meno una persona che hanno frequentato in paese, anche se nella stalla le hanno giurato cento volte che sarebbero stati felici di rivederla al castello. D'altronde lo so già per esperienza quanto poco valgono queste promesse. Ma l'essenziale non è questo. Non è soltanto per mezzo dei servitori che ho un collegamento con il castello, ma forse, spero, anche nel senso che qualcuno dall'alto mi osserva, me e quello che faccio - e l'amministrazione di una servitù così numerosa è certo una parte estremamente importante e delicata del lavoro delle autorità -, che allora colui che mi osserva così forse emetterà un giudizio più clemente nei miei confronti, forse riconoscerà che io mi batto, in modo miserevole, è vero, ma anche per la mia famiglia e che continuo gli sforzi di mio padre. Se si considerano le cose sotto questo punto di vista, forse mi perdoneranno anche di accettare denaro dai servitori e di spenderlo per la nostra famiglia. Ho poi ottenuto un altro risultato, ma anche di questo tu mi farai una colpa. Dai servi sono venuta a sapere parecchio sul modo di entrare nei servizi del castello per vie traverse, senza seguire la difficile procedura ufficiale di ammissione, che dura anni; certo, in questo modo non si viene impiegati ufficialmente, si è solo autorizzati in segreto e a metà, non si hanno diritti né doveri, e la cosa peggiore è proprio non avere doveri, ma un risultato lo si ottiene ed è di essere vicini a tutto: si possono riconoscere le buone occasioni e approfittarne, non si è impiegati ufficiali, ma, mettiamo il caso, c'è un lavoro da fare, non c'è nessun impiegato presente, una chiamata, si accorre, ed ecco che si è diventati quello che non si era un istante prima, un impiegato. Ma quando si presenta un'occasione simile? A volte subito, si è appena arrivati, si ha appena gettato un'occhiata intorno, ed ecco l'occasione, non sempre un novellino ha la presenza di spirito di afferrarla subito; altre volte invece passano più anni che non per l'ammissione ufficiale, e chi è stato ammesso così, solo a metà, non ha più il diritto a un'ammissione ufficiale. Ci sono dunque motivi di esitare, ma essi tacciono di fronte al fatto che nell'ammissione ufficiale la selezione è minuziosa e il membro di una famiglia in qualche modo sospetta è respinto a priori; se poi, per esempio, egli si sottopone ugualmente a questa trafila, trema per anni nell'incertezza del risultato, fin dal primo giorno tutti gli chiedono stupiti come ha potuto avventurarsi in un'impresa destinata a fallire, ma egli spera lo stesso, altrimenti come potrebbe vivere? Dopo molti anni, però, forse quando è già vecchio, apprende il rifiuto, apprende che tutto è perduto e che la sua vita è stata inutile. Certo, anche qui ci sono eccezioni, e appunto per questo ci si lascia facilmente tentare. Capita che proprio gente di dubbia fama finisca per essere ammessa, vi sono funzionari che amano, loro malgrado, l'odore di questa selvaggina, la fiutano nell'aria durante le prove per l'ammissione, storcono la bocca, roteano gli occhi, pare che un uomo del genere stuzzichi, per così dire, il loro appetito, ed essi devono tenersi saldamente ai libri di legge per potergli resistere. A volte questo non serve a far accettare la candidatura, ma a prolungare all'infinito la procedura di ammissione, che non giunge mai a termine e viene interrotta solo dopo la sua morte. Cosicché sia l'ammissione legale sia l'altra sono piene di difficoltà, palesi e nascoste, e prima di mettersi in un'impresa del genere, un buon consiglio è rifletterci bene. Non abbiamo mancato di farlo, io e Barnabas. Ogni volta che tornavo dall'Albergo dei Signori ci sedevamo vicini, e io raccontavo le novità che avevo apprese, ne ragionavamo per intere giornate, e spesso il lavoro nelle mani di Barnabas si fermava più a lungo che non convenisse. E in questo, dal tuo punto di vista, ho forse una colpa. Sapevo che non c'era da fare molto affidamento sui racconti dei servi. Sapevo che non avevano mai voglia di parlarmi del castello, che sviavano sempre il discorso, si facevano strappare ogni parola di bocca, ma poi, una volta lanciati, non si fermavano più, dicevano sciocchezze, facevano i gradassi, gareggiavano in esagerazioni e frottole, cosicché, dalle urla incessanti con le quali l'uno dava il cambio all'altro, là nella stalla buia c'era da cavar fuori, nella migliore delle ipotesi, qualche magro accenno di verità. Ma io riferivo tutto a Barnabas, così come l'avevo sentito, e lui, che non era ancora in grado di distinguere fra verità e menzogna, e a causa della nostra situazione familiare era addirittura assetato di queste cose, beveva tutto e ardeva dal desiderio di saperne di più. E infatti il mio nuovo piano si fondava su Barnabas. Da parte della servitù non c'era più niente da aspettarsi. Il messaggero di Sortini non si trovava e mai lo si sarebbe trovato, Sortini, e con lui il messaggero, pareva ritirarsi sempre più lontano, il loro aspetto e i loro nomi spesso erano già stati dimenticati e mi toccava descriverli a lungo con il solo risultato che la gente si ricordava faticosamente di loro ma di più non sapesse dire. E per quanto riguarda la mia vita con la servitù, non potevo naturalmente influire sul giudizio che ne veniva espresso, potevo soltanto sperare che venisse interpretata giustamente e cancellasse una piccola parte della colpa della nostra famiglia, ma nessun segno esteriore me lo provava. E tuttavia continuai su quella strada, non vedendo per me altra possibilità di ottenere qualcosa per la nostra famiglia presso il castello. Ma per Barnabas questa possibilità la vedevo. Dai racconti della servitù potevo concludere, se ne avevo voglia, e di voglia ne avevo in abbondanza, che una persona assunta al servizio del castello può ottenere moltissimo per la sua famiglia. Certo, che cosa c'era di credibile in questi racconti? Impossibile dirlo, ma ben poco, questo era chiaro. Infatti, se per esempio un servo, che io non avrei mai più rivisto o, rivedendolo, avrei stentato a riconoscere, mi assicurava solennemente di aiutare mio fratello a trovare un impiego al castello o almeno, qualora Barnabas fosse chissà come arrivato al castello, di dargli un appoggio, dunque, per esempio, di rifocillarlo - perché, a sentire i servi, succede a volte che gli aspiranti a un impiego durante la lunghissima attesa svengano o sragionino, e allora, se qualche amico non viene loro in aiuto, sono spacciati - se mi venivano raccontate queste e molte altre cose, si trattava probabilmente di avvertimenti giustificati, ma le relative promesse erano assolutamente vuote. Non per Barnabas; io lo mettevo in guardia dal prestarvi credito, ma il fatto stesso che gliele riferissi era sufficiente a entusiasmarlo per i miei progetti. Gli argomenti che io stessa portavo a favore di questi progetti lo toccavano meno, lo impressionavano soprattutto i racconti dei servi. Potevo dunque contare solo su me stessa, con i genitori nessuno poteva intendersi se non Amalia, quanto più portavo avanti a modo mio i progetti di mio padre, tanto più Amalia si allontanava da me, in presenza tua o di altri mi rivolge la parola, ma quando siamo sole mai, per i servi dell'Albergo dei Signori ero un giocattolo che essi cercavano con rabbia di rompere, in due anni non ho mai scambiato con uno di loro una parola in confidenza, solo ipocrisie o menzogne o insensatezze, non mi restava quindi che Barnabas, e Barnabas era ancora molto giovane. Quando ai miei racconti vedevo accendersi nei suoi occhi quella luce che da allora hanno conservato, mi spaventavo, eppure non m'interrompevo, mi pareva che fossero in gioco cose troppo grandi. Certo, non avevo i progetti grandiosi anche se vani di mio padre, non avevo la risolutezza degli uomini, io mi contentavo di riparare l'offesa arrecata al messaggero e volevo anche che la mia modestia mi venisse riconosciuta come merito. Ma quello in cui ero fallita da sola, volevo ora conseguirlo in modo diverso e sicuro per mezzo di Barnabas. Avevamo offeso un messaggero che era stato costretto a lasciare i primi uffici; nulla di più naturale che offrire un nuovo messaggero nella persona di Barnabas, far svolgere a Barnabas il lavoro del messaggero offeso permettendo all'offeso di rimanersene tranquillamente lontano tutto il tempo che voleva, tutto il tempo che gli occorreva per dimenticare l'offesa. Mi rendevo ben conto che, sotto la sua modestia, questo progetto nascondeva anche della presunzione, che poteva far credere che noi volessimo insegnare all'autorità come risolvere le questioni relative al personale, o dubitassimo che l'autorità fosse capace di regolare le cose per il meglio da sola, e anzi le avesse già regolate molto prima ancora che a noi fosse venuta l'idea che si potesse fare qualcosa. Ma poi tornavo a pensare che l'autorità non poteva fraintendermi in quel modo o, se lo faceva, lo faceva intenzionalmente, e cioè avrebbe condannato a priori tutto quello che avessi fatto, senza ulteriori indagini. Dunque non allentai gli sforzi, e l'ambizione di Barnabas fece il resto. In quel periodo di preparativi Barnabas divenne così arrogante che trovava il lavoro di ciabattino troppo sudicio per un futuro impiegato degli uffici; osava perfino contraddire, radicalmente, Amalia le rare volte che lei gli diceva una parola. Io gli concedevo con piacere quella breve gioia, perché, com'era facile prevedere, dal primo giorno in cui si recò al castello gioia e arroganza sparirono subito. Cominciò allora quella parvenza di servizio, di cui ti ho già detto. La cosa sorprendente fu che Barnabas la prima volta riuscì a entrare senza difficoltà nel castello, o meglio in quell'ufficio che è diventato, per così dire, la sua stanza di lavoro. Quel successo mi fece quasi impazzire, quando Barnabas, tornato a casa la sera, mi sussurrò all'orecchio la notizia, corsi da Amalia, l'afferrai, la spinsi in un angolo e la baciai con le labbra e con i denti, fino a farla piangere di dolore e di spavento. Per l'emozione non riuscii a dire nulla, e poi da molto tempo non ci parlavamo, mi ripromisi di farlo i giorni seguenti. Ma i giorni seguenti non c'era più nulla da dire. Non si andò oltre quel subitaneo successo. Per due anni Barnabas condusse quella vita monotona, opprimente. I servi non fecero nulla, io diedi a Barnabas una breve lettera per raccomandarlo all'attenzione dei servi ai quali ricordavo anche le loro promesse, e Barnabas non appena vedeva un servo tirava fuori la lettera e gliela porgeva, e sebbene a volte s'imbattesse in qualche servo che non mi conosceva, sebbene il suo modo di esibire la lettera senza far parola - lassù non osava parlare - fosse irritante anche per quelli che conoscevo, era tuttavia vergognoso che nessuno lo aiutasse, e fu un sollievo, che noi, a dire il vero, avremmo potuto procurarci da soli, e da un pezzo, quando un servo, al quale forse la lettera era già stata ripetutamente presentata, ne fece una pallottola e la gettò in un cestino. Pensai che nel farlo avrebbe potuto dire: "Anche voi trattate le lettere così". Ma per quanto infruttuoso sia stato tutto quel periodo, su Barnabas ebbe un effetto benefico, a voler considerare un bene che egli sia precocemente invecchiato, si sia fatto uomo prima del tempo, e anzi abbia acquisito in certe cose una serietà e un'assennatezza superiori a quelle di un uomo. A volte provo una gran tristezza se lo guardo e lo paragono al ragazzo che era solo due anni fa. E tuttavia non mi dà il conforto e il sostegno che forse come uomo potrebbe darmi. Senza di me non sarebbe entrato al castello, ma da quando è là si è reso indipendente. Sono la sua unica confidente, ma sono sicura che mi racconta solo una piccola parte di quello che ha sul cuore. Mi parla molto del castello, ma dai suoi racconti, dai piccoli fatti che riferisce, non è assolutamente possibile capire come il castello abbia potuto operare su di lui una tale trasformazione. In particolare non ci si spiega come mai, divenuto uomo, egli abbia completamente perduto lassù quel coraggio che aveva, per la disperazione di noi tutti, da ragazzo. Certo quel rimaner lì in attesa, inutilmente, giorno dopo giorno, e ogni volta da capo senza alcuna prospettiva di cambiamento, è un logorio continuo, alimenta i dubbi e alla fine rende perfino incapaci d'altro, che non di quell'attesa disperata. Ma perché non ha opposto resistenza nemmeno prima? Tanto più che si è reso ben presto conto che avevo ragione e che lassù lui non aveva niente da ricavare per la sua ambizione, ma forse poteva far qualcosa per migliorare la situazione della nostra famiglia. Infatti, al castello - tranne che per i capricci dei servitori - regna la modestia, l'ambizione cerca appagamento nel lavoro, e poiché, così facendo, la cosa stessa passa in prima linea, l'ambizione si perde completamente, non resta spazio per i desideri infantili. Ma Barnabas, me l'ha detto lui stesso, credeva di vedere chiaramente com'erano grandi il potere e il sapere stesso di quei funzionari, peraltro così discutibili, di cui poteva frequentare gli uffici. Raccontava come dettavano veloci, con occhi semichiusi e brevi gesti della mano, come congedavano con l'indice, senza una parola, i burberi inservienti che in quel momento sorridevano felici e ansanti, o come, trovando nei loro libri un passaggio importante, vi picchiavano sopra con la mano aperta e gli altri accorrevano per quanto lo permetteva lo stretto spazio, e allungavano il collo per vedere. Queste e altre cose analoghe davano a Barnabas un'alta idea di quegli uomini, ed egli aveva l'impressione che se fosse arrivato a farsi notare e a scambiare due parole con loro - non come estraneo, ma come collega, anche se subalterno - ne sarebbe derivato un vantaggio incalcolabile per la nostra famiglia. Ma le cose non sono ancora arrivate a quel punto e Barnabas non osa intraprendere nulla che lo avvicini alla meta, pur sapendo benissimo che, nonostante la sua giovinezza, le avversità lo hanno innalzato al ruolo oneroso di capofamiglia. E ora, per confessare ancora l'ultima cosa: una settimana fa sei arrivato tu. L'avevo sentito dire da qualcuno all'Albergo dei Signori, ma non ci avevo badato; era arrivato un agrimensore, e io non sapevo nemmeno che cosa fosse. Ma la sera dopo Barnabas torna a casa prima del solito - era mia abitudine andargli incontro per un tratto a un'ora stabilita -, vede Amalia nella stanza, mi trascina quindi fuori in strada, appoggia il viso sulla mia spalla e piange per qualche minuto. È di nuovo il ragazzino di un tempo. Gli è successa una cosa più grande di lui. È come se a un tratto gli si sia spalancato un mondo del tutto nuovo, ed egli non possa sopportare la gioia e il timore di questa novità. Eppure non è successo altro che questo: gli hanno dato una lettera da recapitare a te. Ma è la prima lettera, il primo lavoro che gli abbiano mai affidato».
Olga s'interruppe. Nel silenzio si udiva solo il respiro pesante, a volte simile a un rantolo, dei genitori. K. disse con noncuranza, come per completare il racconto di Olga: «Avete fatto la commedia con me. Barnabas mi ha portato la lettera come un vecchio messaggero indaffarato, ed entrambe, tu e Amalia, che questa volta era d'accordo con voi, facevate come se il servizio di messaggero e le lettere fossero cose secondarie». «Devi distinguere fra di noi», disse Olga. «Quelle due lettere hanno fatto di Barnabas un bambino felice, malgrado tutti i dubbi che nutre sulla sua attività. Questi dubbi li ha soltanto per sé e per me; ma con te si fa un punto d'onore di presentarsi come un vero messaggero, secondo la sua idea di come si presenta un vero messaggero. Così, per esempio, sebbene ora la sua speranza di ottenere l'abito ufficiale sia cresciuta, ho dovuto modificargli in due ore i pantaloni per renderli almeno simili a quelli attillati dell'abito ufficiale, in modo che egli potesse sostenere la sua parte con te, che naturalmente puoi ancora essere ingannato con facilità. Ecco com'è Barnabas. Amalia, invece, disprezza veramente il servizio di messaggero, e ora che Barnabas pare avere qualche successo, come le è facile indovinare vedendoci, me e Barnabas, seduti insieme a confabulare sottovoce, lo disprezza ancor più di prima. Perciò lei dice la verità, non cadere mai nell'errore di dubitarne. Ma se io, K., qualche volta ho denigrato quel servizio, non l'ho fatto con l'intenzione d'ingannarti, ma per paura. Quelle due lettere passate finora per le mani di Barnabas, sono il primo, e ancora piuttosto incerto, segno di favore che in tre anni abbia ricevuto la nostra famiglia. Questo cambiamento, se è un cambiamento e non un'illusione - le illusioni sono più frequenti dei cambiamenti - è in relazione con la tua venuta, il nostro destino si è trovato a dipendere in certo modo da te, forse le due lettere sono soltanto un inizio, e l'attività di Barnabas si estenderà oltre quel servizio che ti riguarda - speriamolo finché ci è concesso - ma per il momento tutto converge su di te. Ora, lassù dobbiamo accontentarci di quello che ci danno, ma qui in paese forse possiamo fare qualcosa anche noi, e cioè assicurarci il tuo favore o per lo meno preservarci dalla tua ostilità, oppure, ed è la cosa più importante, proteggerti per quanto ci concedono le nostre forze e la nostra esperienza, affinché tu non perda il contatto con il castello - del quale, forse, potremmo vivere. E da dove è meglio incominciare? Facendo in modo che tu non sospetti di noi quando ti avviciniamo, perché tu qui sei straniero e quindi ogni cosa t'ispira sospetto, un giustificato sospetto. Inoltre noi siamo disprezzati e tu subisci l'influsso dell'opinione generale, soprattutto attraverso la tua fidanzata; come possiamo arrivare a te senza, per esempio, metterci contro la tua fidanzata, anche se non ne abbiamo l'intenzione, e quindi offenderti? E i messaggi che ho letto attentamente prima che tu li ricevessi - Barnabas non li ha letti, come messaggero non se l'è permesso - a prima vista parevano poco importanti, già superati, si privavano da sé d'importanza rinviandoti al sindaco del paese. Come comportarci dunque con te? Sottolineando la loro importanza ci saremmo resi sospetti di sopravvalutare una cosa tanto palesemente insignificante, di magnificare quelle notizie perché ne eravamo noi i latori, di perseguire i nostri scopi e non i tuoi, anzi potevamo in tal modo diminuire ai tuoi occhi il valore delle notizie stesse e così ingannarti contro ogni volontà. Ma ci saremmo resi altrettanto sospetti non tenendo in gran conto quelle lettere: perché mai allora ci incaricavamo di recapitare lettere prive d'importanza, perché le nostre azioni e le nostre parole si contraddicevano, perché ingannavamo non soltanto te, il destinatario, ma anche chi ci aveva affidato l'incarico, chi ci aveva consegnato quelle lettere non certo affinché noi le svalorizzassimo presso il destinatario con i nostri commenti. E tenere il giusto mezzo fra le due esagerazioni, cioè valutare con esattezza le lettere, è impossibile, esse mutano continuamente di valore, le riflessioni a cui danno adito sono infinite, soltanto il caso stabilisce dove ci si deve fermare e quindi anche l'opinione è legata al caso. E se si aggiunge la paura che abbiamo di te, la confusione è totale, non devi giudicare le mie parole con troppa severità. Se per esempio, come è già successo una volta, Barnabas arriva con la notizia che tu sei scontento del suo servizio e che lui, in una prima reazione di spavento, spinto purtroppo anche da una certa suscettibilità di messaggero, ha presentato le dimissioni dal servizio, io sono senz'altro capace, per porre riparo allo sbaglio, d'ingannare, di mentire, d'imbrogliare, di far del male, basta che serva allo scopo. Ma in questo caso agisco tanto per il tuo bene quanto per il nostro, o almeno così credo».
Si udì bussare. Olga corse alla porta e aprì. Il fascio luminoso di una lanterna cieca cadde nell'oscurità.
Il tardo visitatore fece delle domande sussurrando e sussurrando gli venne risposto, ma egli non si riteneva soddisfatto e cercava di entrare nella stanza. Olga non riusciva più a trattenerlo per cui chiamò Amalia, evidentemente sperando che per proteggere il sonno dei genitori questa avrebbe fatto di tutto pur di allontanare il visitatore. Infatti Amalia accorse, spinse da parte Olga, uscì in strada e chiuse la porta dietro di sé. Fu questione di un istante, e già rientrava, tanto poco le ci era voluto per ottenere quello che non era stato possibile a Olga.
Allora K. apprese da Olga che la visita era per lui; si trattava di uno degli aiutanti che era venuto a cercarlo per incarico di Frieda. Olga aveva voluto proteggere K. dall'aiutante, se poi K. avesse voluto confessare a Frieda di essere stato in visita lì, facesse pure, ma non doveva essere l'aiutante a scoprirlo. K. approvò. Rifiutò invece la proposta di Olga di passare lì la notte e di aspettare Barnabas; fosse stato per lui avrebbe magari accettato perché era già notte inoltrata e ormai, volente o nolente, gli pareva di essere così legato a quella famiglia che, sebbene per altri motivi fosse imbarazzante accettare di dormire sotto il loro tetto, in considerazione di quel legame era per lui il posto più naturale in tutto il paese; tuttavia rifiutò, la visita dell'aiutante lo aveva messo in agitazione, non capiva come mai Frieda, che pure conosceva la sua volontà, e gli aiutanti, che avevano imparato a temerlo, si fossero rimessi insieme tanto che Frieda non esitava a mandare da lui un aiutante, uno soltanto però, mentre l'altro doveva esser rimasto con lei. Chiese a Olga se aveva una frusta, lei non l'aveva, ma poteva dargli una buona bacchetta di giunco, K. la prese poi domandò se la casa avesse una seconda uscita, ce n'era una in cortile, solo che bisognava arrampicarsi sulla cinta dell'orto contiguo e attraversare quest'orto prima di arrivare alla strada. K. decise di far così. Mentre Olga lo guidava attraverso l'orto fino alla cinta, K. cercò di tranquillizzarla in fretta circa le sue preoccupazioni, spiegandole che non ce l'aveva con lei per i piccoli ritocchi che aveva introdotto nel suo racconto, che anzi la capiva benissimo, la ringraziò per la fiducia che riponeva in lui e che gli aveva dimostrata con quel racconto, e l'incaricò di mandargli subito a scuola Barnabas appena rincasava, foss'anche in piena notte. I messaggi di Barnabas non erano certo la sua unica speranza, guai se fosse stato così, ma non intendeva in modo assoluto rinunciarvi, voleva attenersi rigorosamente ad essi, e non avrebbe dimenticato Olga, perché più ancora dei messaggi gli stava a cuore Olga stessa, il suo coraggio, la sua prudenza, la sua saggezza, la sua abnegazione per la famiglia. Se avesse dovuto scegliere fra Olga e Amalia non gli sarebbe occorsa una lunga riflessione. E le stringeva ancora affettuosamente la mano mentre già prendeva lo slancio per scavalcare la cinta dell'orto.
Quando fu sulla strada vide, per quel poco che la notte fosca gli permetteva, più in alto, davanti alla casa di Barnabas, l'aiutante che seguitava ad andare su e giù; ogni tanto si fermava e tentava di far luce nella stanza attraverso la finestra schermata dalle tende. K. lo chiamò; senza dar segno di spaventarsi, quello smise di spiare nella casa e si avvicinò a K. «Chi cerchi?», chiese K. saggiando sulla coscia la flessibilità della bacchetta. «Te», disse l'aiutante mentre si avvicinava. «Ma chi sei?», disse a un tratto K. poiché non gli pareva il suo aiutante. Sembrava più vecchio, più stanco, più grinzoso, ma con il viso più pieno, anche il suo passo era diverso da quello degli aiutanti, che era agile, come elettrico nelle giunture; era un passo lento, un po' zoppicante, di una distinzione malaticcia. «Non mi riconosci?», chiese l'uomo. «Jeremias, il tuo vecchio aiutante». «Ah», disse K. facendo rispuntare la bacchetta che aveva già nascosta dietro la schiena. «Sei molto cambiato». «È perché sono solo», disse Jeremias. «Quando sono solo anche la spensierata giovinezza se ne va». «Ma dov'è Artur?», chiese K. «Artur?», chiese Jeremias. «Il piccolo caro? Ha lasciato il servizio. Bisogna dire che sei stato piuttosto villano e duro con noi. Quell'anima tenera non l'ha retto. È tornato al castello e ti ha querelato». «E tu?», chiese K. «Io ho potuto rimanere», disse Jeremias, «Artur ha sporto querela anche per me». «Ma di che cosa mi accusate?», chiese K. «Ti accusiamo», disse Jeremias, «di non capire gli scherzi. Che cosa abbiamo fatto in fin dei conti? Un po' scherzato, un po' riso, un po' punzecchiato la tua fidanzata. Del resto tutto per ordine superiore. Quando Galater ci ha mandati da te...». «Galater?», chiese K. «Sì, Galater», disse Jeremias. «In quel periodo sostituiva Klamm. Quando ci ha mandati da te, ha detto - me ne ricordo bene, perché è a questo che ci appelliamo - : "Voi andate dall'agrimensore come suoi aiutanti". "Ma non sappiamo niente di quel lavoro", abbiamo detto noi. E lui: "Questa non è la cosa più importante; se sarà necessario v'insegnerà lui. L'essenziale è che lo teniate un po' allegro. A quanto mi si dice prende tutto molto sul serio. È arrivato adesso in paese e già gli sembra un grande avvenimento, mentre in realtà non è proprio niente. Dovete farglielo capire"». «Bene», disse K., «aveva ragione Galater? e voi avete eseguito l'ordine?». «Non so», disse Jeremias. «In così poco tempo credo che non fosse nemmeno possibile. So soltanto che tu sei stato molto villano, e perciò ti abbiamo querelato. Io non capisco come mai tu, che in fondo sei un semplice impiegato come noi, e nemmeno un impiegato del castello, non ti renda conto che questo è un servizio duro e che è ingiusto, capriccioso e quasi puerile rendere gravoso il compito a chi lavora, come hai fatto tu. Ci hai lasciati morire di freddo senza alcun riguardo su quella cancellata, per poco non hai ammazzato con un pugno, su quel pagliericcio, Artur, uno che per un rimprovero soffre giorni interi, il pomeriggio mi hai fatto correre di qua e di là nella neve, tanto che mi ci è voluta un'ora per riprendermi dall'affanno. Non sono mica più giovane!». «Caro Jeremias», disse K., «hai pienamente ragione, solo che dovresti dirlo a Galater. Vi ha mandati lui di sua volontà, non gliel'ho chiesto io. E poiché non vi ho voluti io, potevo mandarvi indietro, e avrei preferito farlo con le buone piuttosto che con le cattive, ma si vede che voi volevate così. D'altronde, perché quando siete venuti da me non mi hai parlato subito con franchezza, come adesso?». «Perché ero in servizio», disse Jeremias, «è ovvio». «E adesso non sei più in servizio?», chiese K. «No, non più», disse Jeremias, «Artur si è licenziato al castello, o almeno è in corso la procedura che ci deve esonerare definitivamente dal servizio». «Eppure sei venuto ancora a cercarmi come se fossi in servizio», disse K. «No», disse Jeremias, «ti cercavo soltanto per tranquillizzare Frieda. Quando l'hai abbandonata per le ragazze Barnabas, era molto infelice, non tanto per la perdita quanto per il tuo tradimento; a dire il vero sapeva già da un pezzo che sarebbe andata così e ne aveva già sofferto molto. Tornai ancora una volta alla finestra della scuola per vedere se per caso tu non fossi diventato più ragionevole. Ma tu non c'eri, c'era solo Frieda che piangeva seduta in un banco. Allora la raggiunsi e ci accordammo. È già tutto sistemato. Io sono cameriere all'Albergo dei Signori, almeno finché non è risolta la mia faccenda al castello, e Frieda è tornata a servire in sala. Meglio così per lei. Non era una cosa ragionevole diventare tua moglie. E poi tu non hai saputo apprezzare il sacrificio che voleva farti. Ma quella ragazza, buona com'è, ha ancora degli scrupoli, si chiedeva se non venivi accusato a torto, se davvero eri in casa dei Barnabas. Sebbene naturalmente non vi fossero dubbi su dove ti trovavi, sono venuto a sincerarmene una volta per tutte, perché dopo tante emozioni Frieda merita finalmente di dormire tranquilla, e io pure. Quindi sono venuto e non solo ti ho trovato ma ho anche potuto vedere che le ragazze ti obbediscono a menadito. Soprattutto la mora, una vera gatta selvatica, ha preso le tue parti. Be', ognuno ha i suoi gusti. Ad ogni modo non era necessario che tu facessi il giro attraverso il giardino dei vicini, conosco quel passaggio».

21

Era dunque avvenuto quel che si poteva prevedere ma non impedire. Frieda lo aveva lasciato. Non doveva essere niente di definitivo, non era poi così grave; Frieda si poteva riconquistare, si lasciava facilmente influenzare dagli estranei, soprattutto da quei due aiutanti che ritenevano la situazione di Frieda simile alla loro, e ora che si erano licenziati avevano indotto anche Frieda a lasciarlo, ma a K. bastava comparirle dinnanzi, ricordarle tutto ciò che parlava a proprio favore, e lei, piena di rimorsi, sarebbe stata di nuovo sua, soprattutto se egli fosse stato in grado di giustificare la visita a quelle ragazze con un risultato conseguito grazie a loro. Ma nonostante questi ragionamenti con cui cercava di tranquillizzarsi riguardo a Frieda, tranquillo non era. Solo poco tempo prima si era vantato con Olga di Frieda e l'aveva chiamata il suo unico sostegno; be', quel sostegno non era dei più solidi, non c'era bisogno dell'intervento di un potente, per portargli via Frieda, bastava quell'aiutante non molto attraente, quella carne che a volte dava l'impressione di non essere davvero viva.
Jeremias aveva già incominciato ad allontanarsi; K. lo richiamò. «Jeremias», disse, «sarò molto sincero con te, e tu rispondi con altrettanta sincerità a una mia domanda. Non siamo più nel rapporto da padrone a servo, cosa di cui non sei contento solo tu ma neanch'io, dunque non abbiamo motivo d'ingannarci a vicenda. Qui davanti ai tuoi occhi spezzo la bacchetta che era destinata a te, perché non avevo scelto di passare dal giardino per paura, ma solo per sorprenderti e farti assaggiare ben bene la bacchetta. Be', non avertene a male, son cose passate; se tu non fossi stato un aiutante impostomi dall'amministrazione, ma un semplice conoscente, sono sicuro che ci saremmo intesi a meraviglia, anche se a volte il tuo aspetto mi disturba un po'. Anzi, anche adesso potremmo recuperare quel che abbiamo perduto sotto questo profilo». «Credi?», disse l'aiutante e si premette gli occhi stanchi, sbadigliando. «Potrei certo spiegarti meglio le cose, ma non ho tempo, devo andare da Frieda, la piccola mi aspetta, non è ancora entrata in servizio, ho persuaso l'oste - lei voleva buttarsi subito nel lavoro, probabilmente per dimenticare - a concederle ancora un breve periodo di riposo, e almeno quello vogliamo passarlo insieme. Quanto alla tua proposta, io non ho certo alcun motivo di mentirti, ma nemmeno di farti delle confidenze. Per me, in effetti, le cose stanno diversamente. Finché ero al tuo servizio, tu per me eri una persona molto importante, è naturale, non per le tue qualità ma per l'incarico che ricoprivo, e avrei fatto tutto quel che volevi, adesso invece mi sei indifferente. Che tu spezzi la verga non mi commuove, mi ricorda soltanto che padrone brutale ho avuto, non serve certo a guadagnarti la mia simpatia». «Mi parli», disse K., «come se fossi ben certo che non avrai più nulla da temere da me. Ma non è propriamente così. È probabile che tu non sia ancora libero dal servizio, qui gli affari non si regolano così in fretta...». «Qualche volta ancora più in fretta», interruppe Jeremias. «Qualche volta», disse K., «ma niente fa credere che questa volta sia così, né tu né io, almeno, abbiamo in mano una dichiarazione scritta. Dunque la procedura è appena avviata, e io non ho ancora fatto intervenire nessuna delle mie conoscenze, ma lo farò. Se la cosa avrà un esito sfavorevole per te, non avrai precisamente lavorato a guadagnarti la simpatia del tuo padrone e forse era perfino superfluo spezzare la bacchetta. Ti sei portato via Frieda, è vero, e la cosa ti ha montato la testa; ma con tutto il rispetto che ho per la tua persona - anche se tu per me non ne hai più - mi basterebbe rivolgere un paio di parole a Frieda, lo so, per stracciare le menzogne con cui l'hai abbindolata. Solo le menzogne potevano allontanarla da me». «Queste minacce non mi spaventano», disse Jeremias. «Tu non mi vuoi affatto per aiutante, anzi tu mi temi come aiutante, tu temi in generale gli aiutanti, è soltanto per paura che hai picchiato il buon Artur». «Può darsi», disse K. «Ma per questo gli ha fatto meno male? Forse potrò dimostrarti ancora spesso la paura che ho di te in quel modo. Giacché vedo che il mestiere di aiutante ti dà ben poco piacere, il mio massimo divertimento, al di là della paura, è proprio quello d'importelo. E anzi questa volta farò in modo di avere te solo come aiutante, senza Artur; così potrò dedicarti più attenzione». «Credi che tutto questo mi faccia la minima paura?». «Credo di sì», disse K., «un po' di paura ce l'hai sicuramente, e se hai testa dovresti averne molta. Altrimenti, perché non saresti già andato da Frieda? Di' un po', le vuoi bene?». «Volerle bene?», disse Jeremias. «È una brava ragazza, intelligente, è stata l'amante di Klamm, dunque in ogni caso rispettabile. E se mi prega continuamente di liberarla di te, perché non dovrei farle questo favore, tanto più che a te non faccio del male, visto che ti sei consolato con quelle maledette Barnabas». «Ora vedo la tua paura», disse K., «una paura proprio miserabile, tu cerchi di abbindolarmi con delle menzogne. Frieda chiedeva una sola cosa: di essere liberata dagli aiutanti che erano diventati come selvaggi, bestialmente lubrichi; purtroppo non ho avuto tempo di esaudire interamente la sua preghiera, ed eccone le conseguenze».
«Signor agrimensore, signor agrimensore!», gridò qualcuno attraverso il vicolo. Era Barnabas. Arrivò senza fiato, ma non dimenticò d'inchinarsi davanti a K. «Ci sono riuscito». «A che cosa sei riuscito?», disse K. «Hai presentato la mia richiesta a Klamm?». «Non è stato possibile», disse Barnabas. «Ho fatto di tutto, ma non è stato possibile, mi sono messo in vista, sono rimasto in piedi tutto il giorno senza che me lo chiedessero così vicino al leggìo che uno scrivano, a cui toglievo la luce, mi ha addirittura spinto via, ho attirato l'attenzione, benché sia proibito, alzando la mano quando Klamm sollevava lo sguardo, sono rimasto ultimo nell'ufficio, ero ormai solo con gli inservienti, ho avuto ancora la gioia di veder ritornare Klamm, ma non per me, voleva soltanto cercare ancora in fretta qualcosa in un libro, e se n'è andato subito, infine, poiché non mi muovevo ancora, un inserviente mi ha quasi messo alla porta con la scopa. Ti confesso tutto questo, perché tu non sia di nuovo scontento di quello che ho fatto». «A che mi serve tutto il tuo zelo, Barnabas», disse K., «se non ha alcun successo?». «Ma un successo l'ho avuto», disse Barnabas. «Quando sono uscito dal mio uffico - lo chiamo il mio ufficio -, vedo un signore avanzare lentamente dai corridoi più interni, ormai tutti vuoti; era già molto tardi. Decisi di aspettarlo; era una buona occasione per trattenermi ancora, avrei passato addirittura la notte lì pur di non portarti la cattiva notizia. Ma valeva anche la pena di aspettare quel signore, era Erlanger. Non lo conosci? È uno dei primi segretari di Klamm. Un signore piccolo e debole, che zoppica leggermente. Mi ha subito riconosciuto, è famoso per la sua memoria e la sua conoscenza degli uomini, aggrotta appena le sopracciglia e questo gli basta per riconoscere chiunque, spesso anche persone che non ha mai visto, delle quali ha soltanto letto o sentito parlare; me, per esempio, non deve avermi praticamente mai visto. Ma sebbene riconosca subito tutti, comincia sempre col fare delle domande, come se fosse incerto. "Non sei Barnabas?" mi disse. E poi chiese: "Lo conosci l'agrimensore, vero?". E poi disse: "Capiti a proposito: sto andando all'Albergo dei Signori. Di' all'agrimensore di raggiungermi là. Occupo la stanza numero quindici. Ma dovrebbe venire immediatamente. Ho soltanto qualche colloquio e alle cinque del mattino riparto. Digli che ci tengo molto a parlargli"».
All'improvviso Jeremias prese la corsa. Barnabas, che fino allora nella sua eccitazione non gli aveva quasi badato, chiese: «Ma cosa vuol fare Jeremias?». «Arrivare da Erlanger prima di me», disse K., si lanciò dietro a Jeremias, lo raggiunse, lo prese sottobraccio e disse: «È la nostalgia di Frieda che ti ha preso così d'un tratto? La provo anch'io, quindi andremo allo stesso passo».
Dinnanzi alla facciata dell'Albergo dei Signori c'era un gruppetto di uomini, due o tre reggevano delle lanterne così che si poteva distinguere qualche viso. K. trovò un solo conoscente, Gerstäcker, il carrettiere. Gerstäcker lo salutò con la domanda: «Sei ancora in paese?». «Sì», disse K., «sono venuto per restarci a lungo». «Per quel che m'importa», disse Gerstäcker, tossì violentemente e si voltò verso gli altri.
Era chiaro che tutti aspettavano Erlanger. Questi era già arrivato, ma conferiva ancora con Momus prima di ricevere la gente convocata. Il discorso generale verteva sul fatto che non era concesso entrare in casa ad aspettare e bisognava rimanere lì in piedi nella neve. Non faceva molto freddo; tuttavia era una mancanza di riguardo lasciare la gente davanti all'albergo di notte, magari per ore. La colpa però non era di Erlanger, una persona anzi gentilissima, che non era al corrente della cosa e certo si sarebbe molto arrabbiato se gliel'avessero riferita. La colpa era della locandiera, che nella sua smania già morbosa di raffinatezza non voleva tollerare che tanta gente entrasse tutta in una volta nell'albergo. «Se non se ne può fare a meno, se proprio devono entrare», ripeteva, «almeno, per l'amor del cielo, che entrino l'uno dopo l'altro». Ed era riuscita a ottenere che la gente, che prima aspettava semplicemente in un corridoio, poi sulla scala, poi nell'ingresso, in ultimo nella sala, venisse alla fine ricacciata in strada. E ancora non le bastava. Trovava insopportabile essere sempre «assediata» in casa sua, come diceva lei. Non capiva perché mai ci fosse quell'andirivieni di gente. «Per insudiciare l'ingresso», le aveva risposto una volta un impiegato, forse in un momento d'irritazione; ma lui aveva trovato molto convincente quella risposta, e la citava spesso e volentieri. La sua aspirazione, che coincideva ormai con il desiderio degli interessati, era che davanti all'albergo venisse costruito un edificio dove far attendere la gente. Avrebbe addirittura preferito che anche le udienze e gl'interrogatori si svolgessero fuori dell'albergo, ma a questo i funzionari si opponevano, e se i funzionari si opponevano seriamente, l'ostessa naturalmente non la spuntava, sebbene nelle questioni secondarie esercitasse, in virtù del suo zelo instancabile e al tempo stesso femminilmente delicato, una specie di piccola tirannia. Ma c'era da prevedere che l'ostessa avrebbe continuato a sopportarne le udienze e gl'interrogatori nel suo albergo, perché i signori del castello si rifiutavano di lasciare l'albergo per gli affari ufficiali quando erano in paese. Avevano sempre premura, si fermavano in paese malvolentieri, non avevano la minima voglia di prolungare il loro soggiorno oltre lo stretto necessario, e perciò non si poteva pretendere che, semplicemente per riguardo alla pace domestica dell'Albergo dei Signori, attraversassero ogni tanto la strada con tutte le loro carte per trasferirsi da un'altra parte, e perdere in questo modo del tempo. Di preferenza i funzionari sbrigavano i loro affari nella sala, o in camera loro, se possibile durante i pasti o anche dal letto, prima di addormentarsi, oppure la mattina quando erano troppo stanchi per alzarsi e restavano volentieri a stiracchiarsi ancora un po' nel letto. Invece, a quanto pareva, la richiesta di costruire un edificio dove far attendere la gente stava per essere favorevolmente accolta; ma, dura punizione per l'ostessa - e se ne rideva un po' - la questione di quell'edificio richiedeva appunto numerosi colloqui, e i corridoi dell'albergo non si vuotavano praticamente mai.
Di tutte queste cose discuteva a mezza voce il gruppo in attesa, K. notò con stupore che il malcontento non mancava di certo, ma nessuno aveva da ridire sul fatto che Erlanger convocasse la gente nel mezzo della notte. Chiese una spiegazione e gli fu detto che, anzi, di questo bisognava essere riconoscenti a Erlanger. Nient'altro che la sua buona volontà e l'alto concetto che aveva delle proprie funzioni lo spingevano a venire in paese; se avesse voluto - e anzi sarebbe forse stato più conforme ai regolamenti -, avrebbe potuto mandare uno dei segretari subalterni e far redigere i verbali da lui. Ma di solito si rifiutava di farlo, voleva vedere e sentire tutto personalmente, a tal scopo doveva però sacrificare le notti, perché nel suo orario di servizio non erano previsti viaggi in paese. K. obiettò che anche Klamm veniva in paese di giorno e anzi ci restava parecchi giorni; bisognava dunque pensare che Erlanger, un semplice segretario, fosse più indispensabile di Klamm, su al castello? Alcuni risero bonariamente, altri tacquero imbarazzati, questi ultimi prevalsero, e a K. non fu data risposta. Solo uno disse esitando che, naturalmente, Klamm era indispensabile tanto al castello quanto al paese.
In quel momento si aprì la porta dell'albergo e Momus apparve in mezzo a due inservienti che reggevano le lanterne. «I primi a essere ammessi dinnanzi al signor segretario Erlanger», disse, «sono: Gerstäcker e K. Ci sono tutti e due?». Essi si fecero avanti, ma ancor prima di loro riuscì a sgattaiolare dentro Jeremias, con un «Sono un cameriere dell'albergo», e Momus lo accolse con un sorriso e gli batté la mano sulla spalla. «Dovrò stare più attento a Jeremias», si disse K. pur sapendo bene che Jeremias era probabilmente molto meno pericoloso di Artur, il quale stava lavorando contro di lui al castello. Forse sarebbe stato ancor più saggio accettare di farsi tormentare da loro tenendoseli come aiutanti piuttosto che lasciarli andare in giro senza controllo, liberi di ordire quegli intrighi, per i quali parevano avere un'attitudine particolare.
Quando K. passò dinnanzi a Momus, questi fece mostra di riconoscere in lui solo allora l'agrimensore. «Ah, il signor agrimensore», disse, «quello che non amava sottoporsi agl'interrogatori, e ora si precipita. Con me allora sarebbe stato più semplice. Eh, certo è difficile scegliere gl'interrogatori giusti». E poiché K., sentendosi rivolgere queste parole, fece atto di fermarsi, Momus disse: «Vada, vada! Allora le sue risposte mi sarebbero servite, adesso non più». Tuttavia K., irritato dal contegno di Momus, disse: «Lei pensa solo a se stesso. Io non le rispondo, oggi come allora, unicamente per riguardo alle sue funzioni». Momus disse: «E a chi dovremmo pensare? Chi altri c'è qui? Se ne vada!». Nell'ingresso li accolse un servitore che li guidò per la via già nota a K. attraverso il cortile, poi li fece entrare dal portone nel corridoio basso, un po' inclinato. I piani superiori erano evidentemente occupati solo dagli alti funzionari, i segretari invece stavano nelle stanze che davano su quel corridoio, anche Erlanger, benché fosse uno dei più importanti. Il servitore spense la sua lanterna, poiché il corridoio era fortemente illuminato da lampadine elettriche. Tutto lì era piccolo ma grazioso. Lo spazio era sfruttato al massimo. Il corridoio permetteva a malapena di camminarvi dritti. Ai lati, le porte quasi si toccavano. Le pareti non raggiungevano il soffitto, probabilmente per ragioni di aerazione, perché in quel corridoio lì in basso, che pareva quasi una cantina, le stanzette non dovevano avere finestre. Lo svantaggio di quelle pareti non completamente chiuse era la mancanza di tranquillità nel corridoio e, necessariamente, nelle stanze. Molte di queste parevano occupate, la gente per lo più era ancora sveglia, si udivano voci, colpi di martello, rumori di bicchieri. Eppure non si aveva l'impressione di una particolare allegria. Le voci erano soffocate, a malapena si coglieva qua e là una parola, non sembravano nemmeno conversazioni, probabilmente qualcuno dettava o leggeva qualcosa a voce alta, soprattutto nelle stanze da cui veniva il rumore di piatti e bicchieri non si udiva una sola parola, e i colpi di martello ricordarono a K. quello che da qualche parte gli avevano raccontato, e cioè che certi funzionari, per riposarsi dal continuo sforzo intellettuale, si dedicavano di tanto in tanto a lavori di falegnameria, meccanica di precisione, e cose simili. Il corridoio stesso era vuoto, ma dinnanzi a una porta era seduto un signore alto, pallido e magro, che indossava una pelliccia sotto la quale s'intravvedeva la camicia da notte; forse trovava la stanza soffocante e si era seduto fuori a leggere il giornale, ma non vi prestava troppa attenzione, spesso sbadigliava, interrompeva la lettura, si sporgeva in avanti e guardava nel corridoio; forse aspettava qualcuno che aveva convocato e tardava a venire. Quando gli furono passati innanzi, il servitore disse: «È Pinzgauer». Gerstäcker annuì con il capo. «Da un pezzo non veniva giù in paese», disse. «Da un bel pezzo», confermò il servitore.
Giunsero infine davanti a una porta non diversa dalle altre, ma dietro la quale, come annunciò il servitore, alloggiava Erlanger. Il servitore si fece prendere sulle spalle da K. e guardò nella stanza attraverso la fessura libera. «È coricato sul letto», disse il servitore scendendo, «è vestito, ma credo che stia sonnecchiando. A volte, qui in paese, è sopraffatto da un'improvvisa stanchezza, è il cambiamento di vita. Dovremo aspettare. Quando si sveglierà suonerà il campanello. A dire il vero gli è già successo di non svegliarsi per tutto il tempo del suo soggiorno in paese e di dover ripartire subito per il castello al suo risveglio. Del resto quello che svolge qui è un lavoro facoltativo». «Ormai sarebbe meglio che dormisse fino alla fine», disse Gerstäcker, «perché se quando si sveglia gli rimane ancora un po' di tempo per lavorare, è seccatissimo di aver dormito, fa in modo di sbrigare tutto in fretta e non si ha quasi il tempo di parlare». «Lei viene per l'appalto dei trasporti per il fabbricato?», chiese il servitore. Gerstäcker annuì, prese in disparte il servitore e gli parlò sottovoce; ma il servitore non ascoltava quasi, guardava al di sopra di Gerstäcker, che superava di tutta la testa e anche più, e si accarezzava lento e serio i capelli.

22

Fu allora che K., lasciando vagare lo sguardo intorno, scorse lontano Frieda, a una svolta del corridoio; lei fece come se non lo riconoscesse, si limitò a fissarlo, in mano reggeva un vassoio con delle stoviglie vuote. K. disse all'inserviente, che però non gli badava - più gli si parlava e più sembrava assente - che sarebbe tornato subito, e corse da Frieda. Giunto vicino alla ragazza, l'afferrò per le spalle, come per riprenderne possesso e le fece qualche domanda senza importanza scrutandola negli occhi. Ma Frieda non abbandonò il suo atteggiamento rigido, cercò distrattamente di mutar di posto alle stoviglie sul vassoio e disse: «Che vuoi da me? Va' dalle... be', lo sai come si chiamano. È da lì che vieni, te lo leggo in faccia». K. sviò rapidamente il discorso; non si doveva arrivare a una spiegazione così all'improvviso e incominciando dall'argomento peggiore, più sfavorevole a lui. «Pensavo che tu fossi nella sala», disse. Frieda lo guardò stupita e gli passò dolcemente la mano libera sulla fronte e sulla guancia. Era come se avesse dimenticato i suoi lineamenti e volesse in quel modo richiamarseli alla memoria, anche i suoi occhi avevano l'espressione velata di chi tenta faticosamente di ricordare. «Mi hanno assunta di nuovo per la sala», disse poi lentamente, come se non fosse importante ciò che diceva, ma sotto le parole conducesse con K. un'altra conversazione, e quella fosse la cosa essenziale. «Questo lavoro non fa per me, lo può fare benissimo anche un'altra; una che sappia fare i letti, mostrare un viso sorridente e non temere le molestie dei clienti, anzi provocarle, non ci vuol altro per fare la cameriera. Ma nella sala è diverso. E io sono stata subito riassunta per la sala, sebbene allora l'abbia lasciata non troppo onorevolmente; certo, adesso avevo delle protezioni. Ma il padrone era contento che io avessi delle protezioni, così gli è stato più facile riassumermi. Anzi, hanno dovuto insistere per farmi accettare il posto; prova a pensare cosa mi ricorda quella sala e capirai. Alla fine ho accettato. Qui sono soltanto in servizio provvisorio. Pepi ha pregato che non le s'infligga la vergogna di dover lasciare immediatamente la sala, e poiché ha lavorato sodo e ha fatto tutto quello che le sue capacità le permettevano, le abbiamo concesso un rinvio di ventiquattr'ore». «Tutto questo sta benissimo», disse K., «ma una volta tu hai lasciato la sala per seguirmi, e adesso che manca poco al nostro matrimonio vuoi tornarci?». «Non ci sarà nessun matrimonio», disse Frieda. «Perché sono stato infedele?», Frieda annuì con il capo. «Be' guarda, Frieda», disse K., «di questa presunta infedeltà abbiamo già parlato spesso, e alla fine hai sempre dovuto riconoscere che era un sospetto ingiusto. Dopo di allora niente è cambiato da parte mia, la cosa è rimasta innocente com'era, e non potrà mai essere diversamente. Dunque dev'essere cambiato qualcosa da parte tua, ti saranno giunte delle insinuazioni o chissà che altro. Ad ogni modo mi fai torto; pensaci infatti, come stanno le cose con quelle due ragazze? Una, la bruna - quasi mi vergogno di dover entrare nei particolari per difendermi, ma sei tu che mi ci obblighi -, la bruna, dicevo, non mi è forse meno sgradevole che a te; se solo posso tenermene alla larga, lo faccio, e lei mi facilita le cose perché più contegnosi di lei non si può essere...». «Ma sì», esclamò Frieda, le parole le uscivano quasi suo malgrado, K. fu contento di vederla così distratta; era diversa da quello che voleva essere, «chiamala pure contegnosa, la più spudorata di tutte la chiami contegnosa, e per quanto sia incredibile, lo pensi seriamente, non fingi, lo so. L'ostessa della Locanda del Ponte dice di te: "Non posso sopportarlo, ma nemmeno abbandonarlo, anche quando si vede un bambino incapace di camminare avventurarsi lontano, non ci si può controllare; si è costretti a intervenire"». «Dalle retta, per questa volta», disse K. sorridendo, «ma di quella ragazza - contegnosa o spudorata, lasciamo stare - non ne voglio più sapere». «Ma perché hai detto che è contegnosa?», chiese Frieda, implacabile. K. prese quell'interesse per un segno a lui favorevole. «L'hai messa alla prova o con questo vuoi svilire le altre?». «Né una cosa né l'altra», rispose K. «la chiamo così per gratitudine, perché mi rende facile ignorarla, e perché, anche se mi rivolgesse più spesso la parola, non me la sentirei di ritornare in quella casa, il che però sarebbe un grosso guaio per me, lo sai anche tu che ci devo andare, per il nostro avvenire comune. E per questo devo parlare anche con l'altra ragazza, che io stimo per la forza, la prudenza e l'abnegazione, ma che nessuno potrà mai trovare seducente». «I servi la pensano diversamente», disse Frieda. «In questa come in molte altre cose», disse K. «Vuoi forse desumere la mia infedeltà dalle loro voglie?», Frieda tacque e lasciò che K. le prendesse di mano il vassoio, lo posasse per terra, infilasse il braccio sotto al suo e incominciasse a passeggiare avanti e indietro con lei in quel piccolo spazio. «Tu non sai che cos'è la fedeltà», disse poi resistendo appena al suo contatto. «E il modo in cui ti comporti con quelle ragazze non è la cosa essenziale; che tu vada e venga da quella famiglia, che i tuoi vestiti abbiano l'odore di quella stanza, è già un insulto per me. E tu scappi via dalla scuola senza dire nulla, e rimani da loro metà della notte. E se vengono a chiedere di te fai dire da quelle ragazze che non ci sei, ti fai negare con impeto, soprattutto da quell'incomparabile contegnosa. Te la svigni di casa per un passaggio segreto, forse per salvare la reputazione di quelle ragazze, la reputazione di quelle ragazze! Basta, non parliamone più!». «Di questo no», disse K., «ma parliamo di qualcosa d'altro, Frieda. Di questo, d'altronde, non c'è nulla da dire. Perché sono costretto ad andarci, lo sai. Mi pesa, ma mi faccio forza. Non dovresti rendermi il compito più gravoso di quel che è. Oggi avevo pensato di passare soltanto un momento a chiedere se Barnabas, che avrebbe dovuto portarmi un messaggio importante già da un pezzo, non fosse finalmente arrivato. Non era arrivato, ma mi assicurarono che doveva arrivare a minuti. Non volevo che mi raggiungesse a scuola, per non infastidirti con la sua presenza. Passavano le ore, e purtroppo lui non arrivava. Venne però un altro, che io detesto. Non mi andava che mi spiasse, e così passai per l'orto dei vicini, ma nemmeno avevo l'intenzione di nascondermi, e infatti gli andai incontro spontaneamente sulla strada, con una bacchetta bella flessibile, lo confesso. Tutto qui, dunque, all'argomento non c'è nulla da aggiungere; ma c'è qualcosa d'altro di cui si deve parlare. Come la mettiamo con gli aiutanti, che mi ripugna nominare quasi quanto a te ripugna nominare quella famiglia? Confronta i tuoi rapporti con loro e quelli che corrono fra me e quella famiglia. Capisco l'avversione che provi per i Barnabas e posso condividerla. Vado da loro soltanto nell'interesse della nostra causa, a volte mi pare quasi di far loro un torto, di sfruttarli. Tu e gli aiutanti, invece! Hai ammesso tu stessa che ti perseguitano, e hai pure confessato di sentirti attratta da loro. Non me la sono presa con te per questo, ho riconosciuto che ci sono in gioco forze più grandi di te, ero già felice che tu almeno ti difendessi, ti ho aiutato a difenderti, e ora, solo perché per un paio d'ore ho allentato la sorveglianza fidando nella tua fedeltà, ma anche pensando che la casa era sicuramente chiusa e gli aiutanti messi in fuga per sempre - continuo a sottovalutarli, temo -, solo perché per un paio d'ore ho allentato la sorveglianza e quel Jeremias, un tipo, a ben vedere, non molto sano e vecchietto, ha avuto la sfacciataggine di avvicinarsi alla finestra, solo per questo ti devo perdere, Frieda, e sentirmi accogliere con un: "Non ci sarà nessun matrimonio". A dire il vero, se c'è uno che può far rimproveri quello sono io, eppure non li faccio, continuo a non farli». E di nuovo a K. parve bene distrarre un po' Frieda, e la pregò di portargli qualcosa da mangiare poiché era a digiuno da mezzogiorno. Frieda, evidentemente sollevata anche lei da quella richiesta, annuì e corse a prendere qualcosa, non in fondo al corridoio dove K. supponeva ci fosse la cucina, ma di lato, scendendo un paio di gradini. Tornò in un momento con un piatto di affettati e una bottiglia di vino, ma erano chiaramente solo gli avanzi di un pasto: le fette erano state ridisposte alla bell'e meglio perché non si capisse, c'erano rimaste persino delle pelli di salame e la bottiglia era vuota per tre quarti. Ma K. non disse nulla e si mise a mangiare di buon appetito. «Sei stata in cucina?», chiese. «No, in camera mia», disse lei, «ho una stanza qui sotto». «Potevi farmi scendere con te», disse K. «Andiamoci, così sto seduto mentre mangio». «Ti porto io una sedia», disse Frieda, e si era già incamminata. «No grazie», disse K. trattenendola, «non andrò in camera tua né mi serve più una sedia». Frieda sopportò caparbiamente la sua stretta, aveva chinato la testa e si mordeva le labbra. «E va bene, c'è lui», disse. «Non te lo aspettavi? È nel mio letto, ha preso freddo fuori, trema tutto, non ha quasi mangiato. In fondo è tutta colpa tua; se tu non avessi scacciato gli aiutanti e non fossi corso dietro a quella gente, a quest'ora ce ne staremmo tranquilli a scuola. Tu solo hai distrutto la nostra felicità. Credi forse che Jeremias avrebbe osato portarmi via fintanto che era in servizio? Allora non conosci proprio i regolamenti che vigono qui. Voleva venire da me, si tormentava, mi spiava, ma era soltanto un gioco, come gioca un cane affamato che però non osa saltare sulla tavola. Lo stesso vale per me. Mi attirava, è un mio amico d'infanzia - giocavamo insieme sulla collina del castello, bei tempi, tu non mi hai mai chiesto niente del mio passato -, ma tutto questo contava poco finché Jeremias era vincolato dal servizio, perché io conoscevo il mio dovere di tua futura moglie. Ma poi tu hai scacciato gli aiutanti e te ne vanti ancora, come se avessi fatto qualcosa per me; be', in un certo senso è vero. Con Artur sei riuscito nel tuo intento, solo momentaneamente però, lui è delicato, non ha la passione di Jeremias che non teme difficoltà, e poi quella notte l'hai quasi distrutto con quel pugno - un colpo diretto anche contro la nostra felicità -; è corso via al castello per sporgere querela, e anche se tornerà presto, per il momento non è qui. Jeremias invece è rimasto. Quand'è in servizio, a spaventarlo basta che il padrone aggrotti le sopracciglia, ma fuori del servizio non teme nulla. È venuto e mi ha presa; abbandonata da te, dominata da lui, un vecchio amico, non ho potuto resistere. Io non ho aperto il portone della scuola, ha spaccato lui la finestra e mi ha tirata fuori. Siamo scappati qui, l'albergatore ha stima di lui, e i clienti non desiderano di meglio che un cameriere come lui, così siamo stati assunti, lui non abita da me ma abbiamo una camera in comune». «Nonostante tutto», disse K., «non mi pento di aver cacciato dal servizio gli aiutanti. Se la situazione era così come la descrivi, se la tua fedeltà, cioè, dipendeva solo dai vincoli professionali degli aiutanti, allora è meglio che tutto sia finito. La felicità coniugale in mezzo a quelle due bestie feroci che obbediscono solo alla frusta non sarebbe stata molto grande. E quindi sono grato anche a quella famiglia che senza volerlo ha contribuito a dividerci». Tacquero entrambi e ripresero ad andare avanti e indietro l'uno accanto all'altra, senza che si potesse dire chi, questa volta, aveva preso l'iniziativa. Frieda, vicino a K., pareva stizzita che lui non la prendesse di nuovo a braccetto. «E così sarebbe tutto a posto», continuò K., «e potremmo dirci addio, tu potresti andare dal tuo signor Jeremias, che probabilmente è ancora raffreddato dalla permanenza in giardino - date le sue condizioni l'hai già trascurato fin troppo - e io potrei tornare a scuola da solo, oppure, giacché senza di te là non ho niente da fare, andare in qualche altro posto dove mi si accolga. Se tuttavia esito è perché ho buon motivo di dubitare ancora un po' di quello che mi hai raccontato. Di Jeremias io ho l'impressione opposta. Finché è stato in servizio ti è corso dietro, e non credo che alla lunga il dovere l'avrebbe trattenuto dal saltarti addosso per davvero un giorno o l'altro. Ma adesso che si considera licenziato è una cosa diversa. Scusami, ma io me lo spiego così: da quando hai smesso di essere la fidanzata del suo padrone, non sei più per lui quell'attrazione di prima. Sarai anche la sua amica d'infanzia, ma secondo me - a dire il vero lo conosco soltanto da una breve conversazione che abbiamo avuta stanotte - di queste faccende sentimentali gliene importa ben poco. Non so perché tu gli riconosca un carattere passionale. Mi pare invece che ragioni con molta freddezza. Ha ricevuto l'incarico da Galater di svolgere nei miei riguardi una missione che forse non mi è molto favorevole, e fa di tutto per eseguirla, con una certa passione per il suo servizio, lo ammetto, che non è molto rara fra voi; essa comporta fra l'altro la distruzione del nostro legame; forse ha tentato in vari modi, uno era quello di sedurti con i suoi languori lascivi, un altro quello di mettere in giro la favola - con l'appoggio dell'ostessa - della mia infedeltà; il tentativo gli è riuscito, una vaga reminiscenza di Klamm che aleggia intorno a lui può aver contribuito al successo; è vero, ha perso il posto, ma forse proprio nel momento in cui non ne aveva più bisogno, adesso raccoglie i frutti del suo lavoro e ti tira fuori dalla finestra della scuola, ma con ciò il suo compito è finito e, abbandonato dalla sua passione per il servizio, si sente stanco, preferirebbe essere al posto di Artur, che non sta affatto sporgendo querela bensì raccoglie elogi e nuovi incarichi, ma qualcuno deve pur rimanere qui a seguire lo sviluppo delle cose. Provvedere a te è per Jeremias un dovere piuttosto fastidioso. In lui non c'è traccia d'amore per te, me l'ha confessato apertamente, come amante di Klamm naturalmente ti rispetta, e gli fa certo bene installarsi nella tua stanza e sentirsi un piccolo Klamm, ma è tutto qui, tu per lui non rappresenti nulla adesso, e l'averti sistemata qui per lui è soltanto un complemento della sua missione principale; è rimasto anche lui perché tu non ti agiti, ma solo provvisoriamente, finché non riceva altre notizie dal castello e tu non l'abbia guarito dal raffreddore». «Come lo calunni!», disse Frieda battendo l'uno contro l'altro i piccoli pugni. «Calunniarlo?», disse K. «No, non voglio calunniarlo. Ma forse gli faccio torto, questo è possibile. Quel che ho detto di lui non appare chiaramente in superficie; si può anche interpretare diversamente. Ma calunniarlo? Potrei calunniarlo soltanto allo scopo di lottare contro il tuo amore per lui. Se fosse necessario e se la calunnia fosse un mezzo adatto, non esiterei a farlo. Nessuno potrebbe condannarmi per questo; grazie a quelli che gli hanno affidato la sua missione egli ha un tale vantaggio su di me che io, dovendo contare solo su me stesso, avrei anche diritto di calunniarlo un poco. Sarebbe un mezzo di difesa relativamente innocente e in fin dei conti inefficace. Dunque, metti giù quei pugni». E K. prese la mano di Frieda nella sua; Frieda cercò di ritirarla, però sorridendo e senza metterci troppa energia. «Ma non ho bisogno di calunniarlo», disse K., «tanto tu non lo ami, credi soltanto di amarlo e mi sarai grata se ti libererò da questa illusione. Vedi, se qualcuno volesse portarti via da me, senza violenza, ma con un calcolo sottilissimo, dovrebbe passare per i due aiutanti. Dei bravi ragazzi, in apparenza, infantili, allegri, irresponsabili, soffiati giù dall'alto, dal castello, e poi, in aggiunta, qualche ricordo d'infanzia: un insieme molto piacevole, specialmente se io sono l'opposto di tutto questo, e per contro sempre dietro ad affari che ti risultano incomprensibili, che ti irritano, che mi portano a frequentare gente che detesti e che, nonostante la mia innocenza, fanno ricadere su di me un po' di quell'odio. Il tutto non è altro che uno sfruttamento perfido ma astutissimo dei difetti della nostra relazione. Ogni relazione ha i suoi difetti, tanto più la nostra: ci siamo incontrati: venendo da due mondi diversi, e da quando ci conosciamo la vita di ciascuno di noi ha preso un corso completamente nuovo, ci sentiamo ancora insicuri, ma appunto perché tutto è troppo nuovo. Non parlo di me, non è così importante, in fondo sono stato colmato di regali da quando hai posato su di me il tuo sguardo la prima volta; e non è difficile abituarsi a ricevere. Ma tu, senza contare il resto, sei stata strappata a Klamm; io non so valutare l'importanza di questo allontanamento, ma a poco a poco me ne sono fatta un'idea: si vacilla, si è disorientati, e anche se io ero sempre pronto ad accoglierti, non sempre ero presente, e quando ero presente, a volte tu eri prigioniera dei tuoi sogni, o di qualcosa di più vivo ancora, come l'ostessa; insomma, c'erano momenti in cui tu distoglievi lo sguardo da me, aspiravi a un non so che d'indefinito, povera bambina, e bastava che in quegli intervalli venissero poste dinnanzi al tuo sguardo le persone giuste e tu ti trovavi in loro balìa, soccombevi all'illusione che quegli attimi, fantasmi, ricordi, quella vita passata in fondo ormai lontana e che si allontanava sempre più, fosse ancora la tua vera vita di oggi. Un errore, Frieda, nient'altro che l'ultima e, a ben vedere, trascurabile difficoltà che si opponeva alla nostra unione definitiva. Torna in te, riprenditi; anche se hai creduto che gli aiutanti fossero inviati da Klamm - e non è affatto vero, li ha mandati Galater - e se con l'aiuto di questa illusione essi hanno potuto incantarti al punto che persino nel loro sudiciume e nella loro lascivia credevi di trovare qualche traccia di Klamm - così come uno crede di vedere in un letamaio la pietra preziosa che aveva perduta, mentre in realtà non ve la potrebbe trovare, nemmeno se ci fosse davvero -, sono pur sempre della risma dei garzoni di stalla, senza averne la salute, un po' d'aria fresca li fa ammalare e li mette a letto, letto che però sanno scegliere con astuzia da stallieri». Frieda aveva appoggiato la testa alla spalla di K., passeggiavano su e giù in silenzio tenendosi allacciati. «Se quella notte», disse Frieda lentamente, tranquilla, quasi a suo agio, come se sapesse che le era concessa solo una breve pausa di riposo contro la spalla di K., ma volesse goderla fino all'ultimo, «se ce ne fossimo andati via quella notte stessa, ora potremmo essere al sicuro da qualche parte, sempre insieme, la tua mano sempre abbastanza vicina perché io possa afferrarla; come ho bisogno della tua vicinanza; come mi sento abbandonata, da quando ti conosco, se non mi sei vicino; la tua vicinanza, credimi, è l'unico sogno che faccio, e nessun altro». In quel momento qualcuno chiamò dal corridoio laterale, era Jeremias, stava lì, in piedi, sul gradino più basso, indossava solo la camicia, ma si era avvolto in uno scialle di Frieda. A vederlo così, con i capelli arruffati, la barba rada come fradicia di pioggia, gli occhi sgranati con un'espressione penosa, di supplica e di rimprovero, le guance scure arrossate, ma come fatte di una carne troppo molle, le gambe nude tremanti per il freddo che trasmettevano il tremito alle frange dello scialle, pareva un malato scappato dall'ospedale, di fronte al quale si poteva pensare solo a riportarlo a letto. Così pensò anche Frieda, si staccò da K. e gli fu subito accanto. La vicinanza della ragazza, il gesto premuroso con cui lei lo avvolse meglio nello scialle, la fretta con cui cercava di sospingerlo nuovamente in camera, sembrarono ridargli un po' di forza; egli parve riconoscere solo ora K. «Ah, il signor agrimensore», disse, e per rabbonire Frieda, che non voleva s'avviasse un'altra conversazione, le accarezzò la guancia. «Perdoni il disturbo. Ma non sto affatto bene, e questo mi può scusare. Credo di avere la febbre, devo prendere una tisana che mi faccia sudare. Quella maledetta cancellata a scuola, me la ricorderò per un pezzo, e adesso, col raffreddore addosso, sono anche andato in giro di notte. Si sacrifica la propria salute, senza nemmeno rendersene conto al momento, per cose che, a dire il vero, non ne valgono la pena. Ma lei, signor agrimensore, non si disturbi per me, venga in camera nostra, faccia visita a un malato e intanto dica a Frieda quel che ha ancora da dirle. Quando due persone abituate l'una all'altra si separano, all'ultimo momento hanno naturalmente tante di quelle cose da dirsi che un terzo, soprattutto se è a letto e aspetta la tisana promessa, non può capirci nulla. Venga, venga dentro, io me ne starò zitto e buono». «Basta, basta», disse Frieda tirandolo per il braccio. «Ha la febbre e non sa quel che dice. Ma tu, K., ti prego, non venire. È la camera mia e di Jeremias, anzi, è la mia soltanto, ti proibisco di entrarci con noi. Tu mi perseguiti, oh K., perché mi perseguiti? Mai e poi mai tornerò da te, tremo al solo pensiero di una simile possibilità. Vattene dalle tue ragazze; a quanto m'hanno raccontato, siedono accanto a te sulla panca della stufa con la sola camicia addosso e se viene qualcuno a cercarti gli mostrano le unghie. Si vede che ti senti a casa tua là, se hai questa grande spinta ad andarci. Ogni volta io ho cercato d'impedirtelo, con poco successo, ma l'ho pur sempre fatto; cose passate, ora sei libero. Ti attende una bella vita, forse per una delle due dovrai vedertela un po' con i servi, ma quanto all'altra non c'è nessuno né in cielo né in terra che te la contenda. È un'unione benedetta in partenza. Non ribattere, certo puoi confutare tutto, ma alla fine non hai confutato proprio nulla. Pensa un po', Jeremias, ha confutato tutto!». Frieda e Jeremias si scambiarono cenni e sorrisi d'intesa. «Ma ammettendo», proseguì Frieda, «che egli abbia confutato tutto, a che cosa è servito, che importa a me? Quel che accade in quella casa riguarda soltanto lui e le ragazze, non me. Quel che preme a me è curarti finché tu ritrovi la salute che avevi una volta, prima che K. ti tormentasse a causa mia». «Allora davvero non viene con noi, signor agrimensore?», chiese Jeremias, ma Frieda, senza più voltarsi verso K., lo trascinò via definitivamente. Si vedeva in basso una porticina, ancora più bassa delle porte che c'erano lì nel corridoio - non solo Jeremias, ma anche Frieda dovette chinarsi per entrare -, l'interno pareva ben illuminato e caldo; si udì ancora qualche sussurro, a quanto pareva Jeremias veniva amorevolmente esortato a coricarsi, poi la porta fu chiusa.

23

Soltanto ora K. si accorse del silenzio che era calato nel corridoio, non solo in quella parte dove si era trattenuto con Frieda e che pareva corrispondere ai locali di servizio dell'albergo, ma anche nel lungo corridoio con le stanze prima così animate. Dunque i signori si erano finalmente addormentati. Anche K. era stanchissimo, forse proprio per la stanchezza non si era difeso contro Jeremias come avrebbe dovuto. Forse sarebbe stato più saggio imitare Jeremias che chiaramente esagerava il suo malanno - quel suo stato miserando non era dovuto al raffreddore, ma era congenito, e nessuna tisana vi avrebbe posto rimedio -, imitare in tutto Jeremias, fare anche lui un po' di scena con la sua stanchezza che era davvero grande, lasciarsi cadere a terra lì nel corridoio, cosa che già in sé doveva fare un gran bene, sonnecchiare un momento e magari poi farsi anche curare. Ma l'esito sarebbe stato meno felice che per Jeremias, il quale, forse a buon diritto, avrebbe sicuramente vinto in questa gara per suscitare pietà, come pure, a quanto pareva, in ogni altra competizione. K. era così stanco che si chiese se non fare un tentativo di entrare in una di quelle stanze, qualcuna sicuramente vuota, e farsi una bella dormita in un letto comodo. A suo avviso questo lo avrebbe compensato di molte cose. Aveva pronta anche una bevanda per conciliare il sonno. Sul vassoio che Frieda aveva lasciato per terra c'era una piccola bottiglia di rhum. K. non esitò dinnanzi alla fatica di tornare indietro, e la vuotò.
Ora se non altro si sentiva abbastanza forte per comparire davanti a Erlanger. Cercò la porta della sua stanza, ma poiché l'inserviente e Gerstäcker non si vedevano più e le porte erano tutte uguali, non riuscì a trovarla. Credeva però di ricordarsi in quale punto del corridoio fosse, e decise di aprire una porta che secondo lui doveva essere quella che cercava. Il tentativo non poteva presentare troppi rischi, se era la stanza di Erlanger sarebbe stato bene accolto, se quella di un altro, era pur sempre possibile chieder scusa e andarsene, se poi l'ospite dormiva, ed era la cosa più probabile, la visita di K. non sarebbe stata affatto notata; sarebbe stato un guaio soltanto se la stanza fosse stata vuota, perché allora K. difficilmente avrebbe saputo resistere alla tentazione di coricarsi nel letto e dormire all'infinito. Guardò ancora una volta a destra e a sinistra nel corridoio per assicurarsi che non arrivasse qualcuno che potesse dargli informazioni e rendere inutile quel gesto audace, ma il lungo corridoio era silenzioso e vuoto. Allora K. pose l'orecchio alla porta, anche lì nessun ospite. Bussò così piano che se qualcuno dormiva non si sarebbe svegliato, e poiché non accadde nulla nemmeno allora, aprì la porta con estrema cautela. Ma questa volta un leggero grido lo accolse.
Era una stanza piccola, riempita per più di metà da un gran letto, sul comodino era accesa la lampada elettrica e lì accanto era posata una borsa da viaggio. Nel letto, ma tutto nascosto sotto la coperta, qualcuno si mosse inquieto e da uno spiraglio fra la coperta e il lenzuolo sussurrò: «Chi è?». Ormai K. non poteva più andarsene come se niente fosse, guardò contrariato il letto vasto e allettante ma purtroppo non vuoto, poi si ricordò della domanda e disse il suo nome. Questo parve produrre una buona impressione, l'uomo nel letto scostò un poco la coperta dal viso, ma timorosamente, pronto a ricoprirsi subito se fuori ci fosse stato qualcosa che non andava. Ma poi buttò indietro risolutamente la coperta e si levò a sedere. Non era di certo Erlanger. Era un signore piccolo, di bell'aspetto, con qualcosa d'incongruente nel viso: le gote avevano una rotondità infantile, infantile era l'allegria degli occhi, ma la fronte alta, il naso appuntito, la bocca sottile con le labbra che non volevano restare unite, il mento quasi inesistente non erano affatto infantili, anzi tradivano un pensiero superiore. Proprio la soddisfazione di questa superiorità, la soddisfazione di se stesso, doveva aver conservato in lui un forte residuo di sana infantilità. «Conosce Friedrich?», chiese. K. rispose di no. «Lui però la conosce», disse il signore sorridendo. K. annuì; persone che lo conoscevano non mancavano di certo, anzi questo era uno dei principali ostacoli sul suo cammino. «Io sono il suo segretario», disse il signore, «mi chiamo Bürgel». «Mi scusi», disse K. allungando la mano verso la maniglia, «purtroppo ho scambiato la sua porta con un'altra. Sono stato convocato dal segretario Erlanger». «Che peccato», disse Bürgel. «Non che lei sia convocato da un'altra parte, ma che abbia sbagliato porta. Sa, una volta svegliato non mi riaddormento di certo. Be', non se ne faccia un cruccio, è una mia personale disgrazia. Ma perché qui le porte non si possono chiudere a chiave, eh? Il motivo c'è, naturalmente. È perché secondo un'antica massima le porte dei segretari devono rimanere sempre aperte. Ma questo veramente non dovrebbe essere preso così alla lettera». Bürgel guardò K. con aria interrogativa e allegra, in contrasto con le sue lamentele pareva riposatissimo; stanco come si sentiva K. in quel momento, Bürgel non doveva esserlo mai stato. «Dove vuole andare adesso?», chiese Bürgel. «Sono le quattro. Da chiunque lei vada lo dovrebbe svegliare, non tutti hanno come me l'abitudine a essere disturbati, non tutti lo tollererebbero con tanta pazienza, i segretari sono gente nervosa. Si fermi qui un po', dunque. Verso le cinque qui incominciano ad alzarsi, e allora per lei sarà il momento più opportuno per presentarsi alla sua convocazione. Su, lasci quella maniglia, per favore, e si sieda da qualche parte, veramente lo spazio qui è stretto, la cosa migliore è che lei si sieda qui sulla sponda del letto. Si meraviglia che io non abbia né una sedia né un tavolo? Be', avevo la scelta, o un arredamento completo con un lettuccio stretto da albergo o questo grande letto con un lavabo e nient'altro. Ho scelto il letto grande, in una camera da letto è il letto la cosa che più conta, o no? Ah, felice chi può distendersi e dormir bene, per uno che ha il sonno buono questo letto dev'essere una cosa davvero deliziosa. Ma fa bene anche a me che sono sempre stanco senza poter dormire, ci passo gran parte della giornata, qui sbrigo tutta la corrispondenza, tengo gli interrogatori delle parti convocate. Va proprio bene. È vero che le persone convocate non sanno dove sedersi, ma si rassegnano, in fondo anche loro preferiscono rimanere in piedi e vedere ben sistemato chi stende il verbale piuttosto che starsene comodamente seduti e farsi strapazzare. Non mi rimane dunque da offrire altro posto per sedersi che la sponda del letto, ma non è un posto ufficiale e lo riservo alle conversazioni notturne. Ma come è silenzioso, signor agrimensore!». «Sono molto stanco», disse K. che all'invito si era subito, villanamente e senza alcun riguardo, seduto sul letto e appoggiato al montante. «È naturale», disse Bürgel con un sorriso, «qui sono tutti stanchi. Non è poco, per esempio, il lavoro che ho sbrigato ieri e anche oggi. È assolutamente escluso che riprenda sonno ormai, ma se dovesse accadere questa cosa improbabilissima e io mi addormentassi mentre lei è ancora qui, la prego di starsene quieto e di non aprire la porta. Ma nessuna paura, è sicuro che non mi addormenterò e semmai sarà per un paio di minuti, non di più. Vede, il fatto è che io, forse perché sono così abituato a questo genere di conversazioni, mi addormento in ogni caso più facilmente se sono in compagnia». «Dorma pure, la prego, signor segretario», disse K. rallegrato da quell'annuncio, «e, se permette, dormirò un poco anch'io». «No, no», disse Bürgel ridendo di nuovo, «purtroppo non riesco ad addormentarmi così, su semplice invito, l'occasione può nascere solo nel corso della conversazione, è questa che più aiuta a farmi assopire. Eh sì, il nostro mestiere logora i nervi. Io, per esempio, sono segretario di collegamento. Non sa che cos'è? Ebbene, costituisco il collegamento più valido», e qui si fregò svelto le mani con involontaria allegria, «tra Friedrich e il paese, costituisco il collegamento tra i suoi segretari del castello e quelli di quaggiù, risiedo per lo più in paese, ma non in permanenza; ad ogni istante devo esser pronto a salire al castello. Vede la borsa da viaggio, una vita agitata, non è fatta per chiunque. È vero, d'altra parte, che non potrei più fare a meno di un lavoro di questo genere, ogni altro lavoro mi parrebbe insulso. E che mi dice del lavoro di agrimensore?». «Non esercito quel lavoro, non vengo impiegato come agrimensore», disse K., ma la sua mente non seguiva la conversazione, a dire il vero non vedeva l'ora che Bürgel si addormentasse, anche questo però solo per un certo senso di dovere verso se stesso, nel suo intimo credeva di sapere che il momento in cui Bürgel si sarebbe addormentato era ancora di là da venire. «Mi stupisce!», disse Bürgel con uno scatto vivace del capo, e tirò fuori da sotto le coperte un taccuino per annotarsi qualcosa. «Lei è agrimensore e non fa lavori di agrimensura». K. annuì meccanicamente, aveva allungato il braccio sinistro in alto sul montante del letto e vi aveva appoggiato la testa, aveva già cercato in diversi modi di mettersi comodo, ma quella posizione era la più comoda di tutte, adesso riusciva anche a prestare un po' più di attenzione alle parole di Bürgel. «Sono disposto», proseguì Bürgel, «a continuare a seguire questa faccenda. Da noi le cose non stanno certo così che si possa lasciare inutilizzata una capacità professionale. E anche per lei dev'essere umiliante; non ne soffre?». «Ne soffro», disse K. adagio, e sorrise fra sé perché proprio in quel momento non ne soffriva minimamente. L'offerta di Bürgel poi gli faceva poca impressione. Era dilettantismo bell'e buono. Senza assolutamente conoscere le circostanze della nomina di K., le difficoltà che essa incontrava in paese e al castello, le complicazioni che erano già sorte o si erano profilate per l'avvenire durante il suo soggiorno in paese, senza conoscere nulla di tutto questo, anzi senza mostrare di averne almeno un sentore come ci si doveva normalmente aspettare da un segretario, egli si offriva, con l'aiuto del suo taccuino, di sistemare la faccenda su al castello, come fosse un giochetto. «Si direbbe che lei abbia già avuto qualche delusione», disse Bürgel dimostrando di nuovo una certa conoscenza dell'animo umano; del resto K., dal momento in cui era entrato nella stanza, raccomandava di tanto in tanto a se stesso di non sottovalutare Bürgel, ma nello stato in cui si trovava era difficile giudicare lucidamente qualsiasi altra cosa che non la propria stanchezza. «No», disse Bürgel come se rispondesse a un pensiero di K. e volesse premurosamente risparmiargli la fatica di formularlo. «Non deve lasciarsi scoraggiare dalle delusioni. Certe cose qui paiono studiate apposta per scoraggiare, e quando si è nuovi del posto, gli ostacoli sembrano addirittura insormontabili. Non voglio indagare le ragioni di fondo, forse l'apparenza corrisponde effettivamente alla realtà, nella mia posizione manca la distanza necessaria per stabilirlo, ma badi bene, a volte si danno occasioni che non concordano quasi con la situazione generale, occasioni in cui con un parola, uno sguardo, un cenno confidenziale si può ottenere di più che con una vita di sforzi estenuanti. È così, certo. Vero è che allora, queste occasioni concordano di nuovo con la situazione generale in quanto non vengono mai sfruttate. Ma perché non vengono sfruttate, mi chiedo sempre». K. non lo sapeva; si rendeva conto che quello di cui parlava Bürgel probabilmente lo riguardava molto da vicino, ma in quel momento provava una forte avversione per tutte le cose che lo riguardavano, spostò un po' la testa di lato come per lasciare via libera alle domande di Bürgel e non esserne più toccato. Bürgel si stirò le braccia, sbadigliò, cosa che contrastava in modo sconcertante con la gravità delle sue parole, e proseguì: «I segretari si lamentano in continuazione di essere costretti in paese a effettuare gl'interrogatori quasi sempre di notte. Ma perché se ne lamentano? Perché così si stancano troppo? Perché preferiscono dedicare la notte al sonno? No, non è certo di questo che si lamentano. Fra i segretari ce n'è di attivi e di meno attivi, s'intende, come dappertutto; ma nessuno di loro si lamenta di affaticarsi troppo, tanto meno pubblicamente. Non è nel nostro stile, tutto qui. Sotto questo aspetto non facciamo differenza tra tempo ordinario e tempo di lavoro. Queste distinzioni da noi non si usano. E allora perché mai i segretari protestano contro gl'interrogatori notturni? Forse per riguardo verso le parti convocate? No, no, non è nemmeno per questo. Per le parti i segretari non hanno alcun riguardo, non un pizzico di meno che per se stessi, questo è vero, ma neanche un pizzico di più. In realtà questa mancanza di riguardo non è che ferrea disciplina nell'espletamento del servizio, il massimo riguardo che le parti possano augurarsi. In fondo - un osservatore superficiale certo non se ne accorge - questo è pienamente riconosciuto; anzi, in questo caso, per esempio, proprio gl'interrogatori notturni sono graditi alle parti, nessuno se ne lamenta per principio. Perché, dunque, questa avversione dei segretari?». K. non sapeva nemmeno questo, sapeva così poco, non capiva neanche se Bürgel sollecitasse seriamente o solo in apparenza la risposta. Se mi lasci sdraiare nel tuo letto, pensava, domani a mezzogiorno, o meglio domani sera, risponderò a tutte le tue domande. Ma Bürgel non pareva badargli, lo preoccupava troppo la domanda che si era posta da sé. «A quanto capisco e a quanto io stesso so per esperienza, i segretari hanno nei confronti degl'interrogatori notturni press'a poco questa riserva: la notte è meno adatta alle udienze perché di notte è difficile o addirittura impossibile preservare pienamente il carattere ufficiale delle udienze. Ciò non dipende dagli aspetti esteriori, le forme, se si vuole, possono naturalmente essere osservate con lo stesso rigore di notte come di giorno. Non è questo, è il giudizio ufficiale che risente della notte. Senza volerlo, di notte si è più inclini a giudicare le cose da un punto di vista più privato, le deposizioni della gente acquistano più peso di quanto non convenga, nel giudizio si mescolano considerazioni inopportune riguardanti la condizione privata delle parti, le loro sofferenze e preoccupazioni; la necessaria barriera tra le parti e i funzionari, anche se esteriormente si presenta intatta, cede, e dove altrimenti, come dev'essere, ci sarebbe soltanto un incrociarsi di domande e risposte, pare talvolta operarsi uno strano e del tutto improprio scambio di persone. Così almeno dicono i segretari, cioè gente che per professione è dotata di una straordinaria sensibilità per simili cose. Ma persino loro - ne abbiamo discusso spesso tra di noi - si rendono poco conto durante gl'interrogatori notturni di quegli effetti sfavorevoli; al contrario, si sforzano sin dal principio di combatterli e alla fine sono convinti di aver svolto un lavoro particolarmente buono. Ma quando poi si vanno a leggere i verbali, spesso si rimane stupiti delle loro evidenti debolezze. Si tratta di errori, e certo sempre di vantaggi a metà ingiustificati per le parti, che, almeno secondo il nostro regolamento, non si possono più correggere per le vie brevi abituali. Certamente, un giorno saranno corretti da un ufficio di controllo, ma questo gioverà solo alla giustizia, senza poter togliere nulla all'interessato. Stando così le cose, non sono forse pienamente giustificate le lamentele dei segretari?». K., che già da qualche istante era mezzo appisolato, fu di nuovo disturbato e si svegliò. Perché tutto questo? Perché? si chiedeva e da sotto le palpebre abbassate osservava Bürgel non come un funzionario che discuteva con lui questioni delicate, ma come una cosa qualsiasi che gl'impediva di dormire e della quale per il resto non riusciva a scoprire il senso. Bürgel invece, tutto preso dal suo ragionamento, sorrideva, come se fosse riuscito a fuorviare un po' K. Ma era pronto a ricondurlo subito sulla buona strada. «Be'», disse, «non si può nemmeno dire che queste lamentele siano senz'altro giustificate. Gl'interrogatori notturni non sono espressamente prescritti da nessuna parte, dunque non si contravviene ad alcun regolamento se si cerca di evitarli, ma la situazione, l'eccesso di lavoro, il modo in cui i funzionari sono occupati al castello, il fatto che difficilmente si possa fare a meno di loro, il regolamento che vuole che l'interrogatorio dell'interessato abbia luogo solo dopo che il resto dell'inchiesta è stata completamente chiusa, però subito dopo, tutto questo e altro ancora hanno fatto degl'interrogatori notturni una necessità ineluttabile. Ma se sono diventati una necessità, dico io, anche questo, almeno indirettamente, è un risultato dei regolamenti, e contestare la natura degl'interrogatori notturni equivarrebbe quasi - esagero un po', naturalmente, e perciò, come esagerazione, ho il diritto di dirlo -, equivarrebbe a contestare addirittura i regolamenti.
«Per contro i funzionari conserveranno la facoltà di cercare, nell'ambito del regolamento, di cautelarsi contro gl'interrogatori notturni e i loro forse solo apparenti svantaggi, nella misura del possibile. È quel che fanno, del resto, e in larghissima misura. Come argomenti d'udienza autorizzano soltanto quelli da cui, in ogni senso, c'è il meno possibile da temere, prima delle udienze fanno un accurato esame di se stessi e, se il risultato di questo esame lo esige, disdicono tutti gl'interrogatori anche all'ultimo minuto, si fortificano convocando spesso fino a dieci volte un interessato prima d'interrogarlo veramente, sono disposti a farsi sostituire da colleghi che, non essendo il caso in questione di loro competenza, possono trattarlo con maggior disinvoltura, fissano le udienze, se non altro, all'inizio o alla fine della notte evitando le ore di mezzo; misure del genere se ne possono prendere molte, non si lasciano facilmente avvicinare, i segretari, la loro resistenza è quasi pari alla loro permalosità». K. dormiva, non era però un vero sonno, udiva le parole di Bürgel forse meglio di prima quando, in veglia, sfinito com'era dalla stanchezza, le parole colpivano il suo orecchio, a una a una, ma la fastidiosa coscienza era scomparsa, si sentiva libero, non era più Bürgel che tratteneva lui, ma lui che ogni tanto cercava a tastoni Bürgel, non era ancora nelle profondità del sonno, e tuttavia vi si era già calato. Questo non glielo poteva togliere nessuno. Gli pareva con ciò di aver riportato una grossa vittoria, ed ecco che una numerosa compagnia si era radunata per festeggiarla, e lui o qualcun altro levava la coppa di champagne per brindare a quella vittoria. E perché tutti sapessero di che cosa si trattava, la lotta e la vittoria venivano ripetute, o forse non venivano affatto ripetute ma avevano luogo solo allora ed erano già state festeggiate prima e non si cessava di festeggiarle perché, fortunatamente, l'esito era già certo. Un segretario, nudo, molto somigliante alla statua di un dio greco, era incalzato nella lotta da K. Era una cosa comicissima, e K. sorrideva dolcemente nel sonno vedendo come, sotto i suoi attacchi, il segretario fosse obbligato ogni volta ad abbandonare il suo fiero atteggiamento, e dovesse usare lesto il braccio teso in alto e il pugno serrato per coprire le sue nudità, arrivando tuttavia sempre troppo tardi. La lotta non durò a lungo; un passo dopo l'altro, ed erano passi molto grandi, K. avanzava. Era davvero una lotta? Ostacoli seri non ce n'erano, solo ogni tanto uno squittìo del segretario. Questo dio greco squittiva come una ragazza a cui si fa il solletico. E alla fine scomparve, K. era solo in una grande stanza, si voltò pronto alla lotta e cercò l'avversario; ma non c'era più nessuno, anche la compagnia si era dispersa, rimaneva solo, a terra, la coppa di champagne infranta. K. finì di calpestarla. Ma i pezzi di vetro ferivano, e K. si destò di soprassalto, si sentiva male come un bambino piccolo quando viene svegliato. Tuttavia, alla vista del petto nudo di Bürgel lo sfiorò il pensiero, venuto dal sogno: eccolo il tuo dio greco! strappalo fuori dalle coperte! «Esiste però», disse Bürgel levando pensoso il viso al soffitto come se cercasse nella memoria qualche esempio, ma non riuscisse a trovarne, «esiste però per le parti, a dispetto di tutte le norme precauzionali, una possibilità di sfruttare questa debolezza notturna dei segretari, ammesso sempre che di debolezza si tratti. È una possibilità molto rara, s'intende, o meglio una possibilità che non si presenta quasi mai. Ed è che la parte si presenti nel mezzo della notte, senza essere annunciata. Forse lei si meraviglia che la cosa, benché appaia così facile, accada tanto raramente. Eh già, lei non è pratico di come vanno le cose da noi. Ma anche lei dovrebbe già aver notato la perfetta efficienza dell'organizzazione amministrativa. Ma questa efficienza fa sì che chiunque abbia una richiesta da presentare o debba essere interrogato per altre ragioni, riceve immediatamente, senza indugio, la convocazione, il più delle volte prima ancora di esservi lui stesso preparato, anzi prima ancora di esserne al corrente. Questa prima volta non viene ascoltato, di solito la faccenda non è ancora abbastanza matura, ma intanto lui ha la convocazione, non potrà più arrivare senza essere annunciato, al massimo potrà arrivare al momento sbagliato, be', in tal caso gli si fa semplicemente notare il giorno e l'ora della convocazione e se poi ritorna a tempo opportuno, di regola viene mandato via, la cosa non crea più difficoltà; la convocazione in mano alla parte e l'annotazione inserita negli atti sono per i segretari armi di difesa solide, anche se non sempre sufficienti. Questo si riferisce però soltanto al segretario competente per la faccenda; libero chi lo volesse di avvicinare gli altri di sorpresa durante la notte. Ma ben pochi lo fanno, non ha quasi senso. Innanzi tutto sarebbe un modo d'irritare moltissimo il segretario competente, a dire il vero noi segretari non abbiamo gelosie fra di noi per quanto riguarda il lavoro, ognuno ne porta un carico fin troppo abbondante, distribuito davvero senza meschineria, ma di fronte alle parti non dobbiamo in alcun modo tollerare confusioni di competenza. Più di uno ha già perso la partita perché, credendo di non riuscire ad avanzare in luogo competente, ha cercato d'intrufolarsi in uno non competente. Simili tentativi sono del resto votati al fallimento anche perché un segretario incompetente, pur sorpreso di notte e animato dalla migliore volontà di prestare il suo aiuto, proprio per la sua incompetenza non può intervenire più di un qualunque avvocato, o, in fondo, molto meno, poiché gli manca - anche potendo di solito fare qualcosa, poiché comunque conosce le vie segrete della giustizia meglio di tutti i signori avvocati -, gli manca semplicemente il tempo per le cose che non gli competono, non può dedicarvi un solo istante. E allora chi, con queste prospettive, sprecherebbe le sue notti a fare il giro dei segretari incompetenti? D'altronde anche gl'interessati sono occupatissimi se oltre a svolgere la loro attività abituale vogliono rispondere alle convocazioni e ai cenni dei servizi competenti, "occupatissimi" certo nel senso degli interessati, il che naturalmente è di gran lunga diverso da «occupatissimi» nel senso dei segretari». K. annuì sorridendo, ora credeva di capire tutto perfettamente; non perché se ne preoccupasse, ma perché adesso era convinto che tra qualche istante si sarebbe addormentato davvero, questa volta senza sogni né interruzioni; fra i segretari competenti da una parte e quelli incompetenti dall'altra, e di fronte alla folla degli interessati occupatissimi sarebbe caduto in un sonno profondo, sfuggendo così a tutto. Alla propria voce, sommessa, paga di sé, che evidentemente lavorava invano ad addormentarlo, Bürgel si era ormai tanto abituato che gli avrebbe facilitato più che disturbato il sonno. Macina, mulino, macina, pensò, tu macini solo per me. «Dov'è dunque», disse Bürgel giocherellando con due dita sul labbro inferiore, con gli occhi spalancati e il collo teso, come se dopo un faticoso cammino si stesse avvicinando a un meraviglioso panorama, «dov'è dunque quella possibilità rara di cui si è parlato e che non si presenta quasi mai? Il segreto sta nei regolamenti sulla competenza. Non c'è, infatti, e in una grande organizzazione vivente non può esserci, un unico segretario competente per ogni caso. La verità è invece che uno solo ha la competenza principale ma molti altri hanno competenze particolari, quantunque più ristrette. Chi potrebbe da solo, fosse anche il più gran lavoratore, tenere insieme sulla sua scrivania tutti gli atti relativi anche solo al più piccolo dei casi? Persino quello che ho detto a proposito della competenza principale è esagerato. Nella competenza più ristretta non è forse già contenuta anche quella generale? L'elemento decisivo non è forse la passione con cui si affronta il caso? E questa non è sempre la stessa, sempre presente in tutta la sua forza? Ci possono essere differenze fra i segretari, in ogni cosa, e ce ne sono numerosissime, ma non nella passione; nessuno di loro potrà trattenersi, se glielo chiedono, dall'occuparsi di un caso per il quale abbia una sia pur minima competenza. Esteriormente, certo, bisogna organizzare una regolare possibilità di dibattito, quindi per ciascuna delle parti si fa avanti un determinato segretario al quale essa deve far capo ufficialmente. Ma non è nemmeno detto che sia quello con la maggiore competenza per il caso in questione, chi decide qui è l'organizzazione secondo le particolari esigenze del momento. Così stanno le cose. E ora valuti lei, signor agrimensore, la possibilità che un contendente, con l'aiuto di chissà quali circostanze, nonostante gli ostacoli che le ho appena descritti e che in generale sono ampiamente sufficienti, riesca a sorprendere nel mezzo della notte un segretario che abbia una certa competenza per il caso in questione. Lei non aveva ancora pensato a una simile possibilità, vero? Non stento a crederle. Non è nemmeno necessario pensarci, del resto, perché non si presenta quasi mai. Che strano granello, piccolo, con una forma tutta particolare, abile, dovrebbe essere quel contendente per scappar fuori da questo nostro incomparabile setaccio? Lei crede che una cosa simile non possa succedere? Ha ragione, non può succedere. Eppure, una bella notte - chi può garantire di tutto? - la cosa succede. Fra i miei conoscenti, a dire il vero, non conosco nessuno a cui sia già successo, ma questo prova ben poco, la mia cerchia di conoscenze, in rapporto alle cifre che qui entrano in considerazione, è ristretta, e inoltre non è affatto detto che un segretario al quale sia successo un fatto del genere voglia confessarlo, è pur sempre una faccenda personalissima che in certo qual modo tocca molto da vicino il pudore professionale. Comunque, la mia esperienza prova forse che si tratta di una cosa rara, che a dire il vero esiste soltanto per sentito dire e non è confermata da null'altro, quindi è del tutto esagerato averne timore. Anche se dovesse veramente accadere, si può - crederei - letteralmente renderla inoffensiva provandole, ed è facilissimo, che per essa non c'è posto in questo mondo. Ad ogni modo c'è del morboso nel nascondersi per paura sotto la coperta e non osare guardar fuori. E anche se quella cosa assolutamente improbabile dovesse all'improvviso prender forma, forse per questo tutto sarebbe già perduto? Al contrario. Che tutto sia perduto è ancora più improbabile della cosa più improbabile. Certo, quando la parte è entrata nella stanza, la faccenda è già molto grave. Ci si sente stringere il cuore. Quanto sarai in grado di resistere? ci si chiede. Ma non ci sarà resistenza, lo si sa già. Lei deve immaginarsi bene la situazione. La parte, mai vista, sempre attesa, attesa con una vera sete e sempre a ragione considerata irraggiungibile, è lì. Già solo con la sua muta presenza invita a penetrare nella sua misera vita, a frugarvi dentro come in un possesso proprio e a soffrire con lui delle sue vane pretese. Quest'invito nel silenzio della notte è seducente. Si ubbidisce ad esso, e già si è cessato di essere un pubblico funzionario. È una situazione in cui non è più possibile respingere una domanda. Per l'esattezza si è disperati; per maggiore esattezza si è molto felici. Disperati, perché starsene lì senza potersi difendere, ad aspettare la richiesta dell'interessato sapendo che, una volta che è stata formulata, la si deve esaudire, anche se, almeno a quanto si è in grado di valutare, produrrà una lacerazione vera e propria dell'organizzazione ufficiale, è certo la cosa peggiore che ci possa capitare nell'esercizio delle nostre funzioni. Innanzi tutto - a prescindere dal resto - perché così facendo ci si arroga arbitrariamente, per un istante, un elevamento di grado gerarchico addirittura inconcepibile. La nostra posizione infatti non ci autorizza a esaudire richieste come quella di cui si tratta, ma la vicinanza dell'interessato nella notte accresce per così dire le nostre energie di funzionari, e c'impegniamo a fare cose che esulano dal nostro campo; anzi, le faremo davvero. Come il brigante nella foresta, questa persona ci estorce nella notte sacrifici di cui altrimenti non saremmo capaci; e va bene, ormai è così, finché l'interessato è ancora lì, ci fortifica e costringe e sprona, e tutto procede ancora in uno stato di semincoscienza; ma quello che avverrà dopo, quando tutto questo sarà passato, quando l'interessato, sazio e noncurante, ci lascerà e noi rimarremo lì, soli, inermi di fronte al nostro abuso di potere, è impossibile immaginare. Eppure siamo felici. Come può essere suicida la felicità! Potremmo certo sforzarci di nascondere all'interessato la vera situazione. Da solo non si accorge di niente. Stanco, deluso, incauto e indifferente per stanchezza e delusione, è convinto di essere penetrato, probabilmente per motivi indifferenti e fortuiti, in una stanza che non è quella in cui voleva entrare, e se ne sta lì ignaro, occupato a riflettere, se mai riflette, sul suo errore o sulla sua stanchezza. Non si potrebbe lasciarlo così? Non si può. Con la loquacità di chi è felice si è costretti a spiegargli tutto. Si è costretti, senza risparmio di se stessi, a spiegargli per filo e per segno quel che è successo e per quali ragioni è successo, come l'occasione che gli si offre sia straordinariamente rara e grande come nessun'altra, si è costretti a fargli capire come sia incappato in questa occasione con quella sprovvedutezza di cui per l'appunto solo una persona convocata e nessun altro è capace, ma come ora, signor agrimensore, possa, se lo vuole, prendere in mano la situazione, basta che presenti, non importa come, la propria richiesta, il cui soddisfacimento è già lì pronto, che dico, gli tende le braccia, tutto questo si è costretti a far capire; è il momento critico del funzionario. Ma una volta che si è fatto anche questo, signor agrimensore, una volta che l'essenziale è compiuto, bisogna accontentarsi e aspettare».
K. dormiva, chiuso a tutto quello che accadeva. La sua testa, che prima poggiava sul braccio sinistro allungato sul montante del letto, nel sonno era scivolata giù e ora penzolava libera, scendendo a poco a poco sempre più in basso; l'appoggio del braccio non bastava più, inconsciamente K. se ne procurò un altro puntando la mano destra sul letto, e in tal modo s'afferrò per caso al piede di Bürgel che spuntava da sotto la coperta. Bürgel diede un'occhiata e gli lasciò il piede, per quanto la cosa dovesse essere fastidiosa.
A quel punto si udì bussare alla parete divisoria con alcuni colpi energici. K. si svegliò di soprassalto e guardò il muro. «C'è l'agrimensore lì?», chiese una voce. «Sì», disse Bürgel, liberò il piede dalla stretta di K. e d'improvviso si stirò con la vivacità e la baldanza di un ragazzino. «Che si decida a venire di qui allora», disse ancora qualcuno senza alcun riguardo per Bürgel o per il fatto che Bürgel potesse avere ancora bisogno di K. «È Erlanger», disse Bürgel sottovoce; che Erlanger si trovasse nella stanza accanto non pareva sorprenderlo. «Vada subito da lui, si sta già arrabbiando, cerchi di rabbonirlo. Ha il sonno buono, ma noi abbiamo parlato troppo forte; non è possibile controllarsi e controllare la propria voce quando si parla di certe cose. Su, vada, si direbbe che lei non ce la faccia a strapparsi al sonno. Vada, cosa fa ancora qui? No, non si scusi per il sonno, perché dovrebbe? Le forze fisiche reggono fino a un certo limite; chi può farci qualcosa se proprio quel limite è significativo anche per altre cose? Nessuno. Così, nel proprio corso, il mondo corregge se stesso e conserva l'equilibrio. È un meccanismo eccellente, non ci s'immagina mai quanto sia eccellente, benché sotto un altro aspetto sia sconfortante. Su, vada, non so perché mi guarda così. Se tarda ancora, Erlanger piomberà qui da me, e vorrei proprio evitarlo. Vada dunque; chissà che cosa l'aspetta di là, qui si presentano tante di quelle occasioni. Solamente che vi sono occasioni in un certo senso troppo grandi perché uno le possa sfruttare, vi sono cose che contengono in sé la causa del proprio fallimento. Già, è sorprendente. Adesso, del resto, spero di poter dormire un po'. Veramente sono già le cinque e tra non molto incomincia il baccano. Se almeno lei si decidesse ad andarsene!».
Stordito per esser stato bruscamente risvegliato da un sonno profondo, ancora enormemente bisognoso di dormire, con il corpo tutto indolenzito a causa della posizione scomoda, per un pezzo K. non si risolse ad alzarsi, si reggeva la fronte e si guardava in grembo. Nemmeno i ripetuti tentativi di Bürgel di congedarlo avevano potuto spingerlo ad andarsene, ve lo indusse soltanto, poco alla volta, il senso dell'assoluta inutilità di trattenersi oltre in quella stanza. La stanza gli appariva indicibilmente squallida. Se fosse diventata così o lo fosse sempre stata non sapeva. Non sarebbe nemmeno più riuscito ad addormentarsi, lì dentro. Anzi, questa convinzione fu decisiva; ne sorrise leggermente, si alzò, si sostenne dovunque trovava un appoggio, al letto, alla parete, alla porta, e uscì, come se avesse preso congedo da Bürgel molto prima, senza salutare.

24

Probabilmente sarebbe passato davanti alla stanza di Erlanger con la stessa indifferenza se Erlanger, in piedi sulla porta, non gli avesse fatto un cenno. Un breve cenno, uno solo, con l'indice. Erlanger era già pronto per andar via, indossava una pelliccia nera con un piccolo collo abbottonato alto. Un servo gli porgeva i guanti e reggeva anche un berretto di pelo. «Avrebbe dovuto venire molto prima», disse Erlanger. K. fece per porgere le sue scuse. Abbassando stancamente le palpebre, Erlanger gli lasciò intendere che ne faceva a meno. «Si tratta di questo», disse. «Tempo fa al banco della sala serviva una certa Frieda; la conosco soltanto di nome, non personalmente, non m'interessa. Qualche volta questa Frieda ha servito la birra a Klamm. Ora pare che al banco ci sia un'altra ragazza. Questo cambiamento non ha importanza, probabilmente non ne ha per nessuno e di certo non per Klamm. Ma più un lavoro è grande, e il lavoro di Klamm è sicuramente enorme, meno energia resta per difendersi contro il mondo esterno, e di conseguenza qualsiasi irrilevante cambiamento nelle cose più irrilevanti può essere di grave disturbo. Il minimo cambiamento sulla scrivania, la scomparsa di una macchia che era lì da sempre, tutto può dar fastidio, e così pure una nuova cameriera. Naturalmente nessuna di queste cose, anche se disturba chiunque altro e in qualsiasi lavoro, disturba Klamm; questo è fuori discussione. Tuttavia noi abbiamo il dovere di vegliare sul benessere di Klamm in modo da evitargli persino disturbi che per lui non sono tali - probabilmente per lui non ne esistono - solo che a noi paiano possibili disturbi. Non è per lui, non è per il suo lavoro che allontaniamo questi disturbi, ma per noi stessi, per la nostra coscienza e la nostra pace. Ecco perché quella Frieda deve tornare subito in sala, forse per l'appunto il suo ritorno sarà un disturbo; be', in tal caso la manderemo via di nuovo, ma per il momento deve tornare. Lei vive con questa ragazza, a quanto mi hanno detto, quindi faccia subito in modo che torni. Dei sentimenti personali non si può tener conto, questo è ovvio, per cui non intendo assolutamente dilungarmi sull'argomento. Faccio già molto più del necessario segnalandole che, se lei darà buona prova in questa piccola cosa, un giorno forse gliene potrà venire un vantaggio per la sua carriera. Questo è quanto avevo da dirle». Fece un cenno di commiato a K., si mise in testa il berretto che il servo gli porgeva e, seguito da quest'ultimo, s'avviò giù per il corridoio, lesto ma un po' zoppicante.
A volte lì si davano ordini facilissimi da eseguire, ma questa facilità non entusiasmò K. Non solo perché l'ordine riguardava Frieda, e anche se era concepito come un ordine a K. suonava derisorio, ma soprattutto perché rivelava a K. l'inutilità di tutti i suoi sforzi. Gli ordini passavano sopra la sua testa, favorevoli e sfavorevoli, e anche quelli favorevoli dovevano avere in ultima istanza un nocciolo sfavorevole, ad ogni modo passavano tutti sopra la sua testa, ed egli era troppo in basso per intervenire o addirittura farli ammutolire e ottenere ascolto alla propria voce. Se Erlanger ti fa segno di andartene, che cosa vuoi fare? e se non ti fa segno di andartene, che cosa gli potresti dire? Certo, K. era ben consapevole che oggi la sua stanchezza gli aveva nuociuto più che ogni sfavore delle circostanze, ma perché, lui che aveva creduto di poter fare assegnamento sul proprio corpo, e che senza questa convinzione non si sarebbe nemmeno messo in cammino, perché non poteva sopportare qualche brutta nottata e una insonne, perché proprio qui non riusciva a dominare la propria stanchezza, qui dove nessuno era stanco, o meglio tutti, e sempre, erano stanchi, senza che questo andasse a scapito del lavoro e anzi sembrava piuttosto favorirlo? Se ne doveva concludere che fosse una stanchezza di una natura diversa da quella di K. Qui era la stanchezza nel fervore di un lavoro felice; qualcosa che visto dall'esterno assomigliava a stanchezza ed era invece una quiete indistruttibile, una pace indistruttibile. Se a mezzogiorno si è un po' stanchi, questo fa parte del felice, naturale decorso della giornata. Per i signori, qui, è sempre mezzogiorno, si disse K.
E si accordava benissimo con questo che ora, alle cinque, tutto si animasse già sui due lati del corridoio. Quella confusione di voci nelle stanze aveva qualcosa di estremamente allegro. Una volta sembrava l'eccitazione gioiosa di bambini che si preparano a una gita, un'altra il risveglio in un pollaio, la gioia di essere in piena armonia con il giorno che nasce; da qualche parte uno dei signori imitava addirittura il canto di un gallo. Il corridoio stesso era ancora vuoto, ma le porte erano già in movimento, ce n'era sempre una che veniva aperta a metà e subito richiusa, il corridoio ronzava di quell'aprire e chiuder porte, K. vedeva anche qua e là, al di sopra delle pareti che non arrivavano al soffitto, comparire e subito sparire teste arruffate dal letto. Avanzava lento, di lontano, spinto da un inserviente, un carrettino che conteneva degli incartamenti. Un secondo inserviente l'accompagnava, teneva in mano un elenco ed evidentemente confrontava i numeri delle porte con quelli degli incartamenti. Il carrettino si fermava dinnanzi a quasi tutte le porte, allora di solito la porta si apriva e le carte pertinenti, a volte un semplice foglietto - in tal caso si svolgeva un breve dialogo dalla stanza al corridoio, probabilmente si facevano delle rimostranze all'inserviente - venivano allungate nella stanza. Se la porta rimaneva chiusa gl'incartamenti venivano ammucchiati con cura sulla soglia. In questi casi a K. pareva che il movimento delle porte attorno non diminuisse, sebbene lì i documenti fossero già stati distribuiti, ma piuttosto s'intensificasse. Forse gli altri sbirciavano con avidità gl'incartamenti inspiegabilmente abbandonati lì in terra davanti a quelle porte, non riuscivano a concepire che qualcuno, bastandogli aprire la porta per prendere possesso dei suoi incartamenti, non lo facesse; forse era addirittura possibile che gl'incartamenti non ritirati venissero più tardi distribuiti tra gli altri signori, i quali fin d'ora volevano assicurarsi, tenendoli continuamente d'occhio, che fossero sempre lì sulla soglia e quindi per loro ci fosse ancora una speranza. Del resto quegl'incartamenti non ritirati erano per lo più pacchi particolarmente voluminosi; e K. suppose che fossero lasciati lì provvisoriamente per una forma di ostentazione o malignità, o anche per un legittimo orgoglio che avrebbe avuto un effetto stimolante sui colleghi. Lo confermò in questa supposizione il fatto che a volte, sempre quando lui non guardava, il pacco, dopo esser rimasto in mostra piuttosto a lungo, tutt'a un tratto veniva frettolosamente ritirato nella stanza, e dopo la porta tornava immobile come prima, anche le porte lì attorno si calmavano, deluse o magari contente che quell'oggetto di continua provocazione fosse finalmente rimosso; poi, però, poco alla volta si rimettevano in movimento.
K. osservava tutto questo non solo con curiosità ma anche con partecipazione. Si sentiva quasi bene in mezzo a quel trambusto, guardava di qua e di là, seguiva - anche se a opportuna distanza - gl'inservienti che tuttavia si erano già ripetutamente voltati verso di lui con sguardo severo, inclinando la testa e sporgendo le labbra, e assisteva al loro lavoro di distribuzione. Lavoro che, più progrediva, meno liscio filava: o l'elenco non concordava del tutto, o gl'inservienti non riuscivano a distinguere bene gl'incartamenti o per altri motivi i signori sollevavano obiezioni; ad ogni modo capitava che qualche distribuzione dovesse venire annullata, allora il carrettino tornava indietro e attraverso lo spiraglio della porta si trattava la restituzione degl'incartamenti. Le trattative creavano già di per sé grosse difficoltà, ma abbastanza spesso succedeva che, quando era in atto la restituzione degl'incartamenti, proprio quelle porte che prima erano state in animatissimo movimento rimanessero inesorabilmente chiuse, come se non volessero più saper nulla di nulla. Allora soltanto cominciavano le vere difficoltà. Chi credeva di avere diritto agl'incartamenti era impazientissimo, faceva un gran chiasso in camera sua, batteva le mani, pestava i piedi in terra, continuava a gridare nel corridoio attraverso lo spiraglio della porta il numero di un determinato incartamento. Spesso, allora, il carrettino rimaneva lì abbandonato. Uno degli inservienti si dava da fare per calmare l'impaziente, l'altro lottava davanti alla porta chiusa per ottenere la restituzione. Un'impresa difficile per entrambi. Spesso sull'impaziente quei tentativi di calmarlo avevano l'effetto di spazientirlo ancor di più, egli non poteva più sentire le vuote parole dell'inserviente, non voleva consolazione, voleva i suoi incartamenti; una volta, uno di questi signori dalla fessura in alto rovesciò un intero catino d'acqua addosso all'inserviente. Ma per l'altro inserviente, evidentemente superiore di grado, era peggio ancora. Se il signore accettava le trattative, s'intavolava una discussione oggettiva nel corso della quale l'inserviente si riferiva alla sua lista, il signore alle sue annotazioni e per l'appunto ai documenti che doveva restituire ma che intanto teneva ben stretti in mano tanto che gli occhi avidi dell'inserviente ne riuscivano a vedere appena un angolino. Per fornire altre prove l'inserviente doveva allora correre al carrettino, che nel corridoio lievemente in pendenza era rotolato da solo un po' più avanti, oppure andare dal signore che reclamava i documenti e scambiare le obiezioni di quello che li aveva avuti in mano finora con le nuove obiezioni che ad esse venivano opposte. Queste trattative duravano molto a lungo, a volte si arrivava a un accordo, il signore cedeva magari una parte delle sue carte o ne riceveva altre in compenso, poiché c'era stato soltanto uno scambio; ma succedeva anche che qualcuno dovesse rinunciare senz'alcun compenso a tutte le carte reclamate, sia che fosse messo alle strette dalle prove addotte dall'inserviente, sia che si fosse stancato delle interminabili discussioni; allora, però, non consegnava le carte all'inserviente, ma con improvvisa decisione le gettava lontano nel corridoio, così che lo spago si scioglieva e i fogli volavano e gl'inservienti avevano un bel daffare a rimettere tutto in ordine. Ma tutto ciò era relativamente semplice in confronto a quando l'inserviente non otteneva alcuna risposta alle sue richieste di restituzione, e rimaneva davanti alla porta chiusa, implorava, scongiurava, citava l'elenco, si appellava ai suoi regolamenti, tutto invano, dalla stanza non proveniva alcun suono, ed evidentemente l'inserviente non aveva il diritto di entrare senza permesso. Allora anche quell'ottimo inserviente poteva perdere il controllo, tornava al suo carrettino, si sedeva sugl'incartamenti, si asciugava il sudore dalla fronte, e per un po' non faceva altro che lasciar ciondolare le gambe, perplesso. Tutt'intorno l'interesse era enorme, si faceva un gran bisbigliare, non una porta rimaneva ferma, e in alto, affacciati alla parete, dei volti stranamente ravvolti in panni, che per giunta non rimanevano fermi al loro posto un solo istante, seguivano tutti gli avvenimenti. In mezzo a quell'agitazione, K. fu colpito dal fatto che la porta di Bürgel fosse rimasta chiusa tutto il tempo e che gl'inservienti avessero già oltrepassato quella parte del corridoio ma senza assegnare alcun incartamento a Bürgel. Forse stava ancora dormendo, per quanto con quel baccano sarebbe stato un sonno ben robusto, ma perché non c'erano incartamenti per lui? Solo pochissime stanze, e probabilmente non occupate, erano state saltate allo stesso modo. Invece nella stanza di Erlanger c'era già un ospite nuovo e particolarmente irrequieto, Erlanger doveva esser stato addirittura cacciato via in piena notte da lui; questo mal s'accordava con l'indole fredda e formale di Erlanger, ma il fatto che egli avesse dovuto aspettare K. sulla soglia lo confermava.
Da tutte le osservazioni marginali, K. tornava presto a riflettere sull'inserviente; non si poteva certo applicare a questo ciò che avevano raccontato a K. degl'inservienti in genere, della loro inerzia, della loro vita comoda, della loro arroganza; dovevano esservi delle eccezioni anche fra gl'inservienti o, cosa ancor più probabile, categorie diverse, perché qui vi erano, come K. notava, molte suddivisioni di cui finora non aveva quasi avuto indizio. Di quell'inserviente gli piaceva in special modo l'inflessibilità. Nella lotta con quelle piccole stanze ostinate - a K. sembrava spesso una lotta con le stanze, poiché a malapena riusciva a vederne gli occupanti - l'inserviente non cedeva. Si stancava - e chi non si sarebbe stancato? - ma subito si riprendeva, scivolava giù dal carrettino e, stringendo i denti, andava dritto verso la porta da conquistare. E capitava che fosse respinto due, tre volte, in modo semplicissimo, a dire il vero, solo con quel diabolico silenzio, e tuttavia non era affatto vinto. Poiché vedeva che con un attacco aperto non otteneva nulla, tentava in altri modi, per esempio, a quanto K. poteva capire, con l'astuzia. Faceva allora finta di disinteressarsi di quella porta, lasciava che esaurisse, per così dire, la sua capacità di silenzio, si volgeva verso altre porte, dopo un po' di tempo ritornava, chiamava l'altro inserviente, con ostentazione e a voce alta, e incominciava ad ammucchiare incartamenti sulla soglia della porta chiusa, come se avesse cambiato idea e al signore si dovesse legalmente non già portar via ma anzi consegnare degl'incartamenti. Poi andava oltre, ma sempre tenendo d'occhio la porta, e quando il signore, come di solito accadeva, di lì a un istante apriva cautamente la porta per prendersi le carte, in due balzi era lì, infilava il piede tra porta e stipite costringendo il signore almeno a trattare con lui faccia a faccia, e di solito trovavano un accordo a metà strada. E se così non riusciva o se non gli pareva il sistema adatto per una certa porta, provava in un altro modo. Passava ad occuparsi per esempio del signore che reclamava i documenti. Allora spingeva da parte l'altro inserviente, un aiutante di ben scarso valore, che svolgeva solo meccanicamente il suo lavoro, e incominciava a fare lui stesso opera di persuasione sul signore: sussurrando misteriosamente, infilando tutta la testa nella stanza, gli faceva senz'altro delle promesse e gli garantiva anche, alla prossima distribuzione, di punire adeguatamente l'altro signore, o almeno guardava spesso la porta dell'avversario e rideva, per quanto glielo consentiva la stanchezza. Vi furono però dei casi, uno o due, in cui rinunciò a ogni tentativo, ma anche qui parve a K. che fosse una rinuncia solo apparente o almeno una rinuncia fondata su buoni motivi, perché andò avanti tranquillo, tollerò senza voltarsi lo strepito del signore danneggiato, solo di tanto in tanto un prolungato chiuder gli occhi rivelava che quello strepito lo faceva soffrire. Ma poi, a poco a poco, anche il signore si calmava; come il pianto dirotto di un bambino si converte pian piano in singhiozzi sempre più isolati, così era delle sue grida; ma anche dopo che si era fatto completo silenzio, c'era ogni tanto un grido isolato o un rapido aprirsi e sbattere di quella porta. Ad ogni modo era evidente che anche in questo caso l'inserviente aveva probabilmente agito in maniera corretta. All'ultimo rimase un solo signore che non intendeva calmarsi, stette zitto a lungo, ma soltanto per riposarsi, poi ricominciò, e non più debolmente di prima. Non si capiva bene perché gridasse e protestasse in quel modo, forse non era affatto per la distribuzione degl'incartamenti. Frattanto l'inserviente aveva terminato il suo lavoro; un unico documento, in realtà un pezzetto di carta, un foglietto staccato da un taccuino, era rimasto sul carrettino per colpa dell'aiutante, e non si sapeva a chi darlo. Potrebbe benissimo essere il mio documento, passò per la testa a K. Il sindaco aveva sempre parlato di «piccolo caso». E K., per quanto arbitraria e ridicola gli paresse la propria ipotesi, cercò di avvicinarsi all'inserviente che stava scorrendo pensieroso il foglietto; non fu molto facile, perché questi mal ricambiava la simpatia di K., anche nei momenti più duri del suo lavoro aveva sempre trovato il tempo di lanciare a K., con una mossa nervosa del capo, sguardi cattivi o spazientiti. Solo ora, a distribuzione ultimata, pareva che avesse un po' dimenticato K., come pure era diventato più indifferente a tutto il resto, nemmeno di quel foglietto si preoccupava molto, forse non lo leggeva neanche, fingeva soltanto, e sebbene probabilmente avrebbe dato una gioia a ognuno dei signori di quel corridoio assegnandogli il foglietto, prese una decisione diversa, ne aveva abbastanza di distribuire carte, con l'indice alle labbra fece cenno al suo compagno di tacere, strappò - K. non lo aveva ancora raggiunto - il foglietto in piccoli pezzi e se li ficcò in tasca. Era la prima irregolarità che K. avesse visto lì nell'esercizio amministrativo, poteva anche darsi però che egli l'avesse interpretata male. E anche se era un'irregolarità, bisognava perdonarla; in quelle condizioni, l'inserviente non poteva lavorare senza commettere sbagli, un bel momento la rabbia, l'agitazione accumulate dovevano esplodere, e se questo si traduceva semplicemente nel fare a pezzi un fogliettino, non era poi una gran colpa. La voce del signore che niente poteva calmare risuonava ancora stridula nel corridoio, e i colleghi, che sotto altri aspetti non avevano rapporti molto cordiali fra di loro, per quanto riguardava quel baccano parevano trovarsi completamente d'accordo; era come se, a poco a poco, quel signore si fosse incaricato di far chiasso per tutti, e gli altri si limitassero a incoraggiarlo a tener duro con cenni del capo e grida di approvazione. Ma ormai l'inserviente non se ne curava più, aveva terminato il suo lavoro, puntò l'indice sulla stanga del carretto perché il suo compagno l'impugnasse, e se ne andarono così com'erano venuti, ma più contenti e tanto in fretta che il carrettino sobbalzava dinnanzi a loro. Solo una volta trasalirono e si voltarono a guardare, quando il signore che seguitava a gridare, e davanti alla cui porta s'aggirava ora K. perché gli sarebbe piaciuto capire che cosa voleva in fin dei conti quell'uomo, non bastandogli evidentemente più di urlare, doveva aver scoperto il bottone di un campanello elettrico e, felice del sollievo che gli arrecava, cominciò invece di gridare a scampanellare ininterrottamente. Si alzò allora un gran mormorio nelle altre stanze, pareva esprimere approvazione, il signore sembrava fare quello che tutti avrebbero voluto fare già da un pezzo e a cui solo per una ragione sconosciuta avevano dovuto rinunciare. Forse con quel campanello il signore voleva far accorrere la servitù, magari Frieda? Aveva un bel suonare, allora. Frieda era occupata ad avvolgere Jeremias in panni bagnati, e anche se Jeremias fosse già guarito lei non avrebbe avuto tempo, perché allora sarebbe stata tra le sue braccia. Ma lo scampanellio ebbe effetto immediato. Già di lontano accorreva il padrone dell'Albergo dei Signori in persona, vestito di nero e tutto abbottonato come sempre; ma da come correva pareva avesse dimenticato la sua dignità; aveva allargate a metà le braccia come se fosse stato chiamato per qualche grande sciagura e arrivasse per afferrarla e soffocarla subito contro il suo petto, e ad ogni piccola irregolarità dello scampanellio pareva fare un breve salto e affrettarsi ancor più. A grande distanza dietro di lui comparve anche sua moglie, correva anche lei con le braccia allargate, ma a passi brevi e leziosi, e K. pensò che sarebbe arrivata troppo tardi, l'oste intanto avrebbe già fatto tutto il necessario. E per far posto all'oste nella sua corsa K. si addossò alla parete. Ma l'oste si fermò proprio davanti a K., come se fosse lui la sua meta, e subito arrivò anche l'ostessa, ed entrambi lo sommersero di rimproveri che, nella fretta e nella sorpresa, egli non comprendeva, tanto più che vi s'immischiava anche il campanello del signore, e anche altri campanelli incominciarono a suonare, non più per necessità, ora, ma solo per gioco ed eccesso di gioia. K. era molto ansioso di capire bene la sua colpa, perciò fu molto contento che l'oste lo prendesse sottobraccio e lo conducesse via da quel frastuono che cresceva sempre più, giacché adesso dietro di loro - K. non si voltò perché l'oste e ancora di più, dall'altro lato, l'ostessa lo stavano subissando di parole - le porte si spalancarono, il corridoio si animò, parve svilupparsi un traffico come in una viuzza stretta e movimentata, evidentemente le porte dinnanzi a loro aspettavano impazienti che K. fosse infine passato per lasciare uscire i signori, e in mezzo a tutto questo squillavano i campanelli, suonati senza interruzione come per celebrare una vittoria. Finalmente - erano ritornati nel cortile bianco e silenzioso, dove aspettavano alcune slitte - K. apprese poco alla volta di che si trattava. Né l'oste né l'ostessa potevano capacitarsi che K. avesse osato fare una cosa simile. «Ma quale cosa?». K. continuava a chiederlo, ma per un pezzo non riuscì a saperlo giacché per quei due la colpa era fin troppo evidente e non pensavano nemmeno lontanamente alla sua buona fede. Gli ci volle molto tempo per capir tutto. Egli si era trattenuto nel corridoio senza averne diritto, tutt'al più poteva aver accesso alla sala, e anche questo solo in via di favore e con possibilità di revoca. Se veniva convocato da un signore, doveva naturalmente presentarsi ma sempre tenendo presente - almeno quel minimo d'intelligenza ce l'aveva, no? - che si trovava in un luogo dove in fondo non avrebbe dovuto essere, dove semplicemente un signore lo aveva fatto venire con estrema riluttanza e solo perché una questione ufficiale lo esigeva e lo giustificava. Quindi doveva presentarsi subito, sottoporsi all'interrogatorio, ma poi scomparire, se possibile, ancora più presto. Non aveva sentito, lì in quel corridoio, di commettere una grave sconvenienza? Ma se l'avesse sentito, avrebbe forse potuto aggirarvisi come un animale al pascolo? Non era stato convocato per un interrogatorio notturno, e non sapeva perché erano stati istituiti gl'interrogatori notturni? Gl'interrogatori notturni - e qui K. ebbe una nuova spiegazione del loro scopo - erano istituiti unicamente per interrogare in fretta, di notte, alla luce artificiale, con la possibilità di dimenticare nel sonno subito dopo l'interrogatorio ogni bruttura, quelle parti convocate la cui vista, di giorno, sarebbe riuscita insopportabile ai signori. Ma la condotta di K. si era presa gioco di ogni misura di precauzione. Persino i fantasmi spariscono verso il mattino, K. invece era rimasto lì, con le mani in tasca, come se aspettasse che, giacché non se ne andava lui, se ne andasse tutto il corridoio con stanze e signori. E questo sarebbe sicuramente accaduto - poteva esserne certo - se solo fosse stato in qualche modo possibile, perché la delicatezza dei signori non aveva limiti. Nessuno, per esempio, avrebbe scacciato K. o anche solo detto quello che in realtà si capiva da sé, cioè che si levasse di torno una buona volta; nessuno di loro l'avrebbe fatto, anche se probabilmente durante la presenza di K. tremavano per l'agitazione e se il mattino, il momento che prediligevano, ne era stato avvelenato. Invece di procedere contro K. preferivano soffrire, a questa scelta a dire il vero concorreva la speranza che K., a poco a poco, avrebbe finito per rendersi conto di quello che saltava agli occhi, e che, in conformità con la sofferenza dei signori, avrebbe sofferto lui stesso fino ai limiti del tollerabile di trovarsi, presenza spaventosamente inopportuna, visibile a tutti, in quel corridoio al mattino. Speranza vana. Essi non sanno, o nella loro benevola condiscendenza non vogliono sapere, che esistono anche cuori insensibili, duri, che non si lasciano intenerire da alcun sentimento di rispetto. Persino la falena, povero animaletto, quando si fa giorno non cerca forse un angolo tranquillo, non si appiattisce, non vorrebbe scomparire e non è infelice di non poterlo fare? Invece K. si piazza là dove è più visibile, e se con ciò potesse impedire lo spuntar del giorno lo farebbe. Impedirlo non può, ma differirlo, intralciarlo, questo sì, purtroppo. Non ha forse assistito alla distribuzione dei documenti? Una cosa a cui nessuno ha il diritto di assistere, tranne i diretti interessati. Una cosa che né l'oste né l'ostessa, nella propria casa, hanno mai potuto vedere. Di cui hanno sentito parlare solo per accenni, come per esempio oggi dagl'inservienti. Non aveva notato fra quante difficoltà era avvenuta la distribuzione dei documenti, cosa incomprensibile in sé perché ognuno dei signori serve soltanto alla causa, non pensa mai al suo vantaggio personale e quindi dovrebbe collaborare con tutte le forze affinché la distribuzione, questo lavoro importante e fondamentale, si svolga veloce, facile e senza errori? E davvero a K. non era nemmeno lontanamente balenata l'idea che la ragione principale di tante difficoltà fosse che la distribuzione doveva avvenire a porte quasi chiuse, senza possibilità di rapporti diretti fra i signori, i quali naturalmente avrebbero potuto mettersi d'accordo in un attimo, mentre la mediazione degl'inservienti durava per forza delle ore, non poteva mai svolgersi senza dar luogo a lagnanze, era un continuo tormento per signori e inservienti e probabilmente avrebbe avuto effetti dannosi sul lavoro successivo? E perché i signori non potevano intendersi fra di loro? Come, K. continuava a non capire? Una cosa del genere non era mai capitata all'ostessa - e l'oste lo confermò anche per quanto lo riguardava - eppure avevano già avuto a che fare con gente ostinata. A K. bisognava dire apertamente cose che di solito non si osa pronunciare, altrimenti non capiva nemmeno lo stretto necessario. Ebbene, visto che bisognava dirlo: a causa sua, solo ed esclusivamente sua, i signori non avevano potuto uscire dalle loro stanze, poiché al mattino, appena svegli, sono troppo pudichi, troppo vulnerabili per esporsi a sguardi estranei; si sentono letteralmente troppo nudi per mostrarsi, anche se sono vestiti di tutto punto. È difficile dire di che cosa si vergognano, forse questi eterni lavoratori si vergognano semplicemente di aver dormito. Ma forse, più ancora che di mostrarsi, si vergognano di vedere degli estranei; avendo felicemente retto, con il ricorso agli interrogatori notturni, la vista delle parti convocate così difficile per loro da sopportare, non vogliono che adesso, di mattina, all'improvviso, li assalga direttamente in tutta la sua concretezza. Semplicemente non ce la fanno. Che uomo bisogna essere per non rispettare questi sentimenti? Ecco, bisogna essere un uomo come K. Uno che, nella sua ottusa indifferenza e nel suo torpore, passa sopra a tutto, alla legge come al più elementare rispetto umano, uno a cui non importa un bel niente di rendere quasi impossibile la distribuzione dei documenti e nuocere al buon nome della casa e che riesce nell'inaudita impresa di far sì che i signori ridotti alla disperazione decidano di difendersi da soli, si attacchino al campanello dopo aver compiuto uno sforzo su se stessi impensabile per la gente comune e chiamino aiuto per cacciar via quel K. che non era possibile smuovere in altro modo! Loro, i signori, chiamare aiuto! L'oste, l'ostessa e tutto il personale sarebbero certo accorsi da un pezzo, se solo avessero osato comparire dinnanzi ai signori di mattina, senza essere chiamati, foss'anche per portare aiuto e subito sparire. Frementi d'indignazione nei confronti di K., desolati della propria impotenza, avevano atteso all'inizio del corridoio, e lo scampanellio, che a dire il vero non si aspettavano, era stato per loro una liberazione. Be', il peggio era passato. Se soltanto avessero potuto dare un'occhiata alla gioiosa animazione dei signori una volta che si erano liberati di K.! Per K. la cosa non finiva certo lì; avrebbe senz'altro dovuto rispondere di quel che aveva combinato.
Intanto erano arrivati nella sala; non era ben chiaro perché l'oste, nonostante la sua collera, avesse condotto fin lì K., forse si era reso conto che per il momento la stanchezza avrebbe impedito a K. di lasciare l'albergo. Senza aspettare di essere invitato a sedersi, K. si lasciò letteralmente cadere su uno dei barili. Si sentiva bene, lì al buio. L'unica luce accesa nell'ampio locale era una debole lampadina elettrica posta sopra i cannelli della birra. Anche fuori era ancora buio fondo, sembrava ci fosse una tormenta di neve. Bisognava essere grati di poter stare al caldo e procurare di non farsi cacciar via. L'oste e l'ostessa erano ancora in piedi dinnanzi a lui, come se egli rappresentasse pur sempre un certo pericolo, e, data la sua assoluta inaffidabilità, non fosse da escludere che all'improvviso balzasse su e tentasse d'introdursi nuovamente nel corridoio. Anche loro erano sfiniti per gli spaventi notturni e per essersi alzati prima del solito, specialmente l'ostessa, che indossava un vestito marrone con la gonna ampia, frusciante come seta, chiuso da bottoni e lacci in modo alquanto disordinato (dove l'aveva pescato nella fretta?), appoggiava la testa, come fosse spezzata, alla spalla del marito, si tamponava gli occhi con un grazioso fazzolettino e intanto lanciava a K. occhiate di collera infantile. Per tranquillizzare la coppia, K. disse che tutto quello che gli avevano raccontato gli risultava nuovo, ma che malgrado la sua ignoranza non era poi rimasto così a lungo nel corridoio, dove non aveva veramente niente da fare e non voleva certo tormentare nessuno, e che tutto invece era accaduto soltanto per eccesso di stanchezza. Li ringraziò di aver messo fine a quella scena penosa; se fosse stato chiamato a renderne conto lo avrebbe fatto volentieri, poiché solo così avrebbe potuto impedire che il suo contegno venisse da tutti frainteso. La stanchezza e nient'altro ne era stata la causa. Ma questa stanchezza dipendeva dal fatto che non era ancora abituato alla fatica degl'interrogatori. Era in paese da troppo poco tempo. Una volta che egli avesse acquisito una certa esperienza, una cosa simile non sarebbe più potuta succedere. Forse prendeva gl'interrogatori troppo sul serio, ma in sé questo non era certo un male. Aveva dovuto sostenere due interrogatori, uno dopo l'altro, il primo da parte di Bürgel e il secondo di Erlanger, specialmente il primo lo aveva sfinito, il secondo, a dire il vero, non era durato molto. Erlanger gli aveva chiesto soltanto un piacere, ma i due interrogatori insieme erano più di quanto egli potesse sopportare in una volta sola, forse sarebbe stato così anche per un altro, ad esempio per il signor oste. Dal secondo interrogatorio, infatti, si era già ritirato barcollando. Era stata quasi una sorta di ubriachezza; era la prima volta che vedeva e ascoltava quei due signori, e aveva anche dovuto rispondere. Per quanto ne sapeva, tutto era andato benissimo, ma poi era successa quella disgrazia, che però dopo i fatti precedenti non gli si poteva certo ascrivere a colpa. Purtroppo solo Erlanger e Bürgel si erano resi conto del suo stato e si sarebbero sicuramente presi cura di lui impedendo tutto quello che doveva poi succedere, ma Erlanger aveva dovuto andar via subito dopo l'interrogatorio, evidentemente per andare al castello, e Bürgel, forse affaticato da quell'interrogatorio - e, dunque, come avrebbe potuto lui, K., superarlo senza esserne fiaccato? - si era addormentato e aveva anzi continuato a dormire durante tutta la distribuzione dei documenti. L'avesse avuta K. quella possibilità, sarebbe stato ben felice di approfittarne, rinunciando volentieri a ogni visione proibita, e tanto più facilmente in quanto in realtà non era stato in grado di vedere un bel nulla, ragione per cui anche i signori più sensibili avrebbero potuto comparirgli dinnanzi senza timore.
L'accenno ai due interrogatori - soprattutto a quello con Erlanger - e il rispetto con cui K. parlava dei signori, predisposero l'oste a suo favore. Pareva già pronto ad accordargli, su sua richiesta, il permesso di mettere un'asse sopra i barili e dormire almeno fino all'alba, l'ostessa invece era nettamente contraria, e continuava a scuotere il capo, inutilmente aggiustandosi qua e là il vestito, di cui solo ora aveva notato il disordine; una lite, senz'altro vecchia, che riguardava il decoro della casa era in procinto di esplodere ancora una volta. Per K., stanco com'era, il dialogo dei due coniugi assumeva un'enorme importanza. Essere cacciato via anche da lì gli pareva una sventura che superava tutto quello che gli era capitato fino allora. Doveva impedirlo, anche se oste e ostessa si fossero messi d'accordo contro di lui. Spiava i due raggomitolato sul barile, finché l'ostessa, con quella sua non comune suscettibilità, che K. aveva da tempo osservato, d'un tratto si fece in là - probabilmente stava già parlando di altre cose con l'oste - e gridò: «Come mi guarda! Mandalo via una buona volta!». Ma K., cogliendo l'occasione e ormai convintissimo, quasi fino all'indifferenza, che sarebbe rimasto, disse: «Non guardo te, guardo il tuo vestito». «Perché il mio vestito?», chiese l'ostessa stizzita. K. alzò le spalle.
«Vieni!», disse l'ostessa al marito. «È ubriaco, quello zotico. Lascialo lì a smaltire la sbornia!». E diede ordine a Pepi, che alla sua chiamata era sorta dal buio, scarmigliata, stanca, trascinando una scopa, di buttare a K. un cuscino.

25

Quando K. si svegliò, in un primo momento gli parve di non aver quasi dormito; la stanza era immutata, vuota e calda, le pareti buie, spenta l'unica lampadina sopra i cannelli della birra, notte anche fuori delle finestre. Ma quando si stirò e il cuscino cadde, e il letto e i barili scricchiolarono, arrivò subito Pepi e lo informò che era già sera e che aveva dormito ben più di dodici ore. L'ostessa aveva chiesto di lui alcune volte durante la giornata, anche Gerstäcker, che la mattina, mentre K. parlava con l'ostessa, aveva aspettato lì al buio davanti alla sua birra ma poi non aveva più osato disturbarlo, era venuto nel frattempo una volta a vederlo, e infine pareva che fosse entrata anche Frieda e avesse sostato un attimo accanto a K., ma non era venuta per K. bensì perché aveva diverse cose da preparare dovendo riprendere la sera stessa il suo vecchio servizio. «Non ti ama più, vero?», chiese Pepi, mentre portava del caffè con dolci. Non lo chiese però nel tono cattivo che prendeva prima, ma con tristezza, come se nel frattempo avesse conosciuto la cattiveria del mondo, di fronte alla quale ogni cattiveria propria vien meno e diventa assurda; parlava a K. come a un compagno di sventura, e quando K. assaggiò il caffè e a lei parve che non lo trovasse abbastanza dolce, corse via e gli portò la zuccheriera piena. La tristezza non le aveva però impedito di farsi ancor più bella dell'ultima volta; di fiocchi e nastri intrecciati ai capelli ne aveva una quantità, intorno alla fronte e sulle tempie i capelli erano stati arricciati con cura, e al collo portava una catenina che scendeva nella profonda scollatura della camicetta. Quando K., soddisfatto di aver finalmente dormito a sufficienza e di potersi bere un buon caffè, allungò di nascosto la mano verso uno dei fiocchi e tentò di scioglierlo, Pepi disse con aria stanca: «Lasciami stare», e andò a sedersi su un barile accanto a lui. E K. non ebbe nemmeno bisogno di chiederle quale fosse la sua pena, fu lei a incominciare subito a parlare, con lo sguardo fisso sulla caffettiera di K. come se sentisse la necessità di una distrazione anche mentre raccontava, come se non potesse, anche quando si occupava del proprio dolore, abbandonarvisi interamente, poiché era superiore alle sue forze. K. apprese prima di tutto che le sventure di Pepi erano colpa sua, ma che lei non gli serbava rancore. E Pepi accompagnava le sue parole con energici cenni della testa per prevenire ogni obiezione da parte di K. Dapprima egli aveva portato via Frieda dalla sala e con ciò reso in tal modo possibile la promozione di Pepi. Altrimenti non si vedeva che cosa avrebbe potuto indurre Frieda a lasciare il suo posto, stava lì in quella sala come il ragno nella tela, aveva teso dappertutto fili che solo lei conosceva; tirarla fuori da lì contro la sua volontà sarebbe stato impossibile, solo l'amore per un inferiore, cioè qualcosa che non era compatibile con la sua posizione, poteva scacciarla dalla sala. E Pepi? Aveva forse mai pensato di ottenere quel posto? Era cameriera, aveva un posto modesto, con poche prospettive, sognava un grande avvenire come ogni ragazza, i sogni uno non se li può impedire, ma non pensava seriamente a un avanzamento, si accontentava di quello che aveva raggiunto. Ed ecco che d'un tratto Frieda spariva dalla sala, così improvvisamente che l'oste non aveva sottomano una persona adatta a sostituirla, si era messo a cercare e il suo sguardo era caduto su Pepi, che a dire il vero si era fatta opportunamente avanti. A quel tempo lei amava K. come non aveva mai amato nessuno; per mesi interi era rimasta sotto in quella sua minuscola stanza buia, ed era preparata a rimanervi ignorata per anni, alla peggio per tutta la vita, quando all'improvviso era apparso K., un eroe, un liberatore di fanciulle, e le aveva aperto la via verso l'alto. Certo, K. non sapeva niente di Pepi, non l'aveva fatto per lei, ma questo non diminuiva la sua gratitudine; nella notte che aveva preceduto la sua assunzione - l'assunzione era ancora incerta, ma già molto probabile - aveva passato ore a parlare con lui, a sussurrargli all'orecchio la sua riconoscenza. E ciò che rendeva ancor più grande, agli occhi di Pepi, il gesto di K. era che egli si fosse accollato il peso proprio di Frieda; vi era un'abnegazione inconcepibile nel fatto che, per far progredire Pepi, egli si fosse preso per amante Frieda; Frieda, una ragazza bruttina, secca, già un po' avanti negli anni, con capelli corti e radi, e per giunta una gattamorta che aveva sempre qualche mistero, cosa che probabilmente dipende dal suo aspetto; perché squallida come indubbiamente è di viso e di corpo, deve almeno avere altri segreti che nessuno può verificare, per esempio la sua presunta relazione con Klamm. E persino questi pensieri erano venuti allora a Pepi: è mai possibile che K. ami davvero Frieda, non s'inganna? o forse inganna solo Frieda, e l'unico risultato di tutto questo sarà semplicemente la promozione sul lavoro di Pepi? e K. si accorgerà allora dell'errore o deciderà di non continuare a nasconderlo, e non vedrà più Frieda ma soltanto Pepi? Questa non era necessariamente un'assurda fantasia di Pepi, giacché con Frieda, donna contro donna, lei poteva benissimo competere, nessuno avrebbe potuto negarlo, del resto K. era rimasto abbagliato sul momento soprattutto dalla posizione di Frieda e dal prestigio che lei aveva saputo darle. E allora Pepi aveva sognato che, se lei avesse avuto quel posto, K. si sarebbe presentato da lei implorante e lei avrebbe potuto scegliere: o esaudire K. e perdere il posto, o respingerlo e continuare nella sua ascesa. E aveva deciso che avrebbe rinunciato a tutto per chinarsi su di lui e insegnargli quel vero amore che con Frieda non avrebbe mai conosciuto e che è indipendente da tutti gli onori del mondo. Ma poi le cose erano andate diversamente. E di chi era la colpa? Di K. innanzi tutto, e poi, certo, della furbizia di Frieda. Di K. innanzi tutto; perché che cosa vuole, che strano uomo è mai? A che cosa ambisce, quali sono le cose importanti che lo assorbono e gli fanno dimenticare ciò che ha a portata di mano, le cose migliori, le più belle? Pepi è la vittima, e tutto è insensato, e tutto è perduto; chi avesse la forza di appiccare fuoco all'intero Albergo dei Signori e bruciarlo, ma tutto, così che non ne rimanesse traccia, bruciarlo come carta nella stufa, quello sarebbe oggi per Pepi l'eletto. Sì, Pepi aveva dunque preso servizio in sala da quattro giorni, poco prima del pranzo. Non è un lavoro facile, è un lavoro che quasi ti ammazza, ma non è poco quel che se ne può ricavare. Anche prima Pepi non aveva vissuto alla giornata, e anche se mai, nemmeno nei suoi sogni più audaci, avrebbe rivendicato per sé quel posto, aveva però sufficientemente osservato, sapeva ciò che esso comportava, non l'aveva accettato senza esservi preparata. Del resto non lo si può accettare impreparati, lo si sarebbe perso entro poche ore. Tanto più a comportarsi come le altre cameriere! Col tempo una cameriera finisce per sentirsi perduta e dimenticata; è come un lavoro in miniera, per lo meno nel corridoio dei segretari; per giorni interi, tranne le poche parti convocate di giorno che sgusciano via qua e là e non osano alzare gli occhi, non si vede anima viva all'infuori delle altre due o tre cameriere, e quelle sono di umore ugualmente tetro. La mattina non è assolutamente permesso lasciare la propria stanza, i segretari vogliono restare soli fra di loro, la colazione la porta il personale dalla cucina e di solito le cameriere non se ne occupano, anche mentre i signori mangiano non ci si deve mostrare nel corridoio. Solo quando i signori lavorano le cameriere possono riordinare le stanze, ma naturalmente non quelle occupate, solo quelle che rimangono vuote, e il lavoro dev'essere svolto senza far rumore per non disturbare quello dei signori. Ma com'è possibile mettere ordine senza far rumore, quando i signori restano in stanza per parecchi giorni, e per giunta là dentro mettono le mani anche i servi, quella sudicia canaglia, e la stanza, quando finalmente la cameriera può entrarvi, è in uno stato tale che nemmeno il diluvio universale potrebbe ripulirla? Sì, è vero, sono dei signori di riguardo, ma ci vuole uno sforzo per superare il disgusto se si devono rifare le camere quando sono passati loro. Il lavoro delle cameriere non si può dire eccessivo, ma duro sì. E mai una parola buona, soltanto rimproveri, uno in particolare, il più frequente e tormentoso, è quello che durante le pulizie sono andati perduti dei documenti. In realtà non va perso nulla, ogni pezzettino di carta viene consegnato all'oste, è pur vero che certi documenti vanno smarriti, solo che le cameriere non c'entrano. E allora arrivano le commissioni d'inchiesta, e le ragazze devono lasciare la loro stanza, e la commissione rovista nei letti, le cameriere non posseggono nulla, le loro poche cose possono entrare in una gerla, ma la commissione va avanti a cercare per ore. Naturalmente non trova nulla, com'è possibile che dei documenti vadano a finire lì? Che se ne farebbero di quei documenti le ragazze? Eppure ogni volta si finisce con insulti e minacce da parte della commissione delusa, che l'oste trasmette. E mai un po' di pace, né di giorno né di notte, chiasso per metà della notte e chiasso fin dal primo mattino. Se almeno non si fosse costretti ad abitare lì, ma è obbligatorio, perché l'andare a prendere in cucina le piccole ordinazioni fra un pasto e l'altro è compito delle cameriere, soprattutto di notte. Sempre quel bussare improvviso alla porta delle cameriere, e la dettatura delle ordinazioni, e correr giù in cucina a scuotere dal sonno gli sguatteri, e deporre il vassoio con le cose richieste davanti alla porta delle cameriere dove i servi li vengono a prendere: ah, che tristezza! Ma il peggio non è questo. Il peggio è quando non arrivano ordinazioni, quando cioè a notte fonda, mentre tutti dovrebbero già dormire e infatti la maggior parte finalmente dorme, s'incomincia talvolta a sentire dei passi striscianti davanti alla porta. Allora le cameriere scendono dal letto - i letti sono sovrapposti, c'è pochissimo spazio, l'intera stanza delle ragazze in realtà non è altro che un grande armadio con tre ripiani -, incollano l'orecchio alla porta, s'inginocchiano e si tengono abbracciate piene di paura. E ancora si sente strisciare davanti alla porta. Sarebbero tutte felici se l'uomo si decidesse a entrare, ma non succede nulla, non entra nessuno. Bisogna dunque dirsi che non necessariamente minaccia un pericolo, forse è soltanto qualcuno che va su e giù dinnanzi alla porta, si chiede se non fare un'ordinazione, e poi non riesce a decidersi. Forse è solo questo, ma forse è tutt'altro. In fin dei conti, non si conoscono affatto i signori, si sono appena intravisti. Ad ogni modo le ragazze là dentro muoiono di paura e, quando finalmente là fuori non si sente più nulla, si appoggiano alla parete senza avere la forza di tornare nei loro letti. Ecco la vita che attende di nuovo Pepi, stasera stessa deve riprendere il suo posto nella stanza delle cameriere. E perché? A causa di K. e di Frieda. Tornare a quella vita a cui è appena sfuggita, sfuggita con l'aiuto di K., certo, ma anche con suo enorme sforzo. Perché in quel mestiere le ragazze si lasciano andare, anche le più curate. Per chi devono farsi belle? Non le vede nessuno, tutt'al più il personale di cucina; se qualcuna se ne accontenta, si faccia pur bella. Ma altrimenti sono sempre nella loro stanzetta o nelle stanze dei signori, dove sarebbe una pazzia e uno spreco anche solo metter piede con degli abiti puliti addosso. E sempre in quella luce artificiale e in quell'aria pesante - le stufe sono costantemente accese - e, infatti, sempre la stanchezza. L'unico pomeriggio libero della settimana si preferisce passarlo a dormire in qualche ripostiglio della cucina, in pace e senza timori. Perché dunque farsi belle? È già tanto se ci si veste. Ed ecco che d'improvviso Pepi veniva trasferita a servire in sala, dove era richiesto esattamente il contrario a chi volesse affermarsi, dove si era costantemente sotto gli occhi dei clienti, fra i quali vi erano signori esigentissimi, che facevano attenzione a tutto, e quindi bisognava avere sempre un aspetto curato e gradevole. Be', era un bel cambiamento! E Pepi poteva dire di non aver trascurato nulla. Di come sarebbero andate in seguito le cose, Pepi non si preoccupava. Sapeva di avere le capacità che quell'impiego richiedeva, ne era sicurissima, questa convinzione ce l'ha ancora, e nessuno gliela può togliere, nemmeno oggi, nel giorno della sconfitta. Ma il difficile era dare buona prova fin dai primissimi tempi, perché era una povera cameriera, senza vestiti né qualcosa per ornarsi, e perché i signori non hanno la pazienza di stare a vedere i progressi che una fa, ma vogliono subito, senza transizione, una cameriera come si deve, altrimenti vanno altrove. Ci sarebbe da credere che non hanno poi così grandi pretese, se si accontentavano di Frieda. Ma non è esatto. Pepi ci ha riflettuto spesso, del resto ha frequentato molto Frieda e per un certo tempo ha dormito con lei. Non è facile scoprire le mire di Frieda, e chi non fa bene attenzione - e quali sono i signori che fanno attenzione? - è subito tratto in inganno. Nessuno meglio di Frieda stessa sa quanto sia misero il suo aspetto, chi ad esempio la vede per la prima volta sciogliere i capelli giunge le mani per la pietà, una ragazza così, ci fosse giustizia, non dovrebbe nemmeno fare la cameriera; lo sa anche lei e più di una notte ne ha pianto stringendosi a Pepi e mettendosi intorno alla testa i capelli dell'amica. Ma quando è in servizio ogni dubbio scompare, si crede la più bella di tutte, e sa come convincerne gli altri. Conosce la gente, lei, è questo il suo vero talento. Ed è svelta a mentire e ingannare, di modo che gli altri non abbiano il tempo di osservarla meglio. Naturalmente alla lunga questo non basta, la gente ha occhi e in definitiva saranno loro ad aver ragione. Ma nell'istante in cui scorge il pericolo ha già pronto un nuovo espediente, ultimamente, per esempio, la sua relazione con Klamm! La sua relazione con Klamm! Se non ci credi puoi verificare: va' da Klamm e prova a chiedere. Che furba, che furba. E se per caso tu non osassi andare da Klamm per fargli una domanda del genere e magari non fossi ricevuto nemmeno per questioni infinitamente più importanti e la porta di Klamm fosse inesorabilmente sbarrata per te - e per quelli come te, perché Frieda, ad esempio, fa irruzione da lui quando le pare -, se è così, puoi lo stesso verificare la cosa, ti basta aspettare! Klamm non potrà tollerare a lungo che si diffondano tali menzogne, certo sta sempre con le orecchie tese per sapere quel che si racconta di lui in sala e nelle camere, tutto ha per lui la massima importanza, e se è falso lo rettifica subito.
Ma non lo rettifica; dunque non c'è nulla da rettificare, ed è la pura verità. A dire il vero si vede soltanto Frieda portare la birra nella stanza di Klamm e uscirne con i soldi riscossi; quel che non si vede, però, lo racconta Frieda, e bisogna crederle. Anzi, non lo racconta, non spiattella certi segreti; no, attorno a lei i segreti si diffondono da soli e certo, una volta divulgati, Frieda non si perita più di parlarne anche lei, ma con modestia e senza affermare nulla si riferisce soltanto a quello che comunque tutti sanno. Non a tutto, non dice per esempio che Klamm, da quando lei serve in sala, beve meno birra di prima, non molto meno, ma sensibilmente meno; d'altronde questo può avere diversi motivi, forse è arrivato un momento in cui a Klamm piace meno la birra, o magari Frieda gliela fa dimenticare. Ad ogni modo, per quanto la cosa possa apparire sorprendente, Frieda è l'amante di Klamm. Ma quello che soddisfa Klamm come può non essere ammirato anche dagli altri? E così Frieda, quando meno uno se l'aspettava, è diventata una gran bellezza, esattamente la ragazza che ci vuole per la sala; anzi, quasi troppo bella, troppo potente, già la mescita non le basta più. E infatti la gente trova curioso che sia ancora lì; servire in sala è una gran cosa, da quel punto di vista la relazione con Klamm sembra perfettamente credibile, ma quando una ragazza che serve in sala è diventata l'amante di Klamm, come può essere che lui la lasci lì, e per tutto quel tempo anche? Perché non la fa salire più in alto? Lo si può ripetere mille volte alla gente che qui non c'è contraddizione, che Klamm ha i suoi motivi per agire così, o che all'improvviso, in un futuro forse molto prossimo, per Frieda arriverà la promozione, ma non serve a granché; la gente si fa certe idee e alla lunga non c'è più modo di levargliele dalla testa. Nessuno ha più messo in dubbio che Frieda sia l'amante di Klamm, anche quelli che parevano saperne di più erano già troppo stanchi per dubitarne. Sii pure l'amante di Klamm, per tutti i diavoli, pensavano, ma se lo sei faccelo vedere anche dalla tua ascesa. Invece non si vedeva niente, e Frieda era rimasta a servire in sala come sempre e intimamente era ben contenta che così fosse. Ma di fronte alla gente perdeva prestigio, e naturalmente non poteva non accorgersene, di solito vede le cose prima ancora che accadano. Una ragazza veramente bella e amabile non ha bisogno di usare arti una volta che si è abituata alla sala; fintanto che è bella rimarrà a servire in sala, a meno che non intervenga un caso particolarmente sfortunato. Una ragazza come Frieda invece deve sempre temere per il suo posto, naturalmente ha l'intelligenza di non farlo capire, anzi di solito si lamenta e maledice quel lavoro. Ma in segreto sorveglia costantemente la situazione. E così Frieda ha visto che la gente diventava indifferente, il suo apparire non valeva nemmeno più a far alzare gli occhi, nemmeno i servi badavano più a lei, avevano il buon senso di attaccarsi a Olga e a ragazze del genere, anche dal contegno dell'oste lei si rendeva conto di essere sempre meno indispensabile, e non poteva continuare a inventare nuove storie sul conto di Klamm, tutto ha un limite, e così la buona Frieda si decise a tentare qualcosa di nuovo. Chi sarebbe stato in grado di capirlo subito? Pepi ha avuto qualche sospetto, ma purtroppo non ha veramente capito. Frieda decise di fare uno scandalo: lei, l'amante di Klamm, si getta fra le braccia del primo che capita, se è possibile dell'essere più miserabile di tutti. La cosa farà scalpore, se ne parlerà per un pezzo e finalmente, finalmente ci si ricorderà che cosa significhi essere l'amante di Klamm, che cosa significhi buttar via quest'onore nell'ebbrezza di una nuova passione. La difficoltà era trovare l'uomo adatto con cui recitare quell'astuta commedia. Non poteva essere un conoscente di Frieda, nemmeno uno dei servi, che probabilmente l'avrebbe guardata sgranando gli occhi e avrebbe tirato dritto per la sua strada, soprattutto poi non si sarebbe mantenuto abbastanza serio e, anche a saperla raccontar bene, sarebbe stato impossibile persuadere la gente che Frieda aveva subito un suo assalto, non era stata capace di difendersi e in un momento di follia gli si era concessa. E anche se doveva essere un miserabile, bisognava pur sempre che fosse uno di cui si potesse far credere che, malgrado la sua natura rozza e ottusa, anelava proprio a Frieda e a nessun'altra, e non aveva desiderio più grande - Dio del cielo! - che di sposarla. Per quanto dovesse essere un uomo semplice, magari di condizione ancora più bassa di quella di un servo, molto più bassa, bisognava però che non fosse qualcuno a cui ogni ragazza avesse riso dietro, uno nel quale un'altra ragazza, una ragazza che sapesse giudicare, avesse potuto trovare una volta qualcosa di attraente. Ma dove trovare un uomo così? Un'altra ragazza probabilmente lo avrebbe cercato invano per una vita. La fortuna di Frieda invece le porta nella sala l'agrimensore, forse proprio la sera in cui per la prima volta ha pensato a quel piano. L'agrimensore! Eh sì, ma a che pensa K.? Che cosa ha in testa di speciale? Otterrà qualcosa di eccezionale? Un buon impiego, una distinzione? È questo che vuole? Be', allora avrebbe dovuto comportarsi diversamente fin dall'inizio. K. è una nullità, fa pena vedere la sua situazione. È agrimensore, questo forse è qualcosa, significa che qualcosa ha imparato, ma se è incapace di metterlo a profitto, tanto vale. Con tutto ciò accampa pretese senza avere il minimo appoggio, non le accampa direttamente, ma si vede che ne ha, e la cosa è irritante. Lo sa o no che persino una cameriera ci rimette un po' della sua dignità se si trattiene a parlare con lui? E con tutte quelle pretese speciali già la prima sera va a cascare in una volgarissima trappola? Non si vergogna? Che cosa l'ha tanto affascinato in Frieda? Adesso potrebbe confessarlo. Davvero gli è piaciuta quella creatura patita e gialliccia? Ma no, non l'ha nemmeno guardata, lei gli ha solo detto di essere l'amante di Klamm, per lui la cosa era ancora nuova e ha fatto colpo. Frieda però aveva dovuto andar via, ora non c'era più posto per lei all'Albergo dei Signori. Pepi l'ha vista ancora la mattina prima della partenza, il personale era accorso in massa, tutti erano curiosi di assistere allo spettacolo. E il potere di Frieda era ancora così grande che la compiangevano tutti, anche i suoi nemici, tanto esatto si era dimostrato fin dall'inizio il suo calcolo; che si fosse buttata via per quell'uomo pareva a tutti inconcepibile, un colpo del destino, le piccole sguattere, che naturalmente ammirano qualsiasi ragazza che serva in sala, erano inconsolabili. Persino Pepi era commossa, nemmeno lei aveva saputo difendersi del tutto, anche se in realtà la sua attenzione era rivolta altrove. Era sorpresa di veder Frieda così poco triste. In fondo era una sciagura spaventosa quella che l'aveva colpita, e infatti lei fingeva di essere molto infelice, ma non bastava, la commedia non poteva ingannare Pepi. Che cosa la teneva su, dunque? Forse la felicità del nuovo amore? Be', questa supposizione era da scartare. Ma allora che cos'era? Che cosa le dava la forza di mantenere la fredda cortesia di sempre anche con Pepi, che già era indicata a succederle? Pepi allora non aveva tempo di rifletterci su, era troppo indaffarata con i preparativi per il suo nuovo lavoro. Probabilmente sarebbe entrata in servizio un paio d'ore dopo e ancora non aveva né una bella pettinatura, né un vestito elegante, né biancheria fine, né scarpe buone. A tutto bisognava provvedere in quelle due ore; se non ci si poteva preparare come conveniva, tanto valeva rinunciare subito al posto, perché di sicuro lo si sarebbe perduto già nella prima mezz'ora. Bene, in parte ci si era riusciti. Per pettinarsi Pepi ha un talento speciale, una volta persino l'ostessa l'aveva mandata a chiamare per farsi acconciare da lei; la sua bravura sta in una particolare leggerezza di mano, vero è che con una capigliatura folta come la sua si può fare quel che si vuole. Anche per il vestito aveva trovato rimedio. Le sue due colleghe le erano rimaste fedeli, del resto è un certo onore per loro che una del gruppo sia assunta per la sala, e poi Pepi, una volta giunta al potere, avrebbe potuto procurare loro qualche vantaggio. Una delle ragazze teneva in serbo da molto tempo una stoffa costosa, era il suo tesoro, l'aveva fatta ammirare spesso alle altre, sognava certo di farne un giorno qualcosa di magnifico per sé, eppure - era molto bello da parte sua - ora che Pepi ne aveva bisogno glielo offriva. Ed entrambe l'avevano premurosamente aiutata a cucire, se avessero lavorato per sé non avrebbero potuto metterci più impegno. Anzi quel lavoro le aveva riempite di allegria e divertite. Sedute ciascuna sul proprio letto, una al di sopra dell'altra, cucivano e cantavano e si passavano su e giù le parti finite e le guarnizioni. Quando Pepi ci pensa, si sente il cuore pesante all'idea che tutto sia stato inutile e che ora torna a mani vuote dalle sue amiche! Che disgrazia, e con quanta leggerezza è stata provocata, soprattutto da parte di K.! Erano tutte così felici allora di quel vestito, pareva la garanzia del successo, e quando all'ultimo si era trovato ancora un posto per un nastrino, l'ultimo dubbio era svanito. E non è bello davvero il vestito? Adesso è già sgualcito e un po' macchiato, Pepi non ne aveva un altro, l'ha dovuto indossare giorno e notte, eppure si vede ancora com'è bello, nemmeno quella dannata ragazza Barnabas potrebbe far meglio. Che poi lo si possa stringere o allargare, sotto e sopra, come si preferisce, che sia quindi un abito solo ma così trasformabile è davvero un vantaggio, e in fondo una sua trovata. Certo Pepi non è difficile da vestire, ma non se ne fa un vanto; alle ragazze giovani e sane sta bene tutto. Molto meno facile è stato procurarsi biancheria e scarpe, e questo in fondo è stato l'inizio dell'insuccesso. Anche qui le amiche l'hanno aiutata per quel che potevano, ma non potevano molto. La sola biancheria che era riuscita a mettere insieme e a rattoppare era grossolana, e invece di stivaletti con il tacco alto si è dovuta accontentare di scarpe da casa, più da nascondere che da mostrare. Le amiche consolavano Pepi: nemmeno Frieda era poi tanto ben vestita, e a volte andava in giro così sciatta che i clienti preferivano farsi servire dai cantinieri. Era così infatti, ma Frieda poteva permetterselo, godeva già di grosso credito e considerazione; se una gran signora si fa vedere per una volta sporca e trascurata nel vestire, è ancora più attraente, ma una novellina come Pepi? E del resto Frieda non sa affatto vestirsi, manca di gusto; certo, se uno ha la pelle giallastra se la deve tenere, ma non è il caso che si metta per giunta, come Frieda, una camicetta color crema bella scollata, col risultato che con tutto quel giallo salgon le lacrime agli occhi. E anche se non fosse così, è troppo tirchia per vestirsi bene; tutto quel che guadagnava lo metteva da parte, nessuno sapeva a che scopo. In servizio non aveva bisogno di denaro, si arrangiava con bugie e piccoli trucchi, quell'esempio Pepi non lo voleva né poteva seguire e perciò era giusto che si facesse bella per mettersi in risalto, soprattutto all'inizio. Se avesse potuto farlo con mezzi più efficaci, ne sarebbe uscita vittoriosa, malgrado la furbizia di Frieda, malgrado la follia di K. L'inizio era stato molto buono. Le poche avvertenze e cognizioni necessarie le possedeva già da prima. Appena installata nella sala, vi si era ambientata. Nessuno sentiva la mancanza di Frieda sul lavoro. Solo il secondo giorno alcuni clienti avevano chiesto dov'era. Non c'erano stati sbagli, l'oste era contento; il primo giorno aveva dei timori e non aveva mai lasciato la sala, in seguito vi era entrato solo ogni tanto e alla fine, poiché i conti tornavano - gl'incassi in media erano addirittura un po' più alti che al tempo di Frieda -, aveva lasciato tutto nelle mani di Pepi. Lei aveva introdotto delle innovazioni. Frieda, non per amore del suo lavoro, ma per avarizia smania di comandare per paura di cedere qualcosa dei suoi diritti, aveva sorvegliato anche i servi, almeno in parte, soprattutto quando c'era qualcuno che guardava; Pepi invece aveva interamente affidato quell'incombenza ai cantinieri, che ci sanno fare anche meglio. In questo modo le avanzava più tempo per le stanze dei signori, i clienti venivano serviti in fretta; e trovava comunque il modo di scambiare due parole, non come Frieda, che, a sentir lei, si riservava tutta per Klamm e considerava un'offesa a Klamm ogni parola, ogni tentativo di avvicinamento da parte di qualcun altro. Il che era astuto, del resto, perché la volta che si lasciava avvicinare da qualcuno era un favore inaudito. Pepi invece detestava simili artifici, e poi all'inizio non sono indicati. Era gentile con tutti e tutti la ripagavano di pari gentilezza. Erano visibilmente felici del cambiamento; quando i signori, sfiniti dal lavoro, possono finalmente sedersi un momento a bere una birra, basta una parola, uno sguardo, un movimento della spalla per trasformarli letteralmente. Le mani di tutti s'intrufolavano così spesso fra i riccioli di Pepi che le toccava rifarsi la pettinatura almeno dieci volte al giorno; alla seduzione di quei riccioli e nastri non resiste nessuno, nemmeno K., di solito tanto svagato. Passarono così giorni emozionanti, pieni di lavoro ma anche di successo. Ah, se non fossero volati via così in fretta, se ce ne fosse stato qualcuno in più! Quattro giorni sono troppo pochi, anche a ridursi allo stremo delle forze, forse un quinto giorno sarebbe bastato, ma quattro erano troppo pochi. In quattro giorni Pepi si era già fatta amici e protettori, se avesse potuto credere a tutti gli sguardi, avrebbe navigato in un mare di amicizia quando arrivava con i boccali di birra; uno scrivano, tale Bartmeier, ha perso la testa per lei, le ha regalato questa catenina col ciondolo, e nel ciondolo ha messo il suo ritratto, il che è una bella sfacciataggine; questo e altro era successo, eppure erano solo quattro giorni, in quattro giorni Pepi, se ci si mette, può far dimenticare Frieda, in parte, certo, non completamente; ma sarebbe stata dimenticata forse anche prima se non avesse provveduto a restare sulla bocca di tutti con quel grosso scandalo, grazie al quale si era rinnovata agli occhi della gente che avrebbe voluto rivederla solo per curiosità; ciò che era diventato monotono fino alla noia, aveva acquistato nuova attrattiva per merito di quel K. sotto altri aspetti totalmente indifferente; certo non avrebbero dato Pepi in cambio finché era lì e agiva mediante la sua presenza, ma sono quasi tutti signori anziani, pigri a cambiare abitudini, prima che si abituino a una nuova ragazza ci vuol tempo, anche se nel cambio hanno tutto da guadagnare, un paio di giorni ci vogliono, contro la loro stessa volontà un paio di giorni ci vogliono, forse solamente cinque, ma quattro giorni non bastano, Pepi, nonostante tutto, era ancora considerata «provvisoria». E poi la disgrazia forse più grossa: in quei quattro giorni Klamm non era sceso in sala, sebbene durante i primi due si trovasse in paese. Se fosse venuto, per Pepi sarebbe stata la prova decisiva, una prova che del resto temeva pochissimo e di cui anzi sarebbe stata felice. Non sarebbe diventata - di queste cose è meglio non parlare nemmeno - l'amante di Klamm e non si sarebbe nemmeno vantata di esserlo, ma avrebbe saputo posare il boccale di birra sul tavolo almeno con la stessa grazia di Frieda, salutare gentilmente senza l'invadenza di Frieda e gentilmente ritirarsi, e se mai Klamm cerca qualcosa negli occhi di una ragazza, in quelli di Pepi l'avrebbe trovato a sazietà. Ma perché non era venuto? Per caso? Anche Pepi allora l'aveva creduto. Per quei due giorni l'aveva aspettato ad ogni istante, aspettava anche di notte. Adesso Klamm verrà, seguitava a pensare, e correva su e giù senz'altra ragione che l'inquietudine dell'attesa e il desiderio di vederlo per prima quando fosse entrato. Quella continua delusione l'aveva molto stancata; forse per questo non rendeva più quanto avrebbe potuto. Quando aveva un momento di tempo scappava su nel corridoio, che era rigorosamente vietato al personale, si nascondeva in una nicchia e aspettava. Se Klamm arrivasse ora, pensava, se potessi andare a prendere il signore nella sua stanza e portarlo giù nella sala sulle mie braccia. Non crollerei sotto quel peso, per grande che fosse. Ma lui non arrivava. Su in quel corridoio c'è un silenzio che uno neanche s'immagina se non c'è stato. Un tale silenzio che non ci si può resistere a lungo, un silenzio che vi scaccia. Eppure Pepi, dieci volte scacciata, dieci volte vi ritornava. Era insensato. Se Klamm voleva venire sarebbe venuto, e se non voleva non sarebbe stata Pepi ad attirarlo fuori della sua stanza, neanche se fosse rimasta lì in quella nicchia a soffocare quasi dal batticuore. Era insensato, ma se lui non veniva quasi tutto era insensato. E non era venuto. Oggi Pepi lo sa perché non era venuto. Frieda si sarebbe divertita un mondo se avesse potuto vedere Pepi nella nicchia del corridoio, con le mani sul cuore. Klamm non era sceso perché Frieda non l'aveva permesso. Non era ricorsa alle preghiere, le sue preghiere non giungono fino a Klamm. Ma ha delle relazioni, quel ragno, di cui nessuno sa nulla. Se Pepi dice qualcosa a un cliente, lo dice chiaro che lo possano sentire anche dal tavolo vicino. Frieda non ha niente da dire, posa la birra sul tavolo e se ne va; si sente solo il fruscìo della sua sottoveste di seta, l'unico indumento per cui spende dei soldi. Ma se le capita di dire qualcosa non lo dice forte, lo sussurra all'orecchio del cliente chinandosi su di lui, così che al tavolo vicino aguzzano le orecchie. Quello che dice probabilmente è privo d'importanza, non sempre però; di relazioni ne ha, si serve dell'una per puntellare l'altra, e se la maggior parte fallisce - chi può occuparsi tutto il tempo di Frieda? - qua e là ce n'è sempre una che funziona. E adesso ha incominciato a sfruttare queste relazioni. K. gliene ha dato la possibilità, invece di rimanerle vicino e sorvegliarla, non sta mai in casa, va sempre in giro, ha colloqui a destra e a manca, dedica attenzione a tutto tranne che a Frieda, e alla fine, per lasciarle ancora più libertà, si trasferisce dalla Locanda del Ponte nella scuola vuota. Un bell'inizio, per una luna di miele. Be' Pepi è certamente l'ultima a voler fare una colpa a K. di non aver resistito accanto a Frieda; accanto a lei non è possibile resistere. Ma allora perché non l'ha abbandonata del tutto, perché è sempre tornato da lei, perché con i suoi andirivieni ha dato l'impressione di lottare per lei? Si sarebbe detto che solo attraverso il contatto con Frieda egli avesse scoperto la sua effettiva nullità, e volesse rendersi degno di lei, elevarsi in un modo o nell'altro, e perciò rinunciasse momentaneamente a stare con lei per potersi poi rifare indisturbato di quelle privazioni. Intanto Frieda non perde tempo, se ne sta nella scuola - dove senz'altro è stata lei a trascinare K. - e sorveglia l'Albergo dei Signori e sorveglia K. Ha a disposizione ottimi messaggeri: gli aiutanti di K., di cui K. - è incomprensibile, anche a conoscerlo, è incomprensibile - le lascia disporre interamente. Li manda dai suoi vecchi amici per farsi ricordare, si lamenta di essere tenuta prigioniera da un uomo come K., li aizza contro Pepi, annuncia il suo prossimo arrivo, chiede aiuto, scongiura di non rivelare nulla a Klamm, fa come se Klamm dovesse essere protetto non permettendogli in nessun caso di scendere nella sala di mescita. Quello che lei di fronte ad alcuni fa passare per un riguardo verso Klamm, nei confronti dell'oste lo sfrutta come un proprio successo e fa notare che Klamm non viene più. E come potrebbe venire, se dietro al banco non c'è che una Pepi? Certo, l'oste non ne ha colpa, quella Pepi era pur sempre il miglior sostituto disponibile, ma non può bastare, neanche per un giorno o due. Di tutta questa attività di Frieda, K. non sa nulla; quando non va in giro, lui se ne sta ignaro ai suoi piedi, mentre lei conta le ore che la separano dal suo ritorno alla sala. Ma gli aiutanti non fanno solo da messaggeri, servono anche a render geloso K., a tenerlo caldo! Frieda conosce gli aiutanti fin dall'infanzia, fra di loro non ci sono certo più segreti, ma, in onore di K., incominciano a struggersi l'uno per l'altro, e c'è pericolo per K. che ne nasca un grande amore. E K. fa tutto per compiacere Frieda, anche le cose più contraddittorie, si lascia ingelosire dagli aiutanti, eppure tollera che tutti e tre rimangano insieme, mentre lui va per i suoi giri da solo. È quasi come se fosse il terzo aiutante di Frieda. Infine Frieda, in base alle sue osservazioni, si risolve al gran colpo: decide di ritornare. Effettivamente è ora, e c'è da rimaner ammirati di come Frieda, quella furba, lo capisca e ne approfitti; questa forza nell'osservare e nel decidere è un'arte inimitabile di Frieda; se l'avesse Pepi, come sarebbe diversa la sua vita! Se Frieda fosse rimasta ancora un giorno o due nella scuola, non sarebbe stato più necessario scacciare Pepi, che avrebbe conservato per sempre il suo posto nella sala, amata e sostenuta da tutti, e avrebbe guadagnato abbastanza per completare splendidamente il suo sommario equipaggiamento; ancora un giorno o due, e nessun intrigo avrebbe potuto tener lontano dalla sala Klamm, che sarebbe venuto, avrebbe bevuto, si sarebbe trovato a suo agio e, se mai si fosse accorto dell'assenza di Frieda, sarebbe stato contentissimo del cambiamento; ancora un giorno o due e Frieda, con il suo scandalo, le sue relazioni, gli aiutanti e tutto, sarebbe stata bell'e dimenticata, e non sarebbe più ricomparsa. Forse allora si sarebbe attaccata di più a K. e avrebbe imparato ad amarlo, ammesso che ne sia capace? No, nemmeno questo. Anche a K. non occorre più di un giorno per stancarsi di Frieda, per rendersi conto di come lei lo inganni spudoratamente con tutto, con la sua presunta bellezza, la sua presunta fedeltà e in particolare con il presunto amore di Klamm; un giorno ancora, non di più, gli occorre per cacciare di casa lei e gli aiutanti con i loro sporchi maneggi; figuriamoci, nemmeno a K. occorre di più. E fra questi due pericoli, mentre la tomba incomincia letteralmente a chiudersi sopra di lei - nella sua ingenuità K. le lascia ancora aperta un'ultima, esile via d'uscita -, se la fila - nessuno se lo sarebbe più aspettato, è un gesto contro natura -, improvvisamente è lei a cacciar via K., il quale l'ama ancora e ancora l'insegue, e aiutata e sostenuta dagli amici e dagli aiutanti appare all'oste come una salvatrice, resa ancora molto più attraente di prima dal suo scandalo, desiderata, lo si è visto, dagl'infimi e dai sommi, datasi all'infimo solo un istante per poi subito respingerlo, come si conviene, per tornare inaccessibile a lui e agli altri; solo che prima la gente giustamente dubitava di tutto questo, mentre ora ne è di nuovo convinta. Così lei torna, l'oste esita e dà una sbirciata a Pepi - deve proprio sacrificare quella ragazza che si è dimostrata così brava? - ma subito si persuade, troppe cose parlano a favore di Frieda, e innanzi tutto lei ricondurrà Klamm nella sala. Noi fermiamoci qui per stasera. Pepi non aspetterà che Frieda torni e riprenda trionfalmente il suo posto. Ha già consegnato la cassa all'ostessa, e può andarsene. Sotto, nella stanza delle cameriere, il suo letto è pronto, lei entrerà accolta dalle amiche in lacrime, si strapperà di dosso le vesti, i nastri dai capelli, e caccerà tutto in un angolo dove resti ben nascosto e non le ricordi inutilmente un periodo che dev'essere dimenticato. Poi prenderà il grosso secchio e la scopa, stringerà i denti e si metterà al lavoro. Ma prima ha dovuto raccontare tutto a K., perché lui, che senza aiuto non avrebbe capito niente nemmeno ora, veda chiaramente come ha trattato male Pepi e come l'ha resa infelice. Certo, anche di lui ci si è serviti in tutta quella faccenda.
Pepi aveva terminato. Riprendendo fiato, si asciugò qualche lacrima dagli occhi e dalle guance, poi guardò K. scrollando il capo come se volesse dire che in fondo non si trattava affatto della propria infelicità, quella l'avrebbe sopportata senza bisogno né di aiuto né di consolazione da nessuno, e men che meno da K., anche se era giovane conosceva la vita, e la sua sventura non era che la conferma di questa conoscenza; ma si trattava di K., lei aveva voluto mostrargli un ritratto di se stesso, l'aveva ritenuto necessario anche dopo il crollo di tutte le sue speranze. «Che fantasia sfrenata hai, Pepi», disse K. «Non è affatto vero che tu abbia scoperto solo ora tutte queste cose; non sono altro che sogni usciti dalla vostra stanzuccia buia, che là sotto sono al loro posto, ma qui, in questa sala aperta, fanno uno strano effetto. Con simili idee è naturale che qui non avevi possibilità d'importi. Già il tuo vestito e la tua pettinatura, di cui vai tanto fiera, sono solo il prodotto di quel buio e di quei letti, laggiù nella vostra stanza saranno senz'altro bellissimi, ma qui ne ridono tutti, di nascosto o apertamente. E che altro dici? Che ci si è serviti di me e che sono stato ingannato? No, cara Pepi, non ci si è serviti di me, non sono stato ingannato, come non lo sei stata tu. È vero, per ora Frieda mi ha lasciato o, per usare la tua espressione, se l'è filata con un aiutante, un barlume di verità l'hai intravisto, ed è veramente molto improbabile che lei diventi mia moglie, ma è del tutto falso che io mi sia stancato di lei o addirittura l'abbia cacciata via il giorno dopo o che lei mi abbia ingannato, magari come di solito una donna inganna un uomo. Voi cameriere avete l'abitudine di spiare dal buco della serratura e ne derivate la tendenza a trarre, partendo da qualche piccolezza che vedete davvero, conclusioni generali tanto gonfiate quanto false. Ne consegue, per esempio, che io in questo caso ne so molto meno di te. Non so davvero spiegare con la tua esattezza perché Frieda mi ha lasciato. La spiegazione più probabile mi pare quella a cui anche tu hai accennato senza però svilupparla, cioè che l'ho trascurata. Purtroppo è vero, l'ho trascurata, ma c'erano dei motivi particolari, di cui non è il caso di parlare ora; sarei felice se tornasse da me, ma ricomincerei subito a trascurarla. È così. Quando stava con me, ero sempre fuori per quei giri di cui ridevi tanto; ora che lei se n'è andata non ho quasi nulla da fare, sono stanco, ho un gran desiderio di un ozio sempre più totale. Hai qualche consiglio da darmi, Pepi?». «Ma certo», disse Pepi animandosi improvvisamente e prendendo K. per le spalle, «gl'ingannati siamo noi due, rimaniamo insieme. Vieni giù con me dalle ragazze!». «Finché ti lamenti di esser stata ingannata», disse K., «non potremo intenderci. Tu insisti a voler essere ingannata, perché ti lusinga e ti commuove. Ma la verità è che non sei adatta a questo posto. Dev'esser proprio evidente questa tua inadeguatezza se me ne accorgo persino io che, a parer tuo, sono il più ignaro di tutti. Sei una brava ragazza, Pepi; ma non è tanto facile rendersene conto, io, per esempio, sulle prime ti avevo giudicata crudele e arrogante, invece non lo sei, è solo questo lavoro che ti confonde perché non è fatto per te. Non voglio dire che sia un lavoro troppo elevato per te; non ha nulla di straordinario, forse, a ben vedere, è un po' più decoroso di quello che avevi prima, ma tutto sommato la differenza non è poi grande, si assomigliano tanto che li si potrebbe scambiare; anzi, si potrebbe quasi affermare che è preferibile doversi occupare delle camere piuttosto che della sala, perché lassù si è sempre in mezzo ai segretari mentre qui, anche se può capitare di servire i superiori dei segretari nelle camere, ci si deve occupare anche di gente di poco conto, per esempio di me; io non ho il diritto di trattenermi altrove che qui nella sala, e tu pensi che la possibilità di avere a che fare con me sia un onore così grande? Be', tu lo credi e forse ne hai motivo. Ma proprio per questo non sei adatta. È un lavoro come un altro, ma per te è il paradiso, di conseguenza metti in ogni cosa uno zelo eccessivo, ti agghindi come secondo te sono agghindati gli angeli - che in realtà son ben diversi -, tremi per il tuo posto, ti senti sempre perseguitata, cerchi di conquistare con eccessive gentilezze tutti quelli che a tuo avviso potrebbero appoggiarti, ma così facendo li infastidisci e li allontani, perché all'osteria vogliono stare in pace e non aggiungere alle loro preoccupazioni quelle delle cameriere. È possibile che dopo la partenza di Frieda nessuno dei clienti di riguardo abbia effettivamente notato la cosa, ma oggi lo sanno e hanno davvero nostalgia di Frieda, perché Frieda conduceva le cose in tutt'altro modo. Poco importa quello che lei è e quello che pensava del suo lavoro, in servizio era bravissima, fredda e controllata, l'hai notato tu stessa, senza peraltro approffittare dell'esempio. Hai mai fatto caso al suo sguardo? Quello non era più lo sguardo di una ragazza che serve in sala, era quasi già lo sguardo di una padrona. Lei vedeva tutto, l'insieme e il singolo, e lo sguardo che le rimaneva per il singolo aveva ancora abbastanza forza da sottometterlo. Che importanza aveva se magari era un po' magra, un po' avanti negli anni, se ci si poteva immaginare capelli più puliti, queste sono piccolezze in confronto alle sue reali qualità, e chi avesse visto con fastidio questi difetti avrebbe dimostrato di non saper distinguere le cose più importanti. A Klamm non si può certo rimproverare questo, ed è solo il punto di vista sbagliato di ragazza giovane e inesperta che t'impedisce di credere all'amore di Klamm per Frieda. Klamm ti sembra - e a ragione - irraggiungibile, e per questo credi che nemmeno Frieda avrebbe potuto avvicinarlo. Sei in errore. Mi fiderei soltanto della parola di Frieda, anche se non avessi prove sicure. Per quanto incredibile ti sembri e per quanto poco conciliabile sia con l'idea che ti sei fatta del mondo, dei funzionari, dei modi distinti e dell'effetto della bellezza femminile, è pur vero che, come noi siamo seduti l'uno accanto all'altra e io prendo la tua mano fra le mie, così devono essere stati seduti vicini anche Klamm e Frieda, come fosse la cosa più naturale del mondo, e lui era sceso di sua spontanea volontà, anzi era sceso di corsa, nessuno stava a spiarlo nel corridoio tralasciando il proprio lavoro, Klamm stesso aveva dovuto prendersi la pena di scendere, e le pecche nell'abbigliamento di Frieda, che a te avrebbero fatto orrore, non lo disturbavano affatto. Tu non vuoi credere a Frieda! E non sai come ti scopri, così facendo, come dimostri appunto la tua inesperienza! Persino chi non sapesse nulla della relazione con Klamm, riconoscerebbe senz'altro dal modo di essere di Frieda, che questa relazione è stata creata da qualcuno che contava più di te e di me e di tutta la gente del paese, e che le conversazioni fra di loro erano ben al di sopra dei soliti scherzi fra clienti e cameriere, scherzi che sembrano essere lo scopo della tua vita. Ma ti faccio torto. Tu riconosci benissimo i pregi di Frieda, noti la sua capacità di osservazione, la sua risolutezza, la sua influenza sulla gente, ma interpreti tutto male, credi che lei si serva di tutto egoisticamente a proprio vantaggio per uno scopo cattivo o addirittura come arma contro di te. No, Pepi, anche se avesse di queste frecce non potrebbe tirarle a così breve distanza. Ed egoista? Si potrebbe piuttosto dire che, sacrificando quello che aveva e quello che poteva aspettarsi, ha dato a noi due l'occasione di affermarci in posti più elevati, che entrambi però l'abbiamo delusa e la costringiamo addirittura a ritornare qui. Non so se sia così, non mi è chiara nemmeno la mia colpa, solo se mi confronto con te mi viene da pensare che noi due ci siamo affannati troppo, con troppo chiasso, in modo troppo puerile e sprovveduto, per ottenere con lacrime, graffi, strattoni - come un bambino che dà uno strattone alla tovaglia ma non ottiene altro che di far cadere a terra tutte quelle meraviglie rendendole per sempre irraggiungibili - qualcosa che per esempio con la calma, l'obiettività di Frieda si può ottenere facilmente e senza dar nell'occhio; non so se sia così, so però che è piuttosto come dico io che come dici tu». «Eh già», disse Pepi, «tu sei innamorato di Frieda perché ti è scappata; non è difficile essere innamorati di lei quando lei non c'è. Ma sia pure come tu vuoi, ammettiamo che tu abbia ragione in tutto, anche nel rendermi ridicola, che cosa farai adesso? Frieda ti ha abbandonato, né la mia spiegazione né la tua ti lasciano sperare che ritorni, e anche se lei dovesse tornare, ti tocca pur aspettare da qualche parte, fa freddo, e non hai né un lavoro né un letto, vieni da noi, le mie amiche ti piaceranno, ti metteremo a tuo agio, ci aiuterai nel lavoro che per una ragazza sola è davvero troppo pesante, noi ragazze non saremo più abbandonate a noi stesse e di notte non avremo più paura. Vieni da noi! Anche le mie amiche conoscono Frieda, ti racconteremo tante cose di lei che non ne potrai più. Dai, vieni! Abbiamo anche dei ritratti di Frieda e te li mostreremo. A quell'epoca Frieda era ancora più modesta di oggi, la riconoscerai a malapena, tutt'al più dagli occhi, occhi che già allora spiavano. Be', vuoi venire dunque?». «Ma sarà permesso? Giusto ieri c'è stato tutto quel chiasso perché mi hanno scoperto nel vostro corridoio». «Perché ti hanno scoperto, ma se sei da noi non ti scopriranno. Nessuno lo saprà, tranne noi tre. Oh, sarà divertente. La vita là sotto mi sembra già molto più sopportabile che solo un momento fa. Magari non ci perdo poi tanto a dovermene andare da qui. Sai, non ci siamo mica annoiate neanche in tre, bisogna raddolcirla questa vita amara, ce la rendono amara fin da giovani; ora, noi tre siamo solidali, ce la spassiamo per quanto è possibile laggiù, ti piacerà soprattutto Henriette, ma anche Emilie, ho già parlato loro di te, certe storie là sotto suonano incredibili come se al di fuori della stanza non potesse succedere nulla, lì dentro fa caldo e si sta stretti, e noi ci stringiamo ancor di più l'una all'altra; no, anche se siamo abbandonate a noi stesse, non ci siamo ancora venute a noia; al contrario, quando penso alle amiche sono quasi contenta di ritornare; perché far più strada di loro? Era proprio questo che ci teneva unite, il fatto che un avvenire fosse precluso in pari modo a tutte e tre, ed ecco che io invece ho sfondato e mi sono separata da loro. Certo, non le ho dimenticate, e il mio primo pensiero era stato come poter fare qualcosa per loro; il mio stesso lavoro era ancora incerto - quanto incerto, non lo sapevo affatto - e già parlavo all'oste di Henriette ed Emilie. Nei confronti di Henriette l'oste non era del tutto maldisposto, ma per Emilie, che è molto più anziana di noi, ha all'incirca l'età di Frieda, non mi diede nessuna speranza. Ma figurati che non se ne vogliono assolutamente andare, sanno che la vita che conducono laggiù è miserabile, ma ci si sono rassegnate, quelle brave figliole, credo che le loro lacrime nel separarsi da me fossero dovute al dolore di vedermi lasciare la stanza comune, uscire al freddo - a noi che stiamo là sotto pare che fuori della stanza ci sia solo gelo - e dover lottare in grandi ambienti sconosciuti con grandi uomini sconosciuti, senz'altro scopo che di guadagnarmi la vita, cosa che finora ero riuscita a fare anche lavorando insieme a loro. Probabilmente non saranno affatto stupite del mio ritorno, e solo per farmi piacere piangeranno un po' e lamenteranno la mia sorte. Ma poi vedranno te e capiranno che avevo comunque fatto bene ad andarmene. Le farà felici avere adesso l'aiuto e la protezione di un uomo, e saranno addirittura beate che tutto debba rimanere un segreto, un segreto che ci unirà ancor più saldamente di prima. Vieni, ti prego, vieni da noi! Non ti creerai nessun obbligo, non rimarrai legato per sempre alla nostra stanza, come siamo noi. Quando verrà la primavera, se troverai alloggio da un'altra parte e non ti piacerà più restare con noi, te ne potrai andare; naturalmente però dovrai mantenere il segreto anche allora e non tradirci, altrimenti sarebbe la nostra ultima ora all'Albergo dei Signori, e anche finché starai con noi dovrai essere prudente, non farti vedere in nessun luogo dove noi riteniamo vi sia pericolo, e seguire tutti i nostri consigli; questa è l'unica cosa che ti lega, e deve importarti quanto importa a noi, ma per il resto sei liberissimo, il lavoro che ti assegneremo non sarà pesante, non temere. Allora, vieni?». «Quanto manca alla primavera?», chiese K. «Alla primavera?», ripeté Pepi. «L'inverno è lungo da noi, molto lungo e monotono. Ma noi, là sotto, non ce ne lamentiamo, contro l'inverno siamo ben protetti. Be', prima o poi la primavera arriva, e anche l'estate, e durano il loro tempo; ma ora, nel ricordo, primavera ed estate paiono così brevi, come se durassero poco più di due giorni, e persino in quei giorni, anche nel mezzo del giorno più splendido, cade a volte la neve».
In quel momento si aprì la porta. Pepi trasalì, i suoi pensieri l'avevano portata troppo lontano da quella sala; ma non era Frieda, era l'ostessa, che si mostrò stupita di trovare K. ancora lì. K. si scusò dicendo di esser rimasto ad aspettarla e la ringraziò intanto per avergli concesso di passare la notte nella sala. L'ostessa non capiva perché K. l'avesse aspettata. K. disse di aver avuto l'impressione che l'ostessa avesse ancora qualcosa da dirgli, ma se si era sbagliato se ne scusava, del resto ora doveva andarsene, aveva abbandonato per troppo tempo la scuola dove lui era bidello, la colpa di tutto questo era la convocazione del giorno prima, lui aveva ancora troppo poca esperienza di cose simili ma non gli sarebbe certo più capitato di dare tutti quei fastidi all'ostessa. E fece un inchino per congedarsi. L'ostessa lo guardò come se credesse di sognare. E da quello sguardo K. fu trattenuto più di quanto volesse. Allora anche lei sorrise leggermente, e solo il viso stupito di K. parve, per così dire, destarla; era come se avesse atteso una risposta al suo sorriso e soltanto ora, non avendola ricevuta, si fosse svegliata. «Ieri, se non sbaglio, hai avuto la sfacciataggine di dire qualcosa sul mio vestito». K. non ricordava. «Non ricordi? Prima sfacciato poi insolente, le due cose vanno insieme». K. si giustificò con la stanchezza del giorno prima, era possibile che avesse detto qualche sciocchezza, ad ogni modo non se ne ricordava più. E poi, che cosa avrebbe potuto dire sui vestiti della signora ostessa? Che di così belli non ne aveva mai visti. O almeno che non aveva mai visto un'ostessa indossare abiti simili durante il lavoro. «Smettila con questi commenti!», disse svelta l'ostessa. «Non voglio più sentirti dire una parola sui miei vestiti. Non sta a te preoccupartene. Te lo proibisco una volta per tutte». K. fece un altro inchino e si avviò alla porta. «Come sarebbe a dire», gli gridò dietro la donna, «che non hai mai visto un'ostessa indossare abiti simili sul lavoro? Che discorsi assurdi sono? Non hanno alcun senso. Che cosa vuoi dire?». K. si voltò e pregò l'ostessa di non agitarsi. Naturale che le sue parole non avessero senso. Di vestiti lui non ci capiva un bel niente. Nella sua situazione, qualunque abito pulito e senza rammendi gli appariva lussuoso. Solo si era stupito di vedere nel corridoio, di notte, in mezzo a tutti quegli uomini semisvestiti, comparire la signora ostessa in un bellissimo abito da sera, tutto lì. «Oh, ecco», disse l'ostessa, «a quanto pare finalmente ricordi il tuo commento di ieri. E lo completi con un'altra sciocchezza. Che tu non ci capisca niente di vestiti è vero. Ma allora - e tientelo per detto - rinuncia a dar giudizi su vestiti lussuosi, abiti da sera inadatti e cose del genere... Insomma», e qui parve percorsa da un brivido di freddo, «non t'impicciare dei miei vestiti, capito?». E quando K., senza dire parola, fece di nuovo per voltarsi, chiese: «Com'è che te ne intendi di vestiti?», K. alzò le spalle, e disse che non se ne intendeva. «È così», disse l'ostessa. «E allora non dartene l'aria. Vieni di là in ufficio, ti farò vedere qualcosa espero che la smetterai per sempre con le tue insolenze». Uscì per prima; d'un balzo Pepi raggiunse K. con il pretesto di farsi pagare la consumazione, e si accordarono in fretta; fu facilissimo, perché K. conosceva il cortile con il portone che dava sulla strada laterale; accanto al portone c'era una porticina, tra un'ora circa Pepi si sarebbe trovata là dietro e avrebbe aperto udendo bussare tre volte.
L'ufficio privato si trovava di fronte alla sala, bastava attraversare l'anticamera, l'ostessa era già nell'ufficio illuminato e aspettava con impazienza K. Ci fu però un altro contrattempo. Gerstäcker aspettava in anticamera e voleva parlare con K. Non fu facile liberarsene, intervenne anche l'ostessa rimproverando a Gerstäcker la sua invadenza. «Ma dove? Andare dove?», si udì ancora gridare Gerstäcker quando la porta era già chiusa, e le parole erano accompagnate da sgradevoli sospiri e colpi di tosse.
Era una stanza piccola e surriscaldata. Contro le pareti corte vi erano un alto leggìo e una cassaforte di ferro, contro quelle lunghe un armadio e un'ottomana. Era soprattutto l'armadio a portar via spazio; non solo perché occupava tutta una parete lunga, ma essendo profondo rimpiccioliva molto la stanza, ci volevano tre ante scorrevoli per aprirlo completamente. L'ostessa indicò a K. l'ottomana perché si sedesse, mentre lei prese posto su una sedia girevole davanti al leggìo. «Non avrai mica imparato il mestiere di sarto?», chiese l'ostessa. «No, mai», disse K. «Ma insomma, che cosa sei?». «Agrimensore». «E che cos'è?». K. lo spiegò e la spiegazione la fece sbadigliare. «Tu non dici la verità. Ma perché non dici la verità?». «Neanche tu la dici». «Io? Ricominci con le tue insolenze? Anche se non la dico... devo forse renderne conto a te? E in che cosa non dico la verità?». «Tu non sei soltanto un'ostessa, come dai ad intendere». «Guarda un po'! Ne fai di scoperte! E che cosa sarei? Stai veramente esagerando adesso con le tue insolenze». «Non lo so che cosa sei d'altro. Vedo soltanto che sei un'ostessa e che porti abiti non adatti a un'ostessa, e del resto, per quanto mi consta, nessuno qui in paese ne porta di uguali». «Oh eccoci, dunque. Tu non sai stare zitto, forse non sei sfacciato, sei solo come un bambino che sa una sciocchezza qualsiasi e in nessun modo lo si può costringere a non dirla. E allora parla! Che cos'hanno di speciale questi vestiti?». «Se te lo dico ti arrabbi». «No, mi farà ridere, saranno chiacchiere puerili. Come sono questi vestiti, eh?». «Se lo vuoi sapere... Be', la stoffa è buona, molto costosa, ma sono antiquati, troppo carichi, spesso rimaneggiati, logori e non si addicono né ai tuoi anni né alla tua figura né alla tua posizione. Mi hanno dato nell'occhio fin dalla prima volta che ti ho vista, sarà una settimana fa, lì, nell'anticamera». «Ah, è così dunque! Sono antiquati, troppo carichi, e che altro ancora? E tu come faresti a saperlo?». «Lo vedo, non occorre che me lo insegnino». «Lo vedi, e basta. Non hai bisogno d'informarti, sai già quello che la moda vuole. Allora mi sarai indispensabile, perché, vedi, ho un debole per i bei vestiti. E di questo armadio pieno di abiti che ne dici?». Fece scorrere le ante, e si vide una fila di abiti pigiati l'uno contro l'altro per tutta la lunghezza dell'armadio, erano per la maggior parte abiti scuri, grigi, marroni, neri, tutti appesi e disposti con cura. «Ecco i miei vestiti, tutti antiquati e sovraccarichi, secondo te. Ma sono soltanto quelli per cui non ho posto su nella mia stanza, perché lì ho altri due armadi pieni, due armadi, ciascuno grande quasi quanto questo. Ti stupisce?».
«No, mi aspettavo qualcosa di simile; l'avevo detto che non sei soltanto un'ostessa, tu miri a qualcos'altro».
«Io penso soltanto a vestirmi bene, e tu sei o un pazzo o un bambino o una persona molto cattiva e pericolosa. Vattene adesso, va'!».
K. era già in anticamera e Gerstäcker lo aveva riafferrato per la manica quando l'ostessa gli gridò dietro: «Domani mi arriva un vestito nuovo, magari ti mando a chiamare».
Gerstäcker, agitando irosamente la mano come per far tacere da lontano l'ostessa che lo disturbava, invitò K. a venire con lui. Dapprima non volle entrare in spiegazioni più precise. K. obiettò che adesso doveva recarsi a scuola, ma Gerstäcker non gli prestò attenzione. Solo quando K. rifiutò di farsi trascinar via, Gerstäcker gli disse di non preoccuparsi, a casa sua trovava tutto quello che gli occorreva e poteva lasciare il posto di bidello, ma che si decidesse, era tutto il giorno che lo stava aspettando, sua madre non sapeva nemmeno dov'era. Cedendogli lentamente, K. chiese perché mai voleva offrirgli vitto e alloggio. Gerstäcker rispose in modo evasivo che aveva bisogno dell'aiuto di K. per i cavalli, lui adesso aveva altro da fare, ma che K. la smettesse di farsi tirare così e di opporgli inutili difficoltà. Se poi voleva, lo avrebbe anche pagato. Ma questa volta K. si fermò, malgrado Gerstäcker continuasse a tirarlo. Disse di non intendersi affatto di cavalli. Non era necessario, replicò Gerstäcker con impazienza, e nella sua irritazione giungeva le mani per incitare K. a seguirlo. «Lo so perché vuoi che venga con te», disse infine K. Di quel che K. sapeva, a Gerstäcker non importava nulla. «Perché credi che io possa ottenere qualcosa in tuo favore da Erlanger». «Certo», disse Gerstäcker, «altrimenti che m'importerebbe di te». K. rise, prese il braccio di Gerstäcker e si lasciò guidare da lui nell'oscurità.
La stanza nella casupola di Gerstäcker era debolmente
illuminata dal fuoco del camino e da un moccolo di candela
alla cui luce qualcuno, chino in una nicchia sotto le travi che in quel punto sporgevano di traverso, leggeva un libro. Era la madre di Gerstäcker. Porse a K. la mano tremante e lo fece sedere accanto a sé. Parlava faticosamente, si stentava a capirla, ma quel che diceva

[Fine del manoscritto.]

APPENDICE

VARIANTE DELL'INIZIO


L'oste salutò il cliente. Al primo piano era pronta una camera.
«La camera dei principi», disse l'oste. Era una grande stanza con due finestre e una porta vetrata nel mezzo, angosciosamente vasta nella sua nudità. I pochi mobili sparsi là dentro avevano gambe stranamente sottili, si sarebbero dette di ferro, ma erano di legno. «Prego di non uscire sul balcone», disse l'oste, quando il cliente, dopo aver guardato fuori nella notte da una finestra, si avvicinò alla porta vetrata. «La trave di sostegno si è un po' indebolita». Entrò la cameriera, trafficò intorno al lavabo e chiese se la stanza era sufficientemente riscaldata. L'ospite annuì. Ma sebbene finora non avesse trovato da ridire sulla stanza, seguitò ad andare su e giù con il cappotto indosso, bastone e cappello in mano, come se non fosse ancora certo di rimanere. L'oste stava accanto alla cameriera. All'improvviso il cliente fu alle spalle dei due ed esclamò: «Perché bisbigliate?». L'oste sobbalzò e disse: «Stavo solo dando ordini alla cameriera riguardo alla biancheria del letto. Purtroppo mi accorgo soltanto ora che la stanza non è preparata con la cura che avrei voluto. Ma sarà subito fatto». «Non se ne parla neanche», disse il cliente, «non mi aspettavo altro che un sudicio letto in un lurido buco. Non cercare di confondermi. Voglio sapere solo questo: chi ti ha avvertito del mio arrivo?». «Nessuno, signore», disse l'oste. «Tu mi stavi aspettando». «Sono un oste e aspetto i clienti». «La camera era pronta». «Come sempre». «D'accordo, tu non sapevi niente, io però qui non ci resto». Spalancò una finestra e gridò fuori: «Non staccate i cavalli, si riparte!». Ma quando si affrettò verso la porta, la cameriera, una ragazza delicata, fragile e ancor troppo giovane, gli si parò dinnanzi e disse a capo chino: «Non andartene; sì, ti aspettavamo, ma non l'abbiamo detto perché siamo impacciati nel rispondere e non siamo sicuri dei tuoi desideri». L'aspetto della ragazza intenerì il cliente, le sue parole gli parvero sospette. «Lasciami solo con la ragazza», disse all'oste. L'oste esitò, poi se ne andò. «Vieni», disse il cliente alla ragazza, e si sedettero al tavolo. «Come ti chiami?», chiese il cliente e le prese la mano al di sopra del tavolo. «Elisabeth», disse la ragazza. «Elisabeth», disse lui, «ascoltami bene. Mi aspetta un lavoro difficile al quale ho dedicato tutta la mia vita. Lo eseguo di buon animo e non cerco la pietà di nessuno. Ma poiché è tutto quello che ho, intendo il lavoro, reprimo ogni cosa che possa ostacolarne l'esecuzione, senza scrupoli. Sai, posso essere brutale fino alla follia». Le strinse la mano, lei lo guardò e annuì col capo. «Dunque l'hai capito», disse lui, «e adesso spiegami come avete saputo del mio arrivo. È tutto quello che voglio sapere, non chiedo quali siano le vostre intenzioni. Sono qui per lottare, ma non voglio essere attaccato prima del mio arrivo. Dunque, che cosa è successo prima del mio arrivo?». «Tutto il paese sa del tuo arrivo, non te lo so spiegare, ma da settimane lo sapevano tutti, può essere che la voce sia venuta dal castello, di più non so». «È venuto qualcuno del castello ad annunciarmi?». «No, non è venuto nessuno, i signori del castello non hanno contatti con noi, ma può darsi che i servi lassù ne abbiano parlato, qualcuno del paese avrà sentito e così si è diffusa la voce. Da queste parti vengono così pochi forestieri, quando ne arriva uno se ne parla molto». «Pochi forestieri?», chiese il cliente. «Eh», disse la ragazza e sorrise - aveva un'aria familiare ed estranea allo stesso tempo -«non viene mai nessuno, è come se il mondo ci avesse dimenticati». «E perché si dovrebbe venire qui», disse il cliente, «c'è forse qualcosa da vedere?». La ragazza ritirò lentamente la mano e disse: «Continui a non fidarti di me». «E ho ragione», disse il cliente alzandosi. «Siete tutti gentaglia, ma tu sei ancora più pericolosa dell'oste. Sei stata mandata apposta dal castello per servirmi». «Mandata dal castello?», disse la ragazza. «Come ci conosci male! Te ne vai per diffidenza. Perché ora te ne vai, no?». «No», disse il cliente, si strappò il mantello di dosso e lo gettò su una sedia, «non parto, e nemmeno sei riuscita a scacciarmi da qui». Ma improvvisamente barcollò, si tenne in piedi ancora per qualche passo e poi crollò sul letto. La ragazza accorse: «Che ti succede?», sussurrò, corse subito al lavabo, prese dell'acqua, gli s'inginocchiò accanto e gli lavò il viso. «Perché mi tormentate così?», disse lui a fatica. «Ma non ti tormentiamo», disse la ragazza, «tu vuoi qualcosa da noi e noi non sappiamo cosa. Parlami con franchezza e con franchezza ti risponderò».

FRAMMENTI


Ieri K. ci ha raccontato la sua avventura con Bürgel. È veramente comico che si tratti proprio di Bürgel. Come sapete, Bürgel è il segretario di Friedrich, uno dei funzionari del castello, e il prestigio di Friedrich in questi anni è molto diminuito. Perché sia così è un argomento a parte; al proposito ne avrei da raccontare! Ad ogni modo è sicuro che l'agenda di Friedrich oggi è una delle meno importanti, e che cosa significhi questo per Bürgel, che non è nemmeno il primo segretario di Friedrich, ma occupa uno degli ultimi posti nella graduatoria, chiunque lo può capire. Chiunque, ma non K. Vive qui in paese, tra noi, già da un pezzo, ma è rimasto un estraneo, come se fosse arrivato ieri sera, ed è capace di perdersi nelle tre viuzze del paese. Tuttavia si sforza di far molta attenzione, e sta dietro alle proprie cose come un cane da caccia, ma non riesce ad abituarsi al nostro modo di vivere. Oggi, per fare un esempio, gli parlo di Bürgel, lui mi ascolta avidamente perché s'interessa a tutto quello che gli raccontano dei funzionari del castello, fa domande pertinenti, afferra tutto benissimo, e non solo apparentemente, ma in realtà; credetemi, il giorno dopo non ne sa più nulla. O meglio, sa tutto, non ha dimenticato niente, ma è troppo per lui, il gran numero di funzionari lo confonde, non ha dimenticato niente di quello che ha sentito, e ha sentito molto, perché approfitta di ogni occasione per accrescere le proprie conoscenze, anzi in teoria ne sa forse più di noi riguardo ai funzionari, e in questo è ammirevole; ma quando deve applicare la propria conoscenza si muove, chissà come, nella direzione sbagliata, si rigira come in un caleidoscopio, non riesce a servirsene, ed essa si fa beffe di lui. Probabilmente tutto dipende dal fatto che lui non è di qui. E dev'essere anche per questo che i suoi affari non vanno avanti. Lo sapete bene: lui asserisce di essere stato chiamato come agrimensore dal nostro conte; questa storia sembra molto fantastica anche nei suoi particolari, ma lasciamo stare ora; insomma, è stato chiamato come agrimensore e tale vuol essere. Gli sforzi colossali che finora ha fatto, senza il minimo risultato, per questa sciocchezza, li conoscete certo, almeno per sentito dire. Un altro, in questo tempo, avrebbe già misurato dieci paesi, lui invece è sempre qui a fare il pendolo in paese fra i segretari, ai funzionari non cerca nemmeno più di avvicinarsi, e quanto ad essere ammesso negli uffici del castello forse non ha mai osato sperarlo. Si accontenta dei segretari quando essi dal castello vengono all'Albergo dei Signori, si sottopone a interrogatori, ora notturni ora diurni, e si aggira in continuazione intorno all'Albergo come la volpe intorno al pollaio, solo che in realtà i segretari sono le volpi e lui è il pollo. Ma questo è un altro discorso, io volevo parlarvi di Bürgel. Dunque, ieri notte K. era stato di nuovo convocato all'Albergo dei Signori per il suo caso dal segretario Erlanger, quello con cui ha soprattutto a che fare. Di queste convocazioni K. è sempre felicissimo, nessuna delusione lo scuote, bisognerebbe imparare da lui! Ogni nuova convocazione lo conferma non nelle vecchie delusioni ma soltanto nella vecchia speranza. Questa chiamata gli mette le ali ai piedi, ed egli si affretta all'Albergo dei Signori. Ma non è in buone condizioni, non si aspettava di essere chiamato, per cui ha cercato di fare qualche passo per la sua faccenda qui in paese, poiché egli già ha più relazioni in paese che non certe famiglie che vivono qui da secoli; tutte queste relazioni gli servono soltanto per il suo scopo, cioè di poter esercitare la sua professione, e poiché sono state duramente conquistate e devono essere continuamente riconquistate, lui è obbligato a non perderle d'occhio. Dovete farvi un'idea esatta: tutte queste relazioni sono lì che spiano, letteralmente, il momento di sfuggirgli. Perciò è costretto ad occuparsene in continuazione. E tuttavia trova il tempo di avere lunghe conversazioni con me e con altri sulle questioni più disparate, ma questo soltanto perché, secondo lui, non vi è nulla che non abbia una connessione con il suo affare. Così lavora sempre; non mi è mai venuto in mente, a dire la verità, che egli possa anche dormire. Eppure sì, perché il sonno ha addirittura la parte principale nella storia con Bürgel. Infatti, quando si recò all'Albergo dei Signori da Erlanger, era già infinitamente stanco, non era stato preparato a quella convocazione e aveva amministrato alla leggera le proprie forze, la notte prima non aveva dormito affatto e le due notti precedenti solo un paio d'ore. Perciò l'invito di Erlanger che lo convocava per la mezzanotte lo aveva riempito di gioia, come sempre facevano quei foglietti, ma anche di inquietudine per il proprio stato che forse gli avrebbe impedito di affrontare adeguatamente le esigenze del colloquio, come le altre volte. Egli entra dunque all'Albergo dei Signori, cerca il corridoio dove abitano i segretari e, per sua disgrazia, vi incontra una cameriera che conosce. Storie di donne, sempre al servizio della propria causa, non gliene mancano di certo. Questa ragazza ha qualcosa da raccontargli su un'altra ragazza, anche questa a lui conosciuta; lo attira nella sua stanzuccia, lui la segue - non è ancora mezzanotte -, poiché lui per principio non perde mai un'occasione che gli consenta di apprendere qualcosa di nuovo. Naturalmente questo, accanto ai vantaggi, presenta talvolta, e forse molto spesso, grandi svantaggi, per esempio in questo caso, perché quando lui, mezzo stordito dal sonno, lascia quella chiacchierona, e ricompare nel corridoio, sono già le quattro. Egli pensa soltanto a non perdere l'appuntamento con Erlanger. Da una caraffa di rhum che trova su un vassoio dimenticato in un angolo attinge un po' di vigore, forse anche troppo, sgattaiola per il lungo corridoio, di solito animatissimo ma ora tranquillo come il viottolo di un cimitero, arriva dinnanzi a una porta che ritiene sia quella di Erlanger, non bussa per non svegliare Erlanger nel caso dormisse, ma apre senz'altro la porta, anche se con estrema cautela. E ora vi voglio raccontare come meglio posso la storia, parola per parola, e minuziosamente come me l'ha raccontata ieri K., con tutti i segni di una disperazione mortale. Spero che una nuova convocazione lo abbia consolato. Ma la storia in sé è troppo buffa. State a sentire. La sua comicità veramente sta nei particolari, per cui nel mio racconto molto andrà perduto. Se riuscissi a riferire tutto bene, avreste un ritratto completo di K., ma appena un'idea di Bürgel. Se riuscissi a riferire tutto bene... Qui sta il punto. Perché altrimenti la storia potrebbe diventare noiosissima, c'è anche questo elemento in essa. Ma tentiamo.

...una stretta di mano per congedarsi, «sono molto lieta di aver parlato con lei, mi ha davvero alleggerito la coscienza. Forse la rivedrò presto». «Sarà necessario, credo, che io ritorni», disse K. chinandosi sulla mano di Mizzi, voleva fare uno sforzo a baciarla, ma Mizzi gliela sottrasse con un gridolino di spavento e la nascose sotto il guanciale. «Mizzerl, Mizzerl», disse il sindaco in tono indulgente e affettuoso accarezzandole la schiena.
«Sarà sempre il benvenuto», disse, forse per distrarre K. dal contegno di Mizzi, ma poi aggiunse: «Specialmente ora che sono malato. Quando potrò tornare alla scrivania, il lavoro d'ufficio assorbirà naturalmente tutto il mio tempo».
«Intende dire», chiese K., «che anche oggi lei non mi ha parlato ufficialmente?»
«Certo», disse il sindaco, «non Le ho parlato ufficialmente, diciamo, se vuole, semiufficialmente. Lei sottovaluta ciò che non è ufficiale, come ho già detto, ma sottovaluta anche ciò che è ufficiale. Una decisione ufficiale, ad esempio, non è come questo flacone di medicina che sta qui sul tavolo. Basta allungare la mano per prenderlo. Una vera decisione ufficiale è preceduta da innumerevoli piccole indagini e riflessioni, richiede anni e anni di lavoro dei migliori funzionari, anche se essi conoscono fin dall'inizio la decisione finale. E ci può essere, poi, una decisione finale? Gli uffici di controllo sono lì per impedirlo».
«Eh già», disse K., «è tutto organizzato ottimamente, chi può dubitarne? Ma lei mi ha fatto una descrizione generale troppo allettante perché io ora non mi adopri con tutte le mie forze a conoscerne i particolari».
Ci furono poi degli inchini, e K. se ne andò. Gli aiutanti si attardarono in saluti speciali, con bisbigli e risate, ma lo seguirono presto.
All'osteria K. trovò la sua stanza tanto abbellita da essere irriconoscibile. Merito del lavoro di Frieda che ora lo accoglieva sulla soglia con un bacio. L'aria era stata cambiata, la stufa ben alimentata, il pavimento lavato, il letto rifatto, la roba delle ragazze, compresi i ritratti, era scomparsa, rimaneva solo una nuova fotografia appesa alla parete sopra il letto. K. si avvicinò, ritratti...
...ma piuttosto arrivare dove volevo e per di più con l'ardore dei bambini. In quel frettoloso andirivieni mi trovai vicino ad Amalia, le tolsi di mano con leggerezza il lavoro a maglia e lo gettai sul tavolo, intorno al quale sedeva già il resto della famiglia. «Che cosa fai?», esclamò Olga. «Oh», dissi metà arrabbiato e metà ridendo, «mi fate arrabbiare tutti quanti». E andai a sedermi sulla panca vicino alla stufa, prendendo in grembo un gattino nero che stava lì a sonnecchiare. Mi sentivo estraneo eppure come se fossi a casa mia, non avevo ancora dato la mano ai due vecchi, avevo parlato appena con la ragazza, altrettanto poco con il nuovo Barnabas, così come egli mi appariva ora, eppure sedevo qui al caldo, indisturbato, perché avevo già un po' litigato con le ragazze, e il gatto di casa, sentendosi in confidenza, mi si arrampicava sul petto e sulle spalle. E se anche qui ero rimasto deluso, c'erano però delle speranze che partivano da qui. Barnabas ora non era andato al castello, ma presto ci sarebbe andato, e anche se dal castello non sarebbe venuta quella ragazza di cui abbiamo parlato, ne sarebbe comunque venuta un'altra.

Anche Frieda aspetta, ma non K.; osserva l'Albergo dei Signori e osserva K.; può stare tranquilla, la sua posizione è migliore di quanto lei stessa si aspettava, può assistere senza invidia agli sforzi di Pepi, vederla crescere in importanza, al momento opportuno lei avrebbe messo fine a tutto questo, può anche stare a guardare tranquillamente K. che gironzola lontano da lei, tanto lei non gli permetterà mai di abbandonarla del tutto.

http://www.rodoni.ch/KAFKA/castello.html

Post più popolari

Post più popolari

Post più popolari